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CARLA SARACINO, PARTECIPANTE AL PREMIO “RILKE” 2022, E’ TRA I POETI CHE SI SONO MERITATI UNA MENZIONE SPECIALE – SEZIONE OPERA EDITA -. IL LIBRO IN QUESTIONE E’ “QUEST’ORA DELL’ESTATE”, EDITO DA L’ARCOLAIO.

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Complimenti vivissimi a Carla Saracino che con il suo ultimo libro, “Quest’ora dell’estate“, ha ricevuto la menzione speciale al Premio Rilke 2022. Vadano a lei i nostri complimenti più sinceri!

Pubblichiamo qualche testo:

Nell’estate dei contrasti la casa ignora

il fuoco che si annida sui muri.

L’incendio devasta il paesaggio

rovina il disegno di chi osserva.

Ogni mobile tace. Scricchiola negli anni perduti

il fondo di un bicchiere apparecchiato per caso.

La calce occupa il terrazzo. La mente soprassiede.

Gli utensili della cucina sono fiori di un campo giallo.

La mente si apre al dovere. Entrano lettere, scavalca la figura appanna il suono ogni coraggio di penetrazione.

Scava la fortuna come l’osso nei secoli del dolore.

***

Dei nostri piccoli uditi la casa è pervasa.

Li vediamo mentre scavano in un gioco di apparenze.

Poi ascendono, entrano nel tempo. Ritrovano vecchie speranze sbiaditi pensieri, loschi risparmi dentro cui sognammo di amare tristemente.

***

Piccola estate della vita,

vieni a me.

Accenna al passo, muovi le braccia

nella prima aria del mattino.

Mi sorridi mentre avanzi.

È profonda la vita dentro la notizia del tuo arrivo.

Estate bambina, non essere irata con la strada polverosa.

C’è nello sterrato qualcosa che ti somiglia: un saluto,

una piega, una svolta.

Cambiare è un mestiere adulto.

La conoscenza senza destino fallisce.

Se spengo gli amori della mia vita, si attenua la tua comparsa. Non sono stata la tua complice ideale, ma ho mietuto le terre che ora calpesti, passeggiando alla scoperta

di un fiore dorato o un’ansa di pace.

Estate piccola della mia vita,

chi ti ricorderà se non io, che ho i sogni

nel cuore della storia.

Il mio sforzo sia di guardare dentro alla sera,

se declina normalmente nella stanza mentre tu sei già fuori.

ALESSANDRA PELUSO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI CARLA SARACINO, “QUEST’ORA DELL’ESTATE”. COLLANA “I CODICI DEL ‘900”, DIRETTA DA GIANFRANCO FABBRI.

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Saracino fotografa l’estate, le estati con la profondità del dolore, attraversando i deserti, così come fanno i poeti di Alessandra Peluso

Quest’ora dell’estate. La recensione del libro di Carla Saracino

Recensione apparsa sul blog AFFARI ITALIANI

Una breve riflessione sui versi di “Quest’ora dell’estateCarla Saracino

Si appalesa una “filosofia del paesaggio” nel libro di poesie di Carla Saracino, “Quest’ora dell’estate” per i tipi di L’arcolaio. Il poeta che rispecchia la propria esistenza dalla quale sorge il pensiero così come è stato per Nietzsche, o Camus. Personalità dense e pregne di vissuto che hanno manifestato ciò che ancora resta a noi, testimoni ignari, a volte, della bellezza. E sono giustappunto queste atmosfere che si respirano con Carla Saracino e la sua silloge.

“Quest’ora dell’estate” è qui et nunc ma al contempo è un’ora che abbraccia l’eterno, l’αἰών: Saracino fotografa l’estate, le estati con la profondità del dolore, attraversando i deserti, così come fanno i poeti, perché il “deserto ha un senso”, scrive Camus “è sovraccarico di poesia”. E l’Autrice allo specchio delle parole dipinge i paesaggi, mostra al lettore le dune, le spiagge, le strade polverose, rocce, canneti, litoranee desolate pensando di cambiare nella persuasione che “cambiare è un mestiere adulto”. Leggendo questi versi si ha l’impressione di percorrere le stesse strade, di calpestare la stessa terra, e sentire il calore dei raggi solari. I deserti.

“Quel legno, guasto, era una vita da realizzare” (p. 48) e qui il pensiero kantiano esplode per essere fedele alla ragione, il cuore non comprende. “Chi vive dietro di te, appena sopra / il respiro che adesso allenta l’aria, diviso dalla vita e mai più morente? / Chi sta in questo transito di natura / poco dopo il cuscino, la tastiera, / la luce della stanza?” (p. 55); e ancora: “Anche io ho amato la vita, / senza ipotesi di scambio. / Sono stata nelle spiagge dell’adolescenza / e ho temuto per gli altri, / prima che per me. / Ho seguito chi poteva restare, e sono rimasta. / Ho cenato nelle contrade più belle, con i commensali / migliori. Avevano ragione di starmi accanto: per le loro ombre. / Le vedo oggi, allineate, nella luce della casa. Irrompono / alla vista, scadono nel perdono, irradiano i primi anniversari (p. 57).

Si vive nelle nostalgiche “stanze”, familiari “case”: metafore di poesia. Ricostruzione di fantasmi, di ombre immaginate, di ‘amori cortesi’. La sabbia non copre i sentimenti nostalgici che Carla Saracino vive, respira ancora attraverso “Quest’ora dell’estate”, la “realtà viva del Mediterraneo”, l’incontro fra Oriente e Occidente, l’essenziale del genio mediterraneo, quella bellezza che vive nell’albero, nella collina e negli uomini; che ha bisogno di verità e non di favole. Le origini di un Sud che Saracino possiede, che sono nelle sue stanze e che mostra con garbo. È attenta ai grilli, all’odore di brace, alla calce dei terrazzi, al tempo che “declina” mentre “la spiaggia nasce sulla pagina”.

E così scorrono i versi e i suoni sembrano ‘imputarsi al pensiero’ perché dietro ogni simbolo, analogia ci sono le profondità di vissuti che si avvertono in ogni nuance in modo intenso seppur delicato: leggero quale può essere un granello di sabbia ma travolgente come un’onda bizzarra o appetitosa come una tavola imbandita e acre quale è il sapore del limone del Mediterraneo. Si dipana “il pensiero meridiano” di Franco Cassano, si assapora L’Estate di Albert Camus: incontriamo paesaggi descritti con sublime poesia similmente ai sentimenti profusi da Carla Saracino in “Quest’ora dell’estate” dove campeggiano i versi mentre lei si guarda allo specchio, si ri-flette con ossequio ma senza alcuna genuflessione. In fondo l’estate appare impettita e disinvolta nei riguardi dell’inverno, ignara della sua indispensabile presenza. Come la luce ha bisogno della sua ombra. Il corpo della sua anima. Il linguaggio del suo pensiero. Dicotomie. Unicità.       

ALESSANDRA PELUSO                

ISABELLA BIGNOZZI RECENSISCE “IL SILENZIO DEGLI ORACOLI”, L’ULTIMO LIBRO DI FLAVIO FERRARO. COLLANA I CODICI DEL ‘900.

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POESIA DEL NOSTRO TEMPO

ISABELLA BIGNOZZI RECENSIDCE IL SILENZIO DEGLI ORACOLI

DI FLAVIO FERRARO.

È da un «estremo margine» che ha inizio la scrittura poetica di Flavio Ferraro, lirico affilato e metafisico, ora antologizzato – benché giovanissimo – in un ricco volume da L’arcolaio (Il silenzio degli oracoli, Poesie 2009-2016, Collana «I codici del ‘900», prefazione di Antonio Devicienti).

Già dai primi versi la poesia di Ferraro si mostra in essenza, elevandosi da una soglia di indagine dell’oscuro che evolve in ripetute aperture mistiche, in un continuo, strenuo «attraversare», che oltrepassa la parola tentata, «raggelata», per discendere nelle lucenti oscurità della grazia.

Nella rivelazione qui donata vive tutto l’ossimoro del reale, che radica «fin dentro la terra. // Per sollevarla». Il verso accumula respiro e afflato, e si solleva in quota nell’istante che precede il dispiegarsi – mai risolto – del bagliore di verità; come la «forza silenziosa» di un arco teso, che rende subito vicini a certi testi zen, o all’adorabile magistero di Cristina Campo, quando invocava, con affine metafora, l’affilarsi dell’intelletto fino allo spasimo, fino all’accurata sconfitta del sapere ogni centro acquisibile solo se privi di mira e d’intento. Onfalico approdo, fuggevole e anelato, quell’«assente che bisogna amare» è invece, nell’inermità, estasi di pura presenza.

Questo forse l’ineffabile baricentro del canto di Ferraro, un elemento fondante sempre rincorso, in un’ascesi protesa, tentata in ricaduta, assottigliata in parola esile e prontissima, che dona candida, istantanea illuminazione.

