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INIZIA LA SERIE ESTIVA DELLE VECCHIE BACHECHE DELLA “COSTRUZIONE DEL VERSO”. L’INIZIO: GABRIEL DEL SARTO . 29 APRILE DEL 2006.

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POST PUBBLICATO SU “LA COSTRUZIONE DEL VERSO” IL 29 APRILE DEL 2006

Questa volta mi occuperò di un poeta il quale, pur essendo ancora giovane, tende verso una sorta di consacrazione, anche per essere passato in realtà editoriali robuste, a livello antologico. L’autore in questione risponde al nome di Gabriel Del Sarto, toscano di Massa, che da sempre porta avanti un suo modo quieto nel vedere il mondo. Questo suo isolarsi dentro la campana di vetro del proprio clima interiore parrebbe assomigliare (per sola tematica) a una certa condizione che sa di crepuscolo proto-novecentesco (ne sono causa le nostalgie mal gestite, o comunque esasperate, dell’uomo fatto soglia del burrone). Il primo testo che qui  pubblicherò possiede un ritmo suggestivo, un poco mesto e forse anche corazziniano, ma con qualche elemento contingente comune allo stato d’animo dell’Ungaretti di “Natale”. Nel Gabriel di questi inediti si nota l’instostenibile e finissima incapacità di “sopravvivere”, talvolta ingarbugliata da impennate a-sintattiche –di vere e proprie tempeste emotive, in gran parte rattenute-. Del Sarto, comunque, è abilissimo nel porgere i propri gusti novecenteschi; in lui non si notano (o non si notano troppo) gli effetti ricalcanti da autori stranieri. Egli appartiene con fierezza a quel bacino che va da Genova a Livorno, dal quale “pilucca” analogie: che so, con Caproni, ma più marcatamente (secondo me) con Sbarbaro, di cui segue la traccia timido-scientifico-erotica. Insomma, Gabriel lascia intravedere la toscanità di confine: quella cioè che si limita nella striscia di terra esile che va dalla costa marina alle guglie Apuane. In questo lembo di territorio esercita la lucida consapevolezza della vita, vista alla luce di un ossimoro che si confina tra la plasticità del suo essere “padre-madre infinito”, dinoccolato e impersonale, (“…anche stasera dopo il pasto dopo / il cartone animato, i pop corn caramellati, ../”) e la posteriore considerazione filosofica di buona grana, (“ …gli infiniti che si raccolgono / nel sonno dei miei figli, sonde e respiri…/”). Ecco definita, allora, l’intriganza di Del Sarto: ovvero, l’insieme degli effetti di una poetica limpida e felice che si svolge nella dinamica della contrapposizione espressiva di ciò che l’uomo vuole (o non vuole) dalla vita..

**

La fiamma bianca delle luci del Centro
Commerciale divampa nel cuore
delle sere della nostra zona, lama
fra le tapparelle di plastica sottile
e siamo qui lasciamo scorrere sotto
la finestra di questo ufficio il traffico
delle auto sul cavalcavia, persone vetri
e metallo. E sedere silenzioso di fronte
a te, in questa penombra. Un’ora,
e il tempo si allontana attraverso il tempo
nei milioni anni luce, e questo fidarsi,
sai, di esserci ancora stasera al mondo.

Anime

Se occupo questo vuoto
tutto – la tua notizia esplode
nella cruda silografia che fai di me –
somiglia più a sé, quel lavoro
di punta che porta la sensazione
di affilare i miei contorni, i miei giorni
ai numeri d’un’algebra più ruvida. Le cose sono
una materia che si tocca, il vento
solo un vento e la vita il tempo
in cui io sono.
Se pure è così, e suona
il punto che salva il mondo, il disegno
aperto che unisce le mie ferite,
osservo questo giorno, la coalizione
che lo tiene e questa luce che passa
nella cucina: pensieri o fotogrammi
nella storia. Le anime sono foglie

e tu, questa, lieve fra me ed il mio
essere spezzato.

  
 Il tuffo

Quando abbiamo cercato il mondo, io e te, in un tuffo
perfetto verso il palo lontano.
Ti ho seguito con lo sguardo, la torsione,
le grida strozzate di compagni e avversari.
Nel momento dell’esplosione, increduli
gli altri o zittiti, mentre la palla deviava
a lato di ogni cosa, confuso ti ho cercato ancora
in me, quello che sei stato ed eri
ogni volta mutato ad ogni parata o gol subito.

Da queste pericolanti tribune di periferia
vedo il fango del campo sportivo, gli abbracci
e tutto quello che conta ha l’odore acre e dolcissimo
dello spogliatoio, il rumore uguale dei tacchetti sul cemento.

Il senso
Il senso era qui, luminoso
e perduto, nell’attenzione improvvisa
dei tuoi occhi mentre mi parlavi
di lui, del tuo sognare la sua morte
mentre accadeva. Eri qui. Lo sguardo
su te ora è sul vuoto e quella sedia
è come morte, altra morte ancora.
Siamo questa speranza
trafitta dalla cenere dopo la luce
di un gesto, come se avesse questa tua pazienza
ogni storia, o differenza, che sapevi
e raccontavi: così ascoltare era come
assaporare il tessuto che mi lega
al dolore di un padre e di un figlio.

Il resto, le guerre, è lontano da qui
e viviamo in un mondo ovvio,
che non si cura di noi, e lo chiamiamo
casa. Anche stasera dopo il pasto dopo
il cartone animato, i pop corn caramellati,
soffrire fonda la serietà della vita. Sono
gli infiniti che si raccolgono
nel sonno dei miei figli, sonde e respiri.

E non so quale notte poi,
dolce e infinita forse, è la forma
del racconto che da oggi ti comprende.
Se è quel vento intimità che salva.

**

Gabriel Del Sarto è nato a Ronchi nel 1972. Laureato in Lettere moderne e poesia italiana contemporanea, vive a Massa, dove dirige una azienda di corsi formativi. Redattore della rivista “Ciminiera“, diretta da Filippo Davoli,  è stato incluso nel noto “Sesto quaderno italiano di poesia contemporanea” (Marcos y Marcos, 1998), nell’antologia a cura di G. Ladolfi, “L’opera comune – Antologia di poeti nati negli anni Settanta” (Atelier, 1999), ne “I poeti dei vent’anni” (Stampa, 2000) e nell’antologia mondadoriana “Nuovissima poesia italiana”, a cura di M.Cucchi e A.Riccardi. Nel 2003 è uscito il suo volume “I viali” presso le edizioni Atelier.

 

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postato da: nestore22 alle ore 22:51 | link | commenti (45)
categorie: poesia

Commenti:

#1  30 Aprile 2006 – 02:29

 

Molto bello e leggibile l’uso dele sottolineature nell’introduzione. Grazie, Gianfranco.

p.s.: Ovviamente scherzo per scimmiottare affettuosamente un caro amico nonché caporedattore di “Ciminiera”.

FilippoDavoli

#2  30 Aprile 2006 – 11:33

 

concordo. mi hanno particolarmente colpito le chiusure, che sono quasi delle aperture verso qualcosa di non detto che rimanda ad un rispetto intimo del dire.

