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ALESSANDRO BELLASIO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA: “L’ARRESTO”.

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LA PAROLA DIFFRATTA DI GABRIELE GABBIA
di Alessandro Bellasio

Libro scarno e ripido, L’arresto di Gabriele Gabbia (L’arcolaio, 2020) possiede il magnetismo proprio dei libri a lungo meditati e nei quali la parola ha stretto un patto di sangue con il pensiero, con una visione del mondo innegoziabile, univoca. Poche poesie, anch’esse scarne e ripide, a tratti quasi sbreccate o amputate, dove l’autore – alla seconda raccolta dopo La terra franata dei nomi – fa i conti con una condizione perfettamente espressa fin dalla copertina: uno spioncino attraverso il quale si scorgono delle sbarre. È da lì che si incontra il mondo – o meglio che non lo si incontra, ma lo si guarda nel tentativo di rievocarne il ricordo. L’arresto è, in prima istanza, il posto di blocco o lo sbarramento che media l’esperienza dell’essere, dell’esistere. Ed è quindi anche cella di detenzione, la prigionia di chi osserva le cose da una condizione di allontanamento originario, di esclusione dal dominio della presenza: l’arresto è questo essere sottratti da vivi ai vivi, fino alla vertigine di non essere più nessuno, o tutti.

Io sarò voi —
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.

L’assenza è la cifra di chi è sottratto, la cifra dell’arrestato: egli viene meno, non c’è più. Ed è allora che le cose cominciano a giungergli da molto lontano, screpolate, diffratte. L’esperienza in Gabbia è vissuta e restituita già sempre come ricordo, prima ancora che accada, ferma «da sempre verso questi occhi in cui | tutto è stato». Nel dominio dell’assenza è la sostanza stessa a farsi vacua, volatile – e la vita è «il divenire incarnato d’un calco». La tensione si raccoglie e si rivolge così verso l’interno, dove tuttavia non trova più l’appoggio di alcuna interiorità, ma solo la stessa voragine ontologica che aveva precedentemente rinvenuto nell’esterno. L’occhio allora arretra, si blocca, non ha che sé stesso sospeso a mezz’aria, nel vuoto, e la parola è questo grafema oculare arrestatosi un attimo sul nulla, prima di svanire.

I.

Tu fughi ogni inizio.
Non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambíta,
intuíta, dell’ordine cieco,
deciso, dell’occhio.

II.

Mente, l’occhio
nella sua cocchia;
solo empie vuota
sciacqua – e rabbercia
il suo cavo: nulla.

III.

Ho sempre guardato
– guardato – dal nulla
da cui vedo i corpi
della soglia, là dove
sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta

d’un nulla.

(Recensione edita all’interno del blog “Poesia, di Luigia Sorrentino — Il primo blog di poesia della Rai”, il giorno 6 febbraio 2021.)

GRAZIA CALANNA RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI VITO M. BONITO “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA”

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Vito M. Bonito, “di non sapere infine a memoria (1978-1980)”, L’arcolaio, 2021.

Pubblicato il 27 Gennaio 2021 Di Vito M. Bonito su L’estroverso

16 marzo 1978: a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro – uccidendo gli uomini della sua scorta;

9 maggio 1978: Moro viene giustiziato dalle Brigate Rosse; avevo 15 anni

28 maggio 1980: a Milano Walter Tobagi viene ucciso dalla Brigata XXVIII marzo; avevo 17 anni

prima e dopo altri furono assassinati – ma non so dire perché la mia memoria torna di continuo a questi due eventi, come una brace, un filo a piombo sul sangue

i salti di memoria, le fratture temporali, le inesattezze sono volute – questo libro non vuole ricostruire niente – non sa, né potrebbe farlo; all’oscuro com’è anche di se stesso.

Inizierei con queste poche frasi (che poi sono parte della nota finale al libro).

di non sapere infine a memoria (1978-1980) attraversa 7-8 anni di studio e scrittura. Nel dissesto della memoria di un adolescente che allora ‘faceva’ politica, si sono inserite letture non più casuali, non solo documentarie e testimoniali. Né esclusivamente saggistiche. Nei buchi della memoria si sono ricomposte voci vive e morte di allora e di adesso, voci di poeti che mi venivano incontro a tenere a freno la lingua, ogni possibile dizione ‘poetica’ (sia chiaro, a scanso di equivoci, ogni mio neppure rasentare l’insignificanza della prosetta in prosetta – asservita, assertiva o non-assertiva che sia – o le contumelie rococò di una qualsiasi scrittura che si presume ‘di ricerca’).

Il libro è organizzato secondo una scansione pseudo-tragica. Pseudo dal momento che ci sono all’interno dei ‘fuoriposto’, degli inserti grotteschi, talvolta comici (se così possiamo dire), indisciplinati verso una possibile forma del testo.

Nella partitura del libro, le figure si inseguono in coro, si alternano e si sovrappongono ma quasi assentandosi l’una dall’altra. Chi parla è conficcato nella propria fine. Gli unici spettatori, forse, di questa fuga di voci sono Stalin e Mao che, morti, guardano la televisione e assistono (stupefatti, compiaciuti, luminosamente retrogradi) al delirio storico, politico e ideologico da loro stessi innescato.

Dentro il bagno di sangue che furono i cosiddetti ‘anni di piombo’, galleggiano uomini e donne, vittime e carnefici, figlie e figli che furono toccati, feriti, esplosi. Compresa ogni forma di memoria che sebbene tenuta in vita si dirada pur di sopravvivere a se stessa.

di non sapere infine a memoria (1978-1980) si è costruito così, senza una ragione esterna, senza una decisione volontaristica di intervenire, di dire ‘qualcosa’ su quei tempi. È un soprassalto di fantasmi che mi abitano, fantasma io stesso, non so perché.

È il libro di chi non sa pensare, non è in grado di pensare cosa sia stato vivere in prima persona quei terribili eventi. Cosa è stato uccidere, cosa morire. Cosa essere sopravvissuti a tanto orrore.

A un eventuale lettore potrei dire che il libro inizia con un canto dei bambini monocellulari (quasi parola amniotica di chi poi prenderà in mano le armi per una rivoluzione mai avvenuta e di fatto negata proprio da chi le armi le indossò) e si chiude con uno stasimo fuoriposto (le figlie i figli, anche di pochi anni, che videro spazzate via nel sangue le vite dei loro padri). All’interno di queste due sezioni, le vicende tra il 1978 e il 1980 – trasfigurate, balbettanti, insensate quasi.

(nel libro tutto ciò che è in corsivo è da leggersi come le voci di Moro e Tobagi)

I

Koba e il grande timoniere guardano la tv

– 1980 –

– ero un uomo di chiesa

un mistico un sensore

di stelle galassie

orbite rivoluzioni

parlavo parole altrui

per tutti sognavo

meravigliosi giorni bui

ho vissuto dentro un ascensore

della vita l’ultimo pastore

su e giù dentro la storia

sovranamente fiero

dell’umana gloria –

 l’inquilino

I

voi non lo vedete il mio confortatore

lui segna l’aria millimetra il respiro

non ha le mani

la sua religione dice cose strane

lontane

– potere dominio lotta al capitale

imperialismo

                    buio intercostale

noi uccidiamo                  per essere vivi

è come un sogno come l’infanzia

una verità luminosa

                              inventata –

II

loro parlano sulla mia testa

io seguo le scarpe

entrare uscire

dal muro…

istituto delle resurrezioni umane

(coro)

III

si dice l’inquilino essere stato

un’ombra nel muro

sfuggita al creato

– no – viene sollecitamente precisato

– solo il meno implicato –

(le disperse)

II

alle iddie

bevitrici di sangue

il tuo giardino di rose

i tuoi occhi

nel bum bum che apre

le immagini vuote

tu non seguire non

desiderare

III

e aspri o quasi

e soffioni

e divina tronchesi

bruciami dico

e la parola è vuota

clinicamente

sono tutti senza peccato

GIUSEPPE MARTELLA RECENSISCE “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI.