Il poeta distende in uno «spazio vastissimo e bianco», come nota Devicienti in prefazione, un tempo circolare, sempiterno, affrancato da ogni diacronica linearità, e, nel balenio puntiforme del verso, polarizza il silenzio e la luce, fino alla soglia di quell’«immaginare» che è invece il più puro sentire, il più spoglio abbandonarsi. Ferraro in questo anelito di ascesa a un vuoto che – esso solo – ricolma, distende parole sacerdotali, limpide di trasgressione: perché prescindono dichiaratamente da quella realtà cementificata e opaca, da quella chiassosa e spenta corporeità che fa del nostro tempo una distopia dell’anima.

C’è, in Ferraro, un continuo rovesciarsi e dissolversi di una grandezza nell’altra, «fondo occulto» che è «cerchio di luce», ascesa nel precipizio, rivelazione piena nel silenzio senza margine. Ed eccolo il sapere, quando cessa il chiedere, quando si abita la via vuota del rimanere immobili.

Il paradosso è guida, strada maestra in questo verticale cammino: è la pietra che accoglie il fondale, è il tutto che abita l’infinitesimo punto, è il sontuoso che si staglia nel disadorno, è il sacro che si erge immane, all’interno del cuore, in un nuovo ridarsi all’origine. Un percorso di visioni composite, dialettiche, mutevoli nel fluire. Non esiste, nel poeta, l’immagine statica, giunta, ma epifanie che trasfigurano tra le dita evocando il flusso del creato, in un contrarsi ed espandersi, illuminarsi e rabbuiare che allude continuamente al nucleo vibrante e immobile dell’universo.

Una musicalità profonda abita il verso di Ferraro, qualcosa che ne suggerisce una fatale categoricità d’amore, l’andamento ritmico di certa musica sacra. Un fugato bachiano, che si adorna in geometriche perfezioni: ricerca esilissima, anelante al culmine, fragile nell’istante, ma reiterata, potente.

Ogni lirica, ogni fraseggio tenta di superare il limite semantico e teoretico della parola, continuamente ricreata in nuova sintassi, portata così al lucore più sottile, elevato, d’interminata soglia. Epifaniche dissolvenze che, quando raggiungono l’apice della potenza evocativa, scompaiono lasciando orfani e scossi, con la sensazione di aver sfiorato ciò che, nelle più celate altezze, sempre si nega.

Eppure, un rivelarsi ostinato di indizi arcani, non interpretabili, sussurra alla tempia della creatura, che si avverte sempre tronca, manchevole, cavitata in sete di verità: «Albero cavo da millenni, / da sempre non compiuto, cieco / fra i regni colmi di vento / senza la grazia di oscillare […] Ma adesso, in questo nitore […] è qui, a te chiede un soffio. // A te, che senza fine spargi, / irrespirabile».

Un eckhartiano ridursi in contemplazione, che riverbera di altre grandi voci mistiche dell’antichità, da Giovanni della Croce a Teresa d’Avila, nell’umano che si fa silente e immoto, privo d’intenzione e affetto attivo, ma piuttosto saldo in percezione: «Per costringere il vero / quando le cose appaiono / lontane, e silenziosi araldi / vanno in cerca di parole / e non le trovano, perché / perduto è il regno: mi siederò / qui, e ascolterò i tuoi passi. // […] Sai che non ti seguirò. // Sarà il bastone / a insegnarmi il deserto»; ponendosi in volontario esilio, il poeta, dall’inautentico barbaglio di queste nostre epoche stordite: «e molto deve scendere / nel buio, affinché molto / accada – qui, dove semenza / è tutto; allora fiorire / è questo scorrere in un cerchio, / ansa del non accogliere».

La fede, questo abissale sentire la presenza, non ha solida struttura nel ragionamento, nella parola. È piuttosto quel qualcosa di «indubitabile / entro una macchia / di faggi che si oscura / se la guardi, senza sintassi / come fiori di novembre». È quel durare paziente, nel paradosso, nel senso che sovverte sé stesso «pietra amorosa / nell’accogliere il fondo», e non può mai posare in parole.

Ancora, il poeta si domanda «quale artefice ci sogni / lungamente, quale maestro / invisibile non so»: se inesauribile è l’ipotesi d’esser amati da un altrove, se questo altrove è un «Culmine inasceso», la conoscenza è percorso senza abbrivio, approdo nel vuoto, separazione dal comprendere che è aperta distanza e quotidiana dimora.

Dio s’incava, si cela e il creato stenta nel suo non dichiararsi, mentre l’uomo, cieco e dolente semidio, conosce la sola ricerca, la «stanchezza dei mari / quando vanno controvento»; gli è negata la luminosa via dell’animale, guidato per istinto lineare, in essenza tersa di natura.

Ma vi sono indizi, e creature fatate, figlie di altre sfere, trama e ordito di sopramondo, a indicare: «Figure del congedo, / puoi vederle talvolta. / Sono mani infantili / che intrecciano steli / in fondo alle forre, / disadorne corone / per l’ascensione dei fiumi […] Promessi all’esilio, / ovunque sfavilli un girasole, / e straniera la terra dei padri / nel recinto dei sogni».

Dimoranti sopiti di un universo i cui segni non guardiamo, né più sappiamo, siamo solo «orme, e mai abitatori / dell’origine, soltanto orme / sulla terra che non sa morire»: nella materia rabbuia continuamente un’essenza di morte, benché mai portata a radicale compimento, che è quella pesanteur che ci definisce e delimita; eppure portiamo in noi aditi, lumi, fenditure che ci fanno diafani, non completamente spenti, non esclusi in potenza dalle stanze dello spirito.

Perché, nella poesia di Ferraro, esistono misteriosi varchi del sentire, in cui l’assoluto pare offrirsi alla creatura, in intuizione sublime e spaventosa, luminosa tenebra di una sconfinatezza anteriore a ogni cosa: «Sempre il medesimo profumo, / quel sentore di terra e sangue: / ricordi di savane, di notti / monsoniche all’aperto. // Tigre immemorabile, / sei qui nel cuore di ognuno, / assorta in ampiezze».

Siamo in epoca oscura, Kali yuga, «autunno ovunque», «incompreso grigio/ dell’inverno, avverso / alle metafore, senza eufonia/ di accordi nell’affresco» ma «I fiumi conoscono la loro / meta: dal mare hanno origine, / e al mare fanno ritorno»; e l’assenza apparente del principio primo è piuttosto una ubiquitaria presenza, celata, nel flusso: «Si effonde nei mondi, / senza essere i mondi. // Così, scorrendo in tutto, / non c’è nulla / che non trattenga».

Nell’impermanenza, tutto è illusione che dissolve. Ma nel rovescio, il lucente mistero: chi sa farsi nulla diviene eterno: «Più durevole l’ombra / dell’albero che imita […] Sanno di mentire i nomi, / e pura è solo la voce / che in un pozzo / – decrescere felice – / rinuncia all’eco».

Quella la soglia dell’interrotto mancare, del valicato patire: «C’è un istante fuori / dal tempo, lontano / dagli annali dell’orrore. // Vedi, gli uomini passano. / I semi che scomparvero, / fioriscono».

Una bellezza, sembra dire il poeta, attraversa incolume i millenni, ed è immobile in un luogo intimo, segreto, che è aurora, sorgente. Rimanere silenziosi e immobili, farsi cavi diviene pratica ardita, perché si finisce per udire, ed è a questo fluire di tremendo splendore che si sovrappone un senso presentissimo della potenza di Dio. Ineluttabile allora accantonare, almeno nelle intenzioni, quella mediocrità morale che ci marchia come malriusciti animali, per scegliere l’aspro e lirico percorso che rinnova il voto in ogni istante alla fedeltà, al ritorno: origine interminata, bianco enigma, cosa limpida e assoluta, che cura ogni limitatezza, ogni epilogo, ogni umana nostalgia: «Così l’amante scompare / nell’amato, finché solo / l’Amore resta».

da Il silenzio degli oracoli (L’arcolaio 2021)

tendere là, dove s’irraggia,

dove a miriadi, a sciami:

sempre quell’iride, quel fondo,

in un solo punto radiante.

A miriadi, a sciami,

perpetuamente spettro:

ma dove luogo? Dove un unico

e infinito, accadere?

Noi saliamo, saliamo.

Noi strappiamo palpebre

alla luce

*

Luce che mi è segreta

se non tramonta; e dove porta

mi chiedi, dove scompare

a chiudere dintorno a cingere

lo spazio dei miraggi.

Estrema parvenza d’increato,

guarda come tutto è preso

in un abbaglio: raggiunto

da uno stesso esilio,

senza discernere i colori.

Bianco su bianco, sempre,

e nonostante tutto andare.

*

Sei solo quando tacciono

i venti alla finestra notturna,

e nessun popolo minuto

cospira nel tuo orecchio

e nell’ombra, ignaro

di alfabeti, tenti sillabe

misteriche.

