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POST DI AGOSTO – SETTEMBRE 2006

giovedì, 14 settembre 2006

BACHECHE DEI POETI GIOVANI E/O ESORDIENTI N.32

  

Siamo così giunti all’ultimo poeta della rassegna, se togliamo dal conteggio i due “fuori collana” che verranno presentati con più calma, durante l’autunno. Chiude questa specie di festival un autore dal taglio sperimentale che guarda al futuro dell’uomo. Parlo di Gabriele Pepe, un personaggio già noto in rete, e non solo lì. Con i testi inviati, non proprio inediti, giacché apparsi su qualche blog di successo, si entra in una dimensione al tungsteno. La fibra, il peso specifico di un simile metallo sono paragonabili alla freddezza del sangue rettile. Le strofe che qui di sotto pubblicherò sono da me viste come gli appartamenti, vuoti e sfiniti, che fecero memorabile un film come “Blade Runner”: sono gli organi di un linguaggio che, dopo la sua morte, si è reso disponibile all’afflato con altre esistenze, al confine tra la Terra e i lidi infernal-paradisiaci – in un luogo dove i demoni incontreranno un giorno i loro cugini angeli, per festeggiare con essi una ennesima liturgia vitale -. Ecco allora il nuovo tempo; è il Tempo che sempre si rigenera, come il serpente maciullato in due parti; come il mostro che si scopre “indesiderato”. Esso è luna arcangelo; è “fiore soffice // griglie di polpa // memorie di una vita…//…”. La rassegna si chiude con questo segno, soltanto all’apparenza incomprensibile (se inteso come nuda pretesa razionale), in realtà nitido, se lo si accoglie nelle carni con la sapienza dell’intuito e con l’ausilio della perdizione. Raggiungere una stasi simile non è compito da due soldi, ma possiamo tentare di farlo: semmai, autoinducendo in noi un tenue regime ipnotico che ci faccia avvicinare ad altre, sconosciute coordinate. Un ipersegno difficile, quello di Gabriele; irto di tentacoli, suscettibile di comminare morte e dolore, ma pure in grado di effondere la “libertà” ad ogni altro segno poetico. A tutti i segni poetici passati qui, a “La costruzione del verso”. La poesia potrebbe essere come l’Ente Superiore: si manifesta indirettamente all’uomo, e sempre con modalità diverse, volta per volta. Occorre saperla decodificare; serve, da parte di noi tutti, una buona dose di umiltà e di sottomissione, per coglierla. Banale, il dirlo così. Forse. Ma se sapremo distruggere il nostro convincimento di essere al centro dell’universo, potremmo forse vedere sgorgare questa energia vitale dai sassi e dai deserti. Vedremo la sua ombra venir fuori dalle più irreversibili miserie umane, come pure dagli atti di remissione e da tutto ciò che risulta inerente alla fallibilità.
Arrivederci alla prossima edizione delle Bacheche.
Vostro Gianfranco

**

Aracnosophia

Ramificati luoghi e tempi e spazi
e sfondi: gergo d’inganni, sirena
e sfinge criptolingua e ancor polena
barlume remoto di maschera
discreta che sulla prua dell’ego caravella
tra i flutti condivisi riconquista
deriva elettrica

ma ogni viaggio inizia con un laccio
neostringa ombelicale
di un essere cromatico che in lieve differita
concilia l’anima con il suo clone:
dinamico rovello appeso all’iride cablato
frattale impulso d’esperanto fuoco
logo mediale che in cristalli acchiocciol@
e assume censo inconsistente al cuore

comprime il cielo:
(dell’iperspazio
vetrose aurore trasparenti)
microsole che ri-sorge giallo magenta e ciano
sui liquidi giardini a babilonia

babilonia scorrevole la troia
sgualdrina processata di matrici e porte
groviglio di silici e scorie
boscaglia algebrica
mangime per quel ragno alfanumerico
che ai frutti mira dell’albero coassiale

il pomo turgido del fiore soffice
griglie di polpa
memorie di una vita
da mela morsicata
che vivamente sedentaria al pasto
s’intrattiene del baco resettore

**
Trittico calante

1.
Se dunque paradiso
per brillanze opache disperso e disperato
in carni mollicate e gocce di vinsangue
squarcio del mondo
che viene a risanare
cavia e carcassa appesa al gancio umano
che gravitando dondola
batocchio
di un dio che enigmatico risuona
e vibra all’occhio
riottosa voce dell’oggetto
portanza ponderale a vuoto scosso
d’angelo in stallo tra le piume
sospeso fino ai biblici macelli
a pia mascella d’asino
maglio del raglio avulso
che
sul cranio ai filistei martella
l’amara sicumera

