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IL RICORDO DI GIOVANNI NADIANI. UN EVENTO FORLIVESE A CURA DELLA FONDAZIONE DELLA CARISP CITTADINA.

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Giornate dedicate a

Giovanni Nadiani

Il 21 e 22 settembre a Forlì ai Musei San Domenico

Giovedì 21 e venerdì 22 settembre

la ‘barcaccia’,

 

 

ovvero la piazza antistante i Musei San Domenico, ospiterà la due giorni

“Beyond the Romagna sky”   promossa dal 

Dipartimento di Interpretazione e Traduzione del Campus di Forlì

dell’Università di Bologna


per ricordare il poeta e traduttore, oltre che docente universitario, Giovanni Nadiani, scomparso a luglio dello scorso anno.

La manifestazione sarà aperta giovedì alle 16:30, dopo il saluto delle autorità, da un reading poetico di cui saranno protagonisti, tra gli altri, Davide Argnani, Giuseppe Bellosi, Mario Giosa, Miro Gori, Gianni Iasimone, Gianfranco Lauretano, Cesare Ricciotti, Daniele Serafini e Nevio Spadoni. In serata poi, alle 21, la Compagnia Bella presenterà la commedia anglo-romagnola di Tinin Mantegazza, Giovanni Nadiani e Giampiero PizzolLeardo e’ re“.
La giornata di venerdì sarà invece aperta alle 9.30 dal convegno

Giovanni Nadiani: dialetto, poesia,

multimedia, traduzione” con interventi di Alberto Bertoni, Manuel Cohen, Irmeli Helin, Gilberto Casadio, Elsbeth Gut Bozzetti. Alle 12 saranno quindi i colleghi forlivesi di Nadiani a ricordarne la figura e la produzione. Il convegno riprenderà quindi alle 16 con una sessione dedicata a “Tradurre il minore” cui interverranno Matthias Politycki, William Wall, David Castillo e Dante Medina. Infine, in seconda serata, alle 22, il concerto “Blue Sky Romagna: Zvan attraverso la musica” con i compagni storici di palcoscenico di Nadiani: la Chris Rundle Band e i Faxtet.

L’ingresso a tutti gli eventi è libero.

 

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GLI EVENTI DI FAENZA E FORLI DEDICATI AL NOSTRO GIOVANNI NADIANI

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Faenza/Forlì: due appuntamenti per Giovanni Nadiani

Segnaliamo con piacere due iniziative che ricordano Giovanni Nadiani a poco più di un anno dalla sua scomparsa.

Cominciamo con Faenza.
Venerdì 15 settembre 


l’Auditorium S. Umiltà, via Pascoli 15,

l’Associazione Culturale “Il Fiasco”, in collaborazione con la Bottega Bertaccini,

promuove un recital dal titolo

Romagna CaBARet
poesie e storie di Giovanni Nadiani
interpretate da Giuseppe Bellosi

Introdurrà Daniele Serafini.
Interventi di musica popolare col Duo Baguette.
Con il patrocinio del Comune di Faenza.

Proseguiamo con Forlì, la prossima settimana.

Presso i Musei San Domenico (Sala del Refettorio e Barcaccia), piazza Guido da Montefeltro, giovedì 21 e venerdì 22 settembre sarà in programma “Beyond the Romagna sky”, due giornate dedicate a Giovanni Nadiani, a cura del Dipartimento di Interpretazione e Traduzione – Campus di Forlì Università di Bologna.

 

Giovedì 21 alle ore 16,30: Inaugurazione.

Ore 17: I poeti ricordano Giovanni. Con Davide Argnani, Giuseppe Bellosi, Mario Giosa, Miro Gori, Gianni Iasimone, Gianfranco Lauretano, Cesare Ricciotti, Daniele Serafini, Nevio Spadoni.
ore 21: Compagnia Bella presenta “Leardo e’ re”, commedia anglo-romagnola di

Tinin Mantegazza, Giovanni Nadiani e Giampiero Pizzol.

Il programma completo lo trovate su

https://settimanadelbuonvivere.it/estate-in-barcaccia/

IL PRIMO LIBRO DELLA NUOVA STAGIONE LETTERARIA 2017-2018. E’ L’OPERA DI ALBERTO BERTONI, STEFANO MASSARI E PIER DAMIANO ORI. ESORDISCE LA NUOVA COLLANA “FOGLI DI CRITICA” DIRETTA DA ME E FABIO MICHIELI.