Però nessun maestro,

nessuno che seguiti

a tacere.

Flavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Poeta, saggista, studioso di dottrine metafisiche e traduttore, scrive articoli per diverse riviste e giornali online, e tiene conferenze su molteplici tematiche. Tra le sue ultime pubblicazioni: La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione (Irfan, San Demetrio Corone 2019); la traduzione delle Odi di John Keats (Delta 3, Grottaminarda 2021); e il libro che raccoglie tutte le sue poesie, Il silenzio degli oracoli (L’Arcolaio, Forlimpopoli 2021).

ANTONIO DEVICIENTI RECENSISCE “DISTRATTI VINCEREMO” IL LIBRO DI PAULO LEMINSKI PUBBLICATO NELLA COLLANA “L’ALTRA LINGUA”, DIRETTA DA LORENZO MARI.

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Poesia brasiliana: su “Distratti vinceremo” di Paulo Leminski

LETTERATURE E ARTI VARIE

di Antonio Devicienti

Sono molteplici le ragioni per cui si traduce; nel caso di Distraídos venceremos / Distratti vinceremo di Paulo Leminski (L’arcolaio, Forlimpopoli 2021) Massimiliano Damaggio introduce, sceglie e traduce dal portoghese-brasiliano-leminskiano in italiano un poeta per lui vitale e determinante – non è un caso se avvio questo scritto fermando l’attenzione sul traduttore prima che sul poeta tradotto perché siamo davanti alla circostanza di un traduttore e poeta “in proprio” che trova in uno degli esponenti di punta della poesia brasiliana contemporanea ragioni, conferme, suggestioni per continuare uno studio di voci poetiche accomunate tutte da una medesima cifra: lo slancio vitale, l’energia creatrice insita nella lingua e nelle sue radici etimologiche, il testo poetico quale serissimo giuoco di senso e di suono, di ritmo e di immagini.

Paulo Leminski ha nella mente e nelle mani che scrivono un’elettricità che incendia, contagia ed entusiasma, un flusso ininterrotto di pensiero libertario e liberatorio che mette alla berlina qualsiasi stantio accademismo e qualsiasi reazionario atteggiamento borghese, ponendo in atto un’idea della lingua-e-della-poesia materiata di musica, di contrappunti raffinatissimi scaturenti sul discrimine difficile tra suono e senso, allusione e ironia, realtà e paradosso.

Paulo Leminski (ph. Dico Kremer)

La voce di Leminski giunge così a imporsi (nel bel mezzo di un atteggiamento largamente diffuso in Italia e che è quello di scrivere versi spesso stanchi e noiosi, privi di accensioni dell’immaginazione e di slanci veramente anticonformisti) in maniera generosa e senza risparmio: non è stato mai avaro il poeta, non è avaro il suo fratello-traduttore e non a caso mi sono inventato un termine come “leminskiano” per riferirmi a quello che succede soltanto con i poeti-creatori: essi ereditano una lingua sovraccarica di storia e la rifondano, restituendola come nuova, rinvigorita, capace di dire il mondo come fosse l’alba della creazione; il “leminskiano” è, allora, la gioia, l’erotismo, l’anarchia dell’in-utile – di questo volume si leggano e si godano non solo i versi, ma anche il breve saggio “Inutensílio / Inutensile” alle pagine 133-136 nel quale Leminski tra l’altro scrive:

«La poesia è il principio del piacere nell’utilizzo del linguaggio. E i poteri di questo mondo non sopportano il piacere. […] Chi vuole che la poesia serva a qualcosa non ama la poesia. Ama un’altra cosa. […] Il lucro della poesia, quando vera, è il sorgere di nuovi oggetti al mondo. Oggetti che significhino la capacità della gente di produrre mondi nuovi. Una capacità in-utile. Oltre l’utilità».

La poesia come gesto libertario ed erotico (anche eretico). Credo sia questo il fuoco che abita le pagine di Leminski (e nella memorabile poesia di pagina 77 non a caso il poeta rappresenta sé stesso ricoverato nel reparto ustionati dell’ospedale di Curitiba), è questo il vento che le percorre:

moinho de versos

movido a vento

em noites de boemia

*

mulino di versi

mosso dal vento

in notti di follia

(pp. 36 e 37) e numerosi testi-haiku di “Ideolágrimas / Ideolacrime” tra pagina 108 e pagina 29 sono attraversati dal vento, questa è l’alcolica ebbrezza che aggiunge moto a una poesia già di per sé mobilissima, irrequieta, vorticante

cinco bares, dez conhaques

atravesso são paulo

dormindo dentro de um táxi

*

cinque bar, dieci cognac

attraverso san paolo

dormendo in un taxi

(pp. 120 e 121).

Massimiliano Damaggio sceglie e traduce dal corpus non solo poetico di Paulo Leminski con totale partecipazione e divorante passione; è chiaro che Leminski è stato ed è decisivo nel suo mondo interiore e intellettuale e desidera che molti lettori italiani possano esperire qualcosa di simile – anche Damaggio, sia chiaro, appartiene al gruppo di coloro che studiano e scrivono poesia per devozione nei confronti dell’in-utile, della gratuita gioia di assaporare parole tra lingua e palato, di scoprire, con fanciullesca felicità, accostamenti di suoni e d’immagini inediti; e infatti la versione in italiano mantiene e restituisce la musicalità (mobilissima ed erotica, tengo a ribadire) dei testi originali, traghettando in italiano quello che la particolarissima temperie del mescidatissimo Brasile ha saputo regalare alla lingua portoghese: nuova sensualità e ulteriore pulsione vitale.

Nelle belle pagine introduttive di “Distratti vinceremo” il poeta è al centro di un ritratto capace di farne comprendere la dirompente personalità che non separava mai la vita dalla poesia e che nelle sue passioni totalizzanti (le lingue, comprese quella latina, greca e giapponese, il judo, l’alcol, la libertà, il sesso, la traduzione), tracannava la vita senza pentimenti, assaporandone ogni istante – per apparente paradosso (del tutto leminskiano oserei dire) in questo libro leggiamo un monaco devoto del mondo e della poesia: allievo del collegio retto dai Padri benedettini di San Paolo, Leminski scopre sé stesso (latinista, grecista, lusitanista e innamorato… della donna) proprio in collegio e a leggere “In honore ordinis sancti benedicti” (pp. 78 e 79), ma anche del suo interesse per Basho e per lo zen giapponese, si comprende bene la fedeltà, la devozione, il culto (laici, ovviamente) della bellezza e della vita, delle cose inapparenti:

à ordem de são bento

a ordem que sabe

que o fogo é lento

e está aquí fora

a ordem que vai dentro

a ordem sabe

que tudo é santo

a hora a cor a água

o canto o incenso o silêncio

*

all’ordine di san bento

l’ordine che sa

che il fuoco è lento

ed è qui fuori

l’ordine che si fa dentro

l’ordine sa

che tutto è santo

ora colore acqua

canto incenso silenzio

e conclude:

e no interior do mais pequeno

abre-se profundo

a flor do espaço mais imenso

*

e dentro ciò che è più piccolo

s’apre profondo

il fiore dello spazio più immenso.

Non ci si meraviglia, allora, del grande successo e della popolarità di Paulo Leminski in Brasile, folgorante poeta che sa trovare la propria indimenticabile voce sia in testi articolati di lungo respiro che nella difficilissima brevità dell’haiku; la brevitas leminskiana viene coltivata anche, per esempio, nei graffiti-stencil visibili sui muri delle città brasiliane (pratica questa d’imprimere versi e ritratti di scrittori sui muri urbani diffusa sia nei paesi lusitanofoni che anglofoni) e lo dico proprio per sottolineare l’icasticità dello stile e delle immagini, dei frequenti rovesciamenti del senso, della sonorità linguistica; ne offro due esempi:

a estrela cadente

me caiu ainda quente

na palma da mão

*

la stella cadente

m’è caduta ancora ardente

sul palmo della mano

(pp. 122 e 123),

soprando esse bambu

só tiro

o que lhe deu o vento

*

soffio in questo bambù

e solo sento

quel che gli ha dato il vento

(pp. 124 e 125).

Cachorro louco (cane pazzo) si definisce (p. 60) il poeta (e cedo alla tentazione di percepirlo anche come perro romántico…), interessato pure agli aspetti sperimentali della scrittura, ché, come sempre accade con la poesia consapevole e avvertita, il lavoro/lavorìo si esercita sulla lingua, sulle sue strutture, sui suoi portati di senso (e di non-senso), sulla sua pura materialità di suono e di segno grafico: ecco allora “um texto morcego” (“un testo pipistrello”, pp. 40 e 41) tutto giocato sugli echi e sulle ripetizioni di determinate sillabe, ecco un libro aperto a mezzanotte il cui luminoso bianco della pagina e nero delle lettere stampate pare attirare gli insetti che forse, ironizza il poeta, si sentono parenti di quelle lettere (pp. 52 e 53), ecco un intero testo (splendido) intessuto intorno alla speculazione etimologica circa i vocaboli “porta” e “finestra” (pp. 100 e 101) – Leminski raggiunge un equilibrio perfetto tra poesia colta (anzi coltissima) e poesia-canzone non ignara, a mio parere, dell’inarrivabile tradizione cantautoriale della Bossa nova, tra ironia e dolce, tenue malinconia dato che il vivere è comunque destinato a terminare e il mondo è davvero meraviglioso e meravigliante per il poeta.