2.
Se dunque purgatorio
ziqqurat profondo, sentiero di babele
torre millenaria di voci scombinate
scala di sguardi
per l’alto a contemplare
fatica tragica dell’incrollabile
pariglia al vomere: mitezza e scorza
dura
arsura e sole che erratico risplende
e brucia al suolo
filtraggio tenero del fiore
patto dell’arca nel tempio predisposto
spalla a spalla sopravvivendo
mitica  fino al vortice dei cantici
ebbrezza del dio dattero
ombre di palma e ulivo
che
dal cielo ai farisei rinfresca
la verità promessa

3.
Se dunque sia l’inferno
dei viventi questa tirannide di corpi
scorza di firmamenti e atomizzati nodi
arco di vertebre
che scocca al gravitare
il dardo provvisorio del soggetto
che pur mirato all’oltre
nel sé
scagliando affonda e in onda si trasforma
rossa salsedine
marea dal ritmo addolorato
respiro madido di sangue e rose
fiato spinato dell’evento
atteso  fino al colmo dei fardelli
al chiodo della luce
fulcro di leva azzurra
che
dal petto ai semidei solleva
oscurità riflessa

**

Gabriele Pepe nasce a Roma, dove pure risiede, nel 1957. Ha pubblicato finora due raccolte di poesie: “Parking Luna” ArpaNet Milano 2002 e “Di corpi franti e scampoli d’amore” LietoColle libri Faloppio (CO) 2004. È inoltre presente nelle antologie: “Ogni parola ha un suono che inventa mondi” ArpaNet Milano 2002; “Fotoscriture” LietoColle libri Faloppio (CO) 2005; “Il segreto delle fragole 2006” LietoColle libri Faloppio (CO).
Suoi testi e recensioni sono apparsi su varie riviste tra cui: L’Avvenire, Tuttolibri (inserto de: la Stampa) Il Segnale (n.63/2003 e n. 66), Il Segnalibro (dicembre 2002), Spiragli, Storie (n.50), Il Foglio Letterario (marzo 2003), Tam Tam, Stradafacendo, La Clessidra, Poiesis, Tirature ’03 (Ed. Il Saggiatore 2003), Gradiva, Polimnia ed altre.
Ha ricevuto premi e riconoscimenti in vari concorsi di poesia.
Ora sta lavorando alla sua terza raccolta poetica da cui sono tratte alcune delle poesie qui presentate.

AVVISO AI NAVIGANTI: CON IL PROSSIMO POST FAREMO FESTA. SIETE TUTTI QUANTI INVITATI!

E NATURALMENTE IL BLOG RIPRENDERA’ LE ORDINARIE SUE PROGRAMMAZIONI.

NON ABBANDONATE “LA COSTRUZIONE DEL VERSO” – !!!!

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postato da: nestore22 alle ore 19:34 | link | commenti (52)
categorie: poesia

 

lunedì, 11 settembre 2006

BACHECHE DEI POETI GIOVANI E/O ESORDIENTI N.31

  

Queste poesie, giunte dalla premurosa tempestività della loro autrice –Paola Turroni– sono costruite sull’attraversamento di un limite, di un “confine” che, lungi dall’essere metaforico, è per davvero la linea demarcante tra due modi di “essere” nell’esistenza. Paola tende l’orecchio sensibilissimo alla sorte di chi sorte parrebbe non avere, e scrive queste belle poesie che sono essenzialmente poesie civili, ma nel contempo anche intimità scandagliate lungo il flusso della voce appassionata. Qui, a differenza di altri testi della Turroni, si intuisce un dettato meno viscerale e più insistito su respiri ampi. Le assonanze e le vere e proprie rime tengono il lettore avvinto ad un leit motiv ben preciso, costituito da ritorni di colpi in solfeggio. Poi c’è il contenuto, sempre di alta caratura morale e incuneato in una convinta e luminosa “socialità”. L’uomo, per Paola, non è mai un solo individuo: è piuttosto un complesso e variegato consorzio di individui. Poesia al plurale ed impegnata come poche altre, anche se il tenore plastico interiore potrebbe far pensare ad altri punti di vista.

**

Stretto di Gibilterra – andata

Il mare è vuoto, un buco
in cui entra il vento – l’acqua siamo noi. Il mare
è la terra che ci manca, lo spazio che c’è
fra noi e dopo. Il gommone è una mano,
che stringe i pugni e ci schiaccia – è solo questa mano
che ci mette sulla riva. Ci raccolgono le onde –
briciole cadute da un morso. Ad alcuni
di noi il mare gli fa la vita
e il funerale insieme – in una notte sola. Alcuni di noi
arrivano con la giacca ancora
abbottonata, tengono
per mano le donne spettinate, hanno i piedi
gonfi, le spalle strette. Guarda
cosa c’è qui – dopo il sale
di questo valico, vicino alle tasche
di un uomo sputato: cioccolata di sapore
speziato – un foglio
con numeri di telefono, nomi da avvisare, nomi
da ringraziare – un portafoglio con due foto,
perché non basta mai
la memoria. Altri si accendono un fuoco – mentre
aspettano ancora, coi detriti del mare
il resto di noi – lutto e cammino
insieme.