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Questo libro apre la nuova collana, “Fogli di critica” che io e Fabio Michieli già da tempo stavamo pian piano costruendo, mattone dopo mattone. Ci fa piacere inaugurare questo nostro progetto con un libro che riflette mirabilmente la situazione poetica oggi in Italia. Tre amici attorno a un buon bicchiere di vino corposo, si confrontano sul tema e fanno nomi e cognomi delle personalità poetiche per loro più consistenti. Una carrellata, qualche disappunto, tanto accordo su alcune figure del mondo del “verso”. Ne viene fuori una coloritissima e azzeccatissima pennellata della stagione del presente, prendendo però come basi immutabili le idee consolidate delle generazioni precedenti a quelle che si agitano oggi in questo talvolta angusto luogo di nicchia. Quale migliore idea che proporvi l’inizio di questa fatica, dove Bertoni, Massari e Ori, subito, senza se e senza ma (come oggi si suol dire) dichiarano i loro tre metodi di mirabile officina poetica: ognuno con una dinamica diversa, ma con la passione profonda di rendere onore al dire e scrivere in poesia in questo nostro spaccato d’epoca.

Buona lettura.

I curatori, Gianfranco e Fabio.

 

Capitolo I

 

Scrivere poesia

 

Alberto Bertoni – Capita una mattina di alzarsi e dire: “Oggi è un giorno di poesia”, nel senso che “oggi probabilmente scrivo” perché c’è un movimento che sta coagulandosi e che ha bisogno di essere disteso, espresso. Sono giornate in cui la prima parola che mi viene in mente appena mi sveglio è una parola che fluisce in modo anche musicale e sono le giornate in cui dico: “Oggi potrei scrivere una poesia”. Bisogna anche “aver qualcosa da dire”, però, e spesso invece, anche nei giorni in cui il pensiero fluisce in forma musicale, accade che non si disponga di un oggetto o di un paesaggio (non importa se interiore o esteriore) da modellare, da plasmare: e che non sia presente un interlocutore davanti agli occhi del cuore e della mente a cui urga di comunicare qualcosa che non sia già stato detto così. Quindi quella giornata “possibile” finisce in sé e quel fluire abbastanza armonioso della lingua nella mente o sulla punta delle labbra magari vie- ne fatto confluire in qualche dialogo quotidiano, oppure in qualche telefonata, senza che venga nemmeno abbozzato un inizio di poesia. Mentre invece, magari, un artista figurativo in quel momento avrebbe comunque tracciato qualche segno che avrebbe assolto una funzione decorativa o sarebbe stato integrabile in un progetto a venire… Invece, nel caso della poesia, il linguaggio ha anche una referenzialità logico-conoscitiva, uno slancio trasformativo e un’esigenza comunicativa che non possono essere soffocati del tutto né im- brigliati in un atto puramente estetico.

 

Stefano Massari – A me invece capita la stessa cosa che può capitare, presumo, proprio a un artista figurativo, che è quella di avere comunque segnato delle parole su un foglio e di averle anche cancellate. Poi questa esperienza continua a manifestarsi con la necessità assoluta di un pezzo di carta e una penna. Non riesco a usare gli strumenti tecnologici in questo frangente. Mentre nelle altre cose ci riesco, più direttamente e benissimo, ma con la poesia non riesco, o comunque quando sto per varcare il confine e penso che stia succedendo qualcosa che riguarderà un testo, la nascita di un testo, ho bisogno della penna, ho bisogno di questo corpo, di questa consistenza fra le dita. Perché tutti quei segnacci che faccio, tutto questo andare a capo che non sarà poi quello definitivo ma sarà quello provvisorio… Infatti le andate a ca- po io le decido dopo. Delle volte scrivo e quando poi trasferisco ciò che ho scritto sul foglio con alcune andate a capo e altre righe invece che continuano, finché non finisce il foglio fisicamente, quando le trasporto e do loro una forma un po’ più presentabile in un testo che potrebbe essere l’ipotesi di un libro, le andate a capo continuano a cambiare. Mi cambia la disposizione. Quindi davanti al foglio bianco io ho un approccio visivo, non voglio dire pittorico, ma visivo senz’altro sì.

