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ALESSANDRA PACELLI SCRIVE UNA NOTA SULL’ULTIMO LIBRO DI GUIDO CASERZA, “MASONITI”. COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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Caserza, classicità in versi furibondi,

recensione di Alessandra Pacelli.

Articolo apparso sul quotidiano Il Mattino

“Strappi di vita a primavera” sono quelli che Guido Caserza racconta in Masoniti (L’arcolaio, pgg. 137, euro 13), sfilacciamenti del vivere che come in un’epica del quotidiano perpetuano classicità di visioni: il topos della notte (“al calar della notte / una nebbia nera con dentro un latrato”), la morte come presa di coscienza (“Morto in un metro quadro / al peggio abituato / col pretesto di vivere / il giogo paterno da spezzare (“il peso del suo / riflesso sui vetri”), le radici che affossano (“Spaventosa stirpe, la casa / si allarga a dismisura, costruita / con pietra scura”), fino al simbolo leopardiano per eccellenza (“Cerca al contrario il senso della ginestra”). Caserza ci sa fare con le parole: la rigira come occorre, le piega e le ‘slimina’, facendone narrazione, sguardi “con gli occhi prestigiati nella polvere”. Eppure la sua è una scrittura furibonda, densa di rabbia, compressa e camuffata nel dire colto, proprio come la fibra di legno pressato della masonite del titolo. Furibondo è il pensiero-bestia che l’autore viene al guinzaglio, addomesticato finché lo si mostra in pubblico ma feroce nella cattività forzata. E l’io poetico, come dice in prefazione Marco berisso “in questi anni così cupi, continua a perseguire.

Alessandra Pacelli

ENTRA A FAR PARTE DEL CATALOGO L’ARCOLAIO LA RACCOLTA DI POESIE “QUEST’ORA DELL’ESTATE” DELL’AUTRICE CARLA SARACINO. COLLANA “I CODICI DEL ‘900”.

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Accogliamo con soddisfazione Carla Saracino in Casa Arcolaio!

La raccolta che qui proponiamo è quanto mai adatta alla collana in cui appare, I codici del ‘900.

Quest’ora dell’estate è un insieme di brani suggestivi, scritti con icastica penna e densi dei profumi e dei sensi della terra salentina. E’ come se dalle pagine uscisse una malìa -quella del clima, delle estati dense di luce, delle case che rappresentano le origini e i colori di tempi remoti-.

Queste poesie da subito ci hanno colpito per la loro dolce, appassionata sintonia con la stagione mediterranea; ricordano i treni notturni che sulla costa da Taranto a Reggio Calabria serpeggiano lontani sulla bella riviera jonica, facendoci desiderare di essere innamorati.

Vi auguriamo una bella lettura!

G. F. e la Redazione.

Alcuni testi:

Dalla sezione “La casa”

Il tempo declina e la spiaggia nasce sulla pagina.

Vedo le dune approssimarsi al dito che sfoglia.

La pianta del ginepro

accasciata alla riva pungola il suono.

Non si tratta di una casa o dell’estate che affolla i pensieri.

Si tratta di una pena e del suo impossibile.

Del vedere prima di patire.

Si tratta dell’irredimibile.

***

Nell’estate dei contrasti la casa ignora

il fuoco che si annida sui muri.

L’incendio devasta il paesaggio

rovina il disegno di chi osserva.

Ogni mobile tace. Scricchiola negli anni perduti

il fondo di un bicchiere apparecchiato per caso.

La calce occupa il terrazzo. La mente soprassiede.

Gli utensili della cucina sono fiori di un campo giallo.

La mente si apre al dovere. Entrano lettere, scavalca la figura appanna il suono ogni coraggio di penetrazione.

Scava la fortuna come l’osso nei secoli del dolore.

***

Abbiamo perduto gli anni

la pianura dei pavimenti freddi in primavera

le nudità dell’estate sulla linea del desiderio

caduto in povertà.

Abbiamo perduto quel gusto di essere nati

sotto le torbe della stanza,

finiti come petali di un fiore

che insorgeva e risorgeva dal grido alla vita.