**

Stretto di Gibilterra – ritorno

Ogni volta che arriviamo – a questo punto
sembra di nascere, deve assomigliare
a quando si nasce, un misto
di desiderio e nostalgia. Quando arriviamo
a questo punto il sole comincia
a toccare l’orlo del mare – è qui
che il mare ha una fine. Di traverso illumina
la mia terra – quella linea laggiù
che per la nave è un porto, per me
è una storia troncata. Una falda di terra
che diventa una fine – per la gente che emigra, e poi
quando si torna, ritorna
un striscia di terra, un paese
con un porto per la nave – le cose che fanno una casa.
Ci sono mia moglie – e il bambino
che aspettano, l’attesa non è fatta
di pazienza – è fatta
di costruzione, si costruiscono
ogni giorno le facce
i doni che si vorrebbe fare, le stanze
lasciate. Quando vedo mia moglie
e il bambino – a volte dopo mesi, a volte
dopo anni, è dietro l’angolo
che aspetta. Io arrivo
sulla porta di casa – prendo
tutti in braccio, quella sarà
la notte più lunga dell’anno, una notte
con tutte le notti – che siamo stati lontani.
Il giorno dopo il mare
ha cambiato angolazione – il mare ha tante forme,
dipende sopra cosa viaggi, dipende anche
da che parte sei diretto, se hai un posto
dove tornare.

**

A giacere

Ecco, io sto per suscitare contro di te la sciagura
 dalla tua stessa casa, e prenderò le tue mogli
sotto i tuoi occhi per darle a un tuo prossimo,
che si giacerà con esse in faccia a questo sole.
Samuele, cap.12

I cadaveri degli uomini giaceranno come letame
sull’aperta campagna, come una mannella
che il mietitore si lascia dietro, e che nessuno raccoglie.
Geremia, cap.9

A giacere
                                    
a Phuket
in un mare a terra, mostrato
male a chi veniva da lontano a domandare
mani, carni bianche molli
da far tornare dure – lei così piccola
ti perderà la testa in un giorno –
il mare è venuto, chi non sa
non è perdonato, un sacrificio inaudito
che nemmeno dio poteva fare meglio.

A giacere
                                     ad Abu Ghraib
sotto il peso di uomini nudi, proni
in preghiera violenta, sangue rappreso
sulla schiena, così lo ricordi
quanto eri migliore – eseguivo un ordine
signore, ha detto –  eseguivo
un ordine signore han detto
tutte le volte, un sacrificio perdonato
col disonore.

A giacere
                                  a Srebrenica
col sesso aperto in una fossa
dal ventre comincia il sacrificio
di una gente, che non nasca
un bambino sbagliato, non lo si vede
da niente, soltanto
dal nome del padre – disconosci
il tuo latte madre – chi non ha fede
non è perdonato.

A giacere
                                               
nella tua città
con gli orecchini nuovi su uno scoglio
malnutrito dei sobborghi
uno strappo al vestito, uno strappo
alla regola – non lo dovevi dire
che non avevi voglia –
era un’auto grossa, un sacrificio
prepagato sul  sedile, pensare che forse
le bastava non perdonare

Ci sono croci che bruciano
da sole sopra i corpi
che non hanno avuto
amore.

**
                     
Campo profughi a sud dell’Afghanistan, al confine col Pakistan

Ora che posso ascolto, stare qui
seduta a imparare – lascio
scoperta la faccia, voglio ascoltare
con tutta la faccia, imparerò a curare
le piaghe – e non avrò
bisogno. Finalmente
sono a scuola, con il velo appoggiato
di lato, come un cappello. Ho messo
il rossetto – fatto la riga sugli occhi, anche
quand’ero nascosta, ma non l’ho detto.
Lavoro al bordello – ho una gamba corta
per colpa di una mina, ma ci son soldati
che a vedermi zoppicare
si mostrano eccitati. Le bambine
coi cesti del bucato – ricevono in cambio
un vestito pulito. Poi andiamo
insieme al mercato, chiediamo
ai venditori la verdura. I ragazzi raccolgono
spazzatura – nelle discariche
quando l’alba fa vedere, plastica
o ferro, quello
che si può riciclare – una rupia
per chilo. Al campo mangiamo
patate e cipolle, il rumore dei mestoli
nell’acqua che bolle, è un rumore
che aiuta a saziarsi. I bambini
che sanno nascondersi
la notte al cimitero – a scavare
raccolgono le ossa, diventano
tritate – concime, e poi si vendono.

