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ANDREA TEMPORELLI PARLA DI DUE LIBRI DI MICHELE MICCIA.

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Assaggi di libri, dal blog PROFEZIA PRIVATA
Andrea Temporelli parla di due libri del nostro Michele Miccia

Il ciclo dell’acqua: parte di sotto” e “Il ciclo dell’acqua: parte del ristagno

Ho ovviamente un percorso di letture personale da compiere, tra il metodico e il capriccioso. Ho accumulato negli anni titoli in particolare di narrativa a cui mi dedicherò, spero, per il resto della vita, con particolare riguardo per gli autori prediletti.
In questi giorni però ho ricevuto anche diversi omaggi. Sono sempre commosso, in questi casi – e non è un’affermazione ruffiana.
I libri sono sempre preziosi, anche e talvolta soprattutto quelli che vengono dalle periferie della grande editoria. Racchiudono spesso il senso di un percorso originale, sofferto. O anche libero e sbarazzino.
Nei ritagli di tempo, dunque, avrò modo di affondare il naso anche in queste pagine. Ma, come mi capita sempre, l’approccio a un libro è graduale, fatto di gesti rituali. Lo si prende, lo si rigira per bene. Gli si dà un’occhiata generale. Di solito, mi tengo alla larga dalle prefazioni. Poi lo si abbandona sulla scrivania, perché trovi nel disordine del lavoro un nido caldo, e la compagnia di qualche altro libro (un amico imprevisto). In seguito, arriva il secondo avvicinamento, con qualche prelievo casuale, giusto per capire di che pasta è fatto e per vedere se è in grado di allettare con qualche promessa. Da questo dipenderà la posizione negli scaffali: il disordine nel frattempo si è fatto eccessivo, occorre quindi correggere la sbandata. La lettura vera e propria avverrà solo dopo un po’ – talvolta anche anni, a dire la verità.
Ora mi trovo proprio in un momento in cui devo ricondurmi all’ordine, affidarmi al metodo. Ho risistemato diversi scaffali, lasciando migrare alcuni libri. E ho cominciato ad assaggiare i titoli ricevuti in questo paio di settimane. Tra l’altro, si tratta di volumi molto sobri, quasi austeri. Senza fronzoli, insomma. E non mi dispiace l’ipotesi di una bellezza dura, senza presunzioni.
Ho cominciato anzitutto con Il ciclo dell’acqua di Michele Miccia, ciclo che qui prende corpo in due titoli: Parte di fuori e Parte del ristagno. Escono per le edizioni L’arcolaio di Gianfranco Fabbri: un punto di credito in più. Entrambi poi vantano la prefazione (che non leggerò, se non dopo aver terminato il libro) di due persone che ho conosciuto, e che per un certo periodo (ahimè, troppo breve) ho coinvolto nella redazione di Atelier, vista la stima che nutrivo nei loro confronti: Claudio Ba-gnasco e Giovanna Piazza. Altri due punti di credito. E poi, l’idea di un “ciclo”: essere acqua, e partecipare così, nel suo viaggio, della vita umana e del creato intero. C’è un discorso, un orizzonte, una tenuta d’insieme. Una visione. Altro punto di credito. E apro il testo casualmente. Per esempio, qui:

Ogni giorno m’invento
un passato da celebrare con l’aggiunta
di nuovi particolari, un’infanzia
che non ho avuto, una giovinezza
adulterata, alberi sconosciuti
a cui soltanto ora do un nome,
elaboro una liturgia per
evocare i miei antenati perché
diffondano sul mio
conto voci credibili
che mi saldino a un prestigio di padre,
conta che questa storia giunga
a me millenaria, consolidata
per il buon nome dei miei ricordi.

Tutte le poesie rispettano questa matrice, a colpo d’occhio: un unico periodo nella maggior parte dei casi, suppergiù spiegato in quattordici versi, che seguono un andamento raziocinante, meditativo. Quando lo leggerò, sarò dunque cullato da un ritmo preciso: non serrato e perfetto come le ottave di un poema rinascimentale, ma comunque ordinato e pacato. Sarà come un viaggio in treno: le poesie migliori saranno come paesaggi nel finestrino, verso i quali lasciar vagare i pensieri.

Andrea Temporelli

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GIUSEPPE MARTELLA RECENSISCE “DIRE” DI FABIO MICHIELI

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Giuseppe Martella su “Dire” di Fabio Michieli, L’arcolaio, 2019

Articolo apparso sul blog Carteggi letterari

 

Dire, di Fabio Michieli, puntava, già dalla prima edizione del 2008, sull’ambivalenza di significato della prima persona “dico” che, in latino, appartiene sia al verbo “dīcĕre”, dire, della terza coniugazione che al verbo “dicāre”, dedicare, della prima, per mettere in luce la complementarità, costitutiva del linguaggio (e della poesia in particolare) fra il dire e il fare. Cioè il valore performativo della parola che, appena pronunciata, già comporta la dedica ed esige la dedizione. Di che tipo e da parte di chi, sarà poi da decidere caso per caso. Questa ambiguità essenziale viene subito evidenziata dal Dicatum iniziale che non è un semplice esergo ma una dedica vera e propria alla seconda persona del dialogo in versi che l’io poetico si appresta ad avviare: “volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca quasi pura.”

Tale ambivalenza, d’altronde, attiene perfettamente al nucleo centrale dell’opera, il mito di Orfeo e Euridice, già lì elaborato nel segno della reciprocità dei ruoli del soggetto e dell’oggetto della visione poetica, come risulta chiaro dalle parole che Euridice rivolge a Orfeo: “voltati e guardami!/ …ti supplico:/ spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto!/annientami: dissolvimi: esaudiscimi: annullami” (Dire, 2008: 22) L’intenzione metapoetica dell’opera di Michieli avrebbe dovuto dunque risultare chiara al lettore accorto e non digiuno di latino, anche perché si accompagnava al gesto eloquente di una mano levata a mezz’aria (nel frontespizio del libro) a consacrare appunto la dimensione performativa dell’atto di parola.

