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GIANNI MONTIERI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI VITO BONITO, “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA”, NELLA COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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GIANNI MONTIERI SI SOFFERMA SULL’ULTIMO LIBRO DI VITO BONITO:

DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA

NELLA COLLANA PHI DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA E DIEGO CONTICELLO.

ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG MINIMA & MORALIA, PER LA RUBRICA “I CORDONI DELLA POESIA”.

Come si porta la memoria collettiva dentro un testo poetico? Come si può offrire una visione nuova a una narrazione storica e centrale per la vita del nostro paese? Probabilmente lo si può fare solo ridistribuendo il fatto andato e storicizzato sotto una nuova luce che fa parlare le voci che in quel fatto stavano. Lo si può fare soltanto attraverso la sottrazione, lo scarto minimo che la poesia del bravissimo Vito Bonito sempre concede. La sua scrittura sta sempre tra il sospeso e la fiaba, tra l’accaduto e il divenire, viene da un tempo (e da un mondo capovolto) che non può essere raccontato in frammenti regolari perché regolare non è, e allora pure la memoria, addirittura la cronaca, vanno reinventate in un non luogo, un non spazio di voci sovrapposte, nei quali il poeta conserva lo sguardo del bambino che prova a disegnare su un foglio seduto nei banchi di scuola.

Bonito ha un talento eccezionale, ha fantasia, manovra la regola, ma – esattamente come Bordini – sa come rinunciarvi. Le poesie del suo libro più recente Di non saper infine a memoria (L’Arcolaio 2021) inventano un mondo di fantasmi e stupore per scavare in un biennio quello che va dal 1978 al 1980, due anni che hanno segnato le sorti dell’Italia, due anni che sono cominciati con il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro e della sua scorta e che si chiudono con l’omicidio di Walter Tobagi. Come lo metti il cadavere di Moro in una poesia? Come ce li metti i suoi rapitori? Ce li metti vivi e come da dentro un sogno li fai parlare e sovrapporre. Bonito non pretende la cronologia, la cronaca, non s’arroga il diritto di far memoria fedele, solo quello di fare poesia, mettendo a volte a fuoco e altre fuori fuoco due eventi che, come spiega in una nota al libro, gli tornano sempre in mente nei momenti più disparati. Nel libro ci sono dei testi in corsivo, quelle sono le voci di Moro e Tobagi. Una poesia significativa e che mi piace molto dice:

ogni cosa è finita

di andarsene è l’ora

la vittima è luminosa

il nuovo

non è mai arrivato

Il testo lo leggiamo nella prima parte della raccolta, è preparatorio al resto, è preliminare agli scambi tra Moro e i brigatisti, alla voce di Walter Tobagi, ma è importante perché mostra con chiarezza il lavoro pulitissimo e delicato di Bonito, il suo stare dentro la storia e decidere di osservarla da ogni punto di vista. Questo gli consente, con la preveggenza della poesia di andare a vedere nella progettualità dei terroristi gli albori del fallimento e il suo concretizzarsi nel nuovo che non è mai arrivato, perché forse non poteva, non era nemmeno nuovo, fatto sta che in questi pochi versi, solo una cosa è luminosa: la vittima. A quel punto non è più una vittima ma una conseguenza che risplende e oscura il disegno delle brigate rosse.

La poesia può tanto e può poco, qui pur non volendo fare storia, né distribuire giudizi, ma ricostruire un tempo bambino andato e perduto, un tempo in cui il ricordo di una partita di pallone compare con la stessa frequenza del cadavere di Moro, tenero e piccolissimo nel bagagliaio dell’auto. La poesia può illuminarci e porci davanti a una cosa vecchia con in mano una lampada nuova. Perciò, leggendo, ci pare di ritrovarci nel covo delle BR tra i rapitori e Moro, i loro volti che si sovrappongono, i dialoghi che sono colmi di dubbi, leggere nelle parole degli uni e dell’altro la speranza che svanisce, che scema, ci pare di sentire la voce di Walter Tobagi, o vediamo solo il ricordo di nostro padre che ce lo racconta. Ci pare, infine, perché è il segreto della poesia di Bonito, di vedere molte altre cose che hanno a che fare con la nostra infanzia, perché è bene non dimenticarlo, mentre ammazzavano Moro noi stavamo giocando, quel giorno, il giorno dopo, le settimane successive.

GIANNI MONTIERI

SIMONETTA SAMBIASE RECENSISCE “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI.

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Ripiegare i giorni addietro. Opera incerta di Anna Maria Curci.

PUBBLICATO IL 16 LUGLIO 2021 SUL BLOG GOLEM FEMMINA

opera incerta

Mentre qui aspetto

mi si accosta il silenzio

e suggerisce

Anna Maria Curci

Dell’opus incertum ne abbiamo traccia ovunque: sotto i nostri piedi, accanto al nostro cammino, lungo le grandi strade che da Roma portano fino alla fine del mare del Nord. Dell’opus incertum, in arte, ne abbiamo studiato presto la solida architettura, destinata nei secoli a chiudere i nemici oltre i muri, oltre il vallo e ugualmente scelto a sostenere sulle sue spalle le volte degli archi, aperti spazi del cielo fra le mura. Incertum. Incerto. Non per antifrasi ma per diversità di materiali che lo compongono, per diversità di forme che lo stratificano. Amalgama di forme e di materiali: la diversità come valore, come regola per resistere ed esistere nel dettato della poesia della vita “con miglior corso e con miglior stella” come indicato da Dante.

La sinestia con la poesia dell’opus incertum è presentata alle arti dalla raccolta Opera incerta, di Anna maria Curci, e il testo ti tocca dal profondo.

Con gran talento, nel dipanarsi dei versi, “Passa il tempo impunito/e sparge sale, ma non lo vediamo.”, e la poesia “racchiude il ricordo/e non rinnega”.

Il testo scioglie e coagula un conglomerato di masse e frammenti confitti nell’ammasso ancor fresco del nucleo dell’evocazione, architettura tenace, resistente ai secoli, che “più degli omissis” teme” le omissioni/le sommosse mancate contro l’inanità”. Si mostra agli occhi della poesia, poesia di cui non possiamo fare a meno. Essa è l’ossatura delle nostre strade antiche, l’idea da dove siamo partiti per trovare radici sicure che ci proteggessero dall’ordinario, dall’insensibile.

Poesia a cui chiediamo l’esperienza e l’evocazione, l’indagine e il sogno, la sommossa e il prodigio, la memoria e il riso d’amore (che “non è mai peccato”). Chiediamo all’opus incerto, all’Opera incerta, di permetterci di “leggere versi all’alba/salutar maestri/nel vento freddo/dell’oscuramento” e l’autrice, che “conosce” e “racconta”, ci porta nel posto dove accadono le esperienze, dove la storia, ogni storia qui evocata, è stata straordinaria e la poesia, opera incerta, ha messo insieme ogni elemento diseguale, ha avuto la voce aperta.