St. L.

utente anonimo  (IP: 7eec7a0917f5154)

#3  30 Aprile 2006 – 11:53

 

Premesso che queste poesie, da parte mia, meriterebbero un’analisi più attenta…putroppo sono di fretta!Davvero notevoli questi versi. Noto uno scatto in avanti rispetto a I viali (che per altro mi era piaciuta molto!). La prima poesia in particolare mi ha molto colpito; sarà perchè la sento vicina al mio stile…anche se Gabriel è indubbiamente più bravo e più maturo…;-) Complimenti davvero Gabriel e ti aspetto sempre a Parma per quei tortelli…
Buone cose e un caro saluto
Liuk

utente anonimo  (IP: 1d4c44a891f681a)

#4  30 Aprile 2006 – 15:38

 

Il buon Gianfri si merita un saluto particolare, gli altri amici non ne siano gelosi…
Mi ha colpito il riferimento a Sbarbaro. Non avendolo mai letto un suo libro (come d’altronde ho letto dei crepuscolari solo le cose presenti nelle antologie scolastiche e in quella di Mengaldo) mi sento incuriosito. Ma sono anche pigro, a dire il vero, e quindi non so se lo leggerò.
La prima caro Liuk, scritta di recente, aspira ad essere la prima di un miniciclo. Quindi è programmaticamente diversa. Sto cercando un tono, che unisca contenuti ‘difficili’ (un rapporto di coppia che nasce nelle nostre esistenze metalizzate, come direbbe il buon GiusCo) ad uno stile misurato. Perché la crudità delle cose emerge meglio così, secondo me.
Forse per questo, Gianfri, sembra ci sia una campana di vetro, se si intende cioè questo stile come una protezione, una sorta di nido. In parte lo è. Ma è sempre anche molto altro. Come nella vita che si vuole vera.
Gabriel
P.S.: il mio pc visualizza l’ultimo verso della seconda con caratteri più piccoli, è un problema mio?
P.S. 2: per GiuSco (seppur in ritardo): ti manderò qualcosa, volentieri. Ho in mente un poemetto che ti invierò appena ne sarò un po’ soddisfatto.

utente anonimo  (IP: df52558316e3b23)

#5  30 Aprile 2006 – 15:45

 

Mi accorgo di non aver ringraziato con chiarezza Gianfri, per il lavoro che ha fatto nell’introduzione. Come è successo ad altri, anche a me ha permesso di cogliere sfumature, nessi ecc. cui non avevo mai pensato. Come il ‘trio’ di aggettivi: timido-scientifico-erotico che mi garba moltissimo… ci sta un mondo di cose qua dentro
Gds

utente anonimo  (IP: df52558316e3b23)

#6  30 Aprile 2006 – 16:05

 

Benvenuto, Gabriel. Sono felice di averto ospite (ma questo lo sai). Vedo che hai iniziato a dare il benvenuto ai tuoi commentatori. Vedrai che saranno numerosi. Il timido-scientifico-erotico è definizione che mi sembra abbastanza calzata al tuo esprimerti. Con il Natale ungarettiano, naturalmente c’è un’analogia situazionale. Con Corazzini potrebbe invece esserci anche una somiglianza caratteriale. Sergio era diverso dall’immagine che ci viene data dalle informazioni didattiche. Era un ragazzo attivissimo, nel suo cenacolino romano. Era anche allegro e piuttosto donnaiolo (a vent’anni, lo sono un po’ tutti, i ragazzi di tutte le generazioni), ma era un signorino, faceva l’elegante, anche se la condizione di borghese fallimentare lo frenava alquanto. Sveglio, mentalmente, lo era di sicuro. Di grande perizia formale: qui parlerei di risultati miracolosi. Un abbraccio, mio caro Gabriel (tosco-californiano).

Filippo scherza con uno dei suoi più affezionati redattori.
Un abbraccione anche a te, mio caro Filo.

Liuk, qualche volta fermati: la tua velocità mi immalinconisce. Eheh, scherzo, mio nipotone!

Hai colto bene, Stefano L.. Le aperture di cui parli sono squarci improvvisi, dopo un dettato compresso dalla vita ordinaria.
Salutone, a presto Stef.

nestore22

#7  30 Aprile 2006 – 18:40

 

Ecco dei tuoi testi Gabriel, bene; direi: vedi di non metallizzarti, eh; gira bene questa tua levità seria e ispirata.

Noialtri biodroidi siamo figli adottivi di Efesto & Marte, una vitaccia, letterariamente parlando… Ciao. GiusCo.

utente anonimo  (IP: b8c58cdb2dc56ed)

#8  30 Aprile 2006 – 21:01

 

Bene, saluto anche Gius-Co e chiudo così le saracinesche su questo ultimo giorno di aprile. Domani, anche se è il primo maggio, spero che vogliate passare di qui per lasciare una vostra impressione sulla poesia di Gabriel. Grazie di tutto: la vostra attenzione è la nostra forza per andare avanti. Il plurale comprende, oltre a me, anche l’ospite di turno.
Una buona serata.
Gianfranco

nestore22

#9  30 Aprile 2006 – 21:08

 

sto un po’ apatica oggi, però… molto belle le tue poesie Gabriel, si bevono come una sorsata d’ossigeno. grande equilibrio formale, un ritmo senza il minimo cedimento… l’unica cosa che farei forse, ma da una prospettiva o un bisogno tutto personale, è scardinare di tanto in tanto quel ritmo, rompere l’equilibrio, dare un grido, sia pure di disperazione, o rabbia, o gioia

un abbraccio
chiara

utente anonimo  (IP: 4b84d1d10da7aa9)

#10  01 Maggio 2006 – 00:13

 

offri una scrittura serena – per tono – anche se emergono macerie e terremoti. Mi piace il tono, il verso dosato con garbo e competenza (buone, ottime letture suppongo) l’uso non casuale di terminologie non consuete composte per senso senza però senza pretenzioso. La complessita arriva tutta a fine lettura per ogni singola poesia, lascia un sottofondo forte, si fa ricordare.
Il testo posto in apertura, quel “Centro Commerciale” che monopolizza subito la locazione temporale dello scritto e il dettato che per passi lievi stacca e trasborda in una seconda dimensione, sia piu intima e naufragata, che piu piu fermo e preciso (e sembra un controsenso)…

Torno a leggerti, a prendere appunti.
Grazie (anche a Gianfri per le sempre belle, oculate scelte)

fabiano

utente anonimo  (IP: 55182ce8d18b380)

#11  01 Maggio 2006 – 12:29

 

Belle considerazioni, per alcuni versi analoghe, di Chiara e Fabiano. DellA contrapposizione tra “quiete” e “tempesta”, nel dettato di Gabriel, si dice anche nella mia breve introduzione. Un abbraccio ad entrambi da Gianfry.

nestore22

#12  01 Maggio 2006 – 13:45

 

un po’ di gossip letterario: mi meraviglio di come Gabriel non sia stato bombardato dalle donne che frequentano il sito (per quanto mi riguarda ho avuto modo di leggere le poesia di Del sarto su il sesto quaderno di poesia contemporanea, l’antologia dei poeti nati negli anni ’70 e in nuovissima poesia italiana, ma al momento mi premeva sottolineare il lato gossipparo)

salut

(specialmente al padrone di casa)

vocativo

#13  01 Maggio 2006 – 13:58

 

Vi ringrazio. Quello che dice Chiara sulle rotture, quasi sulla necessità di sbavature o comunque di un meno forte controllo formale, è un tema delicato. Dipende molto dagli obiettivi compositivi. LE poesie che qui ho proposto si muovono su un equilibrio sottile. Sono testi marctamente liriic, che crcano un linguaggio tendente alla chiarezza, all’intelligibilità. Non sono espressionistici. Il tumulto sta sotto la forma. la forma è un medium espressivo che ho scelto e volto controllato ma allo stesso tempo emotivo. Un mix fra controllo ed emozione, direi. Un qualcosa di composto, che narra meglio, credo, le ferite, il difficile, la fragilità del vivere qua oggi. E’ come se il grido invece di dire di più nascondesse.
Fabiano non lo conosco, ma devo ammettere che, oltre alla gratificazione che mi porge, mi colpisce come colpisce chi centra una parte di te cui tieni. Centra gli obiettivi comunicativi di quei testi, soprattutto del primo, cui sono legatissimo. E la poesia è nata proprio attorno all’immagine del Centro Commerciale legata alla nascita di un legame.
Grazie
Gds

utente anonimo  (IP: 9c4a08ddef2edac)

#14  01 Maggio 2006 – 14:10

 