Distratti vinceremo offre in maniera efficace una prima chiave per formarsi un’idea della parabola artistica e umana di Leminski, è un libro umilmente ed entusiasticamente al servizio dell’opera ricca e articolata di chi a sua volta si sentiva irresistibilmente chiamato dalla poesia al cui servizio si era posto per pura gioia, per eretica gratuità.

***

Razão de ser

Escrevo. E pronto.

Escrevo porque preciso,

preciso porque estou tonto.

Ninguém tem nada com isso.

Escrevo porque amanhece,

e as estrelas lá no céu

lembram letras no papel,

quando o poema me anoitece.

A aranha tece teias.

O peixe beija e morde o que vê.

Eu escrevo apenas.

Tem que ter por quê?

Ragion d’essere

Scrivo. La cosa è questa.

Scrivo perché ho bisogno,

bisogno perché gira la testa.

E altra gente non c’entra niente.

Scrivo perché in cielo schiarisce

e le stelle rassomigliano

alle lettere sul foglio,

quando la poesia m’imbrunisce.

Il ragno si tesse la rete.

Il pesce bacia e morde ciò che vede.

Io scrivo, e questo è.

Ci dev’essere un perché?

*

nuvens brancas

passam

em brancas nuvens

nuvole bianche

passano

fra bianche nubi

*

Sete dias na vida de uma luz

durante sete noites

uma luz transformou

a dor em dia

uma luz que eu não sabia

se vinha comigo

ou nascia sozinha

durante sete dias

uma luz brilhou

na ala dos queimados

queimou a dor

queimou a falta

queimou tudo

que precisava ser cauterizado

Sette giorni nella vita d’una luce

per sette notti

una luce ha mutato

il dolore in giorno

luce che non sapevo

se veniva da me

o nasceva da sé

per sette giorni

una luce ha brillato

nel reparto ustionati

bruciato il dolore

bruciato l’assenza

bruciato tutto quanto

andava cauterizzato

miracolo oltre il peccato

che senso può avere

più significato?

*

o pauloleminski

é um cachorro louco

que deve ser morto

a pau a pedra

a fogo a pique

senão é bem capaz

o filhadaputa

de fazer chover

em nosso piquenique

il pauloleminski

è un canepazzo

meglio se l’ammazzo

a mazzate e pietrate

col fuoco a bastonate

sennò può fare

il figliodicane

diluviare

sul nostro picnic

*

essa a vida que eu quero,

querida

encostar na minha

a tua ferida

amore, è questa che amo

di vita

poggiare alla mia la tua

ferita

*

Distâncias mínimas

um texto morcego

se guia por ecos

um texto texto cego

um eco anti anti anti antigo

um grito na parede rede rede

volta verde verde verde

com mim com com consigo

ouvir é ver se se se se se

ou se se me lhe te sigo?

Distanze minime

un testo pipistrello

è guidato dall’eco

un testo testo cieco

un’eco anti anti anti antico

un grido verso la parete rete rete

ritorna verde verde verde

con me con con con sé

sentire è veder si si se se se

o se se mi si ti seguo?

*

Ouverture la vie en close

em latim

“porta” se diz “janua”

e “janela” se diz “fenestra”

a palavra “fenestra”

não veio para o português

mas veio o diminutivo de “janua”,

“januela”, “portinha”,

que deu nossa “janela”

“fenestra” veio

mas não como esse ponto da casa

que olha o mundo lá fora,

de “fenestra”, veio “fresta”,

o que é coisa bem diversa

já em inglês

“janela” se diz “window”

porque por ela entra

o vento (“wind”) frio do norte

a menos que a fechemos

como quem abre

o grande dicionário etimológico

dos espaços interiores

Ouverture la vie en close

in latino

“porta” si dice “janua”

e “janela” si dice “fenestra”

la parola “fenestra”

non è passata in portoghese

sì invece il diminutivo “janua”,

“januela”, “porticina”,

che ha dato la nostra “janela”

“fenestra” è passata

ma non come questo punto della casa

che guarda il mondo là fuori,

da “fenestra” è venuta “fessura”,

che è una cosa ben diversa

ma in inglese

“finestra” si dice “window”

perché è da lì che entra

il vento (“wind”) freddo del nord

a meno di non chiuderla

come chi apre

il grande dizionario etimologico

degli spazi interiori

[“janela” è finestra]

*

abrindo um antigo caderno

foi que eu descobri

antigamente eu era eterno

apro un vecchio quaderno

e scopro

che un tempo ero eterno

*

Adminimistério

Quando o mistério chegar,

já vai me encontrar dormindo,

metade dando pro sábado,

outra metade, domingo.

Não haja som nem silêncio,

quando o mistério aumentar.

Silêncio é coisa sem senso,

não cesso de observar.

Mistério, algo que, penso,

mais tempo, menos lugar.

Quando o mistério voltar,

meu sono esteja tão solto,

nem haja susto no mundo

que possa me sustentar.

Meia-noite, livro aberto.

Mariposas e mosquitos

pousam no texto incerto.

Seria o branco da folha,

luz que parece objeto?

Quem sabe o cheiro do preto,

que cai ali como um resto?

Ou seria que os insetos

descobriram parentesco

com as letras do alfabeto?

Amminimistero

Quando il mistero verrà,

mi troverà addormentato,

una metà che dà sul sabato,

sulla domenica, l’altra metà.

E non suono o silenzio,

quando il mistero aumenterà.

Silenzio è cosa senza senso,

osservo ad ogni passo.

Mistero, è qualcosa, penso,

più tempo, meno luogo.

Quando il mistero tornerà,

il mio sonno sarà così libero

che non potrà nessun timore

più farmi da timone.

Mezzanotte, libro aperto.

La farfalle e le zanzare

poggiate sul testo incerto.

Sarà il bianco del foglio

luce che pare oggetto?

Magari l’aroma del nero

che lì crolla come un rudere?

O che a momenti gli insetti

si sentano parenti

delle lettere dell’alfabeto?

*

essa ideia

ninguém me tira

matéria é mentira

quest’idea

non mi leveranno

materia è inganno

*

Paulo Leminski nasce a Curitiba, nello stato brasiliano di Paraná, il 24 agosto 1944, da una famiglia di origini polacche da parte di padre, portoghesi e indie da parte di madre. Dopo aver studiato per un anno presso il collegio dei padri benedettini maristi, impara da solo il francese, l’inglese, il latino, il greco antico e il giapponese. Conosce il grande poeta Haroldo de Campos, leader e creatore del concretismo, che nel 1964 gli fa pubblicare i primi versi sul suo giornale Invenção. Si immerge nella controcultura degli anni ’60 e ’70, frequenta la facoltà di Lettere per poco più di un anno, poi la abbandona. Si guadagnerà da vivere prima come insegnante, poi come pubblicitario, giornalista e critico letterario. A soli diciassette anni sposa l’artista Neiva Maria de Sousa, da cui divorzierà sette anni dopo. Il secondo matrimonio, dal 1986 al 1988, è quello con la poetessa Alice Ruiz, da cui avrà tre figli. È un appassionato di cultura giapponese e insegnante di judo e ha praticato la forma dell’haiku. Muore il 7 giugno 1989, di cirrosi epatica. Nel 1975 esce il romanzo sperimentale “Catatau”, annoverato fra le sue opere più significative, nel quale immagina una visita di Cartesio in Brasile; nel 1984 segue “Agora É que São Elas”. Come poeta, pubblica i volumi “40 Clics em Curitiba” (1976), “Polonaises” (1980), “Não Fosse Isso e Era Menos/Não Fosse Tanto e Era Quase” (1980), “Caprichos e Relaxos” (1983), “Haitropikais” (1985, insieme alla moglie Alice Ruiz) e “Distraídos Venceremos” (1987). Postumi escono “La Vie en close” (1991, con Alice Ruiz) e “O Ex-Estranho” (1996). Ha inoltre scritto biografie di Matsuo Bashō, del poeta João da Cruz e Sousa, di Gesù e di Trotsky. Ha tradotto in portoghese Petronio, John Fante, Alfred Jarry, James Joyce, Samuel Beckett e Yukio Mishima. Nel 2013 è uscito per l’editore Companhia Das Letras “Toda poesia”, che raccoglie la sua intera produzione poetica e ha venduto ad oggi centinaia di migliaia di copie.