In questa nuova edizione, riveduta e accresciuta, del 2019, però, lo stesso esergo iniziale, trovandosi ora a precedere una nuova sezione che si intitola Genesi (con riferimento presumibile allo stesso poema), appare piuttosto, nel segno di una distanza temporale acquisita, come una vera e propria dedica al lettore – chiamandolo pertanto a partecipare di persona alla svolta polifonica che sta ora per prendere l’allegoria del poiein, il mito di Orfeo e Euridice. Chi conosce dunque la genesi effettiva del nuovo testo (nella cui prima sezione si dice per cenni: in sei brevi liriche che richiamano i giorni della creazione), comprende che la distanza temporale (11 anni tra la prima e la seconda edizione) è entrata ormai a far parte a pieno titolo della struttura dell’opera e del suo stesso significato, secondo i canoni ortodossi dell’ermeneutica filosofica del Novecento. E, anzi, si può affermare che questa nuova edizione costituisce di per sé una concreta fusione di orizzonti fra l’atto della produzione e quello della ricezione del testopoetico. Questo spostamento di prospettiva giustifica in partenza l’intera operazione di riscrittura, chiarendone la portata ermeneutico-esistenziale. I concetti di prospettiva e di distanza risultano peraltro indispensabili per comprendere il senso delle altre trasposizioni compiute nello spazio del testo e cioè anzitutto del prelievo, spostamento e messa a fuoco di alcuni dettagli che modificano la valenza dell’intero quadro di insieme. Saranno insomma concetti essenziali per comprendere la forma spaziale, plastica, in cui questo “dire” ricompone le figure di un discorso pregresso.

Come si diceva, la titolazione della prima parte, Genesi, intende rimarcare il tempo trascorso e l’operazione genealogica ora intesa e puntualmente riassunta nel bel distico iniziale: “ritrovo il tempo andato tra la cenere/ se si consuma il fuoco” (23), ripetuto poi con uno scambio pronominale nel corsivo parentetico alla fine della lirica, quasi a ribadire l’indissolubilità del pathei mathos, di conoscenza e dolore: “(ritrovo il tempo andato tra le cenerese mi consuma il fuoco)” – e la sua centralità per la nuova impresa poetica.

Con la successiva citazione di Ingeborg Bachmann in esergo poi, nella seconda stazione di questo Genesi, compare la prima di diverse figure femminili che costituiscono come le schegge dell’aura esplosa dell’unica interlocutrice della prima edizione: “seppi volare un giorno questo cielo:/ distesi le ali in sogno – (d’altri cieli volevo/ percorrere l’azzurro)(24). In questo dialogo fantasmatico a distanza, risponde Orfeo che si avverte anch’egli (come il mago delle Rovine Circolari di Borges) come mera creatura del sogno di un altro, apparendo così consapevole della propria nullità esistenziale (“ab origine mundi/ fui tratto anch’io dal nulla”:25), ma anche del lavoro nel frattempo fatto su se stesso (“so quanto tempo ho speso per trovarmi”: 26), deciso a fare ammenda per le reticenze passate, dettate dalla timidezza o dall’orgoglio, preparato ora a dialogare col “non detto ascoltato e rivissuto” (27) e perciò anche ad aprirsi all’incanto “di una musica (che mai fu [sua] se non in neri abbagli” (28).

Solo dopo questa inedita presa di coscienza, si torna, nella sezione ora centrale, a quello che fu il “primo tempo” della creazione: se ne riprendono cioè letteralmente le liriche, se ne ripercorrono le stazioni, ma ovviamente non si è più gli stessi e le parole rivisitate hanno un peso diverso. La posposizione (diffàrance) dell’antico inizio infatti già dice interamente la distanza temporale intercorsa e il rivolgimento dello sguardo (metanoia) intervenuto. È come se l’io poetico si fosse ripetutamente spostato nel frattempo sul polo della ricezione, traendo da questo andirivieni una sorta di “ricomposizione di luogo” (un esercizio spirituale nel senso indicato da Sant’Ignazio da Loyola), in cui commisurare i dettagli del proprio progetto poetico-esistenziale – per una più sobria mappatura del proprio operare nel mondo insieme agli altri.

La dedica alla madre, piuttosto che all’interlocutrice iniziale, di questo passo, “tingerò d’amaranto questi versi/perché tu possa scorgerli lontani/ quando la luce imbruna il cielo a sera” (33) chiarisce poi definitivamente il cambio di prospettiva della silloge, l’approccio più corale al fare poetico, la nuova ricchezza polifonica guadagnata attraverso minimi scarti di tono. Si attua insomma la ridefinizione della mappa del dire, attraverso “la vita dei dettagli” (Anedda) e si riapre l’intero orizzonte esistenziale dell’io poetico, sull’ultima soglia, “là dove tutti i limiti si incontrano” (34). Muta così il tenore della Dichtung di questa nuova edizione del testo, anche in quei molti suoi luoghi che sono rimasti tipograficamente identici ma il cui valore di posizione è significativamente mutato. Insomma, l’innesto delle due nuove sezioni, Genesi e Circostanze, all’inizio e alla fine della prima edizione di Dire (2008), funge da cornice spazio-temporale del nuovo testo e, insieme ad alcuni aggiustamenti di dettaglio della parte più antica, induce una nuova prospettiva di ricezione, autorizzando chi conosceva la prima edizione a una lettura per così dire stereoscopica della nuova, in grado di fargli cogliere il senso e lo spessore dell’interaoperazione.

In questa ripresa ermeneutica-esistenziale (Wiederholung) della propria opera da parte dell’autore, occupa infine un posto particolarmente importante l’esigenza di un recupero del rapporto col proprio padre estinto, un dialogo in mortem condotto con intensità e pudore, su cui si innesta quasi surrettiziamente (come capita spesso poi davvero nella vita) quello con l’amore ritrovato (risolto quasi solo in una sintonia di sguardi e di vedute: Parigi, Barcellona), che funge da appropriato contrappunto a quello dell’amore perduto che costituiva il filo conduttore di un “essente stato” (o primo tempo) ormai trasfigurato nel nuovo progetto poetico.

Si arricchisce e pacifica così l’intero dialogo con gli assenti e i morti a ribadire quella metanoia di cui dicevamo, che si sostanzia poi nella pratica dei ritagli e delle ricuciture del testo, in modi che a me richiamano in particolare quell’arte di “scomporre quadri, immaginare mondi” di cui è maestra Antonella Anedda, benché in lei si realizzi poi in modi più drastici e stranianti mentre qui l’arte del ritaglio rimane pur sempre al servizio di una omogeneità metrica e di una chiarezza discorsiva di ordine neoclassico (65). Fino allo scorcio finale che tratteggia un orizzonte poetico-esistenziale che pare provvisoriamente compiuto e pacificato ma che è ovviamente ancora aperto al rischio che ogni autentica passione e dedizione comportano: “sopra un cielo di nubi, e l’orizzonte/teso davanti a fermare i colori/ per questa pagina tornata bianca” (85). Ma il bianco di cui qui si dice non designa più la purezza  invocata all’inizio, quanto piuttosto la levigatezza marmorea e lo spessore del senso guadagnati, la compresenza virtuale di tutti i colori, la composta predisposizione a tutte le occasionali sfumature dell’esperienza.

