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SABATO, ALLA LIBRERIA TRAME, SI PRESENTA IL LIBRO DI VITTORIANO MASCIULLO, “DICEMBRE DALL’ALTO”

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VENERDI’ PROSSIMO, A PALAZZO DEL MONTE. C.SO GARIBALDI, A FORLI’, LA FONDAZIONE CARISP-FO PRESENTA IL NUOVO LIBRO DI MATTEO ZATTONI, “DEVIATI”.

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Matteo Zattoni presentala sua prima raccolta di racconti agli “Incontri a Palazzo”Venerdì 16 novembre alle 17 al Monte di Pietà di Forlì
Nuovo appuntamento,venerdì 16 novembre alle 17, al Palazzo del Monte di Pietà di Forlì, in corso Garibaldi, 45, con la rassegna “Incontri a Palazzo” dedicata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì a promuovere gli autori ed editori locali.
Protagonista dell’incontro di venerdì sarà Matteo Zattoni, poeta oramai affermato a livello nazionale (ha pubblicato, tra le altre, le due raccolte “Il nemico” nel 2003, 1° posto ex-aequo per l’opera prima al Premio «Giuseppe Giusti» e “L’estraneo bilanciato” nel 2009, 1° classificato assoluto al Premio «Tra Secchia e Panaro» 2010 e Premio Autore Giovane al Concorso «Guido Gozzano» 2009 ed ha vinto il Premio della Giuria Tecnica al «Premio Rimini» per la poesia giovane 2014) e collaboratore delle case editrici Crocetti e Zanichelli, che si misura per la prima volta con la forma narrativa breve del racconto con la raccolta “Deviati“, edita da L’Arcolaio di Forlì.
“Le storie affrontano la “devianza” nella sua ampia casistica- anticipa Enza Valpiani – anoressia, bullismo, crisi di identità, un brulicare di nevrosi, fino alla folle deriva di un dichiarato piacere di uccidere. L’autore ammanta tuttavia di un lessico incisivo e ispirato persino la dimensione cinica e violenta del delitto, delegittimandolo. I “demoni” moderni non hanno più, come nella letteratura russa di fine Ottocento, un legame ontologico con la religione, ma la scelta di un registro ironico assume la funzione di sfatare i falsi miti e i luoghi comuni, porgendo al percorso della sofferenza lo spiraglio di una non impossibile redenzione”.L’incontro, introdottto  dal saggista e narratore Paolo Cortesi, è ad ingresso libero fino all’esaurimento dei posti disponibili nella Sala Assemblee della Fondazione.

DOMANI, NELLA SEDE DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI FORLI’, PIERO MAZZUCCA PRESENTERA’ IL LIBRO “è BAL” DI NEVIO SPADONI

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Centro Culturale L’ORTICA Via Paradiso 4, 47121 Forlì – tel. 0543/092569

BIBLIOTECA “A. SAFFI” C.so della Repubblica 72, 47121 Forlì – Tel. 0543/712601-712608

 

            COMUNICATO STAMPA

            LA POESIA DEL DIALETTO

INCONTRI CULTURALI IN BIBLIOTECA “A. SAFFI” DI  FORLÌ

GIOVEDÌ 15 NOVEMBRE 2018 ore 16,30

  

 

GIOVEDÌ  15 NOVEMBRE 2018 alle  ore 16,30, per la rassegna “La poesia del dialetto”, dedicata in memoria al noto poeta Giovanni Nadiani, la Biblioteca Comunale A. Saffi di Forlì, in C.so della Repubblica n. 72, in collaborazione con il Centro Culturale “L’Ortica” di Forlì presenta l’opera del poeta dialettale ravennate Nevio Spadoni  è Bal (Ed. L’Arcolaio di Forlì)  con introduzione di Davide Argnani e presentazione di Piero Mazzucca.