Massimiliano Damaggio vive in Grecia. Ha studiato lingua e letteratura portoghese. Si occupa di lettura, traduzione e scrittura di poesia. Ha pubblicato quattro libri di poesia: “Neon” (1994), “Poesia come pietra” (2011), “Edifici pericolanti” (2017), “Ces qui prennent un café fac à la mer” (Francia 2017). Di prossima pubblicazione “Io scrivo nella tua lingua” (Zona 2022); uno di traduzioni: “Paulo Leminski, Distratti vinceremo” (2021). È confondatore del blog “Perìgeion, un atto di poesia” e redattore della “Dimora del tempo sospeso”.

Antonio Devicienti, di origine salentina, è redattore del blog “La Dimora del Tempo sospeso” fondato da Francesco Marotta e gestisce lo spazio personale “Via Lepsius”. Nel 2021 ha pubblicato “Andanze” per la collana Prova d’Artista della Galerie Bordas di Venezia diretta da Domenico Brancale.

ANDREA LEONE INTERVISTA CARLA SARACINO IN OCCASIONE DELL’USCITA DELL’ULTIMO LIBRO DELLA POETESSA PUGLIESE: “QUEST’ORA DELL’ESTATE”. COLLANA I CODICI DEL ‘900.

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Carla Saracino è di Maruggio (Taranto). In poesia ha scritto “I milioni di luoghi” (LietoColle, 2007. Premio Saba Opera prima), “Il chiarore” (LietoColle, 2013), “Qualcosa di inabitato” insieme a Stelvio Di Spigno (Edb, 2014), “Paesaggio” (Gattili, 2018). Ha scritto anche dei libri per bambini, tra cui “Gli orologi del paese di Zaulù” (Lupo, 2012), “Fiabe lombarde” (Pane e Sale, 2018), “Il mare è…” (Kurumuny, 2021), “Un giorno come gli altri” (Kurumuny, 2021). Scrive per la rivista digitale Monolith monolithvolume.com e per L’estroverso cura la rubrica La rosa necessaria

l’intervista di Andrea Leone

Una domanda inevitabile quando siamo di fronte a un terzo libro. Come vedi l’evoluzione, il cambiamento (se ci sono stati) tra le tue tre opere di poesia?

Considerando che la scrittura sa nascondersi in un riserbo inesplorabile, non riesco ad intravedere nelle mie poesie una eventuale “evoluzione”. Non so neppure se la voglio. Piuttosto, cerco la messa a fuoco. E questa, lentamente, mi sta offrendo il pregio di rivelarsi; l’atto del mettere a fuoco si sta sostituendo alla visione istantanea. Sono riuscita a concentrare e ad affinare l’istinto dello sguardo, che si è educato a non essere solamente un mezzo ma pure una definitiva e conclusiva presenza. Questo mi ha permesso, nel tempo, di avere meno paura di interpretare la realtà attraverso un modo, il mio, del tutto personale e libero dai giudizi altrui.

 Una categoria interiore che mi sembra permeare tutta l’opera è quella di “anima”, parola dal significato ambiguo e probabilmente abusata, che forse solo James Hillman ha saputo inquadrare esattamente. Ti riconosci in questa categoria e cosa significa esattamente per te?

È vero, esistono delle parole abusate ed “anima” è forse una di queste. Contribuendo involontariamente all’abuso, ugualmente me ne distacco, perché per me la parola anima non ha nessuna direzione di senso artificioso o retorico. Ho apprezzato moltissimo Il codice dell’anima di James Hillman e sono sedotta, come tanti, dai suoi studi sul daimon, sulla chiamata, sulla vocazione. Ma in questo libro l’anima è una condizione, precaria e fragile, di compartecipazione alle cose; uno stato dell’attenzione, avventuroso e sotterraneo, intensamente vigile, generoso, proteso a vivere, ad essere partecipe o ad autoescludersi, a seconda delle esperienze. Ha a che fare con una tensione verso la compassione e l’ammirazione (sentimenti che reputo tanto nobili quanto rari): è l’arma bianca con cui mi illudo di difendere le persone e i luoghi che amo dalla decadenza e dalla rovina del tempo.

Mi sembra sia un libro molto unitario, non una semplice raccolta di liriche, cioè di “momenti”. Sembra che ogni immagine e ogni parola partano da uno stesso luogo originario.  Qual è secondo te l’elemento strutturale, lo schema centrale che costituisce l’ossatura del libro?

La struttura portante è il tempo. Nella raccolta si sviluppa circolarmente, si chiama e si rievoca, spoglia e riveste il suo stesso nome, mirandosi a uno specchio che è la prova, anche, del suo narcisismo. È una strana creatura, il tempo: ci sono giorni in cui non lo sento, non lo percepisco, non esiste. Penso a quel che è stato, ai miei antenati, ed ho la certezza che potrei raggiungerli all’istante o mi convinco di averli appena intravisti. Viceversa, ci sono giorni in cui il tempo piomba irreversibilmente sul presente: lo leggo sul mio volto, su quello dei miei cari, sul corpo di chiunque, sull’organo corpo della realtà. Delle altre volte ancora mi capita di pensare che l’invecchiamento delle cose accada per eccedenza di espressione: quella che ci espande e ci fa essere; che, allo stesso modo, ci misura e confina. E questa percezione mi accade di sentirla d’estate, una stagione controversa, amata o odiata, eppure l’unica che ci permette di ridiventare noi stessi, nello spazio della vacanza, del vacante tempo che allaga nelle ore in cui possiamo ritrovarci e non siamo più preda delle iperattività del contemporaneo.

Un’immagine ricorrente è quella della casa, anzi il libro sembra una “casa”, ma con lo sguardo rivolto ad una finestra e quindi all’esterno. Ti sembra appropriata la metafora della casa come opera, cioè come scrittura?

Sì, sicuramente. La scrittura è tale quando trova una collocazione propria, unica, irrevocabile. Nasce dagli interstizi. Come per le case, quando emettono suoni misteriosi e si aprono alle crepe, alle forre, ai passaggi di vento o alle voci lontane. In questo libro la casa è il contenitore simbolico della mia scrittura, la pagina in cui le cose accadono, i sentimenti si irradiano, prendono nuova vita dalla cenere, dalle metamorfosi, dalle feste e dalle mestizie. Mi interessano i “passati imminenti”, come direbbe il poeta Carlos Barral; mi appassionano le storie di famiglia, i vuoti che si stringono intorno all’ombra della memoria e mutano in testimonianze di contrasto, di crisi, di straordinarietà; mi interessano le persone che amano intensamente e tentano, malgrado tutto, di partecipare della felicità, che è sempre istantanea. Tutte queste cose convivono in uno spazio elettivo quale è da sempre, anticamente, la casa: la casa di ognuno, dalla dimora abitata fino a quella estrema, la casa del Genio e del Cuore.

Una parola interessante, che forse dà il tono musicale al libro, è “remissione”. Cosa puoi dire a questo riguardo?

Sono legata a questa parola, nata di impulso dentro me. Non ha nessun significato morale o pedagogico. Ha a che fare con l’abbandono, la resa, il placare, il concedere: cose che mi piacciono molto nella relazione con l’esterno. Penso sia essenziale, venendo alla luce, darsi, consumarsi, ridursi per eccesso di espressione, offrire il meglio di sé, cercando fino in fondo l’avventura della “crescita”. Mi sembra quasi un dovere verso se stessi e gli altri; prima ancora, un innocente atto di bellezza.

MARCO ERCOLANI RECENSISCE IL PRIMO LIBRO DI CARLOTTA CICCI, “SUL BANCO DEI PESCI”. COLLANA I CODICI DEL ‘900- PREFAZIONE DI ALBERTO BERTONI.

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MARCO ERCOLANI RECENSISCE “SUL BANCO DEI PESCI” IL PRIMO LIBRO DI CARLOTTA CICCI. L’ARTICOLO E’ APPARSO SUL BLOG SCRITTURE. PREFAZIONE DI ALBERTO BERTONI.

Il libro d’esordio di Carlotta Cicci, Sul banco dei pesci (L’Arcolaio, 2022, prefazione di Alberto Bertoni), è davvero un’opera d’esordio. Artista visivo, specificamente videomaker, Carlotta trova, alla sua prima raccolta di versi, una flessuosità ritmica che rende le poesie del libro frammenti crudeli, misteriosi, compatti, cantabili: intrisi, oserei dire, di una semplice, disperata, inevitabile cantabilità. (“in un passaggio / di vortici e soglie / con l’anima capovolta / in un improvviso odore / di fieno e sale / nel delirio / lei nasce // il suo respiro / come una carezza / assoluta // un suono / piccolo”). Bertoni osserva, nella postfazione, che questo libro innova la percezione del linguaggio: “montaggio dinamico e variegato di fotogrammi che lasciano alla fine della lettura una sensazione di attività cooperante e soprattutto di libertà reciproca”. Io aggiungerei: questi versi non sono pensati come versi autonomi di singole poesie ma come strutture cangianti di una cantata profana, fra tragico e sacro, radicata in una straniata “pressione” della psiche a contagio col “garbuglio del mondo” (Bertoni).