Opera incerta, opera totale, opera di valore.

Consapevole della “musica della pazienza”, l’Opera attrae e invita. Mnemosyne regge, apparendo fin dall’esergo joyciano in cui l’invocazione al passato è la guida, la sfida dell’es e dei verbi che esortano al viaggio. L’autrice è la barcaiola, e la sua barca non ha vele (le vele sono suddite dell’inaffidabile vento) ma remi. Remi che portano da una sponda all’altro del viaggio, seguendo l’appoggio delle strofe, il perimetro dei distici e dei versi liberi, la linea dei baci delle rime e dei landay, i piedi della metrica classica e gli imperativi dei verbi.

Conducono gli anni, che lungamente hanno formato la raccolta. La vita ne scorre dentro come la storia, tópoi della sconfinata cultura dell’autrice, costruzione costante all’interno e fuori le mura del libro, dove “sciama la misericordia”, poiché il cuore umano “resiste a tutto” (come scrive Felicita Hoppe) tranne al fumo dei roghi e dell’inanità. “Chi ha più spesso occasione di sentire che gli viene fatto del male è proprio chi è meno capace di parlare” scrive Simone Wail, e la poesia spalanca quel silenzio. La storia è ombra che chiede luce e la poesia è pietra d’inciampo, ha l’esperienza del ricordo. Dove passa la gloria del mondo la poesia di Opera incerta ci dona il suo valore, le sue pieghe e i suoi varchi di luce. “Lo slancio riconosco,\la luce tende braccia\non si fa definire”. Brucia sul rogo il cuore di Giovanna e i figli sono cresciuti fra un film di Fassbinder e uno di Von Trotta imparando la lingua dei sogni e restituendola indietro. La porta di Ištar è chiusa, eppure da lì partono i nuovi dannati dei viaggi della speranza migrante, mentre ancora sulla Terra sussultano le voci dell’inferno, fra Dante e Sartre, Birkenau e la stazione centrale di Bologna.

Il ricordo è il dovere della cultura, il suo punto di domanda.

Ma è il cuore che conduce. E il cuore dell’Opera ha un ritmo raffinato. Un azzurro Erlebnis continuamente si sovrappone al tempo ed interseca la linea della storia. L’azzurro che “fiorisce nella testa” è l’alta volta sulle spalle del muro incerto, che accompagna ogni pagina e solleva dalla fatica del tempo e della storia, in un dialogo per frammenti e dolcezze che nel silenzio cerca la grazia fra il mondo e l’interiorità “Così va azzurro l’oggi/non cerco altre parole. /Si affacciano discrete/ se offrono riparo./ Sui sentieri interrotti/non portano salvezza/rebberciare non sanno. /Duetta l’ombra con la luce”. Il moto dolce e paziente, costruito ed emerso al di là di ogni male patito è lo spazio assoluto in cui la poesia si relaziona. Traccia la mappa della salvezza. “Nei giorni di canicola e di merla” tutti gli affetti sono stati custoditi. E amati. “Il tuo sorriso mi è venuto incontro”. L’affezione, contrario vocabolo della vacuità, è stato riparo e protezione. E coscienza. E poesia, opera incerta.

Tre poesie da Opera Incerta

di Anna Maria Curci

opera incerta

*

Per Ziggy Stardust

È la sera di un giorno nella storia,

vita e dolore come sempre a braccetto.

Né mai più scorderò la quinta ora:

Alla lavagna le note su Goethe

e il suo Prometeo spaccone

Allacciato alla strofa finale

di Space Oddity, lì trascritta da loro,

più giovani di me di quarant’anni,

adesso in quarta, che dicono:

“Ora può cancellare, prof, se vuole”.

No, non voglio, no, non vogliamo.

Here are we floating, her schwebwn wir,

Major Tom, Far Above the Moon,

weit über den Mond.

Distrazione

“Chi legge non s’accorge” e forse

allaga e allarga il fossato.

Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono,

si ferma, punta il dito: dici a me?

Ma la pazienza di aspettar risposte

il cocchiere la lascia ad ogni tappa

di quel viaggio normale e accidentato.

I venti magri sono ignoti a molti.

*

Traducendo “Sic transit gloria mundi” di Czechowski

Lo struggimento mi lascio alle spalle,

percorro la mia strada nella storia.

La lama che mi pende sulla testa

non separa colpevoli e innocenti,

l’alba del giorno una sollevazione

contro speranze dalla voce querula.

Tutto è stato detto? Non lo so.

Più degli omissis temo le omissioni,

le sommosse mancate contro l’inanità.

Anna Maria Curci è nata a Roma nel 1960. Insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. E’ nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticorenzo” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler, di Hilde Domin e i romanzi Johanna e Pigafetta, (di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe, tutti editi da Del Vecchio.

Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marciapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca 2019).

Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del Lit-blog “Poetarum Silva”.

SIMONETTA SAMBIASE

ESCE QUEST’OGGI IL LIBRO DI MEZZA ESTATE E DI INTERO RICHIAMO. SI TRATTA DI “VIVI NELLA PAROLA”, UNA CARRELLATA DI SCHEDE CRITICHE E BIO-BIBLIOGRAFICHE DEI POETI ROMAGNOLI IN LINGUA E IN DIALETTO – NON PIU’ VIVENTI -. HANNO CURATO QUESTA BELLA ANTOLOGIA NEVIO SPADONI E FABIO PAGANI. IL VOLUME E’ ANCHE CORREDATO DELLE FOTO DEI SEPOLCRI DEI POETI INSERITI NELLA PUBBLICAZIONE.

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Il momento del passaggio rappresenta un topos letterario di sicuro impatto. In questa antologia lo si è voluto affrontare in maniera particolare, partendo da un ricco corredo fotografico inerente le tombe dei poeti romagnoli ed evidenziando come detti scrittori abbiano saputo trattare il tema della fine.

(F. P.)

Nota introduttiva degli autori

     Il tema della morte, molto spesso descritto nella vasta pro­duzione italiana e straniera, rappresenta un topos letterario di sicuro impatto. In questa antologia, lo si è voluto affrontare in maniera particolare, partendo da un ricco corredo fotogra­fico inerente le tombe dei poeti romagnoli ed evidenziando come detti scrittori abbiano saputo trattare il tema del passag­gio. La ratio dell’opera, quindi, segue una linea che prende in considerazione alcuni versi e frammenti, li analizza e conte­stualizza nella poetica di riferimento e li esamina con note cri­tiche. Si è pensato di proporre non le poesie complete, in quanto già fruibili in altri testi, ma di offrire al lettore spunti e idee da cui partire per approfondire gli autori e per stimolarne la visita dei sepolcri. L’antologia affronta sia la produzione in vernacolo che quella in lingua e comprende quei poeti della nostra terraconsiderati più significativi e dalla critica e dai cu­ratori stessi. Si è partiti da Guerrini e da Pascoli, colonne por­tanti della nostra letteratura in volgare e in italiano.