**
Paola Turroni (1971) è nata a Monza, dove ha studiato fino alla maturità classica, poi ha cominciato a muoversi, a cambiare vita e città, per studio e per passione, fino a quando, sul Lago Maggiore, a Luino, ha trovato il luogo a cui combaciare. Ha frequentato il Dams a Bologna e la Scuola Europea di Teatro e Cinema, a Milano. Tiene laboratori di cinema, comunicazione e teatro nelle scuole, presso associazioni, in strutture comunali, sia per ragazzi che per adulti, con particolare attenzione alle relazioni interculturali, alla condizione della donna e al disagio giovanile. Attualmente lavora come educatrice presso la Comunità Alloggio Asilo Mariuccia. Ha collaborato e collabora con RadioDue, il Museo di Storia Naturale di Milano, l’Isia di Urbino, l’Aba di Bologna l’Università Popolare di Luino. Ha al suo attivo letture e performance in diverse città, tra cui Bologna, Milano, Rimini, Varese, Castrocaro, Ravenna, Luino, Santarcangelo, Cesenatico, Firenze. Il suo lavoro si concentra sulla ricerca di strumenti efficaci per l’ascolto (collabora da tre anni con il contrabbassista Roberto Bartoli e il batterista Antonio Azzarito) e di luoghi sensibili alla provocazione poetica (stazioni, carceri, locali pubblici, cortili,…). Suoi testi sono apparsi su diverse riviste e quotidiani. Nel 2000 pubblica il libro di poesia “animale” (Fara Editore, Santarcangelo-Rimini) – Nel 2003 pubblica il libro di racconti “Due mani di colore” (Medusa Editore, Milano), in collaborazione con la poetessa e pittrice Sabrina Foschini. Nel 2003 pubblica la raccolta di poesie “Il vincolo del volo” (Raffelli Editore, Rimini), di cui una selezione è già uscita tradotta per la rivista americana di letteratura “How2”. Nel 2004 ha collaborato come traduttrice a “I surrealisti francesi” (Stampa Alternativa, Viterbo). Nel 2004 è stata invitata al Festival Internazionale di Poesia di Malta. Nel 2005 è inserita nel libro-agenda per il 2006 “Il segreto delle fragole” ed. Lietocolle

 

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postato da: nestore22 alle ore 21:13 | link | commenti (22)
categorie: poesia

 

giovedì, 07 settembre 2006

FUORI COLLANA

  

Gli inediti inviati da Andrea Ponso a “La costruzione del verso” mi hanno procurato un’emozione inconsueta, che non sentivo dagli anni della mia infanzia –anni in cui, nel cuore della Toscana, mi capitava di respirare gli escrementi dei bovini al pascolo e il profumo del miele grezzo, ancora imprigionato nelle arnie delle operosissime api-. Non so quale sia stata la molla che ha “costretto” Andrea ad affrontare, con la maestria che molti ormai gli riconoscono, questo ritorno alle radici di un siffatto paradiso perduto, così connotato di odori scomparsi e di reperti minimali, caratteristici di un’Italia deliziosa e mediterranea. Probabilmente ciò che lo ha mosso non avrà nulla in comune con le mie note odierne, ma, si sa: il lettore si appropria del testo e lo ri-costruisce secondo le proprie esigenze. Comunque sia, l’emozione prodotta da certi vocaboli-cardine (ritornano fittamente le parole lenzuola e legno) vanno a scompigliare lacerti dell’incoscio collettivo e riescono a portare in superficie il senso di una vita conchiusa, la quale, così riproposta, riesce molto bene a praticare le “correzioni” a questo nostro, attuale modo di vivere. L’impalcatura di queste bellissime poesie è accorta e, all’apparenza, lineare. Lineare, anche se, subito dopo, il corredo riesce a farsi gustare come ricco di rime interne e assonanze molteplici. Scorgo, qua e là, tutta un’oggettistica rurale, dove gli odori antichi si confondono nell’oblìo del tempo. Bellissima l’immagine della madre che si sveglia presto, al mattino, per spaccare l’acqua ghiacciata delle vasche; come altrettanto belle ho inteso le immagini ricorrenti delle lenzuola: ora gettate in un angolo, ora ammalianti su di un letto e consapevoli di racchiudere il segreto di un ramo di salvia, secco ma profumato. Ponso parla di lavande; dice in modo mirabile di sottili arie invernali; accenna alle lievi nevicate che si adagiano sui teloni che proteggono le verdure. La musicalità è notevole e si basa, oltre che sulle note appena dette, anche sugli agglomerati di consonanti, come nel caso del seguente frammento: “La ragione più giusta è un’acqua gelata che mozza le dita. // Sul lenzuolo gualcito la piega dei tuoi fianchi si sbriciola // come legno. Questo impegno vorrebbe l’incendio // …”, dove la consonante “g” assume, in modo alternato, la funzione addolcente e poi quella gutturale, per poi ritornare alla prima sua funzione.
Insomma, farete voi, cari lettori, i dovuti apparentamenti di questa poesia con le altre, più famose e rappresentative, del Novecento (e non solo). Io sto ancora gustando questo buon piatto e non sono per ora troppo interessato al problema.

