Fabio Michieli, Dire, Editrice l’arcolaio 2019
«Mi atterriscono le orme»
Orazio, Epistole I 1

Recensione di Patrizia Sardisco sul blog ALLEO.IT

La genesi di un libro di poesia è il mistero di quel libro, ed è il mistero della stessa poesia. Il libro è il custode della sua propria genesi ma è allo stesso tempo l’ariete sotto i cui colpi si aprono spaccati di luce sul mistero, brecce da cui saettando viene “– nel silenzio – tutto il bello”.
Ma prima delle fondamenta, prima di ogni genesi, ai miei occhi appare particolarmente significativa l’opera di splateamento costituita dal distico con cui si apre Dire, il libro di Fabio Michieli che, dopo più di dieci anni e arricchito di nuovi testi, è tornato ora alle stampe, sempre per i tipi de L’arcolaio: uno scavo che dà ragione tanto dell’orizzonte (per noi due) quanto del vertice aurorale (un libro chiaro) di ciò che ci accingiamo a leggere:
volevo un libro chiaro per noi due:
una pagina bianca – quasi pura
I due eleganti endecasillabi a maiore, privi come sono di maiuscole e di punti fermi, e con quell’assonanza della sola vocale tonica a fine verso, fendono il silenzio con la delicatezza della puntualità, spigano e maturano, come nella continuità di un lungo ragionare, in una opzione di poetica che dichiarano nel volgere di due soli atti respiratori: appena più dilatato il secondo, per effetto dalla cesura sottolineata dal trattino. E il soffio ricorsivo di quelle u è nunzio del filo doppio che lega il noi due di una chiave relazionale che innerva tutto il libro a un’aspirazione di purezza ed essenzialità, a una consacrata chiarezza sospinta fin quasi al paradosso del bianco della pagina, e dunque dell’assenza di dizione.
A queste condizioni, su questo campo sgomberato e spianato, Dire viene incontro come una sorta di libro bianco, se mi si passa un’immagine indubbiamente prosaica, un circostanziato strumento di testimonianza e di chiarimento, di (auto)denuncia, persino: “per il dire che non dico e potrei/ per il fare che lascio e non dovrei/ mi odio”; oppure: “non sono stato ciò che ti aspettavi”; o ancora: “a volte penso di essere un involucro/ cavo”. Un libro bianco, dunque: un album in cui le immagini trovano nel tempo collocazioni mai definitive e le didascalie sono come scritte a matita, palesando l’intento (ri)costruttivo di una tramatura aperta, offerta nel suo discontinuo infittirsi, mai davvero conclusa nella sua inquieta tessitura dialogica, “se per ogni verità riaffiora un dubbio”.
Augusto De Molo, in quella che era la Postfazione alla prima edizione di Dire, scriveva che “Chi legge si trova a viaggiare in una sorta di territorio di confine”. Ed è lo stesso Michieli, nella sua Nota alla nuova edizione, ad avvertirci che “Dire è un discorso su ciò che ci si lascia alle spalle e su ciò che ci si porta avanti, per proiettarlo nel futuro”.
Traguardando come attraverso uno squadro queste due affermazioni, la raccolta si riallinea a testimoniare la costruzione di una intensa riflessione sul tempo – limitante compiuta da un tempo – limite, mossa da un io lirico che si avverte immerso, totalmente, “corpo carne ossa e tendini e muscoli”, nel consapevole durare di un guado: “al tempo bisognava dare tempo/ e nient’altro che tempo”. Nella liminalità di una soglia simbolica che viene attraversata controvento, contro-tempo, “come se fosse vento questo tempo”, non è senza cognizione del dolore che si assume l’ustionante e il tagliente di un percorso che “costringe a camminare su roventi/ in equilibrio lamine”, anzi: e Michieli lo evidenzia con perizia stilistica, attraverso l’iperbato straniante che potenzia ulteriormente l’immagine già fortissima evocata dai versi. E tuttavia si tratta di un percorso che, se pure non condurrà a vedere, a percepire la fonte luminosa che, troppo alta e celata, rimane inattingibile, si orienta però nella direzione consona a far luce e chiarezza sul cammino: “ma l’argento si spande/ a chiarire il pensiero”.
Condizioni-limite di esistenza, il tempo, come pure la morte, come pure il corpo, si frappongono ovunque: non possono però essere attraversate e attestate su un piano di complanarità rispetto al vivere, esse richiedono un salto, quello slancio oltre l’ombra costituito del canto. La metapoesia di Michieli, il quale è anche raffinato critico letterario, e dunque avvezzo a riflessioni robuste sul fare e sul senso del fare poesia, sembra indicarci la parola poetica come ciò che, lei sola, totalità di sguardo e voce, colma e annienta la distanza tra il dolore e la sua dicibilità, tra la perdita e la possibilità di sopravviverle: “eternami nel canto!/ annientami, dissolvimi – esaudiscimi, annullami”, implora per sé l’Euridice di Michieli. Ciò di cui il tempo spoglia, a partire da sé stesso, la dissipazione quotidiana di affetti, aspirazioni, cure e passioni, va inesorabilmente in cenere: di questo, solida e temprata, la poesia è capace di dire. Se dunque Euridice è nel sepolcreto del caduco, del rimosso, o di ciò che si è tentato di rimuovere, è attraverso la poesia che può riaffiorare in forma di voce viva, “voce che si innerva”, riscattata da un mortifero e mortificante non-detto o non-dicibile.
Davvero, in questa poesia, la voce sembra venire dalla pagina quasi puradi un silenzio serotino in cui, distintamente udibili, gli echi foscoliani di sonetti come Alla sera o In morte del fratello Giovanni si intrecciano sovente alle meditazioni del poeta: la sera, le ricorrenti mani tese, il dialogo a distanza con la madre, le ceneri, sono alcuni tra i topoi più riconoscibili, e che Michieli non solo frequenta con elegante equilibrio ma reinterpreta, capovolgendone talora la luce pacificante. È così, per esempio, per la sera, il cui alito basta “per spegnere/ il coraggio di tendere la mano”. La sera di Michieli, nel testo che come titolo riporta tra due parentesi la citazione oraziana “vestigia terrent”, contrariamente a quanto avviene nel celebre sonetto di Foscolo, non addormenta soave lo “spirto guerrier” del poeta, perché qui un vento di cenere sporca l’azzurro, mai “tutto cielo o tutto mare”; perché qui il vento “ancora sparge/ reliquie di chi arse ieri sul rogo”. Le inquietudini restano sospese, le maschere si stringono, le ipocrisie resistono, le Ceneri succedono al Carnevale, oggi come quattrocento anni fa: ma lo spezzarsi del verso tra il verbo e il proprio complemento e la conseguente rottura del ritmo tra gli endecasillabi lineari di questa splendida poesia, rendono con forza drammatica la rilevanza ineluttabile e quasi sacrale attribuita all’orma, alla memoria-reliquia che puntella una mai doma vigilanza, mentre la dura allitterazione delle erre sembra dar conto in forma sonora dell’attrito urente tra falsa morale e ragione negata.
E ancora la chiusa, un verso isolato dopo tre terzine, giunge come un brivido e, nell’indicare il prossimo spegnersi della più sfrenata tra le feste, scuote fino a scrollare via ogni illusione: come “il guscio di cicala/ nella prima belletta di novembre” di montaliana memoria, sembrano qui cadere le maschere del decadimento morale, sotto lo sguardo scuro e sicuro di Giordano Bruno, sotto il Dire ardente di Fabio Michieli, “nell’ultimo scorcio di Carnevale”.

 

Patrizio Sardisco