Nella fretta, ho fatto diversi errori di battitura e di lessico. Spero si capisca comunque il senso generale delle mie scelte, soprattutto in riferimento a Chiara. Aggiungo una cosa per lei. L’ultimo testo è nato dopo la morte di mia nonna, una donna che amava raccontare, dalla quale, nei pochi momenti che l’ho vissuta, ho imparato ad amare li raccontare. In quel testo c’è proprio il racconto di quella morte, di quella di suo marito ucciso a 24 anni dai tedeschi (qui abbiamo la linea gotica) mentre aveva un figlio di pochi giorni, il racconto che lega le generazioni al cosmo. Insomma cose scomposte e, in un certo senso, di un dolore vivo. Ma il testo, sceso giù quasi di getto, si basa su uno stato d’animo che chiamerei serenità, senso di letizia.
Come se la disperazione (che nei Viali ho messo più volte sulla pagina) abbia una possibilità, forse, di essere ricomposta, ammantata.
Così finora è la mia vita.
Gds

utente anonimo  (IP: 9c4a08ddef2edac)

#15  01 Maggio 2006 – 16:36

 

Caro Gianfranco, la poesia di Gabriel la conoscevo già, incontrata sulle pagine di diverse belle antologie…ma fa sempre piacere trovare – o ri-trovare – questa e altre cose, nel tuo spazio. Un caro saluto, Cristina (chiedo scusa se per un pò sono stata latitante, ma questa vita a metà tra l’Inghilterra e la mia terra a volte è difficile da gestire…). PS: un saluto e tutta la mia stima a Gabriel. A presto, Cristina

cristinababino

#16  01 Maggio 2006 – 19:29

 

Questa poesia è molto bella. Il leggero e pur costante ronzio di disastro di sottofondo a un tono calmo, sommesso, quasi rassegnato e ormai conciliante con tale disastro la rendono sì, come dice Gianfranco “intimista”, ma anche difficile e aperta a infiniti (come il sonno dei figli, immagine meravigliosa!). Ma anche l’aria è forse d’attesa, di sospensione, il tempo a volte fermo a volte ciclico.Se posso poi riguardo le “fonti”, ok per sbarbaro, ma io aggiungerei (magari un po’ arrischiandomi nel confronto) bertolucci.
Analisi scarna la mia, ma componimenti bellissimi.
saluto tutti, soprattutti Gabriel e il padrone di casa Gianfranco.
salvatore

utente anonimo  (IP: c4128e9dfbb84cc)

#17  01 Maggio 2006 – 20:05

 

la west coast sarà forse negli occhi di gabriel, ma mi pare che qui l’italia di provincia sia proprio l’italia (con la sua storia e la sua visione del mondo).

  1. è un’osservazione di consenso, eh:-)

gugl

utente anonimo  (IP: fa61262ae79686d)

#18  01 Maggio 2006 – 20:17

 

testi che ingenerano tenerezza e nel contempo rispetto. c’è un’aria soffusa di fondo, imperiosa come una montagna. che forza!
ti auguro tanta fortuna. rina

utente anonimo  (IP: 2c59352a769ce7a)

#19  01 Maggio 2006 – 21:24

 

Più che Bertolucci, Bacchini.
Comunque, Salvatore, ci sono le due componenti del tempo, la sospensione e la ciclicità. L’attesa, soprattutto, che è generata da una domanda sottesa a quel testo. Una domanda di senso appunto…
Grazie a te e a rina per i complimeti e l’ncoraggiamento.
Sono anche molto contento per il consenso di gugl Eh sì, sono sensibile al consenso. Beh, in effetti sotto sotto l’ambizione è quella di parlare al di là della west coast.
Ciao Gianfri, visto che ce l’ho fatta a essere presente? Grazie al pc di un’amica, vado a scrocco.
Un abbraccio.
Gds

utente anonimo  (IP: 9c4a08ddef2edac)

#20  01 Maggio 2006 – 22:12

 

I toni intimisti usati da gabriel, si coagulano con lo stile e la metrica , creando così un uniformità di intenti veramente degna.
Mi colpiscono molto questi versi, ma nell’insieme la pacatezza dei toni usati anche nel descrivere, come già detto, situazioni catastrofiche è interessante.
Com’ è interessante e bella la riflessione sulla possibilità di ricomporre la disperazione.
Concordo pienamente e s’era capito col post 10 di fabiano.
Un saluto a tutti, padrone di casa compreso, ovviamente.
Roberto

redmaltese

#21  01 Maggio 2006 – 22:16

 

anch’io la fretta… scusate gli errori.
Roberto

redmaltese

#22  01 Maggio 2006 – 23:49

 

Innegabile la capacità di Del Sarto. Misurato ma incisivo assieme. Indubbiamente una delle voci più significative fra i giovani poeti italiani. Bene.

GianRuggeroManzoni

#23  02 Maggio 2006 – 00:26

 

Vi confesso che sono un po’ imbarazzato da certi complimenti.
Stavo pensando all’immagine di Salvatore, che parla di ‘ronzio di disastro’. Trovo molto bella questa espressione, mi stimola. Si lega, forse, a stati d’animo che ‘uso’ quando scrivo.
Non so se riesco a fare quello che dice Roberto, ma è proprio quello che cerco.
A presto
Gds

utente anonimo  (IP: d2afd7d9997532c)

#24  02 Maggio 2006 – 11:59

 

Ragazzi, un gran daffare. Oggi pomeriggio, però, sarò con voi un po’ più decentemente disposto. Ma vedo comunque che Gabriel conversa amabilmente con i suoi fans.
Gianfry vostro

nestore22

#25  02 Maggio 2006 – 13:18

 

ciao a tutti.
per Gabriel: scusa il ritardo. ti ringrazio dei chiarimenti. in effetti il mio era solo un commento a caldo, nato da un’esigenza del momento. l’equilibrio tra la forma e il contenuto, e questa serenità, questo equilibrio questa superficie all’apparenza calma sotto cui si muovono correnti gelide è un risultato non comune ed è difficile da realizzare

a presto
chiara

utente anonimo  (IP: 45705d471b6130a)

#26  02 Maggio 2006 – 14:28

 

Anche il mio era un commento a caldo. Forse solo per evidenziare la sostanziale vivacità della materia, seppure in una forma volutamente trattenuta. In definitiva poi è su campi come questo, prima personali che stilistici, che si decidono le scelte che poi uno tenta di mettere sulla pagina.
Per questo la scrittura ci dice tanto di quello che siamo e di quello che vogliamo essere.
Gds

utente anonimo  (IP: 52932ca44f43665)

#27  02 Maggio 2006 – 14:28

 

Questo voleva essere un ringraziamento a te, Chiara.
Gds

utente anonimo  (IP: 52932ca44f43665)

#28  02 Maggio 2006 – 16:14

 

Bene, vedo che Gabriel ha preso le redini del blog: la cosa mi fa estremamente piacere. Commenti, e
buoni, caro tosco-apuano!

A Voc: il tuo discorso impone una riflessione estetico-poetica: che sono un buongustaio! Abbraccio!!

Gabriel: ti dicono cose appropriate, i fans. Per me sei l’inquietudine prima dell’uragano e la quiete dopo la tempesta. Metafora esclusiva! Ciao, poeta! Ci risentiremo prima di sera!!

Cristina cara, benvenuta! Un bacetto!!

Salvatore: non poteva non piacerti la poesia di Gabriel. E’ un registro così apparentemente piano, ma parecchio coinvolgente. A presto, segretario!!