Alessandro Canzian nel 2014, commentando la prima edizione di Dire sul suo blog, dichiarava di essere rimasto folgorato dalla lirica Tango (che parimenti ha colpito anche me), dove si coglie al meglio il lavoro di cesello e di lima di Fabio Michieli, che ci consegna “una parola affilata che però non ferisce e anzi pare riparare a ferite pregresse, a cicatrici non coperte ma rese più pulite, più nitide.” Ecco, l’operazione del cesellare e levigare può essere la migliore metafora per la comprensione della poesia di Fabio Michieli. È come se infatti la parola, il metro, il verso giusti, lui li avesse già trovati, anche solo per un attimo, nella vita reale, con tutta la loro carica emotiva, gestuale, con la loro potenza di incidere, ferire. E poi li avesse lasciati scivolare via nel flusso del divenire altro, come in un fiume dove però da qualche parte a valle, si fosse apprestata una chiusa o una rete a strascico che vada a raccattarli, pesci ancora vivi, schegge ancora taglienti di pietre, di noccioli duri da digerire, che ora vanno vagliati uno per uno, levigati, smussati negli spigoli, resi compatibili fra loro, alla lontana magari, negli spazi bianchi fra un dentro e un fuori che sempre rischiano di invadersi a vicenda: di abbacinarsi in una luce reciproca di rimandi speculari che finirebbe per cedere il palcoscenico alle ombre. Come spesso accade in certa poesia contemporanea. Ma Michieli si arresta un attimo prima e vaglia la natura dei detriti, di vita e linguaggio, ripartiti sulle varie discariche del tempo che ha attraversato, tra le sacche porose dei neuroni, dove la memoria e l’oblio giocano a dadi – come in una sorta di preludio digitale delle analogie dei sogni e della storia. In quell’attimo/epoca (Aion) dove si sta con uno specchio ustorio tra le mani che ti rimanda per riflessi la corrente del tempo appena trascorso e di quello di prima e prima ancora, in una fuga di orizzonti che rischia di offuscarti la vista e di bruciarti i reperti tra le mani. Ma lui ha già inforcato occhiali e guanti da fabbro, per mettersi al lavoro sul retaggio di versi, strofe, discorsi, suoi e di altri. Ha soppesato, come sui due piatti di una bilancia, la propria esperienza e l’eredità dei maestri e li manipola come in un’unica pasta, come fa l’artefice criticamente avvertito. Fra controllo e abbandono, la poesia di Michieli tende verso il primo polo, l’apollineo, ma l’abbandono c’è stato e si avverte in quei minimi scarti della misura del verso e dell’ordine della sintassi: Dioniso ha colpito in più punti (fuori del tempo), lasciando cesure e ispessimenti, dettagli in una architettura tendenzialmente classica, in un dettato che, per quanto allusivo, mira però sempre nel complesso alla chiarezza. Questo è il tenore del “dire” di Michieli, reticente e imperioso nel contempo, tagliente e plastico, tendente al pudore e alla perentorietà del gesto.

 

ROBERTO DALL’OLIO RECENSISCE “NEL PROFUMO DELLE CATACOMBE” DI GIAN RUGGERO MANZONI.

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RECENSIONE DI ROBERTO DALL’OLIO AL LIBRO DI

GIAN RUGGERO MANZONI,

 “NEL PROFUMO DELLE CATACOMBE

 

Gianfranco Fabbri nella Prefazione al libro di poesie di Gian Ruggero Manzoni scrive a pagina 10 : “Mi viene spontaneo iniziare la mia riflessione sulla scelta dei due colori fondamentali : il bianco e il nero. Essi rappresentano, a mio avviso, i due ruoli dello Spirito. Il primo, il bianco, è quello che respinge tutte le altre <<tinte>> e rimane vuoto di ogi espressione, tanto da essere assimilato al senso della morte. Il secondo invece assorbe tutti i colori…a dispetto del buio che emana. Tra queste due atmosfere – il chiaro vuoto del nulla e il nero della narrazione esistenziale – si agita la dinamica creativa del poeta :

 

        Bianco e nero

dobbiamo risvegliare in noi

la capacità di osservare i colori

quelle sfumature

attraverso il sentimento

e il fervore..."

 

Questa traccia lasciata da Fabbri è importante e sicuramente orentativa verso un percorso dentro le viscere del testo e della poesia di Manzoni. Tuttavia a me viene altrettanto spontaneo affiancare a tale linea un altro “inizio” che si trova “fuori” dalla lingua italiana e colllocato nell’ultima pagina dell’opera. Ed è il seguente :

 

Mo ‘s ét paura d’murì?

                       S ‘tci mort la mort

                       l’è morta nenca lì.

 

Ovvero dal dialetto romagnolo :  Ma perchè hai paura di morire?/Tanto, quando sei morto, la morte/è morta anche lei.

 

La terzina è una formidabile rivisitazione del famoso detto epicureo secondo il quale non bisogna avere paura della morte poichè finchè ci siamo noi la morte non c’è e quando c’è la morte non ci siamo più noi. Nel caso del nostro invece non vale la pena di avere paura di morire , non della morte, poichè quando siamo morti la morte è morta anche lei. La morte dunque muore con noi. Noi siamo dunque un impasto di vita-morte e quando muoriamo muore dunque nche la morte. Perciò più che di dualismo tra bianco e nero mi pare di scorgere una compresenza di bianco e nero di morte e di vita con l’esito finale della scomparsa di noi e della morte. Della scomparsa? Sì dal mondo dell’apparire. Ma nel mondo dell’essere, di cui Manzoni ci parla e attraverso cui ci guida seguendo il profumo delle catacombe ricompaiono sia i viventi che la morte. Non sono dunque scomparsi in assoluto, ma sono scomparsi dall’orizzonte normale dei viventi. Essi – i morti e la morte – continuano ad essere nelle catacombe, nelle viscere della Terra, in una geopaleografia manzoniana tutta particolare che lo porta a rivisitare le città e i mondi sotterranei :

 

<<E anche il labirinto di Sant'Antioco in Sardegna,

con cinque camere e un baldacchino

sotto cui mangio e bevo vino

ammirando quei muri di granito

e il ritmo esistenziale che li tiene uniti>>. (Pag.25)

 

Ancora :

 

<<Quelle cavità scavate nel tufo

quelle grotte farcite di corpi

sono la mia dimora>>.  (Pag.29)

 

E trova in questi mondi quella compresenza di morte-vita da cui sono partito sulla falsariga della traccia di Fabbri. La morte e la vita non si staccano mai se non secondo le regole dell’apparenza. Quelle della sostanza dell’essere delle cose ce la fa “vedere” nuovamente compresenti e unite attraverso “il ritmo esistenziale” tanto da diventare una dimora, la dimora della guida , dell’esploratore, del poeta che parla. Che tace e ascolta. Che sperimenta. Che sa che : << Amoris vulnus sanat/idem qui facit>>. Pag. 80. Ovvero , la ferita dell’amore la sana colui che l’ha provocata. Questa è la verità che resta nel tempo ed esce dal tempo. La poesia che è amore nasce dal dolore, da una ferita che può essere sanata, ma non guarita credo, solo da chi l’ha provocata.