Da Correzioni (inediti per un libro futuro)
Di Andrea Ponso

*
Scopre la mano innesti scandalosi nei nodi del cedro
Aggettivi allarmati dall’inverno imminente. Neve
Sui teli dell’orto ricopre soffice le verdure. L’aceto
Che dicono smacchi fino alla grazia i polsini
Lisi delle camice ha un odore che non convince. Astemio
E ansioso per tutta la vita, vento tra le caviglie,
coronarie terse, d’ortica.

*
Le mani aggrottate dai geloni, d’inverno, e l’odore fermo
Del vino. Le travature rinverdiscono primavere
Di salnitro: la pala della Tempesta si ricopre ancora
Di muffa  –  a niente valgono labbra stropicciate dal latino.
Il siero denso dell’oblio impasta le bocche, parifica
Le ammaccature. Una mano fredda coglie dalle serre
Le prime verdure. Crudele, inconiugabile,
il canto dei grilli nelle stalle, l’uva che si fa acquavite
.

*
Madre che ti alzavi a spaccare l’acqua ghiacciata delle vasche
Ora osserva il figlio che piano divincola la lingua dall’amo  –

Lenzuola gettate in un angolo, la premura della biancheria appesa
Nel sole. La sorella che nutre in silenzio la curva del suono: Samuele
.

*
Mi chiedi che colore avrà, dopo l’intonacatura
E l’affresco. Troverai forse tra le lenzuola
Un piccolo ramo di salvia sfiorita, odorosa:
semplice spina dorsale, che resiste muta. Mentre
la guardano, coperti dai fogli, piccoli sensali.
Giovanni della Croce parlava, mi pare, del giglio
Che rimane dopo l’oblio. Penso che da questo
Male faticherò non poco a divorziare.

*
Vorrebbero nascosti nei campi a primavera i raccoglitori
Di lavanda, con le mani sporche d’inchiostro, per una volta
A sostenere il peso dell’aria, con rabbia e dolcezza,
fedeli alla gioia.

*
La ragione più giusta è un’acqua gelata che mozza le dita.
Sul lenzuolo gualcito la piega dei tuoi fianchi si sbriciola
Come legno. Questo impegno vorrebbe l’incendio
.

*
Ti dico che la fame rinvia alla luce: tracce, tra i cespugli
Divelti, l’odore calmo e acre degli escrementi; il fianco
Sporge, punge una carne docile e aspra. Sul tavolo il pane
Si fa legno: lo stomaco ansa invernale di barche. Le labbra
Si stringono, smagrisce il disegno: prima dell’angelo
Il corpo è una spina, una gruccia, un uncino. Una serpe
Dolcissima s’accuccia con noi nel cesto nell’erba

*
Hai trovato una luce nel debito, fianco che sbatte
Sugli spigoli della credenza in cucina  –  neve
Sporca nei polmoni: come i lupi ridiscesi

Nella cattività consueta. L’angelo nella corsia si
Tradisce nei particolari: ti guarda mentre fatichi
A mangiare, a parlare, perfino a sorridere. Fuori

Le mosche cercano il miele agli angoli dei depuratori,
scavatrici dissodano dal buio fondamenta insanguinate
di ruggine. Ora le guardiamo senza capire. I campi

si riempiono d’erba e di fiori, il frumento è macchiato
dal viola della lavanda e dalla polvere  –  così vorrei mi
leggessi, come Ezechiele, profetizza alle ossa, nemmeno

un cespo che sia risparmiato. E da una lingua sterile, secca,
il ventre sarà parto fiorito, cronicario del figlio invocato
.

**

Andrea Ponso è’ nato a Noventa Vicentina nel 1975. Laureatosi con una tesi su Carmelo Bene, è redattore di Atelier, collabora con Movimento (rivista del dipartimento di italianistica dell’Università di Swansea, Galles) e con altre riviste di poesie e letteratura. Sue poesie sono apparse su Origini, Tratti, Atelier, Poesia. E’ presente nelle antologie L’opera comune (Atelier, 1999), a cura di Giuliano Ladolfi, I poeti di vent’anni (Stampa, 2000) a cura di Mario Santagostini, Nuovissimi poeti italiani (Mondadori, 2004), a cura di Maurizio Cucchi e Antonio Riccardi, Oltre il tempo. Unidici poeti per una metavanguardia (Diabasis, 2004), a cura di Gian Ruggero Manzoni. Ha pubblicato la sua prima raccolta poetica: La casa (Stampa, 2003). Ha curato e tradotto alcuni testi dal francese di Bernard Simeone. (Nota bio-bibliografica tratta dal sito della rivista Atelier)