Gugl. hai detto una gran bella verità. Meriti un plauso. Un abbr. dalla Romagna al Veneto. Gianfry

nestore22

#29  02 Maggio 2006 – 17:02

 

Bacheca sempre interessante, caro Gianfranco. Di Gabriele Del Sarto ho letto altrove altre composizioni…

lufruda78splinder

#30  02 Maggio 2006 – 17:38

 

Un caro saluto, Luca.
Gianfri

nestore22

#31  02 Maggio 2006 – 19:56

 

grazie a te Gabriel

chiara

utente anonimo  (IP: 45705d471b6130a)

#32  02 Maggio 2006 – 22:30

 

Caro Gianfri, mi onori troppo… Avevo glissato su Voc, ma tu non te lo potevi lasciare scappare un assist così eh? Mi sa che Voc ti conosce bene…
Sapete che avete fatto contenta anche la mia fidanzata con i complimenti alla prima poesia? Perché è vero che la poesia è un gioco che si può giocare anche barando con se stessi, ma non è queto il caso. Se quel testo è nato è grazie a lei, al senso che lei è per me. Se piace non si può non esserne contenti. Se nascerà un ciclo intero, bene. Molto bene.
Notte a tutti.
Gds

utente anonimo  (IP: 2d2d9174028e77b)

#33  03 Maggio 2006 – 09:28

 

Sarà felice la tua signorina perchè quella poesia dice la verità caro Gabriel.
Belle le poesie qui,davvero, come altre altrove….questo strano imprendibile altrove, tutto pronto sulla schena dei figli, le mani che hanno la misura elementare del bisogno al cospetto -muto- di chi amiamo.

Tiziana C.R.

utente anonimo  (IP: f304e93bd633015)

#34  03 Maggio 2006 – 09:51

 

dal momento che sono piuttosto scemotto e pesco in zone dove si prende un po’ di tutto (anche prodotti meno pregiati), quando leggo da qualche parte la parolina magica “altrove” penso immediatamente a Morgan.

Perdonate la scemenza

voc

utente anonimo  (IP: 01b87e839468c2d)

#35  03 Maggio 2006 – 10:06

 

“…non importa dove”
Tiziana

utente anonimo  (IP: f304e93bd633015)

#36  03 Maggio 2006 – 12:07

 

@ 35

utente anonimo  (IP: 01b87e839468c2d)

#37  03 Maggio 2006 – 12:07

 

ops, sopra ero io, voc!

utente anonimo  (IP: 01b87e839468c2d)

#38  03 Maggio 2006 – 12:23

 

Innanzi tutto io mi sono dimenticato di salutare Red Maltese: qui lo omaggio e qui mi scuso con lui. Ciao, Roberto!

La mia Tizzi-Tizzi è venuta a salutare Gabriel e a far felice noi
tutti. Grazie, madamigella preziosa!

Ora qualcuno ripeterà che sono un po’ melenso: …E chi se ne f…!

Il vulcanico Voc.va salutato a dovere, a puntino. Perché? Perché sì! A volte non c’è una ragione, perché ce ne sono troppe!
Ma Voc non c’entra nulla nella mia amenità, caro Gabriel. Lui ha dato del suo e io ho integrato con il mio…(discorso oscuro?) Non direi! Più che onorarti, in quel punto, mio caro amico, mi trastullavo prendendoti un po’ in giro. Si fa, no?, con chi si stima e con chi si ha confidenza.
Ciao Gabri. Ne approfitto anche per iniziare a fornirti i miei saluti di commiato. Ti sarai trovato bene, immagino, in casa mia! (prova a dire il contrario …!) Qui, a “La costruzione del verso”, puoi imbatterti in tipi scherzosi, ma comunque sempre geniali.
Ci ri-saluteremo stasera, dopo le sette, quando verrò a postare qualcosa di nuovo.
Gianfrissimo.

nestore22

#39  03 Maggio 2006 – 16:26

 

Caro Gabriel…ti avanza un cugino o parenti vari assortiti??? scherzi a parte
Immagini nitide…evocative…molto sentite…in definitiva BELLO e moderno!
grazie per l’autobiografia
Laura

utente anonimo  (IP: 59d97c797210d87)

#40  03 Maggio 2006 – 16:38

 

Mò, Laura, aspetta che ci penso a cosa avanza
Sull’autobiografia: ti rifersici a qualcosa in particolare?
Grazie.
Gds

utente anonimo  (IP: f6434d8bb822aef)

#41  03 Maggio 2006 – 16:49

 

visto che prima o poi qualche rappresentante del gentil sesso buttava il sasso!?

vocativo

#42  03 Maggio 2006 – 17:24

 

ti aiuto io…primo maggio…indire…
a.

utente anonimo  (IP: 5f9ef757155b1ea)

#43  03 Maggio 2006 – 18:13

 

tranquillo gianfri, gestire un blog così è impegnativo.Può succedere ma non ti devi scusare è scontato.
posto poco, ma vi leggo.
Ciao

redmaltese

#44  03 Maggio 2006 – 18:17

 

Un saluto a te Laura, ma senza l’aiuto di a. mica avrei capito. Sono un po’ lento…
E grazie per il moderno, ti immagini se alla mia età fossi già ‘antico’ eheheheh
Pensavo però al tema autobiografico, a come a volte il passato condizioni il presente. E i rapporti tra le persone.
Cara Laura e cara a. brutta bestia stare troppo legati a ciò che è stato, che dite? Se l’autobiografia non serve per progettare il futuro, a che serve?
Gds

utente anonimo  (IP: 5920c6f8e7490e1)

 

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SULLA RIVISTA “POESIA”, STEFANO VERDINO RECENSISCE “LINGUALUCE” DI DAMIANO SINFONICO.

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Dalla rivista POESIA – n. 339 – mese Luglio/Agosto 2018-07-09

Stefano Verdino recensisce “Lingualuce”, di Damiano Sinfonico

 

Un’indicazione preziosa la offre la citazione in exergo da una poesia di Ermanno Krumm: «Solo quando basta perché batta / la lingua-mano nuove tenere parole». Al di là della matrice titolo (“lingua-mano e lingualuce) metterei in rilievo “nuove tenere parole” e “Solo quanto basta”; sono termini ben sufficienti a indicare la strategia di questo secondo, ricco ed essenziale libro di Damiano Sinfonico. In Storie (2015) avevamo già bene apprezzato la sobrietà del dettato e i felici innesti di una affabulazione; ora quel “solo quanto basta” si connota con un deciso orientamento dove le “nuove tenere parole”non debbono trarci in inganno, non inducono a una tenerezza dal sapore di idillio o di espansività, ma vanno intese nel loro germinare, nel loro nuovo annodarsi sulla pagina, Tenero appunto in quanto primizia, apertura, lingua luce. Le tre sezioni che compongono il lieve libro offrono tre prospettive di queste germinazioni: in Tornanti, la prima serie, l’affabulazione disegna situazioni e racconti in cui si accampa sempre uno spaesamento: la località non raggiunta, la risposta depistante tra le “squadre”, “l’altro aspetto” della “professoressa in pensione”, “la risposta che non contemplavo” degli studenti, il professore che “dolcemente si confessa” dormiente davanti al film di culto fino alla “strana e accecante” “tua frase recente”. Nel frattempo abbiamo visto trapelare un po’ di contesti, decisamenti ordinari: più volte la scuola, il bus, transiti presso vetrine, in auto, tutto insomma a basso voltaggio, ma proprio perché a basso voltaggio più rilevanti sono i vari soprassalti che il testo istituisce, come gli spaesamenti di cui sopra, l’esibizione di oggetti-senhal (la cordicella degli occhiali della prof., la propria “scatola cubica”) e i calibratissimi rilievi metaforici (“un fiocco di stupore”, “come a bordo vasca / le nostre ombre friggevano sul piatto”). Come si dice allinea testi propriamente meta-poetici, ma decisamente sciolti da ogni dottrinarismo e concretati nel vivo di un quotidiano interrogarsi. Dalla nota finale sappiamo che molti di questi testi sono nati a Granada, in Spagna, e hanno vissuto quindi, implicitamente, di una relazione tra lingue (l’italiano e lo spagnolo) che spiega anche il titolo Come si dice e si precisa: «vorremmo sapere / nonostante i silenzi / tutto questo che ci parla». È in campo la partita tra «l’opaco / che s’incrosta sulla lingualuce», una partita aperta, a tornanti anch’essa non priva di deficit, tra lingua e vita come ci insegna un testo davvero fulminante e memorabile: «’la sua vita non ha lasciato tracce’ / stavo per scrivere in un articolo. / Poi ci ho ripensato. / Non si può scrivere una cosa più crudele. / La vita non si scioglie come neve». Infine Case ci porta a una serie di habitat, dalla casa vera e propria, al luogo turistico (nel caso dell’Alhambra), di nuovo al bus, dove un dato quanto mai occasionale e comune riverbera un che di salvifico. «Quando l’autobus sobbalza, tu spunti. / Come un’arca di Noè, tra le onde, / la tua testa mette in salvo / qualcosa di me, di te, sobbalzando». Forse si sarà notato nelle citazioni fatte l’insistere dell’uso della similitudine di un “come”, che spesso costituisce l’apertura, l’alea, o anche la ferma sigla del testo; a volte i margini della similitudine sono semplici, altre volte aggregano notevoli soluzioni di intensità espressiva, del tipo «come vedere oltre un vetro / e non poter portare quella cosa di qua», ovvero «come un paese bianco dell’Andalusia / sospeso fra colline sempre uguali». Né manca il graffio, che ci appare ancora più acuto, proprio perché scatta in un contesto d’apparente normalità e ben si incide al lettore, come nel congedo dell’ultima poesia: «La sera non è un idillio. / In cucina irrompono i rumori dei vicini, / la radio rimescola le notizie, / impercettibilmente la luce si ritira / come lo splendore da una civiltà».