     I poeti romagnoli hanno avuto la capacità di inserirsi pie­namente nel contesto culturale della loro epoca, cogliendone il senso più profondo, autentico. Hanno saputo giocare con la morte, dissacrandola, o illudendosi di poterla soggiogare; op­pure ne sono stati vittime consapevoli, inermi, incapaci di sfi­darla, di guardarla negli occhi. Altre volte l’hanno considerata l’unica via di salvezza alla loro difficile e tormentata esi­stenza, come si evince, ad esempio, da un autore quale il lu­ghese Lino Guerra.

     Con questo lavoro, quindi, si è cercato di organizzare un viaggio ideale che, partendo dalla fotografia delle tombe, porti a conoscere il pensiero e le relative inquietudini di questi scrit­tori sulla morte, percorrendo, con delicatezz

rispetto, i sen­tieri metrici e semantici insiti nelle loro poesie.

Nevio Spadoni

Fabio Pagani


DUE SCHEDE

Dino Campana

Nato a Marradi il 20 agosto 1885, sin da ragazzo è vittima di violente scosse psichiche che lo portano a maturare, negli anni, un forte furore espressionistico. Nel 1914, non senza travagli, pubblica i “Canti orfici”, le cui copie cerca di vendere per le strade e nei caffè. Conduce un’esistenza da vagabondo, tenta di arruolarsi nelle milizie italiane impegnate nella prima guerra mondiale, ma viene riformato. Nel gennaio del 1918 è rinchiuso in manicomio, nei pressi di Firenze, dove muore il 1° marzo 1932.

Campana può ri­coprire senz’altro il ruolo di “poeta male­detto”, anche se sotto forme e modi diversi dai suoi colleghi di fine Ottocento. La poesia di Campana punta a sconvolgere, a fulminare le co­scienze di chi legge, a generare violente scosse emotive, allu­cinazioni, saette incandescenti che accendono lo sfondo, not­turno e cupo, della realtà.

Il tema della morte si lega, a nostro giudizio, a doppio filo a quello dell’amore, in particolare alla forte passione del poeta per Sibilla Aleramo: l’angoscia e la paura di morire, infatti, Campana cerca di superarle buttandosi completamente tra le braccia calde dell’amata. Leggiamo da “In un momento”:

            Abbiamo trovato delle rose
            Erano le sue rose erano le mie rose
            Questo viaggio chiamavamo amore
            Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
            Che brillavano un momento al sole del mattino
            Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
            Le rose che non erano le nostre rose
            Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.

La donna, in una lettera datata 28 febbraio 1917, risponde così al poeta:

“Dino, io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più. Dino, e il dolore non importa, e non importa la morte. Io sono già fuori della vita, anche se piango ancora. Dino, fa di salvare nella tua anima il ricordo del nostro amore, poi che non hai saputo vo­ler salvare l’amore nella vita, fa di portarlo nell’eternità com’io lo porterò!”.

Amore e morte, quindi, si mescolano completamente ed emergono, oltre a ciò, simboli mitici, nascosti nel profondo dello spirito, che richiamano eterne figure a guardia dell’insta­bile equilibrio della vita e dell’universo, come “La Chimera”, molto cara a Campana:

            Non so se la fiamma pallida
            Fu dei capelli il vivente
            Segno del suo pallore,
            Non so se fu un dolce vapore,
            Dolce sul mio dolore,
            Sorriso di un volto notturno.

Ci pare interessante citare gli ultimi versi dei “Canti orfici”: sono scritti in inglese e consistono nella rielaborazione del pensiero di Walt Whitman, “Song of myself”, in cui si preannun­cia la morte del poeta, intesa come l’assassinio di un inno­cente.

            They were all torn and covered with the boy’s blood.

            Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo.

Campana, con i suoi deliri, compone l’idea del sacrificio vio­lento, nel quale il fanciullo, vale a dire se stesso, innocente, indifeso, viene posto sull’altare sacrificale. Un verso, quello ripreso dall’opera di Whitman, certamente autobiografico in quanto il nostro aveva pagato duramente con il disprezzo per l’internamento in manicomio l’aver sfiorato i più intimi segreti dell’uomo.

In una lettera scritta ad Emilio Cecchi, Campana firma il pro­prio testamento spirituale, sempre citando l’americano Whit­man: “Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me, la prego di non dimenticare le ultime parole del mio libro: They were all torn and cover’ d with the boy’s blood”. (Essi erano tutti av­volti e coperti con il sangue del fanciullo).

Carmelo Bene, fra i migliori interpreti della lirica di Cam­pana, era solito dire: “Egli è morto dopo quarant’anni di ma­nico­mio”. Un giorno uno spettatore gli disse: “Scusi, Mae­stro, ma Campana in manicomio è stato solo 14 anni, dal 1918 al 1932, quando morì”. La risposta di Bene fu netta: “No, no, furono proprio quarant’anni”.

Aldo Spallicci

Nato a Santa Croce di Bertinoro nel 1886, muore a Premil­cuore nel 1973. Medico pediatra, uomo politico, deputato dopo la guerra alla costituente, ha fatto l’esperienza del con­fine e del carcere perché mazziniano antifascista. Umanista di vasta cultura, ha dato il meglio della sua attività alla Romagna facen­dosi animatore degli studi folklorici, letterari e storici, prima con la rivista “Il Plaustro” (1911–1914), poi con “La Piê”, fon­data nel 1920 insieme col poeta Antonio Beltramelli e il musi­co­logo Francesco Balilla Pratella, che musicò diverse sue liri­che. Spallicci è sepolto nel cimitero di Santa Maria Nuova Spallicci, comune di Bertinoro.

Caratteristiche della sua poetica sono la vita vissuta come do­vere, secondo l’etica mazziniana, dove la poesia è sentita come fede e missione civile. Egli inaugura una nuova fase nella poe­sia, specie romagnola e in dialetto, liberandola dal genere sati­rico – ridanciano di matrice ottocentesca e portandola su vette di puro lirismo. Troviamo, inoltre, nelle sue liriche ricchezza e complessità di ispirazione: ora corali, tese a recu­perare una antropologia regionale e proiettata verso una di­mensione universale, rigorosamente laica anche se intrisa di spiritualità. Si parla, infatti, di “panismo spallicciano”e tre sono i filoni della sua poesia: la natura, le passioni umane, la presenza del divino nella natura (“il mio Dio”). Alla tematica georgico – naturalistica sono riconducibili l’idillio campestre ricco di quelle “pure sensazioni” che suscitarono l’ammira­zione di Attilio Momigliano. E Pier Paolo Pasolini vide nello Spallicci “idillico” il miglior poeta, sotto l’influsso certamente del Pascoli di “Myricae” e dei “Canti di Castelvecchio”, anche se Spal­licci si distacca dal pessimismo pascoliano. Sotto il profilo me­trico il poeta si è mantenuto a lungo fedele allo schema del sonetto, ma a partire dagli anni Trenta ha optato per differenti soluzioni metriche. Fra i temi trattati, non poteva mancare la riflessione sulla morte. Da “I mi murt”:

            Guai a pianzar e guai a e prem singiòz,

            u n’um pìis che al mi rob al vega in piàza

            e e mi guai a me tegn in te gargòz.