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LA CADENZA DEL REMO: L’OPERA INCERTA DI ANNA MARIA CURCI (DI GIUSEPPE MARTELLA)

Pubblicato il 2 febbraio 2021 da redazionepoetarum Lascia un commento Anna Maria Curci,

Opera incerta, L’arcolaio 2020

La cadenza del remo: l’Opera incerta di Anna Maria Curci

di Giuseppe Martella

Già dall’esergo iniziale pare che, in questa nuova raccolta di Anna Maria Curci, l’intreccio enigmatico di Nei giorni per versi si apra a stella o a spugna, perché il cuore assorba la linearità degli eventi in una unica sospensione dei suoi battiti, che faccia epoca di una vita. Come un’operazione a cuore aperto, inizia appunto questa ultima Opera incerta dell’autrice. E non è certo casuale il riferimento (in fondo all’epigrafe: «16 giugno, 20../ another Bloomsday in my life») all’opera mondo più illustre del Novecento, l’Ulisse di Joyce, che si svolge appunto il 16 giugno del 1904, il giorno più lungo, quello in cui la civiltà letteraria fa i conti col proprio passato, gettandoselo alle spalle, archiviandolo in tasselli memorabili, in una ridda di rimandi, in una funambolica polifonia di stili, prima di trasognarsi e trasumanare nella Veglia di Finnegan, un’opera che si pone già fuori del canone letterario e oltre la possibilità della lettura lineare, per evocarne il prima e il dopo, l’incerto fuori tempo dell’oralità di ritorno, il prepotente fuori gioco delle rapsodie ipertestuali lì già mirabilmente presagito. In ogni punto di svolta della propria vita, o della storia, bisogna infatti sempre farsi spugne per assorbire il dolore del trapasso e poter poi far rifluire ancora il sangue. Così quest’opera incerta e oscillante «tra il balzo all’utopia/ e l’orrore tranquillo» (p. 30), col richiamo, nella nota iniziale dell’autrice, al De architectura di Vitruvio e alla sua tecnica dell’incastro ad embrice, che «forma muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum», chiarisce subito l’intenzione «di mettere insieme pezzi diseguali», non «pretagliati e predisposti per l’assemblaggio» (p. 13), come sono in effetti i lacerti del nostro vissuto individuale e le res gestae della storia, prima che vengano composte in un intreccio plausibile. Chiarisce insomma l’inclinazione fondamentalmente etica dell’opera, disposta a sacrificare puntualmente l’estetica allorché ce ne sia il bisogno.

Ciò viene in luce mirabilmente già dalla prima lirica della prima sezione, Barcaiola, dove l’incastro a embrice si esprime nella tensione del dialogo interiore, che si svolge in contrappunto musicale con quel bisbiglio del remo, con quella cadenza sospesa, che allude fra l’altro alla pazienza della traghettatrice, seduta sulla riva del fiume, a orientarsi nel rinnovato spazio dei flussi, a individuare gesti, profili e chiaroscuri di una possibile donazione di senso, ma sempre anche pronta a intervenire, a rispondere a ogni richiesta di traghettamento. È opportuno, nell’atto della lettura, soffermarsi su questa metafora, che riassume le sfere semantiche del tradurre, interpretare, insegnare, e insomma dell’operare in una tradizione in fieri, nel suo vorticoso mutamento, nei suoi punti cruciali, critici. Perché proprio questo è il tratto comune alla poesia e alla critica (di cui Anna Maria Curci è maestra) intese come parti del medesimo impegno della trasmissione culturale e della formazione delle nuove generazioni, nonché dei barbari che si affacciano sulle sponde del Mare Nostrum…mare monstrum (p. 73): di accogliere insomma evangelicamente i diversi, i piccoli, i reietti, i lettori. Perché quest’opera ci interpella in senso integrale e trasversale, richiedendo risposte non solo estetiche ma pratiche, e invitandoci inoltre a dialogare (negli atti più che nelle parole) fra di noi, facendo soprattutto tesoro dei lunghi complici silenzi che sempre ci attendono a ogni svolta del fiume, a ogni nuovo incontro o abbandono. Invitandoci insomma a ritessere quella tela di Penelope che è la diuturna risposta alle peregrinazioni di Ulisse, quel tessuto culturale che appare ormai orribilmente sfilacciato, sfregiato dall’appassionata insipienza che circola sui nuovi media, facendo di un mondo troppo piccolo un asilo di dementi, e conducendo possibilmente all’implosione di ogni senso comune.

Ma siccome qui siamo comunque di fronte a un testo poetico, la cui funzione dominante è quella di richiamare l’attenzione su se stesso (Jakobson), sulla sua forma visionaria e cantabile, sulla cadenza in cui alla fine appunto si compie ogni esercizio di pazienza («Leggo la musica della pazienza,/ talvolta inciampo sulle biscrome/ e all’improvviso, ecco: cadenza»; Controcanti, V, p. 31), è su questa messa in forma dell’interpellanza che dobbiamo soffermarci, sulla tensione produttiva fra le aree semantiche della pazienza e della cadenza: quelle dell’attesa, del sorriso, dell’umiltà, del sacrificio, da un lato, e dall’altro della misura, del ritmo (poetico ed esistenziale), dell’ascolto e dell’abbandono a ciò che ci chiama, da una qualche parte sempre inattesa, dentro o fuori di noi, nell’anima o nel mondo. Questa tensione è quella che anima la prima lirica, Barcaiola, una sorta di dialogo fra self and soul  (il sé e l’anima, per citare il titolo di una bellissima poesia di W.B. Yeats) che costituisce la porta d’ingresso di questo viaggio periglioso e aperto a tutte le diramazioni del caso, ma anche e soprattutto ci mostra il progetto flessibile e ipotetico che regge gli incastri ad embrice di questa architettura poetica in cui la simmetria delle quartine-laterizi di Nei giorni per versi ha ceduto il posto alla disparità dei temi, dei versi e delle strofe, si è aperta come una spugna appunto, è diventata porosa, per assorbire l’ethos nella aisthesis, la spinta dinamica del carattere nell’istante perfetto della percezione. Nessuna indulgenza qui infatti al faustiano «fermati attimo sei bello», e nessuna presunzione di egemonia del canone letterario all’interno della polifonia culturale, se è vero che la splendida arroganza del Prometeo goethiano appare arrendersi di buon grado alla sfida dei giovani allievi che, col consenso della maestra, vi inscrivono «la strofa finale di Space Oddity» e il punto di vista dell’alieno androgino, Ziggy Stardust, alter ego di David Bowie, figura emblematica del Glam Rock di quei favolosi anni Settanta. Questo scendere dalla cattedra dell’insegnante («Ora può cancellare, prof, se vuole./ No, non voglio, no, non vogliamo»; p. 70) è l’altra faccia di quella sua riconoscenza verso genitori e maestri che attraversa l’intero testo, costituendone un altro filo conduttore e rafforzandone il disegno sotteso, la cui scoperta richiede l’impegno del lettore, conducendolo appunto su quel piano etico che solo può compiere la ricezione estetica di quest’opera. La tensione fra etica ed estetica costituisce infatti il sostrato di questa silloge, il suo logos, la commisurazione fra il sé e la coscienza, nonché fra le parti e l’intero.