 

STEFANO VERDINO

LORENZO MARI RECENSISCE “I DODICI” DI ALEKSANDR BLOK, VOLUME A CURA DI DARIO BORSO.

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CONSONANZE E DISSONANZE / Chi lo sa dopotutto?

Aleksandr Blok, Paul Celan, “I dodici

 (L’Arcolaio, 2018, trad. Dario Borso)

 

Articolo pubblicato su CARTEGGI LETTERARI

UN RINGRAZIAMENTO NATALIA CASTALDI

Tra i libri passati in sordina negli ultimi mesi, spiccano certamente – per rilevanza editoriale, interesse culturale e potenza della parola poetica – I dodici, scritto in russo da Aleksandr Blok, ri-scritto da Paul Celan in tedesco e infine ri-ri-scritto (oppure “tradotto”, se si vuole) in italiano da Dario Borso. Il silenzio che si trova a scontare oggi I dodici sembra dovuto, almeno in parte, alla tempistica: la pubblicazione è avvenuta pochi mesi dopo la chiusura del centenario della rivoluzione del 1917, debordando, dunque, rispetto alla logica memorialistica, in sé di brevissima durata, cui ci ha abituato la sfera social, nonché certo giornalismo culturale di rincalzo.

Eppure, l’opera meritoriamente riportata all’attenzione del pubblico italiano dalla casa editrice L’Arcolaio (dopo la pubblicazione dei soli Dodici di Blok per Marsilio e Einaudi) ha una portata temporale che va al di là del nostro (infinitamente piccino) momento storico. Portata che si può sicuramente dire canonica, se per “canonico” s’intende non solo un’acquisita classicità, ma anche la capacità di inserirsi nel canone illuminandone le interne linee di congiunzione e di frattura.

Linee che interessano, prima di tutto, il rapporto di Celan con la tradizione russa: nonostante Celan sia stato traduttore da almeno sette lingue, è precisamente entro i confini di questa tradizione poetica che egli si costruisce quella peculiare costellazione – Blok, Esenin, Mandel’štam – entro la quale può orbitare anche la sua stessa scrittura. Costellazione, peraltro, e non genealogia: quando Celan fa di Mandel’štam il proprio Meridiano – stando al titolo del suo discorso di accettazione del premio Büchner, nel 1960 – questo non comporta affatto un superamento delle sue letture-scritture precedenti, anzi, come commenta lo stesso Borso nell’introduzione al libro: “l’astro di Blok ne risultò oscurato […] eppure in un altro senso, precisamente riguardo al tema della speranza utopica con annesse amare vicissitudini, l’astro continuò a brillare tra le righe” (p. 24).

Si tratta di qualcosa di più di una semplice persistenza. I dodici di Blok, pubblicato per la prima volta nel 1918, rappresenta il livello più alto di quello che per Celan sembra essere stato, innanzitutto, un possibile punto di scaturigine del pensiero poetante e non, come nel caso di Mandel’štam, il segno di un preciso, per quanto complesso, affratellamento poetico.

E ciò che ne scaturisce, nei primi Dodici, quelli di Blok, è l’impeto rivoluzionario, dal quale il poeta si lascia completamente sopraffare, giungendo, poco tempo dopo la pubblicazione del poema, a fare un elogio pubblico del “bolscevico romano” Catilina. Da questo impulso nasce una visione che non è più legata soltanto all’eredità estetica simbolista, acquisendo, piuttosto, il ritmo e la complessità del montaggio ejzensteiniano, come giustamente ricorda anche la quarta di copertina dell’edizione Arcolaio.

Accade, però, che al termine di questa visione compaia una figura che non poteva non essere di grande scandalo nelle letture dell’establishment dell’epoca, ovvero Gesù Cristo. Che questo porti o meno a una grave contraddizione politica (come decreta la sorella di Trockij, commissaria del dipartimento teatrale, all’epoca, e primo censore della lettura pubblica del poema) o che sia forse interpretabile come l’innesto di una particolare declinazione del sacro, o di un certo titanismo tragico, l’immagine di Cristo, in ogni caso, anticipa un chiaro dato biografico e storico: per Blok il fuoco rivoluzionario andrà esaurendosi rapidamente, risorgendo poi in un’altra forma. Come lo stesso autore ebbe a scrivere in un appunto del 1920, puntualmente ricordato nell’introduzione, I dodici è stato scritto nel pieno dello sconvolgimento di tutti i mari della vita portato dalla rivoluzione, ma quello sconvolgimento, per Blok, trascende la stessa politica, secondo una modalità che, con il passare del tempo, rende possibile una visione retroattiva di marca diversa: “[…] nel poema rimase una goccia di politica. Vedremo cosa ne farà il tempo. Forse ogni politica è così sporca che una goccia intorbiderà e guasterà tutto il resto; forse non distruggerà il significato del poema; forse – chi lo sa dopotutto? – varrà da fermento, grazie al quale I dodici tornerà a essere letto in un tempo diverso dal nostro” (p 14).

Celan raccoglie la stessa intensità, senza per questo lasciarsi impigliare dalle oscillazioni ideologico-politiche che segnano gli ultimi anni della vita di Blok. Nello scritto introduttivo alle sue versioni, anzi, Celan sottolinea come I dodici sia un inno alla rivoluzione così ambiguo da poterne egualmente rappresentare una satira. Un’energia e un’ambivalenza che devono aver mosso la mano dello stesso Celan, se, nello stendere i suoi Dodici, questi non è arrivato a condensare la parola di Blok nella consueta petrosità celaniana, disponendosi, invece, a un lavoro di impasto linguistico che imprime nuove svolte a quegli schemi metrico-ritmici e a quelle citazioni integrali che, come riporta con dovizia di dettagli l’appendice alla traduzione (alla curatela del libro hanno contribuito anche Anna Maria Curci, Nadia Cigognini e Valentina Parisi), Blok trae non di rado dalla poesia popolare russa.