Un grande viaggio questo di Manzoni  una poesia davvero “viscerale” dove l’amore e la morte, anch’essi si ritrovano compresenti, ma con uno scatto vittorioso dell’amore che è relazione e in tale relazione di morte e vita sta la “sanità” della e dalla ferita che il tutto cioè l’amore provoca.

 

ROBERTO DALL’OLIO

 

Bentivoglio 13 agosto 2019

 

 

ALESSANDRO CANZIAN RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI FABIO MICHIELI, “DIRE”, EDIZIONE DEL 2019.

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DireFabio Michieli

Recensione di Alessandro Canzian apparsa sul blog Laboratoripoesia.it

 

Esce, in versione riveduta e accresciuta, Dire di Fabio Michieli. La prima edizione è del 2008, la seconda del 2019. Undici anni di distanza per un libro complesso, vissuto, sofferto. Ed è lo stesso Michieli a spiegarcene i motivi in una nota a fine libro:

 

Qualcosa era rimasto sospeso; qualcosa era rimasto nella carta, e la carta tardava a ritornare bianca. Riprendere in mano Dire e le carte espunte, con le poesie espunte, però, non bastava. Non bastava sistemare certi versi zoppi, stanchi. Quel discorso, quel dialogo – questo discorso, questo dialogo – erano continuati negli anni: attraverso la lettura di altra poesia, attraverso la scrittura di nuove poesie; attraverso le persone perdute, attraverso le persone incontrate. Solo che i miei tempi non conoscono la parola urgenza; i miei tempi si dilatano; chiedono tempo per comprendere, per elaborare e rielaborare. E quando è il lutto a dover essere elaborato, ogni tempo si sospende da sé. E io ne divento lo strumento.

Avevo lasciato sospeso il discorso con me stesso e il percorso che mi ha portato a essere la persona che sono. Avevo iniziato tardi un dialogo, fatto anche di ascolti e di silenzi, con mio padre, con le mie radici di uomo. E quel nostro dialogo è stato rubato dalla sua malattia.

Ho cercato allora le tracce lontane e dato voce a ciò che lentamente riemergeva, insieme al nuovo.

Dire è un discorso su ciò che ci si lascia alle spalle e su ciò che ci si porta avanti, per proiettarlo nel futuro.

Ho perciò recuperato alcune poesie che alla prima pubblicazione di questo libro non sentivo necessarie, e che invece ora hanno quel senso che prima non ritrovavo.

Ho aggiunto la seconda parte del dialogo, un dialogo che inevitabilmente è diventato un dialogo in mortem. Ma tra le righe di questo dialogare con mio padre si è innestato un terzo dialogo: quello con l’amore ritrovato, permettendomi di offrire un controcanto alle poesie della prima parte, del primo Dire che riecheggiavano dell’amore perduto.

La linea che ha tracciato la mia vita fino a questo punto non ha chiuso alcun cerchio; ha trovato la spinta per aiutarmi a portare un bagaglio più ricco.

 

Undici anni per concludere un dialogo d’addio che in virtù del suo essere commiato si scopre essere anche apertura ad altro. Perché inevitabilmente nella vita il gesto psicologico di salutare una persona cara che se ne va (o che se ne è andata) è il medesimo che facciamo nell’accogliere una persona altra, una differenza, che però è possibile grazie a quanto avvenuto prima. Come a dire che è necessario seppellire un seme per poter vedere la nascita di un fiore. Fiore che ha nella sua natura non solo il seme, ma anche il nostro commiato al seme stesso.

Michieli ha un pregio che chi vi scrive giustifica (avendolo conosciuto un poco e avendo chiacchierato di fronte a una pizza con lui, una sera) con un suo severo percorso di studi e formazione. Ha il pregio del tempo, e il suo senso. Ha il privilegio della lentezza e dell’attesa. Undici anni utili non solo a rielaborare un lutto, ma anche a interpretare un incontro con gli strumenti dati dal lutto.

Perché Dire è un libro che tratta di un padre che viene a mancare, che dialoga con lui pre e post mortem, che tratta di un amore perduto e trovato, e di nebbia, e di Venezia. Nella prefazione alla prima edizione Augusto De Molo scriveva:

 

Questa raccolta nasce – per me che leggo – sotto il segno di Orfeo e di Euridice. Il mito antico è noto e raccontato dai Classici tra i quali Virgilio nel quarto libro delle sue Georgiche. Così rievoca il mito il grande poeta latino: il pastore Aristeo ha provocato involontariamente la morte di Euridice, sposa di Orfeo (nel mito greco primo grandissimo poeta): sconvolto, il poeta discende agli Inferi e col suo canto, dopo aver placato le anime affannate, ottiene da Plutone, su intercessione di Proserpina, di poter riportare nel mondo dei vivi la sua sposa. Dovrà solo evitare, durante il viaggio di ritorno, di volgersi a guardare Euridice che lo segue. Purtroppo, temendo che lei non lo segua, Orfeo si volge e con quel gesto risospinge l’amata nell’Ade. Il poeta, che placa il dolore col canto e potrebbe salvare persino dalle tenebre dell’Inferno chi ama, non sa resistere (Virgilio scrive victus animi)…

Una tragedia di amore e morte certamente ma anche un’allegoria della potenza salvifica del canto ed anche l’origine prima di quei culti, detti orfici, che costituirono una religione della morte e della rinascita assai diffusa nel Mondo Antico.

 

Mentre nella prefazione alla seconda edizione Gianfranco Fabbri scrive:

 

Esce, arricchita di qualche testo in più, una delle raccolte più belle del catalogo Arcolaio. Sto alludendo a Dire, il primo libro pubblicato da Fabio Michieli per la nostra casa editrice; un lavoro che, per la sua levigatezza e per le sue chiare atmosfere novecentesche (ma non solo), ebbe la strada aperta a una delle collane più rappresentative, «I codici del ’900». Ora questo gioiellino compie un passo avanti e, così rifocillato da qualche cosmetico nutriente, fa il proprio ingresso ne «La costruzione del verso». Nella prima edizione mi ero affidato del tutto alla bella e convincente postfazione di Augusto De Molo, il professore forlivese che con la sua nota raffinatezza e perizia aveva a ragion veduta incentrato il tema sul mito di Orfeo ed Euridice. Naturalmente, tutto stava e veniva legato con una logica che ancora oggi ci fa ammirare il valente letterato. Rileggendo, in questi giorni, il Dire di Fabio ho sbandato completamente dall’antico punto di vista e ho optato per quest’altro, che mi fa vedere il poeta come il titolare di due entità psicologiche e linguistiche, che pure entra nella coppia dei due personaggi del mito. Si tratta del Narrante e del proprio femminino. Il mito viene genialmente ribaltato da Michieli per una ragione a me chiara: l’allontanamento delle due parti linguistiche dell’artista, giacché la vicinanza delle due energie lo farebbe sentire troppo concluso e completo.