Suddiviso in quattro sezioni (“La sentenza”, Bestie caute”, “Tunnel”, “Stanze deserte”), il libro racconta, con echi surrealisti e secche sequenze metriche di versi brevi, un viaggio iniziatico di conoscenza/sperdimento/spoliazione dell’io. Naturalmente, ogni poeta ci comunica sempre il suo personale sperdimento. Ma c’è chi lo fa dall’esterno, come se sviluppasse teoricamente un tema prima di trascriverlo in versi. Nulla di tutto questo accade in Carlotta: la sua poesia, che per necessità non appartiene neppure a lei scrivente, la nutre dall’interno, come la trascrizione fisica, nelle parole, di un potente terrore psichico, che dal linguaggio viene appena placato: “cerco un appello / cerco la mia faccia // mi manco // senza pericolo / senza inventarlo / è calma / è sevizia”; “devo difendere il silenzio / tornare dove le allodole / fanno i nidi / dove la vita smarrisce / nella pazienza del tutto // devo cercare la sua voce / così un uccello mi segnerebbe / il petto // spalanco la bocca / scelgo di coprirmi il volto // schiantare / voglio schiantare”). Si potrebbe parlare per questi versi di epifanie, se la parola non fosse fin troppo abusata. Ma occorre dirlo: di epifanie qui si tratta, di fessure visionarie dove è abolita la punteggiatura ma non il ritmo, e che rivelano l’immediato riversarsi della percezione in poesia, gettata “sul banco dei pesci” senza mezze misure, fra odori, soprassalti, brandelli di preghiere (“latente / pregiata / rara / come un cervo bianco / eludi tu che resti”), in un campo perturbato di emozioni e di polifonie ritmiche, alla ricerca della parola adeguata, la più nuda possibile (“la mia parola marciva / nelle tue parole perdute / nella spirale inattesa / nella misera fine”).

Zona disforme” è il titolo del lavoro, a quattro mani, che Stefano Massari e Carlotta Cicci hanno intrapreso come teoria del “fare poesia” in questo tempo: un progetto utopico, multimediale, lacerato, alla ricerca di quell’anomala bellezza di cui i veri poeti sono assetati e dipendenti. Di questa “zona disforme” la poesia di Carlotta è uno degli emblemi più autentici.

MARCO ERCOLANI

Antologia

Cammino in una gabbia

che non attende nulla

un enorme ventre

senza acqua

senza bianco

il ferro mi annienta

non c’è cerimonia

non c’è potere

non c’è beatitudine

non ci sono i ladri

e i giovani

nessun segreto

sembra il letargo dei custodi

è tardi anche per i mostri

**

Incarno un colibrì

occorre renderlo fratello

ma ho perso il paesaggio

ho perso l’acqua

il sangue mi è sfuggito

tutto è già accaduto

anche tu domandi

mentre spietata

perdo vigore

mi lecco le ferite

chiedo asilo

tra sublime

e immondo

**

Nei silenzi vicinissimi

ho la bocca macchiata di reato

rigo muri col pollice

scortico tavoli e sedie

mi sposto di continuo

tocco fondi

riemergo

sola sono tutta mia

Carlotta Cicci, videomaker, illustratrice, fotografa, nata a Roma nel 1984, vive a Bologna. Ha curato e realizzato progetti video e documentari (www.disforme.net). Sul banco dei pesci è la sua opera prima in poesia.

GIAMPAOLO DE PIETRO RECENSISCE “DISTRATTI VINCEREMO” DI PAULO LEMINSKI. COLLANA L’ALTRA LINGUA DIRETTA DA LORENZO MARI.

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GIAMPAOLO DE PIETRO SU INNI IN VANI

UNA RIFLESSIONE SUL LIBRO DI PAULO LEMINSKI

DISTRATTI VINCEREMO

Questa pagina, ad esempio,

(…) nasce per essere (…)

forse Andromeda, Antartide,

Himalaia, sillaba offesa,

(…) questa pagina, un giorno,

dovrà essere tradotta

in simbolo (…)

Non è così che è la vita?

Ci si deve augurare sempre che una poesia arrivi così. Magari in traduzione, una traduzione così inevitabile, dal poeta brasiliano Paulo Leminski, per mano e lavoro di Massimiliano Damaggio e edizione-ospitalità dall’editrice L’arcolaio di Gianfranco Fabbri.

(…) un testo testo cieco / un’eco anti anti anti antico.

Dentro questo libro dal perfetto colore di copertina verde scuro si trova inevitabilmente anche un metapoetico paesaggio che “descrive” i tratti stessi dell’autore che vive lì tra le parole e le frasi, vi si rivolge e dibatte con esse, nei suoi Scontrarii sì geniali – traversando il poetare di ogni verbo che incontri (ma mai per puro caso, se non il caso stesso che non trae conclusioni se non: Fare poesia, mi sa questo e basta).

Tutto ciò che passeggeramente dura/ (…)

(…) evaporare quando più ci pare (…)

E parentele. Tra insetti e lettere dell’alfabeto.

Ed (…) Ecco la voce, il dio, il verbo,

ecco la luce che s’è accesa in casa

e straripa dalla sala.

Vanno annoverate epifanie, sottili presagi nel tempo stranito (ordinario) e entro lo spazio così respirato (no, non ispirato per partito preso, se non per la natura stessa dell’essere presenti e dunque ispirati da ogni fenomeno intorno) di un Ci vediamo rivolto alla “materia bruta”, fatta di “legno, massa e muscolo, (…) carta, carbone e nube (…) anche voi avete nostalgia (…), voglia di tornare a casa? (…) anche tu, mia cara materia, / ricordi quand’eravamo soltanto un’idea?” (…).

C’è in Leminski (nell’impressione di chi lo legge con tanta passione e nuovo stupore) il surreale sentire/i verbi di Éluard – ma questo non è un paragone, soltanto e ancora una parentela che chi scrive adesso trae sì a ispirazione – e vi imparenterei volentieri Gertrude Stein e altri e altre poeti/e lavoratori/lavoratrici dei livelli multipli del verbo lirico e ondulato di vita/parola de-scritta quasi fin troppo vissuta (?), a tratti intonata tra i denti e le scarpe, con eleganza e un’innata corazza cristallina che fa pure la voce roca di stanca (e vibra silenzio). Il dolore che passa e sconfinando confina tra la pagina e la “fedeltà” inattesa di stare dentro una scrittura, un lavoro serio (un cammino, con tutti i salti e le mancanze, le sorprese e le scanzonature) una poesia così dichiarativa e insieme segreta, da fare venire voglia di intraprendere una strada verso la scoperta della lingua stessa che la ha animata. Con tutto il suo mistero.

GIAMPAOLO DE PIETRO

ISABELLA BIGNOZZI RECENSISCE SULLA RIVISTA ASTERO ROSSO IL LIBRO DI CARLOTTA CICCI: SUL BANCO DEI PESCI. PREFAZIONE DI ALBERTO BERTONI.

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Sul banco dei pesci”, di Carlotta Cicci

L’arcolaio 2022

Collana “I codici del ‘900”, diretta da Gian Franco Fabbri

Prefazione di Alberto Bertoni

Esiste in ogni anima uno scrigno di cose non dette, un universo percettivo ed esistenziale taciuto, per senso di cautela e opportunità, che sottende ciò che mostriamo. Alla poesia il merito, talvolta, di far emergere tali fondali, nel velo della metafora, dell’enigma non interamente disvelato. Carlotta Cicci nella sua opera di esordio Sul banco dei pesci (L’arcolaio 2022, prefazione di Alberto Bertoni) con coraggio scandaglia questo greto scuro, e lo fa con parole che, pur vibrando in superficie di sonorità e sfumature ritmiche, di inquadrature icastiche, di pregiate intensità, rimangono ben radicate a un nucleo di smarrito, mirabile spavento: “Il seme del disprezzo/ dormiva sul giaciglio / accanto alla mia sagoma / vestita vergine a morte / chiusa nei gomiti / senza dio // perseguitata / esposta / interrotta // siete tremendi / voi angeli custodi / una colorata menzogna / nei giorni pietosi / un puro esilio di granito / con voce bassa e dolce”.

Al di là delle accortezze metriche e lessicali, dell’insolenza sintattica del verso, il lavoro di Cicci è encomiabilmente coraggioso, nudo e segnato, irrevocabile. In un’epoca in cui la poesia si fa spesso cartello esausto, a eco di affermazioni allineate nello stantio, nel mimato impegno politico o sociale, teso a scongiurare il vuoto e la noia, o a coltivare proficui opportunismi, c’è ancora, talvolta, un poeta che si gioca tutto, e scarnifica pubblicamente le proprie ossa per mostrarne il bianco: “io sono già accaduta / con tutti i miei sensi / sempre inattesi / dire è una disciplina violenta / mentre il violino suona”.