Dario Borso sembra seguire questa stessa strada, appoggiandosi di più alla versione celaniana che non a quella di Blok – d’altronde, Borso è noto traduttore dell’opera di Celan per Einaudi (e anche per altre case editrici, come nel caso degli importanti Microliti, usciti per Zandonai nel 2010) – ma senza tralasciare di dare conto, non solo nell’appendice ma anche in certe scelte traduttive, del testo di Blok. Anche a costo di scelte lessicali non comuni e talvolta vagamente dissonanti, pur se armoniose dal punto di vista metrico-ritmico, a Dario Borso è riuscito a fornire una nuova voce ai nostri Dodici.

E forse – chi lo sa dopotutto? – questo varrà da fermento, grazie al quale I dodici tornerà a essere letto in un tempo diverso dal nostro.

LORENZO MARI

E’ USCITO IL NUOVO LIBRO DI MATTEO ZATTONI, “DEVIATI”, LA SUA PRIMA ESPERIENZA COME PROSATORE.

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Matteo Zattoni, autore in poesia, è personaggio ormai noto a livello nazionale – uno dei migliori della generazione della prima metà degli anni Ottanta. Con “Deviati” si cimenta come narratore di racconti -un tipo di scrittura che, a nostro avviso, gli si staglia molto efficacemente addosso -.

Dirà meglio di noi Enza Valpiani nell’ottimo editoriale proposto in quarta di copertina e che qui sotto riproduciamo. Pubblicheremo anche alcuni estratti dell’eccellente postfazione di Stefano Guglielmin, il quale dà un suo punto di vista molto convincente.

Un libro a forti tinte, questo di Zattoni, che affronta tematiche dure e reali con un piglio sicuro e pulito.

Buona lettura!

 

L’editoriale di Enza Valpiani:

Le storie affrontano la “devianza” nella sua ampia casistica: anoressia, bullismo, crisi di identità, un brulicare di nevrosi, fino alla folle deriva di un dichiarato piacere di uccidere.

Si potrebbe quasi parlare di profetica distopia, sapendo che i racconti della presente raccolta risalgono ad una decina di anni fa: in gran parte le vicende dei protagonisti riecheggiano infatti le cronache attuali e disegnano una topografia dell’odierno disagio sociale ed esistenziale.

L’autore ammanta tuttavia di un lessico incisivo e ispirato persino la dimensione cinica e violenta del delitto, delegittimandolo. I “demoni” moderni non hanno più, come nella letteratura russa di fine Ottocento, un legame ontologico con la religione, ma la scelta di un registro ironico assume la funzione di sfatare i falsi miti e i luoghi comuni, porgendo al percorso della sofferenza lo spiraglio di una non impossibile redenzione.

 

Porzioni dell’intervento di Stefano Guglielmin:

Al poeta Zattoni, che ama contenere gli attriti del mondo, ricreandoli nella misura mossa del verso, tracimando solo di rado in lessici infernali e del sottobosco sociale, più petrarchesco, insomma, che dantesco, nel restituirci le disarmonie del moderno, lo scrittore Zattoni risponde rimpolpando la gamma delle tonalità linguistiche e tematiche lasciate ai margini dalla sua poesia. Per quanto anche i suoi versi nascano da una volontà prosodica, trattenuta dalla formula lirica, che finalmente in Deviati può realizzare, modulandola di racconto in racconto: ecco allora l’affastellarsi paratattico e gergale di un’anoressica, l’ossessione descrittiva di un ricercatore o di un angelo assassino, oppure, ancora, la narrazione poetica di un fiore in boccio, entro una storia di metamorfosi dove, al Dio che punisce la disobbedienza, si sostituisce la salvezza offerta dal chirurgo plastico.

(…)

Ad accomunare tutti i personaggi è il loro vivere emotivamente precario entro un orizzonte sociale selettivo, poco disposto a sostenere i più fragili o i meno conformisti. Deviati è anche la storia di chi appunto va alla deriva, dopo aver deviato, per scelta o disperazione, dal solco dell’omologazione; forse nell’ultimo racconto s’intravede una ripartenza all’insegna di una libertà nuova, pur cominciata dal letto di un moribondo, nel segno dunque della perdita. Non a caso, credo, quel racconto chiude il libro, libro inaugurato da alcuni versi di Vittorio Sereni tratti da Quei bambini che giocano, distinti da parole come distorsione, devianza, emorragia, corruzione, ossia da quegli strumenti disumani che muovono i nostri destini sociali e sui quali Zattoni ci mette in guardia, rivelandosi autore fortemente civile laddove sembrava, nei versi, dominare in lui la dimensione privata, per quanto toccata dagli ossidi della civilizzazione.

 

 

GABRIELE ZANI RECENSISCE “UNA STAGIONE IN NIGERIA” DI STEFANO ZANOLI.

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Stefano Zanoli è nato a metà degli anni Sessanta a Cesena, città in cui ancora vive, nei dintorni della via Emilia. Ha pubblicato articoli su riviste accademiche, durante il dottorato in geologia, e tuttora mette a frutto la sua formazione naturalistico-umanistica insegnando e scrivendo libri di scienze per gli editori Le Monnier e A. Mondadori. Negli anni novanta intraprese un viaggio lavorativo in Africa, nella Nigeria di Abacha, Abiola e Fela Kuti, e questo libro è la narrazione di quella esperienza.

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Dalla nota editoriale di Enza Valpiani.

Una storia di migrazione, inseguendo il miraggio di un lavoro, la “discesa agli inferi” in un luogo sconosciuto: irrompono nelle pagine fotogrammi di miseria, malattia, disperazione, persino abiezione e “riverbero di denti bianchi nei volti dalla pelle scura”. Questo non è tuttavia il viaggio a cui ci abituano le cronache quotidiane, è un viaggio alla rovescia, in un mondo alla rovescia, dove l’“altro” è un bianco che precipita nel cuore profondo dell’Africa. Lo stile, talora originalmente stravolto e sospeso tra gerundio ed infinito, esprime lo choc spazio-temporale del protagonista; l’impasto linguistico, abbracciando la sonorità italiana e il pidgin-inglese, suscita e svela l’orrore della mancata “promessa” culturale e coloniale di Conradiana memoria.

LA RECENSIONE DI GABRIELE ZANI

 

Stefano Zanoli, di Cesena, a Cesena insegna Matematica e Scienze in una Scuola Media e, sempre per l’ambito scolastico, ha redatto libri di scienze pubblicati da Le Monnier e A. Mondadori: tutto ciò in ragione degli studi compiuti presso l’Università di Bologna, che gli valsero, nel 1990, una laurea in Geologia.

D’altra natura, non precisamente “per le scuole”, anche se a mio avviso parimenti “utile” e “formativo”, è appena uscito Una stagione in Nigeria, per conto della benemerita casa editrice forlivese L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, senza comunque dimenticare che il libro fu prima stampato da una tipografia cesenate nel 2012, dunque in poche copie fuori commercio, evidentemente destinato in primo luogo agli amici. Ed è stata senza dubbio l’insistenza degli amici che ha convinto Stefano a uscire finalmente allo scoperto, ossia con un editore vero, vincendo le ritrosie e il connaturato riserbo che lo contraddistinguono. Ne è del resto una prova tangibile la lettera-prefazione dell’amico scrittore Luigi Riceputi, che compare in entrambe le edizioni, estratta dallo scambio epistolare che a suo tempo accompagnò la stesura dell’opera di Zanoli.