            Guai a piangere e guai ai primi singhiozzi,

            non mi piace che i fatti miei li conoscano tutti

            e i miei problemi li tengo in gola.

Da “Un’òmbra sulitêria”:

            vos runchêdi di murt

            vos freschi da babìn,

            vos ch’al dvén da luntan,

            ch’agli è de’ mond da jìr

            ch’agli è de’ mond ad dmàn.

            Cl’ombra… L’è e’ mi pinsìr.

            voci rauche di morti

            voci fresche di bimbi,

            voci che provengono di lontano,

            che sono del mondo di ieri

            che sono del mondo di domani.

            Quell’ombra… È il mio pensiero.

Il ricordo del passato si fonde con il pensiero del presente e genera un legame ideale che non si spezza. È malinconico, fa parte dell’essenza più intima dell’uomo – poeta: quell’ombra, come scrive Spallicci, copre il ricordo di più vite, di più voci, di più case.



GERARDO IANDOLI RECENSISCE “LE ORE DEL TERRORE” DEL NOSTRO SIMONE CONSORTI.

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30 MAGGIO 2021|IN UNIVERSO POESIA|DI GERARDO IANDOLI

Registrare ogni piccola ruga

la poesia al tempo dei social network

Grazie ai social network, si potrebbe dire che è stato democratizzato quel processo di mitizzazione che da sempre coinvolge e sconvolge le identità delle stelle dello spettacolo. In sostanza tutti, oggi, possono avere una doppia identità: quella intima, confinata nel piccolo circolo dei parenti e degli amici più stretti, e quella pubblica, con cui farsi conoscere e allargare la propria cerchia di contatti. Il mondo dei poeti sfrutta ampiamente gli strumenti di soggettivazione dei social network per forgiare la propria identità poetica: secondo la mia proposta, si potrebbe parlare di brandizzazione del poeta contemporaneo.

Il mondo dei social, strutturato principalmente per immagini, induce il poeta a dare particolare attenzione alla dimensione visiva del proprio personaggio. Non solo si diffonde sempre più la pratica di affiancare foto e disegni alle proprie poesie, ma si osserva anche una larga diffusione di foto particolarmente curate di poeti. È in quest’ultimo aspetto che riconosco la brandizzazione del poeta: attraverso un uso consapevole della propria immagine corporea, il poeta si mostra al mondo virtuale e usa alcune posture, se non proprio alcune fotografie, come proprio marchio.

Prim’ancora di raggiungere una coesione nel piano della scrittura, il poeta social ottiene una coerenza visiva: ogni parola diventa allora un segno che rinvia al suo volto/marchio. L’immagine della voce poetica è ormai troppo astratta: bisogna fissare una bocca, un volto, un corpo dal quale quella voce scaturisce per poter partecipare alla nuova dimensione poetica che naviga sui social. La stessa raccolta poetica non è più lo strumento per dare una struttura organica al proprio fare poetico, ma un archivio in cui registrare quanto già fatto nel mondo dei social attraverso il proprio corpo poetico.

Ma cosa si cela dietro tutto questo? Per rispondere a questa domanda, credo sia opportuno partire da una poesia di Simone Consorti, dal titolo Facce, presente nella sua raccolta Le ore del terrore:

Facce incredibili

modellate dal freddo e dal vento

dall’età dalla vodka

e da qualche turbamento

Le guardo cambiare allo specchio

senza fare alcun commento

né una fotografia

Uso la macchina

solo per coprire la mia

Il volto/marchio è un volto luminoso. Nonostante faccia parte di questo mondo, si mostra come mitico, come appartenente a un tempo altro non cronologicamente definibile, così come il mondo virtuale che è dentro al nostro, ma sembra vivere in maniera indipendente. Ma i volti degli esseri umani sono martoriati dall’esistenza, non sono mai uguali a se stessi, ma vengono modellati dalla semplice fisica (il freddo e il vento), dalla ricerca del piacere (la vodka), dall’angoscia esistenziale (i turbamenti) o dal semplice, ma inesorabile, passare del tempo (l’età). Il volto è il cambiamento stesso, se lo si osserva per quello che è, senza descriverlo (il commento) o immortalarlo (la fotografia). Lo specchio, da produttore di doppi angoscianti per l’io, qui è, al contrario, lo strumento per ristabilire un contatto col proprio volto naturale, senza più il filtro della macchina, dietro la quale nascondere la propria faccia, così come fa l’io della poesia appena letta. Questi volti che mutano sono incredibili perché si è così abituati a guardarsi attraverso la macchina da non credere più all’esistenza della carne che lentamente s’increspa.

Tra le varie possibilità dello strumento social network, il mondo poetico contemporaneo sembra avere preferito sfruttare la sua capacità di virilizzazione: l’identità poetica, una volta costruita, si ripete e si diffonde all’infinito nel mondo virtuale. Il poeta/star, il poeta/mito è il corpo glorioso su cui si possono scrivere mille storie, proprio come accadeva per gli eroi della tragedia greca, senza che il nucleo della sua identità venga scalfito in maniera sostanziale. Invece, qui si propone di orientare l’attenzione su un’altra forza dei social: la loro straordinaria capacità di registrare gli attimi. Oggi ogni evento diventa documento e anche l’effimero viene registrato come se fosse qualcosa di importante.

Il poeta, quindi, potrebbe puntare sulla capacità di registrare ogni piccola ruga del proprio volto, ogni minima incrinatura nella propria voce. Forse l’idea stessa di libro poetico, come aggregatore di testi coerenti e coesi, va ripensata, per potersi aprire a questa capacità grandiosa dell’oggi di registrare il reale. Forse, quell’assoluto a cui spesso la poesia tende non va più ricercato negli sguardi cosmici, ma nella microfisica del reale, nell’osservazione delle crepe nel loro farsi. Affinché queste ultime non si trasformino in baratri in cui l’io e lo stesso mondo vengono inghiottiti.

Simone Consorti, Le ore del terrore, Forlimpopoli, L’Arcolaio, 2017.

UN NUOVO AUTORE ENTRA IN CASA ARCOLAIO. E’ IL ROMANO FLAVIO FERRARO CON IL SUO LIBRO “IL SILENZIO DEGLI ORACOLI”

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Una nuova entrata per la casa editrice L’arcolaio. E’ Flavio Ferraro, romano, classe 1984, poeta, saggista e studioso di dottrine metafisiche. Ha pubblicato diversi libri di versi: “Sulla soglia oscura” (2010); “Da un estremo margine“, (2012); “La direzione del tramonto“, (2013); “La luce immutabile“, 2019; “La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione“, 2019.