 

Vorrei soffermarmi in particolar modo sulla figura di Orfeo ed Euridice che nella sostanza del mito portano ad alcuni (in questo spazio non si possono esaminare certamente tutti) percorsi intertestuali presenti nel libro. Orfeo perde Euridice e resta incompleto di lei. Resta mancante di un suo pezzo di vita. Nello specifico i testi che hanno un dichiarato riferimento sono:

 

 

(Orfeo a Euridice)

 

superai il corpo e il salto mi portò

oltre l’ombra accasciatasi sul suolo

dove nera svaniva anche l’attesa…

 

ma tu continua a non temere il salto

che mi inselva oltre il limite concesso,

ora che dal Lete pura risorgi

 

** 

 

 

 

 

(Euridice a Orfeo)

 

voltati e guardami! sei tu, sono io

 

mi interroga il silenzio disceso come nube

a cingermi e salvarmi dall’intorno vociante –

 

sì, voltati e guardami! io ti supplico:

 

spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto!

annientami, dissolvimi – esaudiscimi, annullami

 

 

Euridice chiede l’annientamento, chiede il dissolvimento che è consapevolezza della perdita. E dell’incertezza. Perché a ben vedere Dire di Fabio Michieli è un continuo argomentare su questi due concetti (perdita e incertezza) che si appoggia su alcune immagini/chiave ricorrenti. E che usa il dire, lo scrivere, per comprendere e rielaborare nella convinzione (oggi assolutamente inattuale) che dire qualcosa sia comprenderlo. Non a caso poc’anzi affermavo che a mio avviso Michieli molto deve al rigore dei suoi studi universitari.

Una delle ricorrenze che più colpiscono, e che tracciano un percorso in questo status di perdita e incertezza dell’autore, è il bianco (e più estesamente il colore). Si vedano ad esempio i testi di cui voglio indicare anche il numero di pagina per facilitarne la rintracciabilità:

 

 

Dicatum

 

volevo un libro chiaro per noi due:

una pagina bianca – quasi pura

 

(pag.19)

 

 **

a mamma

 

tingerò d’amaranto questi versi

perché tu possa scorgerli lontani

quando la luce imbruna il cielo a sera

 

(Pag.33)

 

 **

 

ah, bramerei soccorrerti a ogni ingiuria

se non fosse che a te io grido aiuto –

 

ma la sabbia biancheggia arida al vento

mentre tendo le mani per difendermi

dallo schianto col tempo qui caduto

da una clessidra rottasi al minuto:

 

la vita che non chiesi ma divenne

consegno ora al destino che mi spetta

 

(pag.38)

 

 **

(Orfeo a Euridice)

 

superai il corpo e il salto mi portò

oltre l’ombra accasciatasi sul suolo

dove nera svaniva anche l’attesa…

 

ma tu continua a non temere il salto

che mi inselva oltre il limite concesso,

ora che dal Lete pura risorgi

 

(pag.42)

 

**  

Tarocchi

 

si sciolgono i colori come i modi

incerti che non sanno più predire –

 

incredulo mi rimira l’Appeso

mentre le nubi abbuiano la Notte

 

(pag.51)

 

** 

Ad A. C.

 

se è il dolore di me che ti spaventa

non ha colpa la mia poesia:

la vita

a volte si fa nera nell’inchiostro

più del nero che incrosta sulla carta

 

ma la luce che filtra dalla grana

dice a me – nel silenzio – tutto il bello

 

(pag.55)

 

** 

quanti sono gli ulisse che si possono

scorgere per altrettante odissee?

 

già… perché si sa nati no non fummo

per ogni iniquità né diventammo

per scelta ciò che ora sembra siamo –

 

eppure si è, e si è sempre più

a brani come su sfatte pareti –

 

di noi per ogni strada bianca effige

la calce a terra, pesta dignità

 

(pag.61)

 

 **

d’un tratto spostare lo sguardo verso

la finestra e vedere fiocchi scendere

tra il verde dell’alta magnolia –

 

è il terzo giorno più freddo d’inverno:

mi sorprende la neve

mentre ciò che la lingua non sa dire

è bianco di dolore

 

(pag. 65)

 

**

Caravaggio

 

ora il gemito sborda, quasi slabbra

la coltre di polvere rissosa

 

tra le spire di luce si profila

l’immagine ricolma di terreno

amore e il santo non basta a salvare

il mandato –

 

l’uomo è il suo centro, il mondo:

il nero avvolto nella cupa macchia

 

(pag.84)

 

** 

qui sulla riva dove vira il fiume

coloreranno le foglie l’autunno

 

sopra un cielo di nubi, e l’orizzonte

teso davanti a fermare i colori

 

per questa pagina tornata bianca

 

(pag.85)

 

** 

La pagina bianca del primissimo testo si lega a due elementi fondamentali: alla chiarezza (volevo un libro chiaro) e alla purezza (quasi pura). Quest’ultimo non a caso ricorre anche nel testo di Orfeo a Euridice:

 

 

ma tu continua a non temere il salto

che mi inselva oltre il limite concesso,

ora che dal Lete pura risorgi

 

 

La qual cosa ridefinisce il significato di quella pagina bianca, pura quanto Euridice che risorge dal Lete dal punto di vista di Orfeo. Un canto, un dire, una poesia che ha l’ardire di trarre dall’oblio non solo l’altro ma anche il sé (un libro chiaro per noi due) pur nella sottointesa consapevolezza che non avverrà l’esito cercato (Euridice tornerà negli Inferi).

Affrontando invece la questione dal punto di vista del colore, che nel testo iniziale è indicato col bianco, leggiamo, oltre al riferimento alla madre in tingerò d’amaranto questi versi / perché tu possa scorgerli lontani / quando la luce imbruna il cielo a sera, un’invocazione particolarmente accorata:

 

 

ma la sabbia biancheggia arida al vento

mentre tendo le mani per difendermi

dallo schianto col tempo qui caduto

da una clessidra rottasi al minuto:

 

la vita che non chiesi ma divenne

consegno ora al destino che mi spetta.

 

 

Il bianco, inizialmente desiderio di purezza, pacificazione, scrittura, diventa cornice di una presa di coscienza di una vita che mi spetta quasi come condanna. Diventa contesto e simbolo dell’inesorabilità delle cose. Dove l’accettazione si oppone all’attesa che è comunque desiderio, speranza. Infatti, nel succitato testo di Orfeo ad Euridice, si legge:

 

 

oltre l’ombra accasciatasi sul suolo

dove nera svaniva anche l’attesa…

 

 

L’attesa è indicata col colore nero, opposizione chiara al biancheggiare della sabbia dov’è la vita che ci spetta.