 

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postato da: nestore22 alle ore 14:15 | link | commenti (29)
categorie: poesia

 

lunedì, 04 settembre 2006

BACHECHE DEI POETI GIOVANI E/O ESORDIENTI N.30

  

Il nuovo post vede protagonista il riminese Alessandro Ramberti –poeta, intellettuale e felice editore-, il quale, riprendendo il filo tematico del suo penultimo libro intitolato “In cerca”, persegue un proprio, intimo viaggio verso le guglie della Verità. Egli si definisce in cerca di un equilibrio che soddisfi l’umana tendenza a visitare “il luogo ove si cambiano i destini del mondo” e accoglie in tal senso con particolare entusiasmo la seguente definizione di Caterina Camporesi, che dice: “la missione principale della poesia è la ricerca” . “Ricerca, non solo di sé”, risponde il nostro amico, “ma dell’altro che è in noi e fuori di noi, accettato e rigettato, conoscibile o inconscio, e certo anche ricerca di Dio e del divino” . E’ lo stesso poeta, quindi, che riesce a definire con puntualità la sua produzione in versi. Gli inediti inviati a “La costruzione del verso” vanno, a mio avviso, nella stessa direzione di quelli pubblicati nel succitato volume: di differente hanno soltanto una maggiore lunghezza di stesura e di verso. ( I sonetti fanno storia a sé). Ne sortisce, in tal modo, un andamento narrativo in piena regola, fatto di subordinate chiare ed incisive che danno modo di volteggiare meglio i pensieri –puntuti e ontologici, nella loro ricerca o definizione dell’essere, della cosa in sé. Di quell’ombra che ci muove e che ci agita nel profondo-. 

**
C’è un dire grazie

Non servono molte parole.
Tu solo hai quelle
che rendono eterna la storia,
trasformano il giorno di festa,
sostanziano nell’oggi la memoria
che dà profondità al nostro qui
grazie alle mani e alla voce
del figlio dell’uomo prescelto.

Il campo è ricolmo
ma pochi se ne curano:
è forse troppo grande la bellezza
dell’impresa? Eppure i meriti
non contano, né i difetti:
tu purifichi, se mi affido al tuo annuncio
e, radicando l’essere nel fare,
seguo i tuoi passi.

Nel bosco della Galizia

All’alba si sente il fruscio della luce
allargare con piccole mani i rami
mentre noi, i piedi sul tappeto di aghi di pino,
allunghiamo i passi per il Campo Stellato:
il frigolìo dei pensieri sembra acquietarsi
vicino alla mèta,
benché resti il peso dello zaino
e dei corpi che sono l’hard-disk
di quello che siamo.
Ora ci vedete così
pellegrini con le nostre storie in spalla
e viene da chiedersi: è cambiato
nei secoli il cuore dell’uomo?
I suoi impulsi possono essere monitorati
e magari può batterci in petto
quello di un altro, ma quanto
sono mutati i nostri cervelli che tentano
di misurare l’alito di Dio
e chiedono il senso delle cose?

Osserva il tuo cammino (datti il tempo)
anche i suoi passaggi più lucenti
hanno un filo d’ombra
e i più oscuri
almeno un riverbero di gioia:
basta un semplice contorno
a dare forma a un simbolo
(pensa solo a queste lettere):
anzi, non ci sarebbe affatto,
senza la parte scura dei confini,
quello che sei per gli altri, e per te stesso
dovrai affrontare
le pareti impegnative dell’ultima scalata:
forse che intingerai il pensiero
nell’aspra malinconia
che gli hai preparato?

Foto

Quando le guardo
le appendo
al chiodo di un presente
archeologico…
la superficie è bidimensionale
ma c’è dell’altro sotto
e il passepartout è più
della terra di nessuno
che accoglie il bagliore dei ricordi:
siamo diversi dal noi che ci ha portato
fin qui
e non ci conosciamo
che esterna/mente.

Alias

Anche se mi farai per sempre male
Nel punto più profondo del cervello
Non scoprirai affatto il mio segreto
Perché non lo conosco neanche io.
 
Ritorna alla tua logica frattale
Che non distingue più questo da quello
Stimolo, non odori del roseto
Che la brina col breve gocciolio
 
Di una frustata di colori accesi
Quasi pronti ad uno scontro frontale
Coi lati che hai riposto nell’ascesi.
 
Sei dentro la caverna di un coltello
Dal filo intraducibile e concreto,
Sei solo il mio compare: un luccichio.
 