Sul banco dei pesci è un diario nero e barocco, crudo, esiziale. Un salmo di solitudine, spoglio di approdi, di redenzioni e certezze, un cammino scalzo e sanguinante sulla roccia del vivere.

Cicci, dismesso il corpo, l’identità rigida del giorno, messo da parte ogni tepore formale e concettuale, è qui anima che vacilla in scarna perdutezza, e che di continuo si ritrova in lealtà scura, di lupa fragile, nel bisogno rinnegato, di fronte al proprio impietoso riflesso. Una poesia, quella di Cicci, che si fa carico del rivelare fino in fondo: la parola sorge come un’alba di basalto, nel chiarore muto e immobile delle cose; la terra del dire qui è affrancata da paura e pudore, e conduce al verso un vissuto intero: “I pensieri inarcati / gli alfieri sacrificati / le scuse stanche / le comode menzogne / i sentieri disperati / gli incubi intrecciati / i destini avvelenati / i ciarlatani raffinati […] è tutto impigliato / nell’opera del mio scarto / dove sono primizia accecata / col petto in fiamme / in questa ombra / allagata dal tutto / che geme e ride / tra i rumori fuori”; uno sconsiderato rivelarsi, che si mantiene “bestia cauta” solo nelle intenzioni, ma poi schiude e si dona, fino a farsi annuncio universale di quel tragico splendore che bagna l’esistenza di ogni creatura che possa ancora dirsi viva.

ISABELLA BIGNOZZI

*

Benedico la sua sorte

mentre il fiume scorre

e sale luna nuova

Roma verticale e inamovibile

mi nomina Madre

un accento

è nata

non c’è altro da sapere

come un cigolio

mentre il sole feriva

gli uccelli tardivi

a me fraterni

fremente

dilaniata

felice

quanta umanità

ho messo al mondo

*

È una sera gelida

cammino sui bordi

di una città sorda

che non ha mai visto

un uomo vergine

tra pilastri di ferro

e plastica ovunque

nel tempo

di una luna prudente

come un insetto sensuale

richiudo il sigillo

io non credo

*

Perdo la fame

ho denti immobili

animali ai piedi mi parlano

voglio coprire gli occhi agli angeli

assolvermi dalla mia pena mortale

svegliarmi in un tempo indifferente

sarà la solitudine

nella casa dei ciechi

morirò con il mio amore puro

conficcato nella lingua

seduta e incorrotta

nel manicomio degli idioti

*

Cammino in una gabbia

che non attende nulla

un enorme ventre

senza acqua

senza bianco

il ferro mi annienta

non c’è cerimonia

non c’è

potere

non c’è beatitudine

non ci sono i ladri

e i giovani

nessun segreto

sembra il letargo dei custodi

è tardi anche per i mostri

*

Aspetto una lingua

in questa larga tomba

il ragno è sordo

ringhia un’aria immutabile

veglia la mia inquietudine

blatera come un’anziana

senza coscienza

inopportuna

mi sono approssimata

cercando indizi di luce

una lucciola

una lucciola soltanto

*

Sono la temperatura dell’alba

la zampata

il lago nero

il gemito nettissimo

della tenerezza rubata

urto senza pudore

tra le speranze e gli specchi

rimango miele della mia guerra

parallele le sorti perdurano

condannate alla ruggine

nella mia imprudenza

nei miei occhi indecenti

implacabile il tempo si spegne

da qualche parte è caduto il mio viso

scomparso tra i percorsi delle mani

forse sul banco dei pesci

tra qualcosa che ricordi l’argento

*

Le voci registrate

il suono delle campane

la domenica nei labirinti in fiore

in quei giardini spalancati

tiravo su le pieghe dei vestiti

correvo sulle punte

allontanandomi dal tuo grido

*

le ferite vivono di solitudine

da altezze straordinarie

Mi viene a trovare

vuole allegria

spinge sui margini

insidia la distanza

ho l’acqua nei polmoni

mi implorano di respirare

rimangono soltanto le biglie

sul letto di dolore

li deluderò sempre

pentirsi non basta

perdonare non basta

resta la luce che trema

la mia pelle in silenzio

un libero sparire

*

Uccelli morti

resuscitano di continuo

dietro le mie spalle

cadono le mani

tra le cose chiare

e le cose scure

uno scontro di grazia

guardo il verde

cosi non affondo

in un odore

che protegge

che ricorda

tutte le cose

*

Carlotta Cicci videomaker, illustratrice, fotografa, nata a Roma nel 1984, vive a Bologna. Ha curato e realizzato numerosi progetti video e documentari (www.disforme.net). Sul banco dei pesci è la sua opera prima in poesia.

Tutte le immagini sono di Carlotta Cicci

STEFANO BOTTERO RECENSISCE “SONETTI BIANCHI” DI GABRIEL DEL SARTO. COLLANA PHI DE L’ARCOLAIO.

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L’esilio come forma. Lettura di “Sonetti bianchi” di Gabriel Del Sarto.

Laboratorio critico

24 Luglio 2022

Proponiamo una lettura di Stefano Bottero su “Sonetti bianchi” (L’arcolaio, 2022)

di Gabriel del Sarto.

In una lettera ad Anna Grigor’evna Dostoevskaja, nel 1875, Fëdor Michajlovič  scrive:

«dopo aver ricevuto il tuo telegramma, sono tramortito e mi sono accasciato sulla sedia. Sul telegramma ho scritto: Ich bin ganz gesund ed ora mi maledico perché ho scritto ganz: non metteranno nulla a Berlino a storpiare ganz in nicht gesund. A giudicare da come è stato deformato il tuo telegramma, tutto è possibile. Ora starò tutta la settimana terribilmente in pensiero.»[1]

Ganz, in tedesco, significa del tutto, nicht è negazione. L’ansia di Dostoevskij è generata dalla possibile distorsione di una sua affermazione a proposito dello stato della sua salute. Agli occhi incerti di chi legge le sue parole, queste potrebbero apparire come una testimonianza di ricostituzione del fisico, precedentemente ammalato, o di crollo. Al cominciare di Sonetti Bianchi, Del Sarto si addentra nella medesima tensione. Con le frasi piane di una prosa di appena tre pagine, il poeta apre il volume presentando una circostanza di vita vissuta, dominata dal senso del dover-attendere il riscontro di un accertamento ospedaliero.

«Il risultato tardò molto, giunse oltre i limiti di legge, nell’eventualità. Il test era andato smarrito chissà dove.»[2]

Quando i risultati eventuali sono solo quelli del bianco e del nero, l’irrisoluzione si acuisce come un oggetto appuntito. Se Dostoevskij proietta il disastro, lo visualizza, ne descrive misura e proporzioni con un atteggiamento più avanti caro all’esistenzialismo leviano, Del Sarto si ferma invece sulla soglia. È lo smarrimento il punto dei Sonetti bianchi: la lucida consapevolezza che la risposta esiste, ma è «chissà dove». Tutto ciò sarebbe inconcepibile, filosoficamente parlando, per Dostoevskij – la sua lettera si apre proprio con un tentativo di disinnescare questa dinamica:

«Cosa ti ha fatto venire in mente che fossi malato? Questo significa che hai smesso del tutto di ricevere le mie lettere, cioè una lettera è andata persa. Ma cosa c’è da preoccuparsi per questo?»[3]

Se Anna lo crede ancora ammalato, dev’essere necessariamente perché una sua lettera è andata persa. Preoccuparsi non ha senso alcuno. Sia Dostoevskij che Del Sarto si muovono così sul bordo sottile che guarda all’angoscia come a un abisso in attesa, statico, opprimente. Una qualità del tutto contemporanea, a ben vedere, questa di Sonetti bianchi – opera che affonda pesantemente nel proprio tempo, ma non come ‘figlia’. L’ansia di Del Sarto non è infatti ‘generata’ dalle circostanze, non nasce dalle coordinate di un contesto socioeconomico o culturale. È presentata come il frutto di una disposizione d’animo, indotta da un processo che si muove dall’interno all’esterno – lo stesso orientamento del Malin audeninao di The Age of Anxiety.

Una digressione: aprire il discorso presente all’approfondimento del concetto di ansia come paradigma-del-contemporaneo sarebbe certo operazione troppo vasta. Eppure, ritengo sia sufficiente guardare a opere come la ripresa recente di The Age of Anxiety in WE degli Arcade Fire – segnalata dai dati Spotify a oltre cinque milioni di ascolti – per comprenderne l’aderenza a un modello di dolore, oggi, generazionale.