 

Pier Damiano Ori – Io ho la stessa esperienza in senso inverso. Non vado più a capo, ma distanzio le parole e le frasi, in accordo col mio ritmo, perché mi sono accorto, nella mia percezione di autore (magari il lettore non lo vuole), che andando a capo era come se emungessi il mio testo, lo impallidissi. Infatti nella mia testa non era nato con le andate a capo, era nato con delle spaziature di pensiero, di emozione. Allora io rispetto questo sulla pagina: spazio, ma non do una forma che nella mia testa non c’è perché sarebbe un artificio. Il che non vuol dire che io non pensi che le mie poesie non abbiamo un loro ritmo. Quando le leggo rispetto molto queste pause. Se le sento leggere da altri che non le rispettano mi viene spesso da esclamare: “Non stai rispettando il ritmo della mia poesia. Se no non la scrivevo così, scrivevo un testo non ritmato”.

CON SETTEMBRE INIZIA LA NUOVA STAGIONE POETICO-LETTERARIA DE L’ARCOLAIO

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Imitiamo la dinamica delle stagioni cinematografiche. Dopo il deserto africano di questa estate morente, vi anticipiamo alcuni libri in lavorazione in casa editrice. Sono progetti che potrete vedere realizzati nei mesi che precedono il Natale. Novità ragguardevoli e inaspettate che ci allietano e rendono più prezioso il nostro catalogo. Il lavoro che stiamo curando è dedicato a voi, carissimi lettori. Come sempre, vi auguriamo una lettura piacevole e innovativa.

La Redazione.

 

ALBERTO BERTONI – STEFANO MASSARI – PIER DAMIANO ORI

“STATI DI POESIA CONTEMPORANEA” NUOVA COLLANA “FOGLI DI CRITICA

 

GASSID MOHAMMED “ATTRAVERSO IL SILENZIO” COLLANA L’ARCOLAIO

 

ALEKSANDR BLOK (A CURA DI DARIO BORSO) “I DODICI” CON LA TRADUZIONE DAL RUSSO AL TEDESCO DI PAUL CELAN. 

 

AUTORI VARI (A CURA DI MATTEO M. VECCHIO E FABIO GUIDALI) – “Antonia Pozzi e la «singolare generazione»” COLLANA “FOGLI DI CRITICA”.

 

BILL RAMSELL “Il sogno d’inverno dell’architetto”, TRADUZIONE DI LORENZO MARI – COLLANA “L’ALTRA LINGUA”.

 

GIANLUCA D’ANDREA – “POSTILLE (Tempi, luoghi e modi del contatto)” PREFAZIONE DI FABIO PUSTERLA – COLLANA “FOGLI DI CRITICA”

 

SIMONE CONSORTI – LE ORE DEL TERRORE – PREFAZIONE DI ANNAMARIA CURCI – COLLANA “I CODICI DEL ‘900”.

 

EVENTO: CONVERSAZIONE PUBBLICA SU “STRACCI AMERICA” DI CESARINA LUCCA

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Lunedì 21 08 2017 alle ore 21 presso la biblioteca ” Maria Goia” di Cervia

(all’inizio di Viale Roma)

si terrà una conversazione pubblica

del gruppo di lettura di Cervia 

 sul romanzo “Stracci America”

di Cesarina Lucca

Editrice L’Arcolaio.

 

 

La memoria delle tragedie e dei fantasmi nel secondo dopoguerra a Forlì si annulla nello sguardo  incantato e nel linguaggio semplice e spontaneo di una bimba: Fiorella,un Pinocchio al femminile, assiste con la curiosità della sua età ai mutamenti degli anni Cinquanta. Tutto manca. Restano i desideri: di mangiare meglio,di studiare,di lavorare e guadagnare,di indossare abiti di bella fattura. Il sogno di una nuova vita e del benessere d’oltreoceano si specchia nella fantasmagoria di una balla di “stracci americani”:

 

“Una grande balla sigillata da strisce di latta … un uomo con le tenaglie le fa saltare ad una ad una..guizzano nell’aria con uno schiocco metallico … si alzano, come in un’esplosione,brandelli di stoffa che sembrano allungarsi nell’aria e prendere forma nello spazio e nelle mani delle donne che frugano con avidità …”

“C’è nel rito qualcosa di selvaggio e di gioioso che fa pensare ad un saccheggio … ma c’è anche entusiasmo,euforia, come quando si scartano i regali di Natale …”

 

 

Cesarina Lucca è nata e vive a Forlì, dove ha insegnato Lettere. Ha pubblicato il romanzo “Loro”.Ha fatto parte della giuria di premi letterari come “Premio letterario Nazionale  città di Forlì” e “Concorso Auser  Dare vita agli anni”.

Ha partecipato con interesse ad incontri tra vari gruppi di lettura. Da mol segue le conversazioni de”La Biblioteca di Babele”ed ultimamente  quelle degli “Amici di Andrea”.