 
Pesach

Aprile ha degli stipiti grandiosi
Architravati dal sangue espiatorio
Muri d’acqua a destra e a sinistra sono
Segnali che delimitano il corso
 
Di una valuta priva di accidiosi
Interessi: non c’è alcun consultorio
Per dirti che hai bisogno di perdono
Ti basta la fatica del tuo dorso
 
Ed i lamenti per il cibo scarso
Persino hai dei serpenti la psicosi
Che il tuo corpo nel deserto sia sparso
 
Ma non sei tu all’interno del pretorio
Non sei tu il prezzo del nostro condono
Tu sei un errante con il suo rimorso.

**
Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di Romagna il 10 giugno 1960. Ha vinto il premio l’Astrolabio con Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore, Pisa, 1991) e vari riconoscimenti per opere poetiche tre cui il II premio al Città di Mestre 2005 con la poesia Già c’è. Con la poesia Tracce indistruttibili ha vinto la prima edizione del concorso Versificando 2005 sez. poesia singola: in giuria Walter Mauro, Elena Clementelli, Aldo Mastropasqua, Elio Pecora, Silvio Ramat. Con la poesia Dietro le spalle ha vinto a fine 2005 il premio Ad un passo dalla poesia. Con la raccolta In cerca (Fara, 2004) ha vinto il Premio Alfonso Gatto 2005 per l’opera prima e il Premio Città di Solofra 2006. Ha pubblicato con lo pseudonimo di Johan Thor Johansson La simmetria imperfetta. È da poco uscita la raccolta Pietrisco (Fara, 2006).

SI ACCETTANO PRENOTAZIONI PER PARTECIPARE ALLA SECONDA EDIZIONE DELLE NOSTRE BACHECHE, RASSEGNA CHE PRENDERA’ IL VIA IL PRIMO FEBBRAIO DUEMILASETTE. OCCORRE INVIARE ALL’INDIRIZZO nestore2269@yahoo.it UNA FOTO (PRIMO PIANO), DIECI TESTI INEDITI SOGGETTI A CERNITA E UNA NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA.

 GRAZIE PER L’ATTENZIONE.  GIANFRANCOFABBRI

 

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postato da: nestore22 alle ore 21:54 | link | commenti (33)
categorie: poesia

 

giovedì, 31 agosto 2006

BACHECHE POETI GIOVANI E/O ESORDIENTI N.29

  

Christian Sinicco è un giovane poeta triestino che fa parte di quella famiglia di autori che scomoda con profondità etica le leve del comportamento sociale dell’uomo. Egli non produce poesia civile in senso stretto, però dà sempre una colorazione di consapevolezza e di condivisione dei problemi del mondo. I pezzi spediti a “La costruzione del verso” riprendono in parte le istanze delle composizioni del suo libro “ Passando per New York”, laddove il nostro ospite prendeva a pre-testo i pezzi famosi di autori celebri per poi tessere la propria poetica. Negli inediti, questo binario talvolta si biforca, ma subito ritorna nella vecchia direzione: l’equilibrio sciolto, l’alto grado di leggibilità (nota del tutto positiva, non sempre scontata in un giovane di oggi) e la netta partecipazione emotiva di chi scrive riescono a travolgere il lettore nelle locations e nelle tematiche scelte. Nel primo testo, che andrò qui sotto pubblicando tra qualche istante, noto ad esempio un notevole “senso anfibio” che mi costringe a passare da uno sbandamento sintattico all’altro, come se dovessi guadare un torrente in piena. In tal senso, Christian è così riuscito a creare un’azione energetica senza tregua, ricca di quell’humus essenziale che è l’ambiguità: “Ci sono attimi come perderti // dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia // hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?// …”. Nel secondo testo, le scorie del discorso si susseguono l’una dopo l’altra, così da produrre una specie di accumulo visivo-concettuale: quasi un effetto logorroico, i cui notevoli effetti stanno a significare meglio la drammaticità del tema prescelto: “Il passato trasformato in bianco, e poco più in là // l’amore, le ultime sbiadite parole e la repubblica // dei bambini a Beirut, i disegni di disperazione // di quale guerra? …// …”. Poeta molto interessante, Christian Sinicco: sia per la scrittura di buona qualità, sia per gli sviluppi che questo segno potrà dare nel tempo.

**

Da “ingegneria dei materiali”  (2002-2006)

Ci sono attimi come perderti
dove sei e dove hai chiuso, ma quale ansia
hanno truccato sulle labbra e quale carta hai scelto?
Dove le strade sarebbero state non guardasti

la pioggia,
quale fosse il giorno, la goccia
dove questa convulsa e luminosa corsa allunga
dove sfogli la pagina, soffiando

come in uno specchio, sopra i detriti
camminando nelle pozzanghere, qualsiasi fango sbricioli
e chiunque non abbia mai pensato
sui vetri opachi …

I segni non cancellano,
il materiale le cui infrante labbra appoggi non è tuo,
l’hanno truccato. La storia, i battiti
elettrizzano l’aria, la gravità

sostituita con qualsiasi cosa. E quale carta hai scelto?
Questa, il braccio che le conficcasti, è un cuore.
Qualcosa di forte
si ferma,

continua a piovere dove sei, continua a piovere.
Sapremo mai cosa c’è oltre
dove non sei più invisibile
di ciò che stringi?