Continuando nella lettura leggiamo si sciolgono i colori come i modi / incerti che non sanno più predire. Non basta prendere atto della vita che non chiesi ma divenne per accettare l’incertezza di un futuro imprevedibile, terribile in qualche modo nel suo essere sconosciuto e passibile di drammi. E il tempo sconosciuto che sta per arrivare Michieli lo affronta appellandosi ad esempio a Ulisse, dove:

 

 

quanti sono gli ulisse che si possono

scorgere per altrettante odissee?

[…]

di noi per ogni strada bianca effige

la calce a terra, pesta dignità

 

 

Non possiamo non notare che la sabbia che biancheggia del testo precedente qui diviene un percorso dichiaratamente dantesco (dalla citazione) che si interseca con l’altro concetto del medesimo testo: il diventare qualcosa che non ci si aspettava. E i due testi in effetti appaiono estremamente interconnessi nonostante la distanza nel libro (pag 38 e pagina 61):

 

 

ah, bramerei soccorrerti a ogni ingiuria

se non fosse che a te io grido aiuto –

 

ma la sabbia biancheggia arida al vento

mentre tendo le mani per difendermi

dallo schianto col tempo qui caduto

da una clessidra rottasi al minuto:

 

la vita che non chiesi ma divenne

consegno ora al destino che mi spetta

 

quanti sono gli ulisse che si possono

scorgere per altrettante odissee?

 

già… perché si sa nati no non fummo

per ogni iniquità né diventammo

per scelta ciò che ora sembra siamo –

 

eppure si è, e si è sempre più

a brani come su sfatte pareti –

 

di noi per ogni strada bianca effige

la calce a terra, pesta dignità

 

 

Proseguendo troviamo un’ulteriore definizione, ancor più emblematica e interconnessa, del significato del colore bianco:

 

è il terzo giorno più freddo d’inverno:

mi sorprende la neve

mentre ciò che la lingua non sa dire

è bianco di dolore

 

 

Impossibile non notare che il libro chiaro per noi due: / una pagina bianca – quasi pura ora diventa un ciò che la lingua non sa dire / è bianco di dolore. Una resa all’indicibilità nell’accezione fondamentale data con l’immagine precedente di Orfeo ed Euridice. Dire non trattiene più. Resta il dolore che nasce da un percorso di consapevolezza che diventiamo altro da ciò che volevamo, che ci aspettavamo, attraverso un percorso imperscrutabile (i Tarocchi) che aspira ad essere di conoscenza (Ulisse) ma non fa altro che produrre dolore, un bianco di dolore che identifica il sé di fronte al verde dell’alta magnolia.

Procedendo ulteriormente ritroviamo l’opposizione al bianco in Caravaggio dove l’uomo è il suo centro, il mondo: / il nero avvolto nella cupa macchia. E non possiamo non notare gli altri riferimenti al nero (che già prima avevo suggerito) per meglio comprendere questo concetto:

 

 

la vita

a volte si fa nera nell’inchiostro

più del nero che incrosta sulla carta

 

superai il corpo e il salto mi portò

oltre l’ombra accasciatasi sul suolo

dove nera svaniva anche l’attesa…

 

 

Se il bianco indica un’aspirazione, un desiderio poi deluso ed osteggiato da una vita che prosegue sostanzialmente in maniera altra rispetto all’uomo, e lo cambia, trasformando la vita in un qualcosa di imperscrutabile e inconoscibile nel tempo, un viaggio di conoscenza difficile, aspro e doloroso, il nero è una forma di incrostazione, di staticità, quasi a dire che l’incertezza implicita nel bianco è paradossalmente migliore.

Conclude l’opera un testo estremamente emblematico e definitivo per l’analisi qui riportata:

 

 

qui sulla riva dove vira il fiume

coloreranno le foglie l’autunno

 

sopra un cielo di nubi, e l’orizzonte

teso davanti a fermare i colori

 

per questa pagina tornata bianca

 

 

La pagina è tornata bianca è un’affermazione che include tutto il percorso esaminato attraverso le varie sfaccettature di utilizzo del bianco. Un bianco che non è più un desiderio di chiarezza e purezza, ma un’accettazione dell’incertezza della vita, del dramma, del percorso. Quasi a dire che bisogna perdersi per ritrovarsi e che l’unica possibilità per la pagina d’essere bianca non è un suo esserlo già, ma un suo tornare ad esserlo.

Testo che inoltre si lega all’immagine dei colori (si vedano i diversi colori citati in tutta l’opera), delle foglie (ad es. le foglie già da tempo marce al suolo / avidamente attendono lo schianto o oggi che il giorno arretra / tra il tempo e queste foglie), ma soprattutto del fiume. Leggiamo infatti:

 

 

(discende ancora nebbia…)

 

mi smarrisco ora

senza sapere quanto.

Alessandro Brusa

sagome nella nebbia – forse gondole –

nel punto dove il fiume curva a destra

e prende la rincorsa per la foce…

 

di più non vedo da questo finestrino,

mentre conto le sillabe che ci

separano nei versi di un amico

 

 

E il già citato Orfeo ad Euridice dove Euridice risorge dal fiume Lete. Questo per dire che la pagina tornata bianca è la certezza acquisita dell’essere umano nonostante la vita. In un libro umanissimo dove Michieli si riferisce al padre, alla madre, ad un amore perso, ritrovato, a un lutto, resta la consapevolezza della propria esistenza e la necessità di impararla, di accettarla, al fine di ottenere quella pacificazione e apertura auspicate inizialmente ma parzialmente ottenute (parzialmente, si legga la nota conclusiva dell’autore) attraverso un percorso inaspettato, non voluto ma più vivo e vero.

Perché non tutto è come noi vorremmo, ma spesso quello che accade ci forma e si trasforma in qualcosa di più di quello che noi stessi potevamo inizialmente comprendere.

Ringrazio infine l’autore per il gentile ringraziamento che ha voluto porgermi nel libro per quei due piccoli consigli dati assieme a Anna Maria Curci, Alessandro Brusa, Francesco Filia e Cristiano Poletti.

 

Alessandro Canzian

 

 

 

 

MARCO MOLINARI, SU MANTOVA POESIA, RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI MAURO GERMANI: “LA PAROLA E L’ABBANDONO”.