 

INGRESSO LIBERO

 

ROSSELLA RENZI RECENSISCE “ANMARCURD” L’ULTIMO LIBRO DI GIOVANNI NADIANI

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CIO’ CHE CI RENDE UOMINI INSIEME. Su ANMARCURD di Giovanni Nadiani

Articolo di Rossella Renzi

Pubblicato in ARGO ANNUARIO DI POESIA, 2016. POESIA DEL NOSTRO TEMPO.

 

Mentre riflettevo e scrivevo sulle poesie di questo ultimo libro in versi di Giovanni Nadiani, in attesa di incontrarlo personalmente, per uno scambio di idee e sguardi sulla scrittura e sulla vita, mi è giunta la notizia della sua scomparsa. Ora, è stato difficile proseguire, ma in ogni caso è stato importantissimo, anzi, necessario. L’ho avvertito come un modo per portare avanti quel dialogo che avevamo iniziato, con scambio di libri e lettere. Ho voluto seguire il suo insegnamento, quel bisogno di fare con l’altro, per incontrarlo, anche in poesia, verso un orizzonte di conoscenza condiviso, attraverso una parola che crea comunione, e una lingua da custodire, da preservare, da sperimentare… Da traghettare, con fatica e dedizione, nonostante (IMBACONT) questa bolgia della comunicazione, In una citazione, tra le altre, in esergo a questo libro, Giovanni aveva riportato queste parole di Samuel Beckett:

 

Bisogna continuare; è tutto quello che so […]; bisogna continuare, non posso continuare, bisogna continuare, e allora continuo, bisogna dire delle parole, intanto che ci sono, bisogna dirle, fino a quando esse non mi trovino, fino a quando non mi dicano, strana pena, strana colpa, bisogna continuare, forse è già avvenuto, forse mi hanno già detto, forse mi hanno portato fino alla soglia della mia storia, ciò mi stupirebbe, se si apre, sarò io, sarà il silenzio, là dove sono, non so, non lo saprò mai, dentro il silenzio non si sa, bisogna continuare, e io continuo [Malone muore].

 

Anamarcurd (L’arcolaio, 2015) è l’ultima e assai preziosa prova in cui Giovanni Nadiani mette in versi, nella lingua del suo dialetto, parlato a Reda nell’aperta campagna faentina, una solida consapevolezza sulle cose della vita, accanto all’ironia acuta e garbata, che da sempre ne caratterizza la scrittura. Il titolo è da subito una dichiarazione di limite, di resa, ma anche di risposta ambigua e provocatoria, che in qualche modo fa l’eco al capolavoro felliniano di Amarcord, e richiama un’altra magnifica opera in versi, Ricordi di Alzheimer di Alberto Bertoni, che di questo libro firma la prefazione.

Alla sua inclinazione scanzonata e irridente fa da controcanto la profondità della riflessione e del pensiero che si dispiega ad ogni pagina. Ogni poesia, qui, rivela una  filosofia di vita, che –nonostante il buio, la perdita, la possibilità del non ricordo- è sempre tesa all’incontro con l’altro, alla bellezza, alla sete di conoscenza e di condivisione. Perché, nonostante il male, siamo condannati ad amare, senza mai fermarci, dobbiamo continuare a cercare l’altro e con esso condividere ciò che di bello, ancora, ci può riservare la vita («u s’à cundanê a vlé ben / a cvel ch’a faðen dè par dè / par truvê l’ecvazion / a la suluzion  / d’nö avén mai asé d’pruvê / a incuntrê chj étr int l’imparê»).

Questa sete di ascolto e incessante ricerca, richiede un cambio e uno scambio di prospettiva, che porta ad osservare la vita e ciò che accade, da un punto di vista diverso, provando a mettersi nei panni dell’altro. Atteggiamento che raramente si è disposti ad assumere, poiché  richiede la rinuncia a se stessi, una dose di umiltà e una straordinaria apertura mentale: doti che caratterizzavano questo grande poeta. («Noi che vediamo il mondo / soltanto coi nostri occhi // non ci accorgiamo che gli altri / vivono il mondo coi loro occhi»)… e questa valutazione, così apparentemente semplice, è in qualche modo geniale e necessaria,  se si pensa a ciò che accade nel mondo oggi.