**

Questa stanza senza più ricordi, e il sangue sopra i tetti.
Forse hai seguito la sua cronaca,
i mattoni esplodere sulle abitazioni, i volontari
e a centinaia l’alternarsi … il cane abbaia,

ma la confidenza è rossa; ieri
respiravamo senza aprire labbra al non ancora, lanciato
in avanti… Nei corridoi
pieghe di materia difficile da lavare, petali forati

e lettere dall’invisibile, volti,
pezzi della tua infanzia… I graffiti? Una teoria, la nostra
prima di flettere, con i passi
sulle pareti recidere il ventre

-dove slacciano gli organi, anche le definizioni percuotono
noi, sigillati al muro, emozione o vuoto,
esplorazione senza fine, occhi
chiusi. Questa stanza senza più ricordi

e alle sue finestre una corda: tirala,
le piogge allagheranno piano le lenzuola, i palazzi
inclinano già, annegano con paura…L’umanità, il domino?
Le sonorità che non sai

e non puoi tornare com’eri perché
L’architettura non sarà il riflesso dell’inevitabile,
perché se si aprissero le case e lo spazio fosse la nostra capriola
vedresti la profondità. I chilometri del nero

dall’altra parte della strada tra le stelle
hanno grida? Un padre
bestemmia ai suoi figli
al piano di sopra: le grida

le hanno strappate ai silenzi,
abbattute le porte.

**

Da “finzioni di supremazia” (titolo provvisorio)

Il passato trasformato in bianco, e poco più in là
l’amore, le ultime sbiadite parole la repubblica
dei bambini a Beirut, i disegni nella disperazione
di quale guerra? Sul divano, dimenticata l’identità,
ritrovarsi e con i guanti ancora trascinare brandelli
nella notte; dopo, qualcuno parlerà…Ma la madre grida e,
poi, dice che sono lettere i fiori e in fotografia i paesaggi:
lì vedi un Golan e le mani di sposa che lo impugnano,
altre mani – gli occhi a questa collina non li vedi
lavorare la pelle olivastra, ancora a quelle linee
ondulate del viso, poiché già si incontrano come gli anni
portati via, come se gli anni portassero via, ma non più lì,
più vicini, tornando a casa, distanti quanto grandi lampioni,
numeri muti tanto lontani quanto calcolati…Solo
potendo illuminare i crocevia vuoti, ridare vita da Ber Sheva
al deserto e sui camion scavare gialli ritorni
nei tragitti, i silenzi, le bandiere, la felicità
e i tracciati nell’aria sarebbero questa scintilla ingenua.

(14 febbraio 2005, ore 15.30 – esplosione a Beirut)

*

Christian Sinicco, giornalista e operatore culturale, nato a Trieste il 19 giugno 1975. È stato caporedattore di Fucine Mute Webmagazine (www.fucine.com). Nel 1999 fonda insieme ad altri poeti l’Associazione Culturale “Gli Ammutinati“, con i quali organizza e partecipa a numerosi reading e festival. E’ stato pubblicato in diverse antologie, tra le quali Gli Ammutinati (Italo Svevo, 2000); Ragioni e canoni del corpo (Ed. Asefi, 2001) a cura di Luciano Troisio; Il segreto delle fragole – agenda poetica (Lietocolle, 2003) a cura di Alessandro Broggi e Matteo Dentali; Simboli in versi (Ed. Quasar 2004) a cura di Giovanni Tuzet;  Di sale, sole e altre parole – La nuova generazione di poesia in Trieste (ZTT_EST, 2004; antologia bilingue italiano-sloveno) a cura di Roberto Dedenaro e di Marko Kravos, La coda della galassia (FaraEditore, 2005) a cura di Alessandro Ramberti; Folia sine nomine secunda (Marsilio, 2005) a cura di Cesare Ruffato e di Luciano Troisio. Il suo primo libro Passando per New York (Lietocollelibri – http://www.lietocolle.it/index.php?module=pncommerce&func=itemview&KID=1124988721140.105.48.199&IID=246, Collana Aretusa) con prefazione a cura di Cristina Benussi, è uscito nel 2005. È redattore di AbsolutePoetry http://www.absolutepoetry.org/. Archivia la sua attività nel blog mare del poema – http://maredelpoema.spaces.msn.com/PersonalSpace.aspx dove si possono trovare i link alle opere del suo spettro. Suoi testi sono in uscita nell’antologia Il volo del calabrone (Battello stampatore; prefazione di Aldo Nove e postfazione di Gabriele Frasca).
 

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