Antonio Devicienti ci fornirà una felice chiave di lettura a questo nostro corposo volume, che, in definitiva, raccoglie tutte le opere sopra menzionate.

Vi auguriamo una buona consultazione.


Nello spazio e nel tempo del poema (uno scritto)

S’immagini il bianco della pagina quale tempo eternamente presente e an­chequale spazio, vastissimo e bianco, dentro il quale cercare direzioni e tracciare sentieri tramite la lingua–scrittura: ecco una prima caratterizza­zione dei libri in poesia di Flavio Ferraro.

Non si tratta di “libri sapienziali” o “di ricerca interiore”, ma li si legga (ed ecco una seconda caratterizzazione) quali esplo­razioni delle possibilità che ha la mente, a mezzo della scrittu­ra in poesia, di elevarsi oltre i fre­quenti stati di prostrazione e di banalità quotidiana cui viene costretta dai molteplici ob­blighi di carattere lavorativo, economico, pratico in senso la­to. L’esplorazione del bianco della pagina–spazio genera la scrittura, è scrittura–mentre–si–fa–e–mentre–si–muove.

Accade così che, appunto nell’intatto bianco della pagina e nel tempo ne­cessariamente e naturalmente sospeso della scrittura, la mente esplori le direzioni che si aprono al suo sguardo (terza caratterizzazione: la poesia di Ferraro è sguar­do). È questo il motivo per cui la luce polarizza sempre, in­sieme con il silenzio,lo spasmodico dirigersi, orientarsi, ruota­re del­lo sguardo; è luce cercata, desiderata, capace d’inter-rogare la mente, di provocarne la crisi conosciti­va che sola può per­mettere il progresso del pensiero il quale attra­versa so­glie e porte, tocca margini e buio, il quale va esperendo mondi, deser­ti, giar­dini, acque, direzioni differenti e anche opposte e, do­vendo esprimersi tramite la parola poetica, fa esperienza pu­re del silenzio, dal silenzio im­para modulazioni e ritmi, col si­lenzio dialoga e di esso si nutre.

Ma non sono, queste pagine in poesia, né diario di esperien­ze interiori, né descrizioni di stati della coscienza, bensì il far­si stesso di quelle espe­rienze le quali, si faccia molta atten­zione, vengono a essere esplorazioni del pensiero capaci di toccare e muovere il sentimento – un sentimento dell’immagina-zione scriveva Fernando Pessoa nel Libro dell’inquietudine e im­maginare significa, nella pagina–tempo–e–spazio di Flavio Ferraro, pensa­re tramite una lingua della poesia precisissima e sempre consapevole di sé, dal taglio diamantino e dall’ar-chitettura musicale – è musica del respi­ro e del battito car-diaco, perché questo pensiero che cerca dire­zioni e sentie­ri parte sempre dal corpo e mai dimentica la propria terre­strità.

Questa quarta caratterizzazione dell’immaginare dice, infatti, di una poesia che proprio nel suo stare e muoversi in luoghi e per luoghi riassumendo in sé ogni possibile frazione del tempo rimane fedele alle proprie stesse ragioni che sono quelle del pensiero non freddamente speculativo, ma calda­mente visionario, non raziocinante, ma fantasticante e in­stancabil­mente in movimento.

Antonio Devicienti


Alcune poesie:

Da Un estremo margine

io rendo polvere alla pietra.

Così fa il mare; così dona

vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre

trascolora: e tu, cui un’onda chiara

levigò il respiro, tra i flutti

ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,

che più non può tardare

**

l’albero, che nessuna fonte

nutrì; nato da sé, fonte

lui stesso: l’albero neve.

Dai rami nudi, rivolti

verso il cielo; e le radici,

fin dentro la terra.

Per sollevarla

**

Da La direzione del tramonto

Luce che mi è segreta

se non tramonta; e dove porta

mi chiedi, dove scompare

a chiudere dintorno a cingere

lo spazio dei miraggi.

Estrema parvenza d’increato,

guarda come tutto è preso

in un abbaglio: raggiunto

da uno stesso esilio,

senza discernere i colori.

Bianco su bianco, sempre,

e nonostante tutto andare.

**

Allievi di molto morire

– nostra unica sapienza –

a volte sembriamo rocce

intente a risalire il fiume

dell’estate.

Ma non siamo come i semi

che sprofondano e poi

s’inverano fedeli apparizioni,

non abbiamo (siate chiare,

mie parole) questa costanza

del ritorno.

Aurora di ogni vigilia,

sposa a lungo cercata

tra le tenebre, rompere

un vaso e poi indovinarne

la forma – sarà questo,

scendere nel buio.

**

Da La luce immutabile

Seguitano a cantare,

anacronistici insetti:

tra le spighe

intempestive, affranti,

calcano la scena

per l’ultimo concerto.

Spettatore distratto

chiedo venia,

qual era l’adagio?

Sappiate – a suo tempo –

assecondare il tramonto.

**

Mi fanno visita talvolta,

impervi messaggeri,

come acqua di torrente

che smemori in dirupi.

Recano notizie di golfi spettrali

nere corolle incerti confini,

roba da poco insomma –

come sempre,

tutto sperduto nella luce.

**

Ho voluto consacrarmi

a un Fuoco eterno:

e questo con parole,

come se dire fosse

ancora vedere

e il divino l’oltrequi,

ascoso – aperto.

“Come in alto

così in basso”5

oh Tu che porti

a compimento.

**


ESCE QUEST’OGGI IL LIBRO POSTUMO DEL POETA CALABRESE CARLO CIPPARRONE. IL TITOLO E’: “CROCEVIA DEL FUTURO”, LA EFFICACE CURATELA LA DOBBIAMO A SAVERIO BAFARO.

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Carlo Cipparrone è mancato nel 2018, dopo lunga malattia. Il conterraneo, giovane intellettuale Saverio Bafaro, ha creduto, unitamente alla famiglia del poeta, di curate una pubblicazione contenente i versi ancora inediti ricevuti dalla moglie di Carlo. Bafaro, poeta anch’egli, ha scelto con sensibilità un corredo di testi molto rappresentativi del collega scomparso. Ne è venuta fuori una elegante pubblicazione, che spero incontri l’interesse dei nostri lettori. Per meglio definire la figura di Cipparrone, riprodurremo qui sotto la sua nota bio-bibliografica.

A questa nota aggiungeremo anche alcuni scampoli dell’introduzione di Bafaro, unitamente a un piccolo corredo di testi.

Buona lettura.

G.F.