Nella poesia Invidia, ad esempio, la scena ritrae un abbraccio complice e consolatorio tra una studentessa impaurita per l’esame e la sua professoressa di musica, la moglie del poeta. La scena è descritta attraverso lo specchietto retrovisore dell’auto: una prospettiva studiata per focalizzare qualcosa che riguarda il presente (lo specchio) e il passato (la vista sul retro). Ed è struggente la dichiarazione che chiude questo testo: «… e per tutto il tempo in cui vi vedo / sullo specchietto retrovisore mi dico / che sono quasi geloso per lei invidioso / di tutta quella musica / dentro voi due attorno a voi due / nel cortile della scuola». Ancora più malinconica, se pronunciata nella lingua originale, il suo dialetto, che conferisce all’immagine una profonda armonia tra senso e suono.

Anmarcurd matura nella drammatica lotta tra passato e futuro, nella presa di coscienza del valore delle briciole, degli attimi, dei gesti donati e condivisi… del senso di fare le cose, della straordinaria portata dell’amore. Nel testo intitolato (Noi) c’è una bellissima e verissima riflessione sulla vertigine temporale, sulla necessità di agire con calma, sapendo che i momenti vissuti non possono ritornare, con la stessa forza, intensità, significato.

Giovanni ha scritto questa opera sapendo di essere malato, sapendo che non ci sarebbe stato un futuro luminoso, ad attenderlo. Sapendo, forse, che non ci sarebbe stato un futuro. La possiamo considerare il suo testamento letterario, in cui vengono messe a nudo, con una grande onestà intellettuale e umana, tutte le fragilità che una persona, nel corso della vita e della malattia, può incontrare. Si avverte il valore di certi momenti, scatti sul quotidiano, sguardi, frammenti. Ci si chiede il senso di tutto quello che nel quotidiano si fa, se poi ogni cosa rischia di essere cancellata,  dimenticata (dalla mente) e scordata (dal cuore), per la fretta con cui ci affanniamo nel quotidiano;  e delle lunghe nottate insonni, in attesa che arrivi l’alba, nella precarietà dei giorni, nell’inconsistenza di un divertimento effimero che sbiadisce spaventosamente davanti al dolore e alla solitudine. Quando si avverte – o si invoca – l’abisso «…noi che ci avvolgiamo / nelle coperte / e ci accucciamo tra il cuscino e il muro / che in silenzio preghiamo / perché il buio il sonno e i sogni / arrivino presto / a portarci via…».

C’è un percorso nel libro, che attraversa le varie prospettive: da quella più privata e inconfessabile, alla visione collettiva. Nella seconda sezione, infatti, che prende il titolo proprio dalla poesia , si sviluppa ad ogni pagina una sorta di inno corale, dove si ribadisce chi e cosa siamo noi: uno sguardo d’insieme, che evoca un senso di appartenenza ad una realtà composita, fatta di famiglia, amici, vicini, comunità. Ecco, quello che Giovanni ha sempre tenuto alto, nel suo lavoro poetico – e in particolare in Anmarcurd – è il senso della comunità, con tutti i suoi  pregi e difetti; una concezione molto vicina al senso di comunione cristiana. Siamo creature di questo spazio e di questo tempo, abbiamo avuto la fortuna di incontrarci e di condividere questo pezzo di strada, anche attraverso una lingua comune – la lingua madre.

E proprio questo senso di comunità, di esserci accanto all’altro (ai figli, alla moglie, al vicino, agli amici, ai compagni di viaggio…), per accogliere e condividere è la cifra del suo scrivere. E del suo essere, perché tutte le persone che hanno incontrato Giovanni Nadiani, ne hanno sempre apprezzato la generosità, la disponibilità, l’intelligenza luminosa e acuminata, la disposizione al dialogo e alla compagnia.

Infine, Anmarcurd è un libro intriso di coraggio. La visione intima, il dramma personale, lo strazio del buio che arriva, smorzato a tratti dall’ironia e da una incredibile forza d’animo. L’uomo, e insieme il poeta, ha avuto il coraggio di mettersi a nudo sulla pagina, con grande onestà e profondo spirito religioso, accettando con dignità il limite che caratterizza la natura umana. Ci sono io e ci siamo noi, così, qui e ora, con tutti i problemi, le paure, le angosce. Non possiamo sfuggire al male, al dolore fisico, al degrado… E nonostante questo, la sofferenza rende più lucidi, fa sentire più intensamente il bene che abbiamo dentro, per questo mondo, che non vorremmo lasciare e non vorremmo mai smettere di raccontare. Attraverso una lingua antica, che porta con sé il passato e che accoglie il presente, mentre si contamina e si rinnova. E’ questa la lingua di Giovanni: nonostante la tensione al nulla, al vuoto, alla polvere che assorbe ciò che siamo, il suono oltrepassa il tempo; il suono è il principio, come insegna il Vangelo di Giovanni (« In principio era il Verbo (Lόgos), / il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio» Giovanni 1: 1-3).