Tuttavia etica ed estetica rimangono pur sempre due sfere dell’esserci che non possono risolversi in un unico quadro, o in una ideale autotrasparenza dello Spirito Assoluto (lo Zeitgeist hegeliano), ma debbono rimanere sempre soggette all’aut aut nell’intimo di ciascuna coscienza individuale (Kierkegaard). Sicché il trapasso dall’una all’altra comporta sempre uno iato («In bilico su toni e fenditure,/ cerca il prodigio il varco quotidiano/ senza i sipari i tuoni e le tribune»; p. 23) e dunque anche un balzo dalla luminosa epifania alla scelta cruciale (p. 88) che trasformi l’istante in epoca, proiettando il profilo o il gesto appena intravvisti nel progetto di un comune sentire e di una comunità di intenti, nella luce di una convivenza sotto lo stesso cielo. La metafora della luce pervade infatti questa raccolta, facendo tutt’uno con quella del sorriso che è luce del volto, dove tacitamente si compie l’esercizio congiunto della pazienza, dell’attesa, dell’umiltà e dell’ascolto. Perché qui il sorriso mitiga e trasfigura, al di qua di ogni parola, quella caustica ironia di cui Anna Maria Curci ha pur dato ripetutamente in precedenza buona prova di sé. Ma che ora rimane fra le righe, come riassorbita appunto nella chiara luce di un volto che costituisce il manifestarsi di una mite ma solida postura morale («Mitezza senza posa è la sua forza»; p. 65), sullo sfondo chiaro in cui si dispongono a costellazione le gemme liriche e gli annunci dell’angelo della storia con le ali impigliate nella tempesta che soffia dal paradiso (come nel quadro di Klee), con gli occhi pieni delle rovine del passato, certo, ma che sa con pazienza prendersi cura della propria dimora nel presente, gettando lo sguardo nella «luce aggrovigliata dentro ai vani» (p. 21), per ritrovarvi «gioie minute/ in scatole modeste» (p. 22) e il senso di una tregua temporanea, come sospesa a precipizio sull’orrore del «mare mostro» (p. 73), di un Mediterraneo non più rassicurante che è anche metafora dell’oscuro, incerto futuro che ci attende per una sempre più difficile resa dei conti, in un esercizio di memoria intermittente, dove sempre di nuovo l’azione e la narrazione, le res gestae e la historia rerum gestarum, così come il sé e l’anima, saranno chiamate a incontrarsi in una fantasmagoria al di qua delle parole, in una gestualità semionirica che riassuma il senso provvisorio di una vita sullo sfondo del dramma della storia, come appare nella lirica Angelos, dove l’iniziale dialogo fra esserci e coscienza trova un mirabile svolgimento nell’esercizio di una memoria intermittente: «Parla per me. Mi giunge questa voce/ dal limbo dei ricordi seppelliti.// […] Parla e racconta che mai abbiamo smesso/ di provare a salvare. Ancora non capisco» (p. 72).

Rinviandoci così all’inizio, a quella Barcaiola che contiene nei suoi ritmi lievi e figure leggiadre l’intero progetto della silloge: «Nella scalmiera remo/ bisbiglia con cadenza.// Lei, la tua mobile sostanza, smesse/ le vesti torbide, mi accoglie.// Quando riprende il volo la speranza,/ cocciutamente sai che non è fuga» (p. 19). È come una firma a pelo d’acqua sul progetto che si intraprende, quello di trasformare il bisbiglio del remo in principio speranza, attraverso una cura che sempre va rinnovata, come appare nella splendida lirica Del coltivare (p. 76).

Possiamo comprendere ormai come, attraverso l’opera della coscienza spugna, i due grandi fili conduttori del testo, il ritmo poetico esistenziale e la trasmissione culturale, entrino in svariati contrappunti, tra accordi e dissonanze, creando tutta una serie di armonici distanti e di intrecci luminosi che ciascuno percepirà a proprio talento. E come si arricchiscano e trasfigurino a vicenda, secondo le intermittenze della memoria e gli incanti del cuore. Finché pian piano il bisbiglio del remo divenga cadenza e infine armonia mundi, per quanto soltanto in prospettiva utopica, in un avvenire oltre il buio del futuro prossimo. Esplicitare questi contrappunti in dettaglio è impresa ardua e forse inutile, perché appunto programmaticamente essi sono incerti e disponibili alle più varie ricezioni, soggetti tanto ai vezzi personali quanto agli incidenti storici, facendo parte del work in progress di «un cuore pensante»[1] e pulsante, soggetto a extrasistoli, a pause impreviste, in cui l’armonia musicale si fonde con la temporalità dell’esserci, con l’angoscia (con l’«imparar da capo la paura»; p. 45) e con la cura quotidiana che si esercita anche a rischio di sublimazione o addirittura di fissazione narcisistica: «la cura si rinnova/ e la chiamiamo cruccio/ la coccoliamo come Sommo Dolore/ innamorati noi di noi dolenti» (p. 76). Così come appare nella lirica prima menzionata Del coltivare, che drammatizza la tensione irrisolta fra sentimento e forma, e fra natura e cultura, che pervade l’intera raccolta, implicando la missione ardua di coniugarli a ogni passaggio ignoto, in una eloquente lirica che aggiunge un altro tassello al dialogo intermittente fra l’esserci e le coscienza: «Del passaggio non so,/ tu affine anima mia,/ meandri e pieghe e anse.// Lo slancio riconosco,/ la luce tende braccia,/ non si fa definire» (p. 29). O in una certosina glossa al margine del libro del mondo nell’atto di aprirsi agli spazi intermediali: «ascolta, su, porgi l’orecchio/ dirama la conversazione/ traduci e chiedi, leggi e annota, / discerni e associa sotto il cielo» (p. 26). Fra l’intermittenza (p. 73) e la tenacia della memoria che ordisce e coltiva quel dialogo fra l’essere e la coscienza, nonché fra sé e gli altri, che stiamo ascoltando fin dall’inizio, così come appare in una esemplare lettera a una amica: «Così come fiorisce nella testa/ l’erica alla memoria tua tenace/ cresce questa missiva in ore e giorni/ che in altro tempo è dato consegnarti.// […] Enigma mi porgevi di parole/ che non compresi all’ora del distacco/ e che la tua pazienza ora m’insegna:/ quieta sagacia è cura, mano tesa» (p. 59). Che ci mostra in miniatura come l’enigma dei Giorni per versi si sciolga in questa silloge nell’esercizio della pazienza e della cura. Di una «mitezza senza posa» che trasformi in canto «la voce dei sommersi» (p. 65) e di una incrollabile volontà di non arrendersi (p. 58). Affinché quel «bisbiglio del remo tra due sponde» che abbiamo ascoltato all’inizio divenga infine «lingua madre», «pegno d’incanto, balzo, testimone», sia pure solo per un attimo, sotto un cielo chiaro, per un occhio desto (p. 88). Poeticamente, provvisoriamente, il miracolo può compiersi: è qui ancora una volta avvenuto.

 GIUSEPPE MARTELLA

LORENZO MARI RECENSISCE “DICEMBRE DALL’ALTO” DI VITTORIANO MASCIULLO. ARTICOLO APPARSO SU SEMICERCHIO.

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in stampa su Semicerchio 64, 2021/1

VITTORIANO MASCIULLO, Dicembre dall’alto, Forlimpopoli, L’Arcolaio, 2018, p. 94, €11.

 In principio fu La poesia salva la vita, titolo di un agile saggetto, uscito ormai un decennio fa, di Donatella Bisutti. Ad oggi è piuttosto vasto – risultando ulteriormente amplificato dalle possibilità messe a disposizione dalla Rete – il panorama delle pubblicazioni dedicate all’importanza e, attraverso l’uso di questa parola-feticcio, alla fungibilità della scrittura poetica. In barba all’elementare nozione jakobsoniana della funzione poetica – che fungibile, in realtà, non è – si discetta delle possibili finalità alle quali potrebbe servire la poesia. Nel suo libro d’esordio, Vittoriano Masciullo sembra riproporre, senza tuttavia fornire alcuna risposta, lo stesso interrogativo: “a che serve”, con la variante “a che è servito”, è infatti la stringa più ricorrente nel testo, con l’effetto di istituire un orizzonte interpretativo che non è soltanto metapoetico, ma ha anche risvolti esistenziali, psicanalitici, culturali e politici.

Come si può notare in molte delle occorrenze – un esempio per tutte, la prima: “salva però salva o a che serve” (p. 22) – il procedimento di Masciullo mantiene sempre in vita la struttura dualistica dell’interrogativo, costruendo così un libro che, come ben osserva Cecilia Bello Minciacchi nella postfazione, è “gremito di opposizioni” (p. 80). D’altronde, un chiaro punto di riferimento dell’autore è Vittorio Reta – poeta del secondo Novecento che per lungo tempo è stato accantonato, fino almeno alla ripubblicazione di Visas e altre poesie (Le Lettere, 2006), per la curatela della stessa Cecilia Bello Minciacchi – all’interno di un rapporto di fedeltà, del resto mai epigonica, che non riguarda soltanto i procedimenti compositivi, ma che implica anche l’adozione di una prospettiva tematico-ideologica più generale. In effetti, oltre al notevole impegno profuso da entrambi i poeti nella forzatura sintattica della versificazione, in Masciullo vi è anche, “con le necessarie differenze, la dialettica messa in campo da Reta tra il sentimento della vita, del respiro quotidiano, delle considerazioni esistenziali, e il desiderio di sperimentare attraverso la scrittura, nutrito spessissimo, con insistenza ossessiva, di altra e varia letteratura” (p. 77).