***

bio-biblio

Carlo Cipparrone (Cosenza, 1914-2018) è stato poeta e critico letterario, fondatore della rivista di scritture poetiche “Capoverso”. Ha pubblicato: “Le radici oscure”; “l’ignoranza e altri versi”, “Strategie nell’assedio”, “Il tempo successivo”, “Specchio degli sguardi”, “Il poeta è un clandestino” e “Teatro della vita”.

Alcune parti dell’introduzione di Saverio Bafaro:

Crocevia del futuro è una delle poesie contenute in questa rac­colta di Carlo Cipparrone che qui presento al pubblico. Essa mi ha ispirato il titolo generale che ho voluto dare all’intera opera. Di seguito, e per esteso, così recita:

Dopo troppe notti senza luna

l’alba stenta a farsi luce.

Non è ancora giorno

quando, graffiando la nebbia,

le gru riprendono a roteare e intorno

crescono piloni, tralicci, antenne.

Assediata da tutti i lati,

la collina si sgretola.

Nuovi mostri violentano

la placida innocenza della campagna:

tenere groppe cedono

all’assalto delle benne.

Al crocevia sfrecciano veloci i motori,

percorrono viadotti audaci, attraversano

tunnel lunghissimi, vanno

verso un tempo smemorato.

In questo componimento figurano gran parte dei temi cari al poe­ta scomparso nel 2018: la consistenza, coerenza e resi­stenza della moralità insita nella Natura, e una cinica forma di macchinazione e speculazione praticata dall’uomo sulla sua Terra.

Quale futuro si può mai scegliere e avere se non coltiviamo l’arte della riconoscenza e del ricordo? Non ultima della commemorazio­ne di personalità silenziose e miti come è sta­to Cipparrone? Contro i distruttori, gli urlatori, i compratori arriva, nella sua nudità, la Poesia in una condizione e in un posizionamento che rappresenta, appunto, un “crocevia” (una “croce” e una “via”), un luogo in cui non ci si può non imbattere: un punto di arrivo, un approdo finale, ma anche, e al contempo, un punto di fuga, di svolta, un nuovo possibile inizio, nel segno di una rivivificazione cosciente contro le fa­cili cancellazio­ni e i troppo veloci oblii, in quello spartiacque tra passato, presente e avvenire che più da vicino appartiene al mandato letterario e alla eredità da consegnare.

***

Egli è stato un cronista della periferia, un poeta di quel Sud che non slega l’esistenza dalle lettere, perché le “patisce”. E con quello stesso spirito dotato di car­ne, ossa e sangue ha fatto in modo di affrontare, in completa abne­gazione e accettazione, il male che lo ha “assediato” e vinto, fino alla fine, sempre perfetta­mente conscio della ‘realtà’ di quella esperienza, tanto cruda quanto necessaria. Nei miei ultimi colloqui a casa sua ci si in­terrogava sui de­stini del­la poesia, sulla mal posta domanda: “A cosa serve la poesia?”, sulla “fama” del poeta, mentre Car­lo si commuo­veva ricordando una sua insegnante mentre gli diceva “tu hai una sensibilità particolare verso la poesia”.

***

La creatura poetica deprivata della sua umanità ed emoti­vità pro­fonde inganna il lettore e se stesso, che la parola poe­tica faccia ritro­vare nuovamente i valori veri e autentici dell’essere uomo e dell’essere artista, vissuti come un unicum inseparabili, che la morte possa riacquisire “corpo”, che i ve­ri poeti possano essere riconosciu­ti. Un mio personale rin­graziamento e riconoscenza, per l’esempio ricevuto da te e per la ricchezza di averti potuto conoscere, nel pro­fondo, dentro questo mio componimento scritto e dedicatoti, in ri­sposta a te e alle nostre riflessioni, poco prima del tuo appa­rirmi in sogno per salutarmi:

A Carlo Cipparrone

Altri sussurri rivelano

Nella dimensione insvelata

nella dimensione temuta

possano essere ciechi

come i ciechi vedono

possano esser sordi

come i sordi sentono

possano parlare

come parlano i muti.

Ascendano nell’aria

discendano nel fuoco

per provare e provare

a gioire del dolore

e addolorarsi per la gioia

se il più grande è il più piccolo

essere presenti quanto invisibili.

(Testo di Saverio Bafaro)

Alcune poesie:

Dalla sezione “Io e gli altri

Questa sola felicità

Come misteriosa conchiglia che in sé racchiude

l’immensità del mare in risonanze d’onde,

ho costruito un guscio al mio dolore.

Ho saputo inventarmi questa sola felicità.

**

Se i colori dell’iride

Se i colori dell’iride vedi

nella chiazza di nafta su cui

piove nel grigio cortile,

è un cielo misero

che si riflette sulla poca terra

che tu solo conosci

come il palmo della tua mano.

Ma è anche un segno di pace,

pietà che dietro si lascia

un passato ormai scritto.

**

Dalla sezione: “Pensieri di caccia e pesca

Il poeta è come il cacciatore

Se per Wallace Stevens

“la poesia è come il fagiano

che scompare dietro la boscaglia”,

il poeta è come il cacciatore

che tenta di catturare la selvaggina

seguendone le tracce, quando incalzata

si dà alla fuga o spicca il volo.

**

Dalla sezione “Quotidianità

Vita quotidiana

Alzarsi: quotidiana fatica

smemorata dei sogni.

La realtà aspetta

nel fondo della tazza di caffè.

Poi lasciare il guscio,

strappare l’io dall’io,

andare inermi dentro la giornata,

ripetersi fino a svuotarsi.

**

Dalla sezione: “Altre poesie

Cartolina dalla Calabria

Fuori da traffici di macchine e treni

c’è una parte di costa

che ha la pancia gonfia

cosparsa di bitorzoli 

e l’ombelico Tropea.

Un mare verde l’accarezza

fino all’inguine-Joppolo

che agli amanti

offre un letto di ciottoli.

**

Non cercare il responsabile

Lascia che errori percorrano il testo:

errori tuoi e d’altri (i cosiddetti refusi).

Che sia tu, il proto, il correttore di bozze,

non cercare il responsabile.

La mente, l’occhio, le dita sui tasti,

possono confondersi e sbagliare.

Non farti cruccio degli errori

e del dubbio di non averli visti tutti.

Evita la pedante appendice errata corrige,

solo Dio è perfetto.

***

Notizia su Saverio Bafaro:

Saverio Bafaro nasce a Cosenza nel 1982. È poeta, critico letterario, psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (e-book sul sito www.larecherche.it, 2011); Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014); Quadernario  ̵̶  Calabria (LietoColle, 2017), sue opere sono inserite in riviste letterarie come  «Fermenti», «Poeti e Poesia», «L’Ulisse» e in blog come La Poesia e lo Spirito, poesia2punto0, Poetarum Silva, Carteggi letterari, Pioggia Obliqua. È redattore della rivista «Capoverso» (Edizioni Orizzonti Meridionali) per cui ha curato il numero monografico Omaggio a Pavese (n. 37, 2019).