Un libro sull’ansia, dunque, quello di Del Sarto? No, ma che tematizza la lettura del bianco come dimensione che orienta l’Io nel possibile. Ancora una volta: il punto non è più il risultato dell’esame ospedaliero, ma il suo smarrimento. Il bianco come spazio dell’impreciso. Così scrive il poeta: «Conoscere l’esilio come forma | della verità: una morte priva | di acqua, asciutta come la carne di chi non vede. […]».[4] L’esilio, il superamento dei margini conosciuti, come forma di accesso al vero – al bianco. È ormai esausto il paradigma eliotiano della morte-per-acqua, le sue coordinate culturali, spirituali e corporee sono venute meno: la carne si è asciugata del tutto (da notarsi come, anche qui, risuoni un senso distintivamente contemporaneo nel riferimento all’esaurimento delle acque).

Sonetti bianchi è dunque una raccolta senza punti di fuga – un corpo compatto, in cui il dato meditativo e il primato esperienziale si sovrappongono fino all’indistinto. Il biancore dell’indeterminato, onnipervasivo, non è tuttavia sinonimo di ‘confusione’ nella poetica di Del Sarto. Non conduce, in altre parole, a disorientamenti, apparenti o effettivi, di rosselliana memoria (cosa che invece accade in più di una raccolta di pubblicazione recente, come L’assedio della gioia di Francesco Brancati – Le Lettere, 2022). Nell’unicum della struttura chiusa del sonetto, il bianco è sovradimensione che fagocita il tutto, conferendogli Significato. Un concetto, a ben vedere, simile a quello dell’esperienzialità veterotestamentaria del mostro che inghiotte (nel testo appare non a caso il nome di Giona – figlio del poeta) e del conseguente buio pesto in cui l’Io deve immergersi per cogliervi una minima stilla di Significato. Nella poetica di Del Sarto, per cogliere anche un minimo del senso di un dolore incerto, non ancora attestato

«Niente di quello che è successo nelle ore appena passate, in questo ospedale come nella città che lo circonda, entrambi pulsanti e inquieti, è condannato all’insensatezza. La possibilità del senso del senso. La possibilità di agire, modificare. O anche solo quella di accettare.»[5]

Poco più avanti, nella seconda delle tre sezioni del volume, si legge: «Le preghiere esistono per mutarti | o rapirti». L’atto, scrittorio o dialogico che sia, implica il cambiamento – la nascita. Di questo parla il poeta, in definitiva: del frangente paterno di una nascita progressiva, annunciata, ma irreale ‘fino all’ultimo’. E ciò perché, nello stato del bianco, le opzioni si sfocano, perdono definizione e forma. Già nel breve capolavoro di Clive Staples Lewis, A Grief Observed del 1961, una meditazione recita: «The exact same thing is never taken away and given back».[6] Mutare o rapire sono livelli diversi della stessa incursione, questione presentata dal poeta nei termini fenomenologici di un avvenimento biografico. L’ultima delle poesie si conclude tuttavia con il germogliare della sfera su cui esistiamo-abitiamo.

«Lo stormo, il flusso nelle forme fredde

che ci chiudono, i punti di luce

nel cielo di notte: dovremmo ogni

giorno pensare alle galassie, ai gas

fra le rocce, l’unione delle coppie

dentro la malinconia dei gameti,

umidi in qualche alba. Come arbusti

marini, caro figlio mio, ignoriamo

le silenziose sinfonie stellari

che ci plasmano, grandiose e lontane,

duplicando cromosomi sul niente

del più piccolo autosoma che segna

te e me, che siamo svegli siamo vivi

e verdi, in una sfera che germoglia.»[7]

Ciò che giunge – che giungerà – al termine dell’indeterminato, è la fioritura di una possibilità iscritta nelle stesse categorie che ci hanno resi abitanti, viventi. Quasi un riscatto, in definitiva, quello della bio-ontologia di Del Sarto: un punto di arrivo che restituisce, sì, ciò che si era perso in principio, ma lo restituisce irriconoscibile. È vicino, in questo, al Thomas Bernhard di Unter dem Eisem des Mondes. Gedichte, alla sua visione dell’eventuale come posizionamento errato della connessione tra l’Io e l’atto – scrive Del Sarto nella terza e ultima prosa: «Trascendersi è meglio di niente, ma non è come essere trascesi».[8] In definitiva, il poeta presenta una condizione ineludibile in quanto biologica, eppure produttiva, perché inserita in un contesto esistenziale in cui lo spirito non si è ritratto ma esige, dostoevskijanamente, un’attesa. Ad essere bianco, indeterminato, non è così il solo spazio che il poeta abita, ma l’atto che compie nel suo durante – l’atto dello scrivere.

Stefano Bottero

[1] F. M. Dostoevskij, A. G. Dostoevskaja, Corrispondenza 1866-1880, a cura di L. Salmon, Il melangolo, Genova, 1987, p. 284

[2] G. Del Sarto, Sonetti bianchi, L’arcolaio, Forlimpopoli (FC), 2022, p. 21

[3] Cfr. Nota 1.

[4] G. Del Sarto, Sonetti bianchi, p. 24.

[5] Ivi p. 36.

[6] C. S. Lewis, A grief observed, HarperCollins, New York, [1961] restored 1996, p. 25-26; traduzione di A. Ravano in ID., Diario di un dolore, Adelphi, Milano 1990, p. 32: «Ciò che viene tolto e ciò che viene ridato non sono mai la stessa cosa».

[7] G. Del Sarto, Sonetti bianchi, p. 54.

[8] Ivi p. 45

Stefano Bottero

GIAN RUGGERO MANZONI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI CARLA SARACINO, “QUEST’ORA DELL’ESTATE”. COLLANA “I CODICI DEL ‘900”.

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QUEST’ORA DELL’ESTATE di Carla Saracino, Edizioni L’arcolaio

Carla Saracino è di Maruggio (Taranto). In poesia ha scritto “I milioni di luoghi” (LietoColle, 2007. Premio Saba Opera prima), “Il chiarore” (LietoColle, 2013), “Qualcosa di inabitato” insieme a Stelvio Di Spigno (Edb, 2014), “Paesaggio” (Gattili, 2018). Ha scritto anche dei libri per bambini, tra cui “Gli orologi del paese di Zaulù” (Lupo, 2012), “Fiabe lombarde” (Pane e Sale, 2018), “Il mare è…” (Kurumuny, 2021), “Un giorno come gli altri” (Kurumuny, 2021). Scrive per la rivista digitale Monolith monolithvolume.com

Così ha riportato Vittorino Curci sulle pagine de La Repubblica: «La casa e l’estate… si sviluppa intorno a queste due polarità il nuovo libro di Carla Saracino. Un’opera densissima, con versi meditati e colmi di tensioni interne. Lo si può già notare nel bellissimo testo d’apertura: “Il tempo declina e la spiaggia nasce sulla pagina. / Vedo le dune approssimarsi al dito che sfoglia. (…) Non si tratta di una casa o dell’estate che affolla i pensieri. / Si tratta di una pena e del suo impossibile. / Del vedere prima di patire. / Si tratta dell’irrimediabile”. La poetessa di Maruggio, giunta alla sua quinta pubblicazione poetica (ma ha scritto anche quattro libri per bambini), conferma tutte le sue qualità già evidenti al suo esordio nel 2007 con “I milioni di luoghi” pubblicato da LietoColle. Quest’ora dell’estate non è una raccolta di versi, ma un libro di poesia strutturato. I continui richiami tra i vari testi – anche trasvolando da una sezione all’altra del libro – creano riverberi e altri effetti luminosi tra le parole. Una cosa veramente rara ai tempi d’oggi». Poesia che parte dall’intimo ed entra nel nostro intimo, quella di Carla Saracino, al fine di sancire una dimensione esistenziale lenta, riflessiva, anche dolce, se non languida, che si pone in antitesi con quel vitalismo vano – troppo spesso camuffato da un attivismo “coûte que coûte” – che risulta conseguenza di un mondo nevrotico, alienato, ormai privo di posizioni nette, di “soldati” della penna, di angeli del giudizio. Una poesia che supera, per tensione, quell’atteggiamento scritturale che, ormai debordante, inciampa nelle strettoie degli psicologismi di maniera, degli individualismi, dei personalismi, dei pietismi, oltre che dei virtuosismi formali, così da porsi, con naturalezza, con rispetto, con amore per i propri spazi e i propri tempi, oltre gli spazi e i tempi altrui, mostrando una sacralità nei confronti dell’opera, della scrittura, della parola, che fu ed è di pochi. Una poesia, quella di Carla, donna del sud, che deflagra potente e coriacea, che procede in accezione narrante, con musicalità, con arcana spiritualità, in piena negazione dell’onirico, in modo da sancire, più che bene, ove il territorio e quando il tempo dell’Essere, o, meglio, dove e quando poter Essere completamente se stessi, e, con sincerità, condividere il primario senso della vita, fra un profumo di ginestre e un sole pomeridiano.

GIAN RUGGERO MANZONI

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