Una dialettica irrisolta, incapace di facili trionfalismi e al tempo stesso consapevole dei tentativi di sintesi che sono perennemente in atto, a discapito non soltanto del singolo individuo, ma anche delle più diverse collettività. Tali tentativi sono costantemente promossi sia dall’alto che dal basso delle gerarchie culturali e politiche; se infatti è vero che Dicembre è visto dall’alto, nel titolo del libro, la raccolta si apre e si chiude all’insegna di un “comunque” che si può immaginare, invece, proveniente dal basso: “e al pensiero non succede / il pensiero suo e viceversa / e comunque succede” (p. 13); “nessuno // rimane // comunque” (p. 66).

In questo uso – non sempre rassegnato, anzi talvolta riottoso – non si rileva traccia di alcun fatalismo; si ha conferma, piuttosto, di quanto ha recentemente scritto Luciano Mazziotta in una recensione del libro apparsa su Nazione Indiana (20 febbraio 2020), rifacendosi esplicitamente a un caposaldo della psicologia winnicottiana: “nel momento in cui nel soggetto si verifica la paura del crollo, il crollo è già avvenuto”. Si tratta di un principio compiutamente formalizzato nell’intero libro di Masciullo – come si può notare, appunto, nell’alternanza delle stringhe “a che serve” e “a che è servito” – e che può efficacemente integrare l’ipotesi, avanzata da Cecilia Bello, di una scrittura che ambisca a costruire, o ricostruire, “sulle macerie”, intese in senso classicamente benjaminiano (p. 80).

In effetti, il crollo, in quanto sempre già avvenuto, è registrato fino alla sua più minuscola evidenza poetica, a partire da quel processo fonologico tipico della lingua tedesca, ossia la desonorizzazione o indurimento delle consonanti finali, che è citato nel titolo della prima sezione, Inaspettata (o delle conseguenze dell’Auslautverhärtung). Nonostante molti testi di questa stessa sezione (pp. 13-25) ricorrano all’epanadiplosi, la circolarità così presupposta non si realizza mai appieno: l’abisso, corrispondente a ogni “caduta” del verso in direzione del verso successivo, si può spalancare da un momento all’altro. Di questo abisso, si darà compiuta definizione solo molto più avanti – “tra me e il sé c’è un abisso di coraggio” (p. 61) – ma già nella prima parte si delinea la dimensione primariamente psico-sociale del confronto con questo baratro, in una chiusa che significativamente riprende il titolo dell’intera sezione: “lei ha una grande / capacità di affrontare / inaspettata dice / inaspettata” (p. 19).

A seguire, la seconda parte del libro (pp. 29-34) – intitolata a Ueno, quartiere tradizionale di Tokyo – svolge un ruolo di cerniera tra la prima e la terza parte del libro, instaurando un processo di transizione che è principalmente spaziale e linguistico, e non temporale né di movimento dialettico. Inizia infatti ad affacciarsi – in realtà, piuttosto timidamente, grazie ad alcune citazioni e tematizzazioni – quel plurilinguismo e quella sovrapposizione di spazi, geografici e psichici, che caratterizzerà poi la terza sezione, Nessuno spiega chirone (pp. 37-66). In questo senso, la scrittura di Masciullo può forse essera accostata ad altri esperimenti plurilingui attivi nello stesso ambito bolognese nel quale opera l’autore, come ad esempio quelli avviati da Sergio Rotino (Cantu maru, Kurumuny, 2017) o da Domenico Brancale (Scannaciucce, Mesogea, 2019). Tutti questi autori non si muovono tanto alla ricerca di una lingua primordiale e pura che emerga dall’armonizzazione di suoni altrimenti deprivati di significazione, bensì proprio nell’impossibilità di tale armonizzazione pre-linguistica ritrovano il movimento e l’articolazione che ritengono specificamente proprio della scrittura poetica.

Al tessuto mistilingue di questi testi si aggiunge poi la lunga serie di campionamenti indicati da Masciullo in calce al libro (p. 70), con la parallela costruzione di un panorama letterario e artistico molto vasto ed eterogeneo, nel quale spiccano, per una rilevanza che non è solo citazionista, almeno due riferimenti: il già citato Vittorio Reta e Amelia Rosselli. Serie ospedaliera (1969) di Rosselli, in effetti, è un titolo esplicitamente citato in un verso di Masciullo (p. 44), come punto di riferimento poetico – anche qui squadernato in tutti i suoi possibile livelli – al quale corrisponde, nel presente libro, l’esigenza e al tempo stesso l’impossibilità della cura.

D’altronde, il libro si pone all’insegna di Chirone, personaggio metodologico che “nessuno spiega” ma che Masciullo riesce a ricreare sapientemente nei suoi versi: il medico di Achille, successivamente colpito dalla ferita non rimarginabile, ma al tempo stesso non letale, inflittagli da Eracle, è la figura che meglio può suggellare l’interrogativo senza risposta che Dicembre dall’alto ha posto e continua a porre.

 (Lorenzo Mari)

ESCE OGGI IL PRIMO LIBRO DEL 2021. E’ “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA” DI VITO M. BONITO. CON QUESTA OPERA TORNA OPERATIVA LA COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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Eccoci alla prima pubblicazione del nuovo anno: si tratta di “Di non sapere infine a memoria“, l’ultima fatica di Vito M. Bonito – l’autore foggiano, da sempre residente a Bologna – il quale impreziosisce ulteriormente il nostro catalogo. La collana che ospita il poeta è la risorta “Il laboratorio“, diretta da questo numero in poi dal poeta e critico letterario Luciano Neri. Questo progetto riporta all’attenzione del pubblico le istanze socio-politiche della fine degli anni Settanta – la morte di Aldo Moro e le conseguenze psicologiche che questo delitto portò nel cambiamento di coscienza, anche in alcuni componenti delle Brigate rosse -. Il tutto, però, efficacemente miscelato con la temperie adolescenziale di Bonito. Il testo, su basi riferite a quella lontana stagione, è poi stato scritto o riscritto alcuni anni fa. Da notare la grazia dello stile letterario, sia nei momenti evocativi che in quelli, potrei dire giornalistici e documentaristici. Un’opera, questa, da leggere con attenzione. E goderne ad ogni singolo verso.

Ma ascoltiamo (leggiamo) la bella nota editoriale del direttore Luciano Neri.

L’ultimo atto poetico di Vito Bonito si dispiega entro una cornice storica in dissoluzione, il Novecento, che a stento riesce a contenere le voci cantilenanti, remote e disamplificate, cui è affidato il “racconto”. Emergono allora come “fotocomposizioni” voci della prosopopea, da ritagli testimoniali, da dettagli personali, da un sogno infranto.  La lingua si avvicenda nei risvolti della storia, nella sua fibra umana più irriducibile, senza la pretesa di riordinare gli eventi di un’epoca al fine di dare credito a una verità.  Tra l’oblio e i refusi della memoria si intravede dunque una strettoia in grado di circoscrivere il fallimento delle grandi aspirazioni umane, ormai conchiuso in ciascuno in una privatezza isolata e sorda, in un auto-segregazione della coscienza. Il testo fa luce su questa strettoia, a intermittenze, ad abbagli. Resta tuttavia vigile nell’opacità, con il suo mandato sacrificale, la figura dell’inquilino, solo con il proprio destino segnato, ospite da rimuovere per mano dei suoi stessi carcerieri, ai quali mostra (e ci mostra) la loro natura paradossale, ridotta all’idea dialettica e incomprensibile per la quale lottano. Nel dualismo vittima/carnefice del genere tragedia ogni possibilità di io/tu viene orientata alle sue estreme conseguenze. E i conti con la memoria, tra gli scheletri dell’oblio, vengono assunti qui dalla maschera tirannica di una visione grandiosa morta, che fa ancora le veci di un fantasma della libertà ormai svanito in se stesso, posta banalmente di fronte allo spettacolo di cui pure si è resa artefice.