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Recensione di Marco Molinari al libro di Mauro GermaniLa parola e l’abbandono

Articolo tratto da Mantova Poesia

 

Mauro Germani vive a Bresso in provincia di Milano, è poeta, critico, animatore di un’importante rivista culturale, “Margo”, ora sfociata in un blog, ed è sicuramente uno di quegli autori che ha dato di più alla poesia rispetto a quanto ha ricevuto. È appena uscito il suo ultimo lavoro, “La parola e l’abbandono”, edito da L’arcolaio: riflessioni, aforismi e massime raccolti in un trentennio, che hanno al centro il rapporto stretto fra vita e poesia, i contributi dei grandi autori che ha amorevolmente coltivato e, soprattutto, un’etica della scrittura che per lui è stata importante forse quanto lo stesso fare poetico. Questo imperativo morale si è riassunto in una ricerca inflessibile di una parola sincera che non ha altri scopi al di fuori dell’opera, che deve dire tutto, anche oltre quello che il poeta conosce, e, infine, non arretrare davanti alla verità, pure scomoda o drammatica. Come ben sintetizzato in quarta di copertina, “…nella misura esatta della brevità si profila ovunque una parola che appare sospesa ‘tra la vita e la morte’ e che attesta drammaticamente la propria solitudine ed il proprio abbandono nel mondo”. Questi pensieri, sedimentati negli anni, hanno alcune direttrici o ossessioni che hanno caratterizzato la scrittura di Germani. Una di queste è, appunto, la solitudine. Si legga questo aforisma fulminante: “Il poeta non è solo quando scrive: È tremendamente solo dopo”. Le stesse parole, fedeli compagne durante l’atto creativo, una volta staccatesi dall’autore, soffrono della stessa indifferenza: “Le parole che abbiamo scritto scompaiono, ritornano, spariscono di nuovo. Sono lontane. Sono sole. Sono senza di noi”. Altri temi che percorrono il libro sono il male, la malattia e la morte. Di fronte a loro, l’autore si pone con la coscienza dell’ineluttabilità del nulla che ci circonda e a cui siamo destinati, però senza disperazione e isteria, anzi sono queste le righe in cui spira più forte il sentimento poetico, dove la fredda analisi cede a una sottile dolcezza. Ci sono poi ricordi d’infanzia e della giovinezza, le case in cui ha vissuto, e, sorprendentemente, per un autore in cui è forte il senso del sacro, ma sempre con uno sguardo laico, alcune riflessioni sulla Chiesa, per lamentarne la perduta purezza e la vocazione di essere accanto agli ultimi. Come si può ben capire, gli aforismi raccolti da Germani rifuggono dall’ironia e dall’osservazione sagace, ma nel mettere a nudo se stesso, come scrittore e cittadino, ci mettono davanti alle crude verità che dobbiamo affrontare se non vogliamo essere inautentici, ma come lui onesti fino in fondo: “Noi scriviamo il nostro naufragio, ed il libro – come ha affermato Sergio Quinzio – è il messaggio nella bottiglia che affidiamo al mare in burrasca”.

 

MARCO MOLINARI

L’ULTIMA USCITA DELLA STAGIONE 2018-19: UNA TRADUZIONE E UNO STUDIO DI LORENZO MARI SU “SONETTI TEOLOGICI” DELL’AUTORE SPAGNOLO AGUSTIN GARCIA CALVO.

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SONETTI TEOLOGICI” TRADUZIONE E CURA DI LORENZO MARI. DUE SONETTI DEL COMPIANTO AGUSTIN GARCIA CALVO (Zamora, 1926-2012).

 

La bio-bibliografia di Calvo:

Agustín García Calvo (Zamora, 1926 – 2012) è stato un filologo, poeta e filosofo spagnolo. Ha pubblicato alcuni importanti studi di linguistica generale (Hablando de lo que habla, del 1990, ha ricevuto il Premio Nacional de Ensayo) e numerose opere teatrali (La baraja del rey Don Pedro, del 2006, ha ricevuto il Premio Nacional de Literatura Dramática) e in versi. È anche autore di varie traduzioni di autori classici e moderni, da Lucrezio e Catullo a William Shakespeare e Giuseppe Gioacchino Belli. Fondatore della casa editrice Lucina e animatore di un longevo circolo culturale a Madrid, è stato protagonista di una lunga attività poetica e politica insieme alla compagna, la poetessa Isabel Escudero (1944 – 2017). Questa è la sua seconda traduzione in italiano, dopo “Della felicità”, pubblicato Ortica editrice, Aprilia (Lt), nel corso di questo stesso anno.

 

I due sonetti:

I

Inorgoglisciti della sconfitta,

che limpida l’impresa sottintende:

luce che di notte prospera, rende

più spessa l’ombra, e forse più invitta.

 

Dio non volle al tuo passo fretta,

già solo aver provato lo molesta;

che tu inciampassi e cadessi, codesta

di Dio è giustizia: non darle retta.

 

O cieco, per quel che trionfo e ottengo

mi nomini e ami?: io mi trattengo,

e in quello specchio non mi riconosco.

 

Sono l’atto di rompere l’essenza:

sono quel che non sono. Non conosco

via alla virtù se non l’impotenza.

**

II

Ma non cedere; perché non è noto

quando perda l’amor, dove la terra

vada ruotando, o quel che rinserra

il messaggio che per nessuno ha chiave.

 

Ché il Libro Mastro (è questo a esser grave)

del Dare e dell’Avere mai si serra,

e forse l’azzecca chi caparbio erra;

e nulla è il mondo finché è ancora in moto.

 

Se ti dicono che Dio è infinito

di’ allora che non è; e se è finito,

che lo mostri dunque e chiuda le porte.

 

Non c’è Dio o Legge che in contradanza

non si balli. Tua è la tua morte.

Il non sapere è la tua speranza.

 

L’apparato critico lo lascio come una sorpresa.

Il tutto è a cura del nostro Lorenzo Mari

 

 

 

GIANFRANCO LAURETANO RECENSISCE “NEL PROFUMO DELLE CATACOMBE” DI GIAN RUGGERO MANZONI.

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nelprofumocatacombe

Da Manzoni a D’Arzo, quel pensiero della morte che ci aiuta a vivere

RECENSIONE DI GIANFRANCO LAURETANO PUBBLICATA SU IL SUSSIDIARIO.NET

Nel suo ultimo libro di poesia “Nel profumo delle catacombeGian Ruggero Manzoni aiuta il lettore a riscoprire la vita attraverso la morte

 

A inizio estate, sull’orlo delle vacanze e delle villeggiature, mi è piovuto nella buchetta delle lettere un libro sulla morte; bel contrasto. È un piccolo libro di poesia di un piccolo editore, si intitola Nel profumo delle catacombe (L’arcolaio, 2019), ma di un autore grande e autentico, che non ha mai ceduto un millimetro ai luoghi comuni e ai mantra culturali contemporanei del politically correct.