NEVIO SPADONI è nato nel 1949 a S. Pietro in Vincoli e vive a  Ravenna  dove ha insegnato filosofia nel licei della città. Ha pubblicato varie raccolte di poesia in dialetto ravennate di cui si citano: “Par su cont/Per proprio conto”, “Al voi/Le voglie”,  “A caval dagli ór/A cavallo delle ore”, “I sgrafegn”, “Fiat luxE’ fat dla creazion” , “E’ bal”. Nel 2017 presso l’Editrice Il Ponte Vecchio di Cesena “Poesie” (1985-2017) è uscita l’opera omnia di tutta la sua produzione poetica. Vari suoi testi sono stati rappresentati nell’ambito di Ravenna Festival e “L’isola di Alcina” che ha debuttato al Teatro Goldoni di Venezia, in seguito è stata rappresentata in varie città italiane ed estere.

 

UN’USCITA E UN EVENTO IMPORTANTI. “FUGA DALLA PICCOLA ROMA”, DI Haji Jabir, IL VOLUME VERRA’ PRESENTATO IN PRIMA NAZIONALE A FORLI’, A CURA DELLA FONDAZIONE CARISP DELLA CITTA”.

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L’ultimo romanzo uscito per i tipi de L’arcolaio è un’opera dello scrittore eritreo Haji Jabir, (“Fuga dalla piccola Roma“), che venerdì prossimo sarà a Forlì, ospite della Fondazione della Cassa Dei Risparmi della città romagnola. Una storia, questa che andiamo a presentare, colma di impegno storico e rivoluzionario – le vicissitudini dell’Eritrea durante la lotta per l’indipendenza-. Nel cuore del progetto si agita anche una vicenda d’amore di grande delicatezza. La traduzione dall’arabo è opera dell’impeccabile Gassid Mohammed, il poeta e scrittore che, assieme alla puntuale Enza Valpiani, ha curato l’intero progetto.

GABRIELE ZANI RECENSISCE “UNA STAGIONE IN NIGERIA” DI STEFANO ZANOLI

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GABRIELE ZANI RECENSISCE “UNA STAGIONE IN NIGERIA” DI STEFANO ZANOLI

Articolo pubblicato sul blog FILOBUS 66

 

Stefano Zanoli, di Cesena, a Cesena insegna Matematica e Scienze in una Scuola Media e, sempre per l’ambito scolastico, ha redatto libri di scienze pubblicati da Le Monnier e A. Mondadori: tutto ciò in ragione degli studi compiuti presso l’Università di Bologna, che gli valsero, nel 1990, una laurea in Geologia.

D’altra natura, non precisamente “per le scuole”, anche se a mio avviso parimenti “utile” e “formativo”, è appena uscito Una stagione in Nigeria, per conto della benemerita casa editrice forlivese L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, senza comunque dimenticare che il libro fu prima stampato da una tipografia cesenate nel 2012, dunque in poche copie fuori commercio, evidentemente destinato in primo luogo agli amici. Ed è stata senza dubbio l’insistenza degli amici che ha convinto Stefano a uscire finalmente allo scoperto, ossia con un editore vero, vincendo le ritrosie e il connaturato riserbo che lo contraddistinguono. Ne è del resto una prova tangibile la lettera-prefazione dell’amico scrittore Luigi Riceputi, che compare in entrambe le edizioni, estratta dallo scambio epistolare che a suo tempo accompagnò la stesura dell’opera di Zanoli.

L’edizione “clandestina”, va detto, recava in ultima pagina la dicitura “Cesena, 2000-2005”, appunto il luogo e gli anni della stesura, che però ora nell’edizione “ufficiale” l’autore non ripropone, forse per uno scrupolo che a mio parere risulterebbe ingiustificato, dal momento che tra l’una e l’altra edizione non si scorgono che minimi e minimali ritocchi. Dico ingiustificato perché in questo libro le date hanno indubbiamente un loro peso, trattandosi della testimonianza di un’esperienza (lavorativa, come geologo, ma soprattutto extra lavorativa) realmente vissuta, in Nigeria, a Lagos, in un preciso arco di tempo, quattro mesi del 1996, tra aprile e luglio, quindi vent’anni fa, quando l’autore aveva giusto trent’anni. Inoltre, dalle suddette datazioni, veniamo a sapere che il libro non è stato scritto “in diretta”, bensì a una decina di anni di distanza dagli episodi narrati. E infatti chi avrà il piacere di leggerlo si accorgerà ben presto che non si tratta del tipico libro-sfogo di un esordiente, ma il libro di uno scrittore avvertito e dai molteplici registri espressivi, nonché di un fine lettore, come viene fuori dalle tante citazioni che vi circolano, più o meno esplicite, dagli amatissimi Melville e Conrad, Celine e Sereni. Per non parlare del titolo stesso, che non a caso rimanda all’Inferno del giovane Rimbaud, perché anche la Nigeria, per come la visse il ragazzo Zanoli fu davvero, in ogni senso, un inferno.