Luciano Neri

Alcuni testi tratti dalla raccolta:

canto dei bambini monocellulari

gli organismi monocellulari

sono la forma di vita

di maggior splendore

un’esistenza parassitaria

che non ha bisogno alcuno

di svilupparsi ulteriormente

senza cervello              senza nervi

immortali                    perfetti

solo ciò che è perfetto

non continua a svilupparsi

lo sviluppo non è altro

che un indice di imperfezione

e allora bisogna

pensare in grande

andare oltre

la striminzita misura umana

la morte non finisce mai

la morte finisce

me l’ha detto mia mamma

quando è morta per la sesta volta

anche il frigorifero muore spesso

di notte lo sento cantare

ogni notte

– i bambini sono i fiori della vita

e la terra dei ricordi

è fior che si consuma –

tutti amano i bambini

noi nuotiamo nell’aria

e abbiamo visto il bruco

prendere il colore delle foglie

da ciò abbiamo capito

che iddio non esiste

e ora crediamo

crediamo

in luce da luce per ogni lucissima

luce crediamo

alle meduse al ronzio

abbiamo sempre la febbre

preghiamo                   sangue                                   

dalle nostre teste di ferro

nessuno sa dirci                       nessuno

quale ipotesi di felicità

gli uomini hanno sognato

prima di morire

***

ombrerosse

  1978

I

il cuore dello stato

lo si poteva toccare

uccidere persino

come un neonato

io mi costruivo giocattoli

tornavo bambino

la lavanda nei cassetti cantava

io cantavo

non sei non sei

mai stato

come un parassita celestiale

entrava in me

il comunismo parrocchiale

II

siamo le ombre

                        delle ombre

le parrucche i Fregoli

la pura superficie d’ogni cosa

nulla di più dolce

                        al mondo

del sangue a girotondo

III

nessuno si accorge di niente

i fiori si muovono

nel congelatore

non riesco a darmi parola

IV

imparare a uccidere come si impara

a suonare un pianoforte

l’annientamento degli uomini

è un mondo

                        me-ra-vi-glio-so

una scienza empirica

una dottrina lirica

V

mi piacevano gli indovinelli

portavo il parrucchino

mangiavo gli uccelli

in ginocchio

                            sul comodino

VI

l’inquisizione non è il mio forte

fare fuoco                    sì

a poco a poco

VII

non lo sai che oggi non muori

non lo sai

che perdi la testa

se al morto nei fiori

non giochi mai

VIII

c’erano caramelle                    nell’aria

quando li abbiamo                  uccisi

IX

ha parlato di alberi 

si è diviso in due

che tradotto vuol dire

il sistema imperialista

continua ad avvelenare

con la cenere e il lattosio

il proletariato rivoluzionario

la voce esce dal suo corpo

ma non parla

dice le madri che allattano

la mosca cieca

le sue mani dalle unghie ben curate

però lo hanno tradito

segretamente riferisce

ai suoi complici

di spermatozoi flagellati

di pascolare il cranio

di non sapere infine a memoria

X

soavi percosse

di un invisibile Amore

ultima risoluzione:

le stelle rosse rosse

condannano                anche la pertosse

FRANCESCA MATTEONI RECENSISCE “FATE MORGANE” DI MARILENA RENDA SUL BLOG NAZIONE INDIANA

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Fate Morgane di MARILENA RENDA

by Francesca Matteoni • 14 Gennaio 2021 Su Nazione Indiana

Le visioni di Marilena Renda hanno un preciso contesto geografico di riferimento, eppure proprio per questo sfuggono, costantemente: la memoria non scrive più le mappe dei luoghi, che restano in attesa di svanire o divenire. Perfino l’amore è una fata morgana: fatale segno del destino, che permane in impressioni, più che nella reciproca comprensione. Nei corpi della madre, della figlia e dei bambini del mare (in senso reale, con riferimento ai migranti, e simbolico, come creature più forti e selvagge dei loro genitori), affiora una verità tutta fisica e sensoriale, in cui trovare riconciliazione. Forse la sospensione delle fate è l’enigma della parola che insieme contiene e tradisce il passato, anticipa e fallisce il futuro, ma continuamente si china per accogliere. Parafrasando i versi di una poesia: “fa le prove” per un mondo e il suo successore. (FM)

Alcuni testi di Marilena Renda

 È vero, della natura non ti puoi fidare,

ma non dovresti nemmeno disturbare i vulcani.

Potrebbero, se vogliono, emettere

quella bava di fuoco per cui sono famosi

oppure non fuoco, ma metano e fango,

un muro alto venti metri, o anche quaranta

che nelle belle giornate può sollevarsi

e seppellire una famiglia di tre persone.

Ci sono luoghi che non sono come appaiono,

come isole che compaiono all’improvviso

e spariscono dopo una settimana,

terreno per fate morgane e inganni perfetti.

***

Ti abbiamo spaventato, una sera, con gli anni Cinquanta,

i mercoledì sera che si sparava e i bambini che non uscivano,

con mio nonno che sparò al fidanzato della sorella

e gli zii americani che non disdegnano la compagnia

dei narcotrafficanti e dei feroci bestioni di Villabate.

Mio padre coltiva la leggenda dei mafiosi di una volta,

che aiutavano le ragazze a rompere i fidanzamenti

e i paralitici ad ottenere le sedie a rotelle.

Mio nonno contrabbandava grano ed era protetto da Giuliano

e da strani Robin Hood che gli permettevano di trafficare.

Non volevo spaventarti, e non ti ho neanche consolato,

il giorno dopo, in aeroporto, quando sentivi ancora

il fischio delle pallottole alle spalle,

quando mi sono liberata della tua innocenza,

e superato Montelepre, le pietre, le montagne dei briganti

ho gettato dal finestrino la protezione e quel che resta.

***

Non avevo mai visto una casa, quindi la trovai spaventosa.

Venivamo da una tana, conoscevo solo tane.

Mia madre non aveva più lo sguardo del terremoto,

la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso

di quelli che provano a fare ordine nel terrore.

Le madri sono buone, buone come la terra

e la terra è buona anche quando non lo è affatto.

Il loro regno è potente e silenzioso

e nel sangue hanno la quiete della morte.

***

Partorirò un mostro perfetto,

già senza pregi,

che mi guardi

con l’odio della creatura

che prometto di ricambiare,

per espiare il detestabile dono

della vita.

Nessuno amerà tenerlo,

tutti frettolosi nel toglierselo dalle braccia.

Per questo ho ronzato attorno al sogno

finché non sei arrivata tu,

che adesso corri nel recinto

insieme a una bimba malata

che cade sulle mattonelle.

La madre la rimette in piedi,

e tu le piombi addosso

col tuo verso alluvionale,

mentre io ricordo la promessa

a cui non ho prestato orecchio

e che certamente si vendicherà.

***

per Bonaviri

Raccontami di nuovo la storia del bambino

che al tramonto strapparono alla madre

per innestare il suo corpo nel carrubo,

perché dalla circolazione di linfe e succhi

gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.

È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa infiorescenza,

mangiare carne giovane mescolata a foglie,

in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.

Raccontami di nuovo di come il figlio si illuse

di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,

di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,

perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,

gli si abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

***

A Chernobyl, dopo l’evacuazione, i veicoli

sono rimasti a lungo sulla strada. La ruggine non ha fretta,

i bambini venivano su come capitava, in tempo di guerra

nessuno può pretendere attenzione.

Da dove arrivava la nube, tutto è stato sigillato.

A che serve coltivare le arti del passato,

i gesti classici, quando la terra muore?

Non c’è accordo, invece, su cosa fare delle rovine,

nessuno pensa a liberare le vecchie case dai mobili,

dai materassi, i libri e le bottiglie.

Il cinghiale e la lince corrono molti rischi,

ma possono sempre tornare dalla preda,

la foresta fa un silenzio che dice la verità,

gli animali ricordano l’uomo, ma in modo confuso

le categorie si sono mescolate nella zona d’esclusione

le foglie hanno cambiato forma

il mondo fa le prove di un altro mondo.

***

Una nigeriana, a Palermo, in via Juvara

ha gettato in un sacco ciò che resta di un bambino.

La sua morte fino a ieri sarebbe stata solo un pericolo scampato,

uno di quelli di cui si nutre con divertimento

la nostra storia di adulti, con le cadute dalle scale

gli incidenti stradali e i danni ai denti.

Quante cose non vedono i santi che proteggono,

tutta la violenza al centro di questo amore.