L’edizione “clandestina”, va detto, recava in ultima pagina la dicitura “Cesena, 2000-2005”, appunto il luogo e gli anni della stesura, che però ora nell’edizione “ufficiale” l’autore non ripropone, forse per uno scrupolo che a mio parere risulterebbe ingiustificato, dal momento che tra l’una e l’altra edizione non si scorgono che minimi e minimali ritocchi. Dico ingiustificato perché in questo libro le date hanno indubbiamente un loro peso, trattandosi della testimonianza di un’esperienza (lavorativa, come geologo, ma soprattutto extra lavorativa) realmente vissuta, in Nigeria, a Lagos, in un preciso arco di tempo, quattro mesi del 1996, tra aprile e luglio, quindi vent’anni fa, quando l’autore aveva giusto trent’anni. Inoltre, dalle suddette datazioni, veniamo a sapere che il libro non è stato scritto “in diretta”, bensì a una decina di anni di distanza dagli episodi narrati. E infatti chi avrà il piacere di leggerlo si accorgerà ben presto che non si tratta del tipico libro-sfogo di un esordiente, ma il libro di uno scrittore avvertito e dai molteplici registri espressivi, nonché di un fine lettore, come viene fuori dalle tante citazioni che vi circolano, più o meno esplicite, dagli amatissimi Melville e Conrad, Celine e Sereni. Per non parlare del titolo stesso, che non a caso rimanda all’Inferno del giovane Rimbaud, perché anche la Nigeria, per come la visse il ragazzo Zanoli fu davvero, in ogni senso, un inferno.

Qualche anno fa, allo scoccare della mia terza decade, ebbi l’occasione di dare una svolta importante alla mia vita; lasciare tutto per trasferirmi là dove, seppur vagamente, pensavo di poter trovare tutto e, forse, diventare un uomo adulto a pieno titolo; lasciare l’Europa, mondo immutabile e sicuro, per andare in Africa. Fu così che me ne andai a sbattere il muso in un risvolto ancor più doloroso del normale principio di realtà. Una sberla da rimanerne intontito, paralizzato nell’afasia d’un groviglio informe di parole, dentro una tempesta d’emozioni, impietrito e agitato allo stesso tempo; uno di quei momenti in cui la vita pare abbia preso una piega drammatica “irreversibile”, si sia come cristallizzata in una vibrazione monocorde, nella frequenza di un eterno presente, privo di futuro e orfano di un passato lontano.

[…]

A Lagos, ex-capitale amministrativa della Repubblica federale di Nigeria, la più grande città dell’Africa occidentale, megalopoli-formicaio del nuovo millennio, ci andavo per lavoro, convinto che, del resto, “lavorare” fosse il modo migliore per viaggiare. Viaggiare; e non “visitare”. Sì perché nella mia testa ronzante di quei giorni c’erano soprattutto motivi romantici, non tanto impellenti prosaici bisogni. Ragioni oscure non razionalizzate. Una irrequietezza radicata in anni felici in via di sbiadimento per caso andata a incontrarsi, nella matassa delle cause-effetto della vita, col filo contorto d’una “occasione di lavoro”.

GABRIELE ZANI

 

 

Un po’ di prosa

L’Africa dunque… l’Avventura, il Viaggio, la Vita adulta. L’ingegnere mi stava illustrando alcuni dettagli, non parlava tanto del lavoro, diceva che vivendo in Africa il problema è di passare il tempo; che oltre al lavoro laggiù non c’è molto da fare; lavoro e soddisfazioni di lavoro; e oh, i tropici… e sui tropici aveva fatto tutto un discorso vago e allusivo (le comodità che avrei avuto in compenso, lo stipendio, il vitto e l’alloggio compresi, l’ottima mensa, e l’importante esperienza di lavoro, e poi fra qualche anno avremmo visto). Non m’ave-va fatto tante domande; e forse se m’avesse scandagliato un po’ meglio, incalzato, se avesse scalpellato le fessure che attraversavano, ancora invisibili, le mie visioni e suggestioni, io non lo avrei passato quell’esamino facile, come invece era accaduto. Tacevo annuendo timidamente, in una incerta e ingenua recita d’entusiasmo. Avevo tre o quattro giorni per pensarci; bisognava partire subito.

Durante il rito di commiato da quel primo colloquio “esplorativo”, avevo buttato lì un po’ nervosamente che certo, eccome se mi interessava, ma che così avrei anche dovuto lasciare tutto, mica era facile, partire e lasciar tutto (e l’avevo balbettato come se in realtà non mi sarebbe costato granché, come cercando la sua complicità mentre lui, dall’alto della cravatta che spenzolava dalla mascella, mi sembrava volgersi ad uno sguardo ineffabile di ambigua comprensione). A questa mossa, con cui si scoprono razionalmente le carte del buon senso, e che può essere anche apprezzata in questi casi (ma in ogni caso io non l’avevo calcolata), confidenziale, come extra-colloquio, a rinforzo di quella nostra complicità di circostanza, l’uomo aveva risposto, con una certa solennità, che se sua moglie gli avesse posto l’ultimatum… allora beh… lui avrebbe scelto il lavoro; un’ultima confidenza aggiunta quasi con tenerezza, che mi aveva lasciato la sensazione di essere già altrove, là fuori, oltre quei vetri affumicati che precludevano la vista dei dritti pioppi romagnoli, di essere ormai anch’io uno di quegli uomini virili e sobri, anch’io della schiera materiale di una realtà più concreta, calcestruzzicacioè tutto il contrario di un accademico, essere già uno della compagnia; una sensazione come di vento leggero dal sapore esotico, che carezzava la mia mente aperta e sognante (quella mente richiusa da mesi nella vallecola).

Io non ce l’avevo la moglie, dissi, però avevo la “morosa”, che faceva ancora l’università; forse non c’era tanta differenza, dovevo comunque partire e lasciar tutto. Poi ci fu una pausa di silenzio in cui ritenni opportuno non aggiungere parole superflue (quello era un mondo di poche parole e di molti fatti). Io avrei voluto dire subito sì, senza pensarci tanto; sì… la testa scalpitava, i pensieri correvano lontano. Che ci pensavo a fare? Volevo partire e basta; prendere al volo quel biglietto inatteso che vedevo già staccato e appoggiato sul tavolo tra noi, nello spazio della formale conversazione; al diavolo le conseguenze…

 

Aspettavo fermo a un incrocio la luce verde del semaforo. Davanti a me, perpendicolarmente, oltre il vetro del parabrezza, scorreva il flusso ben noto di suoni e colori, auto e motorini rumorosi, biciclette e pedoni. Il volto della mia città di provincia che forse tra poco avrei abbandonato insieme a quelle immagini familiari, che ora vedevo diverse, assorbita la tonalità emotiva di chi deve partire, di chi se ne sta per andare. Occhi registranti, pure, gli stessi colori e contorni, ma mente e cuore che reagiscono agli stimoli in maniera diversa. Partirò, mi dicevo, e dalle viscere saliva, rinforzato alla coscienza, il desiderio di abbandonare il quieto tran tran di quei marciapiedi, un profondo e impulsivo, incurante d’ogni conseguenza, apoteosi di uno slancio vitale. Via me ne sarei andato, a vivere nel mondo, fuori, lontano, e sulla cresta di questo pensiero pareva quasi che i contorni di ciò che stava intorno nella strada fossero più nitidi. Preda di quell’esaltaltazione che prende chi è pervaso dal sentimento della partenza, ero immerso nell’incantesimo di sentire la cinghia del mio essere aderire alla ruota della vita “vera”, di afferrare improv-visamente il senso delle cose, le dimensioni dello spazio, in un diverso e più reale scorrere del tempo, ora tangibile. Era l’ebbrezza del viaggio, il mondo che già cambiava intorno.

UN NUOVO LIBRO IN USCITA DOMANI; E’ L’ULTIMO PROGETTO DI VITTORIANO MASCIULLO, INTITOLATO “DICEMBRE DALL’ALTO”.

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UN NUOVO AUTORE ENTRA IN ARCOLAIO, E’ IL ROMANO VITTORIANO MASCIULLO, NATURALIZZATO BOLOGNESE, BENE INTRODOTTO NELL’AMBIENTE POETICO DELLA CITTA’ EMILIANA. IL SUO LIBRO S’INTITOLA “DICEMBRE DALL’ALTO“. NE FA UN’ATTENTISSIMA E ANALITICA ANALISI CRITICA CECILIA BELLO MINCIACCHI DELLA QUALE RIPRODUCIAMO QUI SOTTO DUE PICCOLE PORZIONI.

