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Jonata Sabbioni parla del libro di Gabriele Gabbia, “La terra franata dei nomi”

 

 

 

La terra franata dei nomi

di Gabriele Gabbia

L’Arcolaio 2011

 UNA RECENSIONE DI JONATA SABBIONI

            L’estenuante complessità del reale contiene già in sé un’indicazione di poetica.

Il poeta sviluppa una sorta di adattamento alla frammentarietà del mondo e vi proietta la propria scomposizione. Egli deve scomporsi nitidamente, nei suoi elementi basici, per adeguarsi a ciò che vede. E solo successivamente può ricomporsi, attraverso l’ascolto, in un tratto intero (poesia e comporre hanno la stessa origine etimologica, poiesis).

            La pratica della scomposizione è particolarmente chiara a Gabriele Gabbia (Brescia, 1981) che al suo esordio (La terra franata dei nomi, L’Arcolaio 2011) ne fa prassi poetica e interiore.

La sua “meta-poesia”, la sua scrittura duplice o molteplice (plasticamente evidente attraverso il costante uso del corsivo), costruisce un messaggio che corre su in doppio binario: la destrutturazione del significante annuncia quella dell’io significato e la veicola all’analisi del reale.

È come se Gabbia intendesse edificare piani paralleli (se non sghembi) su cui poggiare se stesso come osservatore, prima ancora che il mondo osservato. Oppure circuiti involuti su cui far circolare le assenze-presenze del suo spazio emotivo.

Tale spazio è un’unità fragile. Si tratta di una dimensione ulteriore nostalgica ed evocativa, pronta a franare (la terra franata, appunto) e a ricomporsi senza tregua. In una lotta continua tra testimonianza dolorosa e ossessiva ricerca di senso. È in questo percorso di esplorazione, e racconto, che il corpo diviene centro e intorno. Luogo metaforico di distruzione e ricomposizione infinita.

La prima sezione del libro, Diatribe dal ventre, contiene un riferimento al nome (i nomi del titolo dell’opera) “che partecipa” e conosce la verità del dire, la sua vitale necessità. È una presenza che si ritrae e può sfuggire, ma mai essere dimenticata.

Nella prefazione al libro Mauro Germani sostiene che la scrittura di Gabbia “è dominata da una fisicità lacerata, da uno spasmodico contrasto che passa inevitabilmente dal corpo, dal suo paradosso di intimità e lontananza insieme, alla ricerca di una identità impossibile”. La separazione delle parti, che pure fanno il tutto, è un topos metaforico chiarissimo. La seconda sezione (la più estesa), infatti, si intitola Lacerti, corpi, lembi. Brani di nulla ed evoca l’immagine del corpo, soggetto poetico, alla deriva nel mondo, fuori del suo stesso sguardo. Il centro, l’”epicentro” della testimonianza, smette di essere fisico e si fa totalmente visivo, immateriale: come una trans-posizione dentro/fuori in cui “ogni possibile avvento” è “il divenire-incarnato di un calco”. La poesia di Gabbia è sofferta e sofferente. E ha un coraggio di sintesi così autentico da farsi, in certi passaggi, violento. I brani (letteralmente, a questo punto: i pezzi, i frammenti) sono brevi, quasi minimi. Eppure complessi, come in estensione: ogni verso che dà origine ad altri versi possibili. Anche il senso del destino, di ciò che è perché deve essere, viene declinato con precisa scansione e vigile memoria. Perché l’unico movimento, l’unica autentica dinamica, è quella che possiamo immaginare e mai compiere. In ogni tempo. Anche se “La perdita di tutto” fosse l’unico esito possibile, avremmo comunque “forse l’alba, d’un ultimo giorno”. Una sorta di scetticismo spirituale emerge a volte, nel silenzio di un disegno che “non ha colore” né contorni e che però trova rifugio ne “La parola /che scardina e rimuove /redime”. Una redenzione del pensiero si palesa, e del corpo, nell’estetica irraggiungibile eppure incombente: la bellezza (della ricerca, della parola, della misura delle cose) “non si possiede – / si contiene si contempla si lascia.

La terra franata dei nomi è un titolo incisivo. È un titolo fotografico poiché racconta di un’azione già avvenuta e, per questo, ineliminabile. Inappellabile. Però la poesia di Gabbia non è solo narrativa, come può essere una testimonianza, ma anche sensitiva. Ecco allora la nominazione (ancora il nome) della morte (della mente), dell’amore (come un “calvario”), del tempo che “si annuncia deserto”: siamo nella terza sezione, la penultima, dal titolo Spettri. In questa parte, l’autore sembra svelare, solo per pochi istanti, ciò che “sappiamo e non siamo”: non una vera e propria presa di posizione rispetto alle grandi tematiche esistenziali e ontologiche, quanto piuttosto un intermittente e angosciato pronunciamento su ciò che chiamiamo dolore e che spesso “Bisogna non dirsi” per sopravvivere (ma non per vivere!). La figura materna, chiamata più volte in causa, in alcune liriche proprio all’inizio, è un’ombra (uno spettro): la sua presenza lenitiva e religiosa (nel senso cristiano, crediamo) consente al poeta-soggetto un avvicinamento (o un riavvicinamento) al dolore per altre vie, meno dirette e più sostanziali, quasi espiatorie.

La quarta sezione, l’ultima, ha un titolo provocatorio e perentorio: Io. Gabbia, contrariamente a quanto si potrebbe credere, non parla della sua coscienza-esperienza. Ma alla coscienza-esistenza: se dall’io autentico e profondo muoviamo lo sguardo “nel moto del vero” abbiamo la speranza (l’illusione?) di lambire l’ “altro /da te che è in me”. Siamo allora dinnanzi alla poetica metafisica dell’ ascesa “Nello spazio condiviso” e dell’”atteso incontro”. Adesso sì molto oltre quei confini del corpo da cui eravamo partiti.

Nell’ultima notevolissima composizione, la numero LXIII (tutte le poesia seguono una numerazione progressiva, dall’inizio alla fine, a testimonianza dell’unicità del corpus poetico in quanto medium) l’attesa dell’ “ascolto /in ascesa” si fa scoperta di significato e soluzione nell’accettazione. Il rumore, quel rumore, quelle presenze sempre sul punto di abbattersi e franare, adesso possono abbattersi e franare: troveranno il loro posto, comunque, e tutto sarà immobile e tutto sarà il respiro di quei nomi (“Tutto/ era fermo, mentre tu, procedevi – /eri tutti”).

3 commenti (+add yours?)

  1. nestore22
    Feb 22, 2012 @ 16:16:56

    Aspetto l’autore, il prefatore, gli amici dell’uno e dell’altro. Apetto qui i cugini di entrambi gli autori e 36 dei miei parenti. Insomma, attendo folle inenarrabili, provenienti dai quattro punti cardinali.
    Chiedo troppo?
    Gianfrucco, l’editore innovatore della poesia italiana.

    Rispondi

  2. mauro germani
    Feb 23, 2012 @ 18:17:39

    Concordo con quanto ha scritto Gabriele. La lettura qui proposta è profonda e ben motivata…
    Sono lieto che il libro susciti interesse e apprezzamento.
    Un caro saluto a tutti
    Mauro Germani

    Rispondi

  3. nestore22
    Feb 23, 2012 @ 23:28:57

    Un grazie all’amico Mauro per averci onorato della sua visita.
    Un abbraccio dal tuo editore, mio caro autore!
    Gianfranco

    Rispondi

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