Francesca Matteoni

Sono nata a Pistoia nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia con persone di ogni età e racconto fiabe in varie occasioni da sempre. Insegno storia della magia e della medicina, religioni comparate e altri corsi presso alcune università americane a Firenze. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Ho curato libri collettivi ispirati al fiabesco e scrivo saggi su riviste cartacee e online, fra cui Nuovi Argomenti e L’Indiscreto. Della mia vita accademica, principalmente all’estero, si trovano articoli e questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto in Sardegna. I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. A lunedì alterni mi si può ascoltare su Fangoradio, con la trasmissione Sàivu. Abito in periferia, vicino a un corso d’acqua, con un gatto. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/ View all posts by francesca matteoni →

ESCE OGGI IL TERZO LIBRO “L’ARCOLAIO” DI ANTONIO PIBIRI. IL TITOLO E’: “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”.

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ESCE OGGI IL TERZO LIBRO “L’ARCOLAIO” DI ANTONIO PIBIRI. IL TITOLO E’: “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”.

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Antonio Pibiri è ormai un autore fedele alla nostra casa editrice. Dopo “Chiaro di terra” e “Il prezzo della sposa”, eccolo di nuovo in Arcolaio con questo “In cosa consiste il lavoro” – un progetto ricco di riferimenti culturali di chiara marca europea -. Pibiri sembra davvero un autore poco italiano, quasi che la sua origine primaria lo stacchi dal territorio del Belpaese. La sua è una ricerca particolare, autentica e aristocratica.

Proponiamo adesso una serie di testi tratti da questo suo ultimo gioiellino.

Buona lettura.

gf e la Redazione de L’arcolaio.

*****

Dalla sezione “In cosa consiste il lavoro

“Noi dobbiamo viaggiare nella direzione delle nostre paure”                                                                                                                   John Berryman

Tua figlia s’imbarcherà per l’oceano.

Dice – “Posso remare, ho forti le braccia!”

Questo mese l’autunno resiste al viraggio

giallo di Arles, di Parma, rosso acero,

alla muta gravità.

Le foglie hanno paura di cadere:

sarà più povera l’offerta.

Sullo sfondo si abbandonano alla parabola

i seni, ad esempio, dopo la monta del latte,

i fuochi diavoli che trecciano scie,

la mela dopo la perfezione, la mela

cadente e senza colpa.

Si allontanerà nell’oceano tua figlia.

Il remo cerca dove fa buio l’acqua.

***

(Die Vorstellungskraft)

Immaginazione, monito del Tempo.

Ma la cornetta del telefono declassa

ad antiquariato, non più cornucopia.

La rimessa degli scuola-bus lastrica

gialloluce il pomeriggio a NYC,

niente affatto sensibile all’occhio,

non muta in campo di girasoli.

Un traliccio non è la Colonna senza fine

che lo scultore innalza, e si ripete

per moduli in altezza e stazione.

I marinai di stanza presso fontanili,

lavatoi, per terrore dell’acqua, 

sognano il mare farsi ventre.

Quel Dioniso, negativo al test alcolico,

non delirio o sfrenatezza che fu.

Né la penna d’oca con cui scrivo

splenderà nel cuore della foresta,

un Quetzal sacro ai Maya,

lui sì vivo, reale sì,

quanto il poema.

***

Europa

Assopito nella pancia della Tigre 

dovrai tenderti fino alla luce,

alla grata dei nodi che imbudellano,

alla schiuma plateale di fauci.

In ultimo, nel balzo d’uscita,

spezzando al felino le zanne, portare

lo sguardo lontano dove finisce

e prosegue il lontano.

***

(Dr. Murphy)

Supponi sia la stessa luna.

La videro i soldati dalla terrazza di Erode.

Fuori dal tempo la vedi tu, e chiosi:

“Sembra nuotare in un guscio di madreperla.”

E cadi giù dal ponte dell’altrui desiderio.

In realtà non c’era nessun ponte, nessun raggio.

Dopo la ghiaccia prestazione lei ti guarda le mani.

– “Porti belle mani, due colombe d’Israele

in riva al fiume, due gioielli di precisione,

non conoscono certo carestie.

Devi essere quanto meno un medico, un chirurgo?

Ma hai in volto un uomo così triste…

Non parlo in confidenza ai clienti.”

Voltando le spalle tiri a te il lenzuolo,

come si alza un bavero di carne morta.

Movenze per fratture.

***

Dalla sezione

Dalla sezione “Alla ricerca di una nuova casa

(A Ives Bergeret)

Versi di tortore quelli

li riconosco da sempre

che si parla nel mondo

I becchi passano tra loro

un ciondolìo di vermicelli

e suoni, sono altri nomi di Dio.

***

MOLTE RECENSIONI OTTENUTE IN QUESTI ULTIMI GIORNI DA “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI. LE PUBBLICHIAMO UNA DI SEGUITO ALL’ALTRA CON L’ENTUSIASMO DI UN VERO SUCCESSO!

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MOLTE RECENSIONI OTTENUTE IN QUESTI ULTIMI GIORNI DA “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI. LE PUBBLICHIAMO UNA DI SEGUITO ALL’ALTRA CON L’ENTUSIASMO DI UN VERO SUCCESSO!

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Una vera e propria tempesta di recensioni si è abbattuta su Opera incerta di Anna Maria Curci. Un inizio sorprendente! E questo è soltanto l’inizio. Siamo tutti felici per questi primi consensi accreditati all’opera ultima della nostra autrice romana.

Ma, senza perdere spazio, diamo la stura alle quattro schede critiche!

Felicitazioni, cara Anna!!!

Gf e la Redazione.

***

OPERA INCERTA  di  Anna  Maria Curci

Recensione di Maria Benedetta Cerro

Opera incerta si può considerare una tranche de vie in cui Anna Maria Curci costruisce, concretamente e poeticamente, la propria esistenza e contribuisce all’edificazione di un’opera maggiore che è il proprio tempo.

Più di un decennio in cui lo sguardo poetico – acuto, vigile – legge gli eventi del quotidiano e della storia, nell’intento di dare un senso ad ogni, anche minimo, accadimento.

Un esercizio che il poeta sente come intima necessità e compito etico e civile, contro “brutalità, oblio e menzogna” del potere imperante.

“Percorro la mia strada nella storia”, afferma Anna Maria, in un procedere fermo, non agevole, perché contro corrente, ma avendo verità e libertà come riferimenti costanti. Impegno quanto mai necessario, in un tempo in cui ci troviamo a fare i conti con i guasti del sistema, causati da spregiudicatezza nel conseguire profitti, mancanza di cura e rispetto del pianeta.

Opera, dunque, come azione e costruzione (con uso di strumenti, attenzione all’esito e alla solidità), ma non priva di difficoltà, se effettuata con materiale “incerto”, che richiede cura del recupero, predilezione per il frammento, visione di una totalità che non considera lo scarto.

Ma sappiamo che il poeta non teme le sfide. “Se ‘incerto’ è il materiale a disposizione, non lo è il “mestiere”, poiché la perizia propria del poeta è nell’uso della parola, il bacino profondo e vario della lingua materna e fraterna – le lingue tout court, come patrimonio umano – da cui attingere tesori da restituire moltiplicati.

Ecco allora trovare collocazione nell’opera tessere di valore, di provenienza diversa, ciascuna con la sua specificità, in cui riconosci la memoria personale “gioie minute / in scatole modeste”;  la memoria storica (l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, piazza Tienanmen, strage di Bologna); il quotidiano “Passa il tempo impunito / e sparge sale”; incontri e frequentazioni degli autori amati o tradotti, tra i quali Cristina Campo, Joyce, Sartre, Orazio, Puccini, Ingeborg Bachmann, George Trakl, Keats.

Da considerare per intero la sezione Mnemosyne, in cui la poesia diventa canto e dove ritmo e senso raggiungono una perfetta armonia. In ogni testo la voce si dispiega con naturalezza in obbedienza a una musica interiore. Le parole, non cercate, si affacciano discrete: “Nella sera che lenta / scendeva i gradini / netta di note / carica di sorte / modulò la voce” (Il canto di Ischitella).

Un tempo “benigno di stupore” in cui la poesia diventa epifania: “non ti eclissare adesso che non so cercarti”. Invocazione perché finalmente “l’ala ripiegata” sia raggiunta dall’altra per il volo e perché “la musica della pazienza” riveli nella pienezza tutti i suoi frutti. 