 

 

Se ogni libro è fatto di altri libri, e se – giusto l’assunto sanguinetiano – non possiamo far altro che citare, tanto nella scrittura quanto nella vita, Dicembre dall’alto di Vittoriano Masciullo sembra per eccellenza un testo di testi altrui, un’opera in cui gran parte delle parole che l’autore pronuncia erano d’altri. Erano perché il processo compositivo è, alla sua origine, chimico: l’appropriazione (debita, indebita, comunque non taciuta, confessa) è di fatto assimilazione. Ossia nutrimento intellettuale, emotivo e psichico, energia verbale. A volte è proiezione di figure, presenza ossessiva di cellule ricorrenti. Parlare di citazione, in questo caso, non spiega abbastanza, e non abbastanza spiega il montaggio che pure è efficacissima tecnica non solo delle avanguardie storiche ma di tutte le arti novecentesche (con qualche ottimo esito odierno). A caratterizzare Dicembre dall’alto sono la sua forte tensione costruttiva e l’elaborazione metabolica dei singoli prelievi che hanno valore esemplare e si offrono, in potenza, anche come materiali o dati d’analisi, di selezione e comprensione. Vi si percepiscono coloriture, accenti o sintagmi noti, familiari, ma al tempo stesso se ne avverte la conversione chimica, e la separazione e la dissipazione dei costituenti, l’acquisizione muta, intima, quella che all’esterno non ha più bisogno di risuonare, tanto è stata assorbita, e quella che produce eco continua, di difesa e d’inquietudine. Della parola altrui, nel tessuto nuovo, si avverte l’autonomia manomessa, e l’inclinazione alla fuga, la smussatura, la piega inattesa. Le molte possibili modificazioni dei prelievi che trasformano l’impressione di familiarità in una sfocatura, talvolta in una frustrazione.

(…)

Dicembre dall’alto è una ricognizione di eventi e di letture (che sono, poi, eventi alla stessa stregua, né più né meno, e potentissimi). È un angolo visuale, un modo di guardare lo spazio qui applicato all’ultimo mese dell’anno, quasi fosse un bilancio, e per sineddoche applicato qui al tempo e a ciò che in esso «succede»; è una presa di distanza verticale necessaria al riconoscimento di alcune circostanze rivelatrici, capitali, dolenti, e all’evaporazione di altre. La gerarchia, la struttura stessa di una possibile gerarchia, è però messa in questione, come avviene negli sviluppi del pensiero: ad essere sintomatici sono non solo i fatti che diremmo salienti, i nodi facilmente riconoscibili come tragici, ma sono spesso gli scivolamenti, gli inciampi, le numerose ellissi, qualche intromissione banale o assurda del quotidiano. Il tutto, ed è cifra del libro, in mescolanza, o meglio in amalgama, nella fusione minuta tra flusso di parole (letterarie e non), «parole tradotte da quali altri», e occorrenze del vivere comune. L’occhio e il pensiero si muovono tra i gesti, ma soprattutto tra le parole pensate e pronunciate: i ricorrenti «dice», «risponde», «chiede», gli imperativi «non girarti», «fidati», «chiama», «ridi», gli esortativi «dica», «ringrazi», «si fidi», «stia attento»…

(…)

Se dovessimo anche in ultimo ricorrere alle classiche armi della retorica – via sempre lecita e rivelatrice – arriveremmo a mettere in luce, credo, l’interrogativo (o è affermazione?) più ricorrente in queste poesie, «altrimenti a che serve», il più assillante e più prossimo al pathos, preceduto, come spesso è, da imperativi in geminatio: «salva salva o a che serve», «perdona perdona o a che serve», «proteggi proteggi / o a che serve», «stordisci stordisci / altrimenti a che è servito farsi vetro», «e ridi / ridi altrimenti a che serve / a che è servito venire qui»…

Se c’è la storia – personale e non solo –, se, in Dicembre dall’alto, ci sono assimilatissime voci molto varie e tra loro compenetrate, frante, invischiate e riutilizzate per una nuova costruzione, se c’è l’apertura, la dissipazione ultima nel bianco della pagina, c’è anche, ed è forse la presenza più importante, più ampiamente produttiva di senso e di interrogazione, l’indagine congiunta su esistenza e scrittura, su azione e parola. Su quanto e a che cosa entrambe, esattamente, possano servire. Sul fatto che siano tra loro allacciate, invece, e coincidenti, qui non ci sono dubbi.

 

(continua)

 

++++

 

Alcuni testi:

Succede che spazio si elimini

e sia tanto eppure

succede senza

avvisi alla gioia e

a qualunque cosa sia succede

alla tempesta e al bicchiere d’acqua

negli altri in quello che rimane

se rimane a tratti incerti succede

su pianerottoli anni dopo anni

così tanti anni che sembra

e succede agli sfinimenti

dove nessuno torna succede

al racconto alla ripetizione

del racconto e alla sua ripetizione

al sale rovesciato

succede che è andata e ne

rimane un diario di guerra

e a ciò che è dopo

il confine si portano fiori

se vuoi succede

se non vuoi succede pure

la parola non succede al pensiero

e al pensiero non succede

il pensiero suo e viceversa

e comunque

succede

***

tutte le mosche lasciarono

il tavolo all’improvviso

minuscoli uccelli neri volarono

colti dal pericolo e medea

disse aspetta di essere vecchio

prima di piangere davvero

aspetta che a forza di metterti davanti

a quella luce poca

e l’ordine del mondo ti convertirai

non hai mai amato

nessuno se non è l’an è il

quantum oppure il quomodo

o come si arriva a confessarlo

rincasando senza la figlia la madre

la sposa il più bello disponibile

dietro il vetro della porta sul glicine

padre che guarda verso

curvo senza divisa

io curvo senza

e la serie ospedaliera in mano

però almeno stordisci stordisci

altrimenti a che è servito farsi vetro

minacciare la gente di tunisi

vincere la guerra perdere

la ritirata

***

il sole è

vulnerabile intossica

inseguimenti lingue morte

ci sono che non credono

al dissolversi che il tempo

sia un finito incendiano

assenze con ritorni minacciati

è sempre

tempo per e invece

che la cura sia la cura degli altri

non cadere da caduti

sparire al bello sul confine

sulla polvere sull’abbraccio

agli adulti non al brutto

solo indecenze che la cura

sia la cura di chi merita il vuoto

che da sempre sta nel

il sole è vulnerabile piace a tanti ma pensa

muore ogni giorno e tu invece salva salva

credi al dissolversi

 

 

L’USCITA DI UN NUOVO LIBRO: E’ LA VOLTA DI “FAVOLE PER UN MONDO POSSIBILE” DI MICHELE ZIZZARI

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Esce oggi un nuovo progetto narrativo. Si tratta dell’ultima fatica della scrittore Michele Zizzari, napoletano stabilitosi a Cervia da ormai molti anni. Il titolo di questo libro è quanto mai suggestivo: “Favole per un mondo possibile“. Leggiamo la nota editoriale che Enza Valpiani ha scritto per la quarta di copertina di questa opera di racconti fantastici e visionari.

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Moderno cantastorie, Zizzari riveste la “favola” tradizionale di nuovi scenari e di inconsuete tipologie di personaggi. Capovolge la logica della reificazione, dominante nel mondo moderno, e dà anima e voce a protagonisti inanimati, come mezzi di locomozione (imbarcazioni, treni) e persino all’abitante di una capsula spaziale.

Seguendo la massima dell’ “ammaestrare dilettando”, si avvale  di una surreale ironia per stigmatizzare la società d’oggi, disu-manizzata ed insensibile ai valori di solidarietà ed accoglienza del “diverso”.

Il messaggio è rivolto ai giovani, ma non solo, se è vero che ha ispirato ad Anna Maria Garavini illustrazioni originali ed immaginifiche, intessute di significati simbolici tutti da scoprire.

 

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