Qualche anno fa, allo scoccare della mia terza decade, ebbi l’occasione di dare una svolta importante alla mia vita; lasciare tutto per trasferirmi là dove, seppur vagamente, pensavo di poter trovare tutto e, forse, diventare un uomo adulto a pieno titolo; lasciare l’Europa, mondo immutabile e sicuro, per andare in Africa. Fu così che me ne andai a sbattere il muso in un risvolto ancor più doloroso del normale principio di realtà. Una sberla da rimanerne intontito, paralizzato nell’afasia d’un groviglio informe di parole, dentro una tempesta d’emozioni, impietrito e agitato allo stesso tempo; uno di quei momenti in cui la vita pare abbia preso una piega drammatica “irreversibile”, si sia come cristallizzata in una vibrazione monocorde, nella frequenza di un eterno presente, privo di futuro e orfano di un passato lontano.

[…]

A Lagos, ex-capitale amministrativa della Repubblica federale di Nigeria, la più grande città dell’Africa occidentale, megalopoli-formicaio del nuovo millennio, ci andavo per lavoro, convinto che, del resto, “lavorare” fosse il modo migliore per viaggiare. Viaggiare; e non “visitare”. Sì perché nella mia testa ronzante di quei giorni c’erano soprattutto motivi romantici, non tanto impellenti prosaici bisogni. Ragioni oscure non razionalizzate. Una irrequietezza radicata in anni felici in via di sbiadimento per caso andata a incontrarsi, nella matassa delle cause-effetto della vita, col filo contorto d’una “occasione di lavoro”.

GABRIELE ZANI 

 

UNA BUONA NOTIZIA: TORNA IN ARCOLAIO ANTONIO PIBIRI CON IL SUO NUOVO LIBRO, INTITOLATO, “IL PREZZO DELLA SPOSA”

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Con grande piacere vi annuncio la pubblicazione del secondo libro di Antonio Pibiri, “Il prezzo della sposa“. Il nostro poeta di Alghero si accreditò un buon successo di critica con il primo volume uscito per i nostri tipi; le recensioni piovvero numerose e proprio dagli specialisti della ricerca letteraria, come ad esempio Flavio Ermini e Giacomo Cerrai.

Per meglio comprendere l’evoluzione di Pibiri è bene leggere adesso il suo punto di vista, – breve esaustivo e convincente – sul progetto che oggi vado proponendovi.

Buona lettura!

“Il titolo vuole essere ambiguo, polisenso. C’è dentro l’Anima del Cantico dei Cantici e la difficoltà, parafrasando la Kristeva, di farsi, di generare una propria anima,
ma anche la minaccia continua dell’Essenziale da parte di un Mondo quasi interamente mercificato…”

***

Le poesie:

 

Un ventaglio di esitazioni.

I viali mandorlati, il portico.

Sangue rinvenuto tra le carte

o s’intuisce un fiore

di breve erudizione.

Giacometti spiegato da mio figlio.

L’Eternità a una data ora del giorno.

Febbre in viso. Il cigno colpito a morte

sulla spalliera di glicini.

Un negozio di ferramenta salpa

si allontana tra foglie d’acqua.

La luce con discrezione nel tempio calvinista.

Il cervellotico decapitarsi appena.

Torre di cavalli blu, sette palazzi celesti.

Le mansarde degli scrittori

sui giardini di Lussemburgo.

Ceneri: il bardo nel cimitero del Vermont.

Malgrado non sia teca il mondo fanne inventario,

per nenia, fumaio, poema…

 

**

Il mio corpo accelerato.