Ogni suono, ogni singolo verso di Giovanni Nadiani risuonerà nelle nostre corde, riportandoci alla mente quel sorriso autentico e carico di luce, il suo essere poeta e uomo di grande spessore, che con grande stima e gratitudine vogliamo ricordare.

 

da ANMARCURD

 

IMBACONT

 

… da cvarâñt’èn ormai e piò

dal vôlt incòra a s’disten

e’ côr ch’e’ bat a mel da un êtar mònd

la piôva ch’la cori nt e’ gargöz dal doz d’rezna

 

sinö la lona pina a rídas ‘t faza

int la nöstra tësta l’è pracis:

la paràbola ch’la n’ven brisa

l’esâm d’maturitê da dêr insen

un’êtra vôlta cun la prof d’matemàtica

a fês la gnegna a dês dla ligéra…

 

 

.. fórsi l’è ste propi par cvest
che e’ nostar stòmach l’à arbute e’ disten u s’à cundane a vlé ben
a cvel ch’a faðen dè par dè
par truve l’ecvazion a la suluzion
d’no avén mai asé d’pruve
a incuntre chj étr int l’impare
e cun chj étr
(par nó – vec – ormai un etar mònd)

spartì tot i mument cal briðal d’bel
ch’al s’fa s-cen insen …

 

 

NONOSTANTE …da quarant’anni e più, ormai / a volte ancora ci svegliamo / il cuore in subbuglio da un altro mondo / la pioggia gorgoglia nelle grondaie di ruggine oppure la luna piena riderci in faccia / per la nostra mente è indifferente: / la parabola che non viene / l’esame di maturità da sostenere insieme / un’altra volta con la prof di matematica/ a farci un ghigno in faccia a dirci scansafatiche… // ….. forse è stato proprio per questo / che il nostro stomaco ha ribaltato il destino / ci ha condannato ad amare / ciò che facciamo giorno per giorno / per trovare l’equazione alla soluzione / di non essere mai sazi di provare / ad incontrare gli altri nell’imparare / e con gli altri / (per noi – vecchi – ormai un altro mondo) / condividere in ogni istante quelle briciole di bello / che ci rendono uomini insieme …

 

nó ch’a fasen i cvel
sèmpar in freza
pinsend ch’e’ vnirà e’ su dè ch’a putren lavure
cum ch’u s’dev
cun tota la chelma ch’u i vó par fer i cvel fet ben…
nó a n’s’n’adasen brisa
che chi cvel ch’a lè
fet in prisia e furia
l’éra e’ masum
ch’a putegna fe
ades ch’u s’è fat terd
l’è bur
e a n’gn’ariven piò drì
nè cun la forza
ch’a j aven pers
e gnanch cun i dè
ch’a j aven finì

par no scorar de’ sens

d’fe chi cvel
ch’a n’l’avden piò invel…

 

NOInoi che facciamo le cose / sempre in fretta / pensando che verrà il giorno / in cui potremo lavorare come si deve / con tutta la calma che ci vuole / per fare le cose fatte bene / noi non ci accorgiamo / che quelle cose lì / fatte in fretta e furia / erano il massimo / che potevamo fare / ora che si è fatto tardi / è buio / e non ci arriviamo più / né con la forza / che abbiamo perso / e nemmeno coi giorni / che abbiamo finito / per non parlare del senso / di fare quelle cose / che non lo vediamo più da nessuna parte…

 

INVIGIA

 

…la burdela mora albanesa prema dla clas arpuneda dri da la muraja de’ curtil
cun la chitara ins al spali ch’l’aspeta inguseda par l’urel dl’esam d’terza

ch’la t aspeta
te
ch’la n ved l’ora che t ariva
te
pr brazet
te
mi moj
prufesuresa int l’indirizzo musicale
te
mi moj
piò streta ch’ne me
cun la pasion che te t é spartì a lè cun li la musica d’una vita a culur pina d’fiur (senza la pavura d’fer ridr)
a la faza di culega ch’i l’amaza dè par dè cun la pavura de’ su ruger dla buciadura…

…e par quant ch’a v vegh
int e’ spicet dla màchina a m degh ch’a so quasi gelos d’li invigios d’tota cla musica
dentr a vó dò atorna a vó dò
int e’ curtil dla scola
in do che te tra du tri dè
t an la vdiré piò
ch’la dona…