Abbiamo ottenuto altro, nel frattempo?

Questa sostanza d’aria che veglia nella stanza

come un intruso, il dubbio offerto alla parete bianca di calce e di invenzioni.

***

Dalla sezione “L’estate”

Ma l’erba era secca, il paesaggio brullo. Qualcuno la chiamava

scolpita nel chiaroscuro di un’anima carnale.

Lei rispondeva, poi di soppiatto ritornava nelle stanze ventose accartocciate dal verdastro e dal nero dell’inchiostro della sua

[pianta

la pianta del corpo eretto, suo ultimo esecutore.

***

Quest’ora dell’estate chiami vigilia,

benché si ripeta allo stesso modo, da anni.

Benché in ogni favola o storia da raccontare

ritorni la morte, che non vive di sole macerie.

C’è del rossore cupo a offesa del sangue

sulla cima di un desiderio terreno. Io lo vedo e per amore dell’estate sono inerme.

EMANUELA TOLOMEO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI FLAVIO FERRARO: “IL SILENZIO DEGLI ORACOLI”. ARTICOLO APPARSO PRECEDENTEMENTE SUL BLOG MOREL-VOCI DALL’ISOLA.

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Pubblicato il 30 marzo 22 su MOREL-Voci dall’isola.

IL SILENZIO DEGLI ORACOLI di Flavio Ferraro.

di Emanuela Tolomeo

La scrittura ‘architettonica’ nell’opera “Il silenzio degli oracoli” del poeta Flavio Ferraro determina

gli spazi in cui avviene la ricerca del sé e dell’Assoluto che si discosta, nella forma, dai canoni della

poesia classicistica e ne risignifica i contenuti.

La ‘parola estrema’ è azione

“farne confine,

parola estrema.

Uno spazio di chiarore,

che io voglio varcare:

uno stagliarsi,

uno stare contro il cielo.”

Innalza le altezze stilistiche, delimita gli spigoli dell’anima, i fogli, bianchi come una corsa , afflato, e le

cadute volute e vertiginose nello spazio vuoto

“Attraversare non è nulla.

Solo nel vuoto il vuoto si colma”

Gli elementi naturali come strutture di equilibrio, l’ albero è leva che solleva la terra e ne capovolge

l’ordine

“l’albero, che nessuna fonte

nutrì; nato da sé, fonte

lui stesso: l’albero neve.

Dai rami nudi, rivolti

verso il cielo; e le radici,

fin dentro la terra.

Per sollevarla.”

E il buio è luce e non c’è abisso nella discesa, si cade verso l’alto, cadere è essere accolti

“più nera ancora

la mano che raccoglie.”

Lo svolgersi della storia alternanza di vuoti e pieni, segni che sono parole, versi. E la ricerca continua in

“Sarà il bastone a insegnarmi il deserto”, luogo in cui l’anima trova se stessa, le proprie radici

archetipiche, spiritualiste fino all’eliminazione delle strutture di pensiero.

Sperimentale e astratta continua il passaggio attraverso la materia

“Sponda del lago, quanto

per me indubitabile

entro una macchia

di faggi che si oscura

se la guardi, senza sintassi

come fiori di novembre.”

Fino all’eliminazione della sintassi come negazione della fede nelle strutture, “le parole in cui non

credo” scrive il poeta.

Decadenza ed esaltazione, climax costante di immagini e suoni fluidi, autunnali e luminosi insieme.

Parole-segni, nere come il buio mettono in luce il silenzio che è esso stesso luce e lo riempiono di

significato nel percorso che ognuno di noi fa, nel continuo chiedere a se stessi, in un mondo in cui la

risposta è tutto, solo il silenzio dà le risposte all’esistenza umana.

Parole-elementi architettonici, angoli e pilastri che sorreggono il significato simbolico dell’opera, ‘

costellazioni’ ‘luce’, ‘non qui, lontano’, ‘siate chiare mie parole’, ‘sì, lo voglio’, continue esortazioni del

poeta alla sua interiorità, fil rouge, raccordi in cui il poeta parla a se stesso, culmine sentimentale e

l’amore è la scrittura poetica, un insieme che comprende il rapporto biunivoco tra bianco e nero e che

si interseca con i marroni autunnali , nutrimento visivo e in cui le cadute danno il significato

dell’esistenza e ne trovano un luogo simbolico.