GISELLA BIANCO RECENSISCE “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”, L’ULTIMO LIBRO DI ANTONIO PIBIRI.

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UNA RECENSIONE DI GISELLA BIANCO SU “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”, DI ANTONIO PIBIRI. ARTICOLO USCITO SUL BLOG “LEGGERE : TUTTI”.

In cosa consiste il lavoro” è il titolo di questa raccolta che, a seconda dell’interpunzione istintivamente applicata dal lettore, può essere una domanda o una affermazione e, molto probabilmente, diventa l’esatta coincidenza di entrambe. Anche se, in poesia, non è sempre utile (e corretto) chiedersi quale sia l’esito contenutistico (“Io non so quali rose un giorno/tracimerà la neve, la tana./Soprattutto non chiedere.”), lungo l’arco impervio e scosceso di questa silloge emergono, con circospetta fierezza, temi portanti, proprio come travi archetipiche, dei quali partecipa l’acuto solipsismo dell’autore. Il femminile -visione mitica- (“il misterioso sogno della piccola Luiza. Ché in passato, prevedendo incendi e alluvioni,/trasse in salvo famiglie dai nidi di mosche”) affiora di sbieco, facendosi spazio tra le insidie di un linguaggio che canonizza l’antropologia del dicibile (“abito da sposa, la mano tortuosa fino al padre/o va’, incontra tua madre che si uccide/per la causa perduta del Cielo”) e appare come simbologia dell’essere, metafisica futuribilità che appartiene a ciascuno da un antico mai-passato (“Una scolaresca femminile attraversa/con freschezza d’incarnato la strada. /Non è la luce il primo latte. Non latte il primo”). E se, talvolta, questo femminile appare nella sua prorompenza di alternativa sostenibile alla noia per l’ineluttabilità del dover essere (“Nelle scialuppe di salvataggio/orina accosciata, coltiva dalie”), sembra anche introdurre l’altra grande tematica della raccolta: l’infanzia (“Abbiamo già conosciuto i secoli delle nostre infanzie”). L’infanzia rappresenta la lingua più chiara del non detto e reca in sé la nostalgia dell’impercettibile e la salvezza dell’intersezione spirituale di ogni fase della vita (“Ci salva l’origine, velata,/ché l’origine è salva,/nostra vera età”), è come una particella che si universalizza (“Ovunque vada porta con sé/il bambino/nascosto/nella lunga barba incolta”) e sancisce quel minimum esistenziale che, consapevolmente o no, nel merito e nella colpa, accomuna ogni uomo a se stesso e agli altri (“Sulla terra dei Giganti/i bambini tormentati dalla fame”). Il linguaggio appare come vincolo, legamento dolente (“Le parole ci chiudono dentro”) eppure è attraverso “una lingua Pratica: non ancora/una lingua detta” che si palesa quella “VISIONE, intera” con anastrofi, ossimori, metafore, neologismi, contorsioni e scomposizioni sintattiche che rievocano i virtuosismi sincretici di Rosselli adattandosi al dato realistico per oltrepassarlo nel ricordo, nella “rabbia di vivere”, nella sfuggevolezza dell’io che si palesa ogni tanto, pur riempiendo ogni verso come liquido amniotico nel suo sacco di vita. Il mare, le mosche, i cani, i viaggi, gli alberi sono solo quei correlativi oggettivi (ed etici) attraverso cui l’uomo “prosegue il lontano”.

                                    GISELLA BIANCO

MARCO MOLINARI RECENSISCE “L’ARRESTO” L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA.

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Ne “L’arrestoGabriele Gabbia espone gli emblemi di perdita e assenza

Articolo di Marco Molinari, pubblicato il 6 di aprile 2021 ne La voce di Mantova

A una prima lettura, la poesia di Gabriele Gabbia, nato e residente a Brescia, appare ermetica, chiusa in un irrimediabile dolore che non ha moventi, né aspettative di risoluzione. La sua recente raccolta “L’arresto”, Editrice L’arcolaio, approfondisce questa sensazione di parola ascetica, a cui si accosta con rispetto sacrale, arrivando al verso lapidario, inciso nel silenzio. Fa pensare a Paul Celan o a un altro autore che viene citato, Ernst Meister. Entrambi di lingua tedesca, entrambi vissuti nella parte oscura del dopoguerra. Anche le poesie di Gabbia sembrano venire dopo un trauma insensato, dopo una tragedia che si è consumata mentre eravamo assenti. Come si è detto all’inizio, a un primo sguardo si è investiti da questo magma negativo, dove è protagonista il nulla e vengono esposti emblemi di perdita e assenza. Come scrive Giancarlo Pontiggia nella prefazione, “L’arresto non può che essere un canto, si badi, non della fine, ma «per la fine».” Ma chi scrive è convinto che anche la poesia più sigillata, se vera, contiene spiragli che lasciano intravedere una trama, un movimento, la vita che, come ombra cinese, si lascia immaginare. Allora, possiamo leggere la poesia bellissima che dà il titolo alla raccolta, come un carme per la fine di una storia d’amore, con occhio asciutto, lasciando che ogni parola rintocchi l’amore vissuto e il dolore toccato: “Due sguardi conniventi / – convergenti –, sul / vuoto accumulato, / e nessuna parola piú / da pronunziare; solo / un rintocco languido, / lento, fino all’arresto: «Tu / sei libera».” Nella stessa prospettiva del dolore per una perdita ci immerge un’altra lirica, in cui è l’assenza del padre a essere evocata, in un contesto che trae drammaticità dalla rievocazione della quotidianità del viaggio in auto: “La prima solitudine / nell’auto — vettura vuota /— corpo: vascello abbandonato. / Seduto, risucchiato / nel sedile senza fondo, a fianco / dell’assenza di tuo padre. (…)”. L’ottica in cui Gabbia si pone per osservare il mondo ce la spiega lui stesso in un testo centrale, dove si dice appoggiato fra valichi e case, a carpire “bisbígli luci salmodíe afflati” che raschiano il freddo. È il punto di vista di chi si sente in perenne esilio nella contemporaneità, di chi è attratto dal richiamo dei morti, perché in loro sfolgora l’eternità, e cerca continuamente di strappare un lembo di senso dal nulla in cui si trova accerchiato. Anche qui, però, la vita tende i suoi fili d’incanto: “Stamane avrei voluto stringerla quella vita / quella bellezza: tutto / quell’autunno al cospetto degli occhi. / Ma la bellezza / non si stringe non si possiede: / si contempla si contiene si lascia. (…)”.

Marco Molinari

FEDERICO MIGLIORATI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA: “L’ARRESTO”.