 

INVIDIA… la ragazzina mora albanese prima della classe / / nascosta dietro il muretto del cortile / con la chitarra sulle spalle / impaurita alle lacrime per l’orale dell’esame di terza / che ti aspetta / te / che non vede l’ora che arrivi / tu / per abbracciarti / te / mia moglie / insegnante sull’indirizzo musi- cale / tu / mia moglie / più stretta di me / con la passione che hai condiviso con lei / la musica di una vita a colori piena di fiori / (senza la paura di essere ridicole) / alla faccia dei col- leghi che l’ammazzano giorno per giorno / con la paura della bocciatura … / … e per tutto il tempo in cui vi vedo / sullo specchietto retrovisore mi dico / che sono quasi geloso per lei invidioso / di tutta quella musica / dentro voi due attorno a voi due / nel cortile della scuola / dove tu tra alcuni giorni / non vedrai più / quella donna …

ROSSELLA RENZI

 

Giovanni Nadiani è nato nel 1954 a Cotignola (Ra) e ci ha lasciati il 27 luglio 2016. Dal 2001 ha svolto attività di ricerca e di insegnamento presso la Scuola Superiore per Interpreti e Traduttori dell’Università di Bologna, sede di Forlì.

Ha pubblicato alcune monografie e diversi saggi su questioni di teoria e pratica della traduzione letteraria e multimediale, su lingue e generi testuali minoritari.

Per Mobydick ha pubblicato le raccolte poetiche e’ sech (1989); TIR (1994), parti delle quali sono confluite nell’antologia personale Feriae (Marsilio, Venezia 1999); Beyond the Romagna Sky (2000) e nel 2010 Guardrail (Pequod); le raccolte di storie brevi Nonstorie (1992); Solo musica italiana (1995); Flash – Storie bastarde (2004). Cinque pometti dal titolo Sens sono stati pubblicati dall’editore Pazzini (2000). Del 2002 è il monologo teatrale Förmica – Flusso d’in-coscienza, mentre del 2005 è il doppio album di monologhi sulla musica dei Faxtet Romagna Garden – caBARet (Mobydick). Del 2004 è il volume di liriche Eternit® (Editore Cofine, Roma). Per l’editore Bacchilega – Sette Sere ha pubblicato nel 2006 il CD S-cen/People – DialetCabaret. Sempre col Faxtet per Mobydick ha pubblicato nel 2007 i CD-libro di poesie sonore in musica Best of e’ sech. Anamarcurd, esce nel 2015 per la Casa editrice L’arcolaio di Forlì. Per la sua attività poetica ha ottenuto moltissimi premi. In qualità di traduttore ha curato, tra l’altro, le opere di numerosi poeti e narratori tedeschi, neerlandesi e di varie aree linguistiche minoritarie.

 

 

 

 

UN NUOVO POETA PER L’ARCOLAIO: SI TRATTA DI MARIO CAMPANINO CHE PRESENTA LA NUOVA EDIZIONE DE “L’ANGELO MORTO”

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Siamo lieti di presentarvi un nuovo, bravo autore, entrata fresca di zecca nel nostro catalogo.

Qui di seguito, la nota bio-bibliografica dice in modo analitico il percorso letterario e professionale di MARIO CAMPANINO. Siamo felici di averlo con noi, nella collana I CODICI DEL ‘900!

Subito sotto, dopo la biografia, potrete gustare la preziosa nota di Flavio Ermini, anche editore della !à edizione di questo progetto.

L’ANGELO MORTO – PREFAZIONE DI FLAVIO ERMINI -COLLANA I CODICI DEL ‘900

 

Mario Campanino è nato a Milano nel 1967 e si è trasferito a Napoli all’età di dodici anni, pochi mesi prima del terribile terremoto del 1980. È perito capotecnico aeronautico, musicologo, direttore di coro e dottore di ricerca in scienze della comunicazione. Suo ambito di studio sono le scienze dell’educazione e della comunicazione con particolare riferimento ai linguaggi delle avanguardie musicali della metà del XX secolo. Ha pubblicato numerosi lavori di natura musicologica, ha svolto attività giornalistica ed è giornalista pubblicista. Suoi scritti in versi e prosa sono stati pubblicati e recensiti su riviste di poesia e critica letteraria. Al Premio Lorenzo Montano (Anterem) ha ottenuto segnalazioni per la poesia Il nuovo giorno (2013) e per la raccolta Vendesi uomo (2015), entrambe inedite. Con la moglie, due figli e vari animali vive attualmente a Santa Maria a Vico, nella provincia di Caserta, dove scrive, legge e insegna alla scuola primaria.