Sterilità di api operaie.

– Perché punti la tua scrittura?

Lì i nomi non entrano!

– Dove?

– Nella casa in fiamme e

poco più in là del

capanno per gli attrezzi,

nel frutteto d’oro…

**

Lei signor Copernico

capovolge le grammatiche,

perverte i termini del discorso.

 

Mi scrive di un sole mai sorto

e mai tramontato, un omino

che con ferocia artiglia a sé la terra.

 

Corre corre e  s’affretta dove sa

riapparirà in curva il giorno, poi fa tardi

rapito da insegne e nightclub.

 

Passeggero o passante Luxifer cade,

si rialza. La luce dipinta

sulla breve distanza.

**

Il ponte di legno è crollato

per mutarsi in barca,

un raggio d’acqua

in fiume.

È crollata anche la casa,

voleva scendere

più rapida delle scale

giù a piano terra,

ai cancelli – uscire

dalla promessa di piccole crudeltà.

Per questo è crollata.

**

Si accosta a noi una barca

il suo carico di neve

per l’inverno.

 

È bene. Le acque annottano.

È un bene

come tutto rema e fa spazio

tra voci di testa, romice,

vilucchi.

 

Sembra aspiri a una semiotica.

Non rimane.

 

Solo l’amore

sa

                       leggere.

 

 

 

 

 

 

GIANFRANCO MIRO GORI RECENSISCE “LA MATITA E IL MARE” DI LUCIANO BENINI SFORZA.

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Luciano Benini Sforza, La matita e il mare

Interventi di Gualtiero De Santi e Emanuele Palli

L’Arcolaio, Forlì, 2016, pp.118, Euro 12

 

Recensione di Gianfranco Miro Gori

Apparsa su LA PIE’

 

 

“Affiorano dall’acqua o dal nulla”. Così Luciano Benini Sforza in Intorno , “epigrafe” posta alla sua raccolta di poesie, La matita e il mare, svela la genesi dei suoi “punti fermi”. Emanuele Palli, a sua volta, nella postfazione afferma di percepire “un’atmosfera presocratica in cui sono gli elementi primordiali i protagonisti delle pagine” che recano i versi di Benini Sforza. Il quale, sempre in Intorno, aggiunge più oltre: “Non sono Prometeo o un cacciatore antico in una grotta, sono un insegnante con gli occhiali e ricordi o idee sulla fronte , come tanti”. Come a rimettere, anche con un tocco autoironico, la vicenda sulle proprie gambe e ricondurla a una dimensione per quanto possibile feriale. Eppure la scaturigine marina e la lettura del libro non possono non rinviarci ai poemi sulla natura degli antichi filosofi e in particolare a colui che ritrovò l’archè nell’acqua,

 

Talete di Mileto, ben noto a tutti coloro i quali hanno aperto almeno un manuale di filosofia. C’è poi il riferimento al nulla che, nella tradizione occidentale, rimanda ai sofisti, la cui fama è controversa grazie al loro principale nemico Platone, e in particolare a Gorgia e al suo celebre Intorno al non ente o intorno alla natura ove in brutale sintesi si afferma: nulla è, anche se fosse non sarebbe conoscibile, anche se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile.

Nella prefazione Gualtiero De Santi ci spiega che “’matita’ e ‘mare’ compongono un’endiadi”. Non solo: “La familiarità con il ‘mare’, con la sua luce (veicolo della confidenza con le persone , del rapporto con gli altri, con l’altro), crea tra l’autore e la propria materia un rapporto di analogia profonda, che ha finito per scavarne e ovviamente arricchirne la personalità poetica”.

Diviso in tre sezioni, La matita e il mare, ci accompagna in un

viaggio tra, con e accanto all’acqua marina denso di suggestione e di emozio-ne.

Mi piace concludere coi seguenti versi da Oltre le ciglia: “Ero aria, vento, / un legno spiaggiato a riva, / una passante colpita / come una foglia di biancospino / o un petalo soffiato da una burrasca sopra il mare”.

 

Gianfranco Miro Gori

 

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