Gian Ruggero Manzoni è poeta, narratore, artista: nato nel 1957, ha vissuto da protagonista la storia artistica e letteraria degli ultimi quarant’anni, lavorando con Omar Galliani e Mimmo Paladino, con Andrea Pazienza e John De Leo, è stato compagno di studi di Pier Vittorio Tondelli e ha conosciuto Giovanni Testori e Anselm Kiefer. Nel 1984 ha addirittura organizzato una Biennale di Venezia col poeta romano Valerio Magrelli, ha fondato varie riviste e scritto libri assoluti e coraggiosi. Se non è tanto conosciuto alle masse è perché non ha mai accettato di entrare nel baraccone mediatico e pseudoculturale che ha al suo soldo anche diversi scrittori, quasi sempre i mediocri.

Con queste poesie, come dice lui stesso, affronta “il tema dello sparire, dello sprofondarsi in una realtà sotterranea al fine di raccogliersi, a livello cenacolare, attorno a una fede, a una immagine condivisa, a un reliquiario, a una sacralità riacquistata o, meglio, riconquistata”.

Nel libro entriamo con lui nelle mille catacombe d’Italia e del mondo, e apprendiamo che sotto la terra della nostra identità e del nostro volto esistono cunicoli misteriosi, passaggi pieni di dolore, di eroismo, di santità. Le catacombe, come sappiamo, sono state anche e soprattutto dei cimiteri, forse sarebbe meglio usare il sinonimo: dei camposanti. Lì, tra i corpi dei martiri e dei fratelli adagiati nei loculi in semplice attesa della resurrezione che si riteneva prossima, i vivi anche si radunavano lontani dagli occhi dei persecutori, lì avveniva la liturgia e il sacrificio eucaristico.

Condotto dalle poesie di Gian Ruggero Manzoni ho pensato che non sappiamo più stare dinnanzi alla morte. Il poeta invece ci sta. Descrive per noi quell’abisso in cui stanno fratelli che ci hanno preceduto, traduce le preghiere assolute che ci trova (“A Classe di Ravenna […] troneggia/ un epitaffio altero: Non pregare quando necessita,/ prega solo, quando non c’è richiesta/ e il cielo, non se l’attende”), incontra le anime di chi ritorna per trovare qualcosa di sé, un teschio o un nipote, che poi è il poeta stesso.

La parola chiave con cui ci introduce a questo mondo strano che sta nel grembo della storia è “sacrificio”. Ad esso Manzoni collega la possibilità del bello, come dice in un’intervista: “…visto che il buono dimora nel sacrificio, ma, appunto del sacrificio, tuo o di un altro, interessa ben poco alla gente, così che, seguendo la nostra tradizione, anche il povero Gesù si ritrova a fare addobbo entro le chiese, infatti più nessuno si prende la briga di deporlo dalla croce, lavarlo, ungerlo, avvolgerlo nel sudario e dargli degna sepoltura”.

Ecco il grimaldello, il suggerimento del poeta per poter stare di fronte alla morte: come i martiri delle catacombe, morendo, hanno “fatto diventare sacro” (sacer facere, rendere sacro) il mondo, rinnovando la decadenza che, come per l’impero romano, Manzoni vede in atto nella superficie della nostra epoca, così stare di fronte alla morte vuol dire stare di fronte alla vita. Per che cosa vale la pena vivere? Lo si capisce dal che cosa vale la pena morire.

Per pura coincidenza le mie due letture di questi giorni offrono un aggancio straordinario al tema. La prima è Bartleby lo scrivano di Herman Melville, il genio scrittore di Moby Dick. Nella New York dell’Ottocento che si prepara a essere la ricca capitale commerciale ed economica del mondo, un avvocato importante e facoltoso assume uno scrivano, Bartleby. Dopo un inizio promettente, Bartleby a poco a poco si deprime e si lascia andare: non esce più dall’ufficio poi, pur essendo bravo, rifiuta persino di scrivere. Alle offerte dell’avvocato risponde sempre “preferirei di no”, finché spostato in un istituto, vi muore spegnendosi.

Tra le varie chiavi di lettura possibili, certamente c’è quella che per Bartleby nulla di ciò che la nuova società americana gli offre – l’etica del lavoro, il denaro, la sistemazione, la casa – è un motivo sufficiente per vivere. Nulla vale il sacrificio.

La seconda lettura è Casa d’altri, un romanzo breve di Silvio D’Arzo; questo autore emiliano del secondo Novecento italiano non è molto conosciuto, ma è un vero classico, che gli esperti riconoscono come tale; scriveva come Cesare Pavese, di cui è più o meno coevo, in una lingua ricca e intensa, una capacità narrativa straordinaria.

Questo libro narra di un paesino di montagna, nel primo anno dopo la fine della Seconda guerra mondiale, dove vive un vecchio prete. Gli abitanti sono pochi: gli uomini, tutti pastori, stanno per lunghi periodi negli alti pascoli; in paese rimangono le vecchie e qualche sparuto bambino. Alla porta del prete, che ormai, depresso e rassegnato a un servizio di routine come dispensatore di sacramenti e qualche lezione di catechismo, attende solo la pensione senza più ricordare il senso della sua vocazione, si presenta un giorno una vecchietta, che vorrebbe fargli una domanda. La donna fa il lavoro duro della lavandaia per i panni altrui, che lava sui sassi del fiume tutti i giorni, vive sola in una vecchia casa e basta. Tutto il libro gira intorno alla domanda che la vecchia lì per lì non ha il coraggio di fare, ma riaccende in qualche modo il sacerdote, che la cerca più volte, finché scopre che la vecchia voleva chiedergli se era possibile che Dio le permettesse di morire “prima del tempo”. Il prete non sa che dire e così più o meno si conclude il romanzo.

Allora, persino in questo periodo di vacanze e di riposo, benedetto il poeta che, come Gian Ruggero Manzoni, ci parla della morte, parlandoci implicitamente di ciò per cui val la pena vivere. La forza di una società credo si misuri dalla capacità di stare di fronte a tutto e da quella di avere pensieri e parole persino per le realtà più dure, come quelle del sacrificio e della morte.

Al contrario, le società in crisi e in via d’estinzione, come ci sta descrivendo persino l’Istat, i cui dati abbiamo sentito in questi giorni, non sanno più che dire della vita, della morte, dell’amore e del tempo. Edulcorano la faccenda e fanno in modo che passi.

Gian Ruggero Manzoni ha la pazienza della grande letteratura; come dice Hölderlin nella poesia “Patmos”, sa che esiste il tempo in cui l’essere autentico dell’uomo si nasconde e che quello è il tempo della seminagione. D’altronde, in un’intervista a Davide Brullo, altro poeta assoluto di cui bisognerà informarsi, che gli chiede cosa sta leggendo, Manzoni risponde: “Cosa leggo? Sul comodino ho sempre il Libro di Giobbe, così da ricordare che non bisogna mai perdere la fede e, come diceva mio padre, bisogna sempre credere nella Provvidenza e nella divina Misericordia”.

Gianfranco Lauretano

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