 

Prefazione

Il disvelamento dell’essere è determinato unicamente dall’ini ziativa dell’essere. Il vivente linguistico ha una sola possibilità: porre la parola nelle condizioni di accogliere questa iniziativa.

Mario Campanino ne è cosciente e con L’angelo morto dispone il proprio testo ad aprirsi all’essere e lo rende disponibile a esso. Lo fa spogliando il linguaggio da ogni invadenza del  soggetto. Questo perché una poesia che si proponga di rivelare il mistero della vita dell’essere non può costituirsi come l’espressione angusta di un io particolare, così come non può essere considerata un riflesso del mondo sulla nostra mente.

All’io Campanino affida l’apertura e la chiusura dell’opera. Nella prima poesia l’io scrive: «Ho visto un angelo sul marciapiede / in mezzo a tante irrilevanti cose». Nell’ultima poesia l’io scrive: «Ho visto l’angelo e non avevo tempo / solo poco più di un istante». All’io Campanino affida il ruolo del tecnico che alza e cala il sipario. Non è un ruolo secondario, beninteso. È il consentire un’apertura; il predisporre il testo a un dono, a una rivelazione. In quell’apertura, che durerà «poco più di un istante», c’è il dovere di dire la verità del- l’essere, l’indivisibile che ci accomuna al di là delle differenze – uomini e donne, viventi dotati di linguaggio e angeli morti, realtà visibile e realtà invisibile – dalle quali siamo identificati e con le quali ci riconosciamo e chiediamo di essere riconosciuti.

Fino al momento in cui l’io riappare e sullo svelamento calerà il sipario.

Con L’angelo morto Campanino ci indica che il pensiero interrogante porta la parola poetica – interrogandola – alla sua dimensione essenziale, dimensione che fa esperienza della prossimità e della lontananza che si succedono nel rapporto con la verità delle cose. Ciò avviene nell’emergenza della verità dell’essere, quando ogni nozione implica l’altra, e nessuna può essere pensata da sola.

Campanino evidenzia questo concetto legando tra loro le singole poesie attraverso agganci semantici o lessicali. Per esempio, la poesia XIII chiude con «non aveva neanche la linea della vita», mentre la poesia successiva apre con: «Era un corpo senza storia». Allo stesso modo, gli ultimi due versi della poesia XX, «se fosse stato un uomo sarebbe apparso / uno che non si era mai comunicato», vengono ripresi dalla successiva: «Chiaramente non era un uomo / anche se poteva trarre in inganno».

Ma un altro dato emerge dall’opera di Campanino: la rivelazione dell’essere non è diretta, perché avviene attraverso le cose. A differenza dell’essere, le cose si avvicinano e si annunciano. Per colui che ne è toccato si tratta di saperle nominare. Come per quell’«angelo sul marciapiede / […] / apparso lì semplicemente / come in un’epifania / non di cosa violata / ma di cosa che si svela».

Insomma, ciò che noi vediamo è la cosa che si manifesta in se stessa, ma non ciò che fa sì che essa si manifesti – l’essere – il quale resta perlopiù nascosto. Il movimento di manifestazione della cosa è duplice e, in qualche modo, ambiguo, in quanto innesca una differenza che è difficile da cogliere.

A questo proposito va sottolineato un dato importante nella ricerca di Campanino: il suo procedere per negazione nel dare parola all’essere. Scrive: «e non come un ricordo / o una dimenticanza», «non era affatto distinguibile», «certo non come un velo / e neanche come un sudario», «e non era neanche una metafora dell’uomo / e men che meno della vita». Questo avviene per assecondare l’essere nel suo sottrarsi alla nominazione e giungere a coglierlo, appunto, per negazione.

Questi movimenti verso la cosa e verso l’essere ci segnalano che il linguaggio poetico ha due proprietà: cogliere il ritrarsi della presenza e l’emergere di un’assenza. Questi movimenti rinviano alla profondità dell’essere esperita poeticamente. Non sono la garanzia dell’essere, né tanto meno possono dire cosa significhi “essere”, ma permettono di intendere e di porre la domanda intorno all’essere, questo sì.

Campanino richiede, con L’angelo morto, di partecipare a una poesia che abbandoni la soggettività e sperimenti la facoltà di contemplare il prodursi storico dell’essere nella prospettiva del poetico.

 

Flavio Ermini

 

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