Una poesia che conferma solidità e sapienza strutturale, con attenzione alla cura formale e “agli aspetti ritmici e sonori”, come ben rilevato da Francesca Del Moro nell’ottima postfazione.

Maria Benedetta Cerro

*****

Vincenzo Luciani:

Opera incerta di Anna Maria Curci

Recensione di Vincenzo Luciani

Pubblicato il 14 Dicembre 2020

Ho letto avidamente (e poi riletto) Opera incerta (L’Arcolaio 2020), l’ultima raccolta di Anna Maria Curci, sottolineando e facendo orecchiette alle pagine con le poesie che via via mi coinvolgevano maggiormente e ripromettendomi di scrivere in una nota le motivazioni di invito alla lettura di questo bel libro. Perché a questo, in buona sostanza, deve servire una recensione.

Nella prima lettura ho evitato di leggere la postfazione di Francesca Del Moro, poeta e critica che stimo molto, per non lasciarmi condizionare nella lettura dei testi e che in seguito ho letto ed ammirato.

Mi sono invece soffermato sulla Nota dell’Autrice perché sono convinto che quando un poeta parla della sua opera bisogna spalancare le orecchie e mettersi all’ascolto. In particolare quando si tratta di poeta che non scrive e pubblica di getto e conosce la virtù indispensabile e irrinunciabile di un buon poeta: la pazienza, accompagnata dall’arte, e dalla sapienza costruttrice, che dà solidità all’impianto di un libro, come questo, solido e maturo, in cui le “pietre” poetiche pur “diseguali” sono state selezionate e poi interconnesse con sapienza artigianale che bada alla sostanza senza trascurare la bellezza.

Entriamo nella sua bottega e sorprendiamola all’opera con queste due poesie (ma riferimenti a questo proposito sono in molte parti:

Ascolta, su, porgi l’orecchio / dirama la conversazione / traduci e chiedi, leggi e annota, / discerni e associa sotto il cielo. (p. 26);

dosi massicce di sopportazione / sordina a false rivendicazioni / sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba / un libro spalancato o uno spartito (“Kit di sopravvivenza”, p. 51)

Fra tradizione (rispetto, lettura e comprensione dei maestri) e traduzione (compenetrazione e riappropriazione di testi poetici) e perenne ascolto e studio delle voci più interessanti della poesia di ogni tempo e luogo è questo l’incredibile lavoro in cui è immersa straordinariamente Anna Maria Curci e questo libro ne è testimonianza piena.

leggere versi all’alba / salutare maestri / nel vento freddo  / dell’oscuramento  // spogli di scuse / fronzoli intrisioni // è luce    dopotutto (p. 32).

Tutto è già stato detto? Non lo so. // Più degli omissis temo le omissioni, //  le sommosse mancate contro l’inanità (“Traducendo ‘Sic transit gloria mundi’ di Czechowski”, p. 39).

Il suo impegno civile contro “brutalità, oblio, menzogne, triade elevata a esercizio di potere” è costante nella poetica di Anna Maria Curci ed è presente, scevro di enfasi retorica, anche in quest’opera, aperta al mondo, e non reclinata sul proprio ombelico (come spesso accade tra i poeti d’oggigiorno). Anna Maria Curci è giustamente allarmata sull’incertezza del nostro domani e dell’avvenire del mondo (vedi la poesia di Marie Luise Kaschnitz. “È ancora incerto”, che conclude la breve Nota dell’Autrice la quale, non solo valente critica, ma anche critica spassionata di se stessa), commenta: “Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum?”

Premesso che la silloge è ricca, ben costruita e compatta, esprimo una preferenza per i testi della sezione “Mnemosyne”, con una preferenza per “EUR (eucalipto, un ricordo)”, a p. 55, che magnificamente la apre e di cui invidio il verso: “con il mare nel naso” di quei bambini in festa, fieri dell’albero piantato dal padre le cui fronde risuscitano le onde marine.

Molto toccante, a p. 68, nella poesia “2 agosto 2015” il ricordo dello zio ferroviere e della strage avvenuta, in quel tragico e mai dimenticato 2 agosto 1980, alle 10:25, alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale, in cui l’affetto profondo è “contenuto” in “quel dannato ritegno all’espansione” che caratterizza/va la gente del sud. Associato all’8 di settembre 1943, che rivive attraverso gli occhi di sua madre e di cosa balzava col terrore nel suo animo, è quel drammatico frangente della nostra storia (a p. 63). Indimenticabile anche l’orgoglioso ricordo del nonno ambulante che mi ha riportato alla mente Rocco Scotellaro e la sua Lucania: Era ambulante nonno, / il padre di mio padre. / Con le pezze di stoffa / traversava i calanchi. // Serbo la discendenza / come viva memoria, / sudato testimone / della lampada accesa.

La rimemorazione di Curci non si limita alla sua cerchia familiare – per quanto interconnessa con vicende della nostra storia – ma si estende a personaggi come Gramsci (a p. 62) presso la cui tomba, nel cimitero acattolico, A.M- Curci, sosta pensando ai suoi scritti, “al tempo, ad altre soste”). Rievoca la strage di Sant’Angela di Stazzema “a voi che vivete ignari” (a p.64), dedica a Dietrich Bonhoeffer la poesia “Di grida omesse e canti gregoriani”, con l’invocazione finale: Sia umano il canto, voce dei sommersi.

Molto importante per l’Autrice appassionata componente di un coro nel suo quartiere sono il canto e la musica, presenti nelle poesie “Sorridi dico”: canta il tuo canto sorridendo (p. 25); in “Controcanti” (p.30) che dopo l’apertura scanzonata: Bau bau baby mi viene da cantare (…) ci mette a parte dell’importanza vitale per lei della musica, anche e soprattutto di quella dei versi: Leggo la musica della pazienza, / talvolta inciampo sulle biscrome / e all’improvviso, ecco: cadenza (…); in “Cade il suono” a p. 41; nel già citato “Kit di sopravvivenza”; e per finire ne “Il canto di Ischitella” (a p. 84) che trovo straordinaria ad ogni rilettura.

Musica e canto sono anche eredità paterna e materna come confessa l’autrice in “Giungo da un sogno altrui” (peraltro in rima alternata): Inseguo ancora, sai, / vostri sguardi e pensieri / e Madame Butterfly / che cantaste, leggeri.

Spero vivamente di avervi trasmesso almeno qualcosa del mio godimento di questo libro per la cui pubblicazione Anna Maria Curci non ha “avuto fretta” (le poesie sono quelle di circa un decennio di fatica: 2008-2019), frutto di un’attesa protratta e che – come avviene per le poesie non banali – ci riserva una sfida: Tu prova a decifrare / linee forme colori. / Della sciarada resta / l’anelito, l’attesa (p. 23, “Avvistamenti”).

Vincenzo Luciani

*****

Fabio Michieli:

Anna Maria Curci, Opera incerta

Postfazione di Francesca Del Moro

Editrice L’arcolaio 2020

Recensione di Fabio Michieli apparsa su Poetarum Silva

Di libro in libro, di verso in verso, Anna Maria Curci ha intessuto le trame di un fitto racconto sull’individuo, la percezione del suo essere parte della storia collettiva, del suo non essere escluso, estraneo a ciò che accade. Una narrazione che ha puntato il dito più volte contro le varie forme di egoismi; una narrazione che non ha negato accuse esplicite, e che soprattutto ha rivendicato la fierezza di donna che sa e vuole dire le cose in un mondo che ancora vorrebbe zittire chi solleva il capo.

E ha sempre fatto tutto ciò tenendo alta la tensione linguistica che inevitabilmente – e fortunatamente per chi legge – è significato anche un’alta tensione poetica, chiedendo e imponendo al lettore un grado di attenzione maggiore per godere appieno di ogni sfumatura, di ogni immagine, di ogni allusione, di ogni aspetto di una poesia che ha impiegato molto tempo per essere riconosciuta, e che ora giustamente è apprezzata (come testimoniano le molte recensioni alla precedente raccolta, Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca 2019).