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LA TRAGICITÀ DEL VERO” NELLA RACCOLTA DI LIRICHE DI GABRIELE GABBIA

Articolo di Federico Migliorati pubblicato ne Il GAZZETTINO NUOVO

L’arresto è il titolo della seconda raccolta di liriche del bresciano Gabriele Gabbia, edita da L’arcolaio (55 pagine, euro 10 con prefazione di Giancarlo Pontiggia e postfazione di Flavio Ermini a cui pure il volume è dedicato) nella quale abbondano significati reconditi e pregnanti che si palesano tra le righe al lettore: arresto come fermata, come sigillo di una cesura tra un prima e un dopo che non conosciamo, percorso di vita che accidentalmente trova una sua pausa forzata. Arresto, tuttavia, anche come momento di riflessione, di spazio ricreato per meditare sulla “tragicità del vero”, per riprendere un’espressione, forse la più riuscita tra quelle che l’autore lascia in dono in questo suo nuovo “sforzo” o “tentativo”. C’è, come evidenzia puntuale il prefatore, un richiamo evidente all’escatologia, alla cristologia, in certi passaggi o titoli che accennano al supplizio, al calvario d’ogni persona, alla sofferenza che pervade e permea il passaggio tra un dire e l’altro nel verso cristallino. È una scrittura, quella di Gabbia, densissima, in cui le parole meticolosamente utilizzate vengono scarnificate per rimanere essenza pura, quasi con rimandi ungarettiani, sigillo brillante e icastico anche laddove si ricorre all’ossimoro, figura retorica che si rinviene a più riprese, per non tacere delle illuminanti descrizioni di sentimenti, pensiamo solo all’amore concepito come “un boia che ciascuno reca in sé”, bruciante desiderio che ha agio a trasformarsi in alienante, solitario dolore. Ecco allora che l’arresto può diventare anche un’estrema forma di libertà, come nell’excipit della poesia eponima, una libertà di esserci senza più dimensione spazio-temporale. Talvolta il verso di Gabbia si fa sonoro, schiocca acuto, ed è fitto il richiamo agli elementi della natura, ai percorsi delle stagioni che vengono còlti nel loro richiamo a una bellezza imprendibile, sfuggente, mentre il tempo scandisce azioni, svelle volontà, stinge emozioni. Al tempo dobbiamo inevitabilmente soggiacere quale dura legge naturale e però l’atto della scrittura, ci sembra, diviene in fondo una sorta di cammino lungo un filo sottile, uno “star dentro alle cose”, conoscerle e concepirle e compatirne la loro presenza per “starvi poggiato tra valichi e case” a metà strada tra una vita che si ‘produce’ e l’oltre che si profila al di là, ma sempre con “l’immensa corona di spine ogni giorno più a fondo infissa”. Anche la morte, se non vinta, sarà certamente esorcizzata nel “soffio dello sguardo”, nell’arresto voluto e cercato come somma di “parole portate lì” a sedimentarsi, semi di nuove epifanie di sé nel rinnovato riprincipiare.

Federico Migliorati

(Recensione edita all’interno del settimanale “Il Gazzettino Nuovo” il 25 marzo 2021.)

ROSA PIERNO RECENSISCE “IL PREZZO DELLA SPOSA” DI ANTONIO PIBIRI.

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Antonio Pibiri, audiolettura da “Il prezzo della sposa”, L’Arcolaio 2018, nota di Rosa Pierno.

Nessuna cosa resta intonsa sotto lo sguardo di Antonio Pibiri: “una cancellata s’infoglia”, e nemmeno il suo corpo è esente da trattamenti depistanti “Il mio corpo accelerato.”. La denuncia dell’illusione letteraria è a suo modo un’ulteriore illusione, poiché dal linguaggio non è possibile uscire. E i rivolgimenti a cui Pibiri lo sottopone hanno come obiettivo di saggiarne i limiti semantici e sintattici. Ma straniante è la percezione stessa: “Chi trovi ogni volta al tuo posto?”. Quello che si costruisce con la lingua è uno specchio di quello che si percepisce, forse solo meno mobile, per questo vi è ogni volta la necessità di ricominciare daccapo. Gli inserti visivi, immaginari con i quali Pibiri costruisce le sue poesie appaiono a tratti forzati, come lo è il senso sottoposto a una virata surrealista. La realtà in tal modo appare pregiudicata due volte, una dalla sua traduzione linguistica, una perché la percezione stravolge e frattura. Il risultato non è mai ricomposizione. Non esclusa da questa verifica anche l’insufficienza linguistica: come dire i colori dei quadri di Van Gogh? Come parlare dei quartetti di Bartok? “Se sapessi scrivere io non scriverei”: ecco la palestra inesauribile di Pibiri.

***

Un ventaglio di esitazioni.

I viali mandorlati, il portico.

Sangue rinvenuto tra le carte

o s’intuisce un fiore

di breve erudizione.

Giacometti spiegato da mio figlio.

L’Eternità a una data ora del giorno.

Febbre in viso. Il cigno colpito a morte

sulla spalliera di glicini.

Un negozio di ferramenta salpa

si allontana tra foglie d’acqua.

La luce con discrezione nel tempio calvinista.

Il cervellotico decapitarsi appena.

Torre di cavalli blu, sette palazzi celesti.

Le mansarde degli scrittori

sui giardini di Lussemburgo.

Ceneri: il bardo nel cimitero del Vermont.

Malgrado non sia teca il mondo fanne inventario,

per nenia, fumaio, poema…,

***

Il ponte di legno è crollato

per mutarsi in barca,

un raggio d’acqua

in fiume.

È crollata anche la casa,

voleva scendere

più rapida delle scale

giù a piano terra,

ai cancelli – uscire

dalla promessa di piccole crudeltà.

Per questo è crollata.

Nato a Sassari nel 1968, dopo la Maturità Classica Antonio Pibiri sviluppa attenzione verso la scrittura creativa e la Musicologia, formandosi da autodidatta. Nel 2010 con Lampi di stampa (Milano) pubblica “Il mondo che rimane” ( Premio della critica, Ottobre in Poesia, Sassari, e Menzione d’Onore – Premio Lorenzo Montano, 2011). Nel 2014 “Le matite di Henze” con lo stesso editore. Nel 2016 la sua terza pubblicazione: “Chiaro di terra” con l’editore Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, di Forlimpopoli (Segnalato dalla giuria al Premio Lorenzo Montano, edizione 2017; Primo posto per Opera edita al Plics di Sassari, ed. 2017). Gli viene assegnato sempre nel 2017 il Premio Vp-Sardinia, arti contemporanee e ricerca, coordinatamente alle istituzioni letterarie di Austria/Salisburgo. Nel 2018 pubblica “Il prezzo della sposa” con l’editore L’arcolaio, segnalato all’ultima edizione del premio Lorenzo Montano (2019). Nel 2019 il libro trova spazio critico nell’Antologia di Marco Ercolani: I fuochi complici. Ha scritto sulla sua opera: Cesare Viviani, Antonio Devicienti, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Daniela Bisagno e altri.

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