Bisognerebbe distendere tutte le poesie di Curci su un unico tavolo, o appenderle a delle cordicelle come faceva Jolanda Insana, per scorrere dentro la storia raccontata e scorgervi il forte, profondo amore per la vita, e quindi il profondo dolore per come viene trattata, che in esse viene profuso in un lungo discorso etico in cui lo sguardo fisso su ciò che siamo stati consegna inesorabilmente anche l’immagine di ciò che siamo diventati e di ciò che purtroppo saremo (il monito dantesco «nati non fummo…» si espande e rimbomba continuo). Le smancerie in poesia non sono ammesse. I facili risultati, il superfluo meno che meno. La poesia di Anna Maria Curci percorre le stesse strade che lei percorre come lettrice e come critica. Nel corso degli anni le sue note di lettura delle opere altrui, insieme alle sue traduzioni, ci hanno insegnato a guardare a una poesia che cammina parallela a quella che gode di una a volte ingiustificata maggiore visibilità: una poesia che custodisce il seme e la cura della tradizione. Specialmente se è espressione della cultura dialettale. E Opera incerta, raccolta di poesie fresca di stampa per L’arcolaio di Gian Franco Fabbri (che già pubblicò Nuove nomenclature e altri versi nel 2015), tra le altre doti ha anche quello di invitarci a porci in ascolto della poesia in silenzio, con umiltà (luziana, aggiungo io, umiltà).

Il massimo che si concede l’io è quello di sorridere di tanto in tanto: sorridere con ironia, a volte con sarcasmo, altre volte per celare il dolore. Sorridere alla vita come cura; sorridere alle basse provocazioni come arma che disarma l’avversario.

Apparentemente in posa su una sponda del fiume, Curci osserva il farsi delle cose, il procedere (in processione) di individui esautorati di ogni individualità e resisi automi; un fiume che di volta in volta può sembrare il classico nonché dantesco Acheronte, ma che può essere anche il Bisenzio del magmatico Luzi, o il Tevere di voci care alla poetessa, come Ingeborg Bachmann. Perché la parola di Anna Maria Curci si fa carico di una robusta tradizione per spiccare in tutta la sua autonomia, in tutta la sua tensione capace di ardite figure di luminosa assolutezza e asciuttezza (una personale raggiunta concinnitas).

Già: “luminosa assolutezza”! Perché è nel segno di una ricerca della luce, metaforica luce, che si procede di verso in verso. E nuovamente la condizione dell’ascolto è d’obbligo, e nell’ascolto sempre il silenzio. Il mondo chiede d’essere ascoltato; ma immersi nello schiamazzo odierno abbiamo perso la percezione di quest’unica voce da cercare. Certo è una tensione tutta metafisica, religiosa, che in lei assume davvero i toni di un sentire cristiano messo in crisi nei suoi cardini. Una religiosità non tanto campiana (nessun estremismo, tanto meno arroccamento a un’ortodossia che nega l’evoluzione del pensiero in virtù della difesa della ritualità come rifugio) quanto piuttosto affine al sentire di Simone Weil proprio nel punto in cui Cristina Campo sembrò non riconoscervisi più. E in queste mie parole interviene il ricordo di una passeggiata sull’Aventino con Anna Maria che emerge nei versi della quartina XXI di Nei giorni per versi; quartina che porta in scena l’immagine dei granchi che nuovamente tornano ora, e rinnovano, nella loro andatura incerta, tanto la fragilità quanto l’opposta dimensione dell’impudenza di chi – come bene indica Francesca Del Moro nella postfazione – predilige «le vie più dirette», senza ostacoli, da velocisti brucia tappe («gli affannosi affanni» di chi avanza con «mazurche» e «ammiccare di anche»).

Ma la vita chiede, in quest’ultimo periodo più che mai, che ci si metta in ascolto dell’incertezza indicata sin dal titolo; questo titolo che rinvia a una precisa e antica pratica architettonica e allo stesso tempo sembra volerci dire che proprio nel suo incerto, impreciso, non perfetto mostrarsi, in questo suo essere composto di pietre diseguali, armoniosamente disarmoniche, risiede la necessaria solidità per resistere alla corruzione dei tempi: mura solide e non piedi d’argilla, per semplificare.

© Fabio Michieli

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Maria Gabiella Canfarelli:

Anna Maria Curci. Le storie, le voci della Storia in Opera incerta

Nota di Maria Gabriella Canfarelli

Pubblicato il 15 Dicembre 2020 SUL BLOG i POETI DEL PARCO

Poesia còlta, modulata in canti e controcanti magistrali, variazioni ritmiche e sfumature, toni diversi, e strofe brevi e lunghe per dipanare la complessità della Storia, penetrarla, significarla. Non è passiva contemplazione, piuttosto partecipazione intensa della mente e dello spirito (in serafica ma vigile attesa), quanto del corpo che sente, vede, tocca.

Se il titolo Opera incerta (L’arcolaio, 2020) è preso in prestito da opus incertum (degli antichi romani, tecnica di edificazione muraria consistente nell’assemblare pietre di misura disuguale, irregolare ma combacianti tra loro), Anna Maria Curci allo stesso modo assembla i conci irregolari, sghembi della realtà, con mirabile pazienza scava e varca il visibile, lo scavalca, lo supera, ne accoglie piccole e grandi schiuse di verità (C’è un tempo di usci chiusi/uno di porte aperte).

Ché il muro che ha di fronte non è soltanto confine, separazione tra un di qua e un di là ma anche stimolo ad andare oltre, in cerca di segni da tradurre, interpretare, e infine trasformare l’oscuro in luce, il dolore in bellezza, il disordine in logos: bellezza, dunque, vibrante visione poetica di un intelletto che avvista, discerne e valuta (In bilico su toni e fenditure, /cerca il prodigio il varco quotidiano/ senza i sipari i tuoni le tribune).

Con un profondo e largo e resistente respiro, e trasalimenti catturati dalla coscienza la poetessa approda alla rivelazione, o le va incontro dopo il traghettamento da riva a riva, da una sponda all’altra del fiume, liquido muro orizzontale (mentre qui aspetto/mi si accosta il silenzio/ e suggerisce); nasce improvvisa la luce tende le braccia, districa l’intricato e oscuro ordito del mondo e della Storia e delle storie, ed è gioia scoprire e toccare dopo questa proroga// attesa protratta/ / gioie minute / in scatole modeste”. La sontuosa eleganza dei versi e il ritmo polifonico tracciano un disegno compatto che felicemente coniuga tempi e temi differenti, eterogenei come appunto i pezzi dell’opus incertum; e soprattutto rende visibile ai sensi e al cuore ciò che non si vede, ciò che sta dietro e dentro l’opera: le visite ai luoghi cari, gli omaggi, le dediche alle molte storie entrate brutalmente nella Storia (Gramsci, Sant’Anna di Stazzema, 8 settembre 1943,  Birkenau, Tienanmen, la strage alla stazione di Bologna) perché Sia umano il canto, voce dei sommersi; le vicende e i legami d’amicizia e amore, i ricordi, la famiglia (Serbo la discendenza /come viva memoria,/sudato testimone/della lampada accesa); temi importanti, vitali tenuti insieme dal filo teso tra intuizione e ragione, un intreccio poetico di accadimenti, tra figure fisiche e metafisiche come è l’Angelo forse custode, certo è nunzio d’Avvento, che insieme alla poetessa attende la fine dell’attesa (e l’ala ripiegata/ aspetta l’altra, insieme voleranno); la poesia, dunque, il necessario ineludibile Kit di sopravvivenza agli orrori e al dolore, la poesia portatrice di luce e di vera gioia, quando è lo sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito.

Testimone del nostro tempo, la voce di indubbia potenza evocativa di Anna Maria Curci edifica dunque uno spazio e un luogo di libertà e di conoscenza, di libertà nella conoscenza oltre l’indistinto, l’informe intorno a noi, e anche per noi invera la promessa di quel fiore azzurro rispondendo con generosità alla “chiamata alla testimonianza, nella vocazione a parlare per conto di voci dimenticate o che rischiano di spegnersi” scrive Francesca Del Moro nel saggio critico accuratissimo scritto in forma di postfazione; e ancora Del Moro: “valore e necessità di un percorso quale è quello su cui Anna Maria si interroga e ci interroga. Il percorso etico ed estetico compiuto da un “cuore pensante”, definizione che utilizza nella sua prima raccolta e che racchiude in sé la capacità della poesia di pungolare intelletto e sentimento per diventare, nelle sue parole, pegno d’incanto, balzo, testimone”.

Maria Gabriella Canfarelli

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