Opera ricca, simbolica nella ricerca dell’Assoluto: il silenzio degli oracoli che non rispondono nel

mondo contemporaneo, il Kali Yuga, così definito dal poeta, riferendosi all’epoca più oscura in cui lo

splendore viene soffocato dai conflitti .

Un’opera letteraria pura, ricca, completa.

Emanuela Tolomeo

RASSEGNA DEI LIBRI ARCOLAIO USCITI NEGLI ANNI 20. PUNTATA N. 2 – GABRIELE GABBIA, “L’ARRESTO” – COLLANA L’ARCOLAIO ROSSA.

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Due testi:

A FONDO INFISSA

Muri scontrosi in Contrada Santa Croce avanzano

– adornano diafano un viso – fra scaglie residue

d’un tempo rimasto e ciò che del tempo tuo

ti rimane e l’immensa corona di spine

ogni giorno piú a fondo infissa

nel cranio d’avorio e aria

che t’è toccato in vita.

***

ELISE PRESENZE

I.

Trovammo gesti fra foglie

improvvise spirali inattese

cose appartate, audaci

nel loro essere inconsuete

insolute, mordaci paure, parole

portate lí, muraglie di somme

– resti – di ciò che sappiamo

e non siamo: orme.

II.

Bisogna non dirsi, non

pronunciarsi, esimersi

per riceversi; eludere

il proprio enunciato, il

proprio interno

dettato: per

cospargersi e

congiungersi

occorre

disconoscersi.

III.

È tardi: è l’ora

della cenere. Origini

e miserie disciolgono

il bersaglio; assembrano

– elise – presenze.

È tempo di subíre tempo.

RASSEGNA DEI LIBRI ARCOLAIO USCITI NEGLI ANNI 20. PUNTATA N. 1: “MASONITI” DI GUIDO CASERZA – COLLANA IL LABORATORIO, DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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Due testi:

Vita prescritta alla cieca

biancotomba d’orchidee.

Similmente muto il canto

dell’upupa appena uscita dal grembo.

Decorato di stelle il cielo

matrice di ogni battaglia.

Ogni parola che spunta

ricorda che siamo morti.

Tu resta qui, e consolami,

ma questo non è un parlare di noi.

***

Diventa verde e fischia

passando di mano marzo.

La prima d’aprile

è una bufera di labbra sbocciate

e un treno di vagiti,

lungo il tragitto cappotti in lutto

e scherzi di girasoli.

Su un sedile grigio un vecchio

con la sua canna

e la tomba bell’e pronta.

***

Nota introduttiva

Tra le ormai molte raccolte con cui Guido Caserza ha percorso un pluridecennale, rigoroso lavoro di poesia, quella che si sta per iniziare a leggere è sicuramente la più radicalmente impervia alla decifrazione. Occorreva davvero il grimaldello nutrito di sapere filosofico di Francesco Denini (sua la postfazione) per riuscire ad aprirne almeno alcune zone all’accesso dei lettori: e questo esime me, per questa volta, dall’affrontare un’impresa che mi sarebbe quasi impossibile. Mi limiterò allora a cercare di spiegare in cosa consiste, ad un approccio tutto di superficie, quella scontrosa ostilità che le poesie che formano Masoniti, pure così brevi da ricordare l’epigramma, non fanno mai a meno di dimostrare. Il primo elemento è naturalmente la presenza ossessiva della morte. Che non è, sia chiaro, motivo nuovo nei versi di Caserza: anzi, si potrebbe dire che nel segno della fine è iscritta tutta la sua poesia. Soltanto che questa volta la morte è diventata letteralmente lo spazio fisico entro cui i versi si aggirano, le pareti di quella casa che è centro fisico della raccolta e suo motivo aggregante. I campi metaforici che ricorrono vanno tutti in questa direzione: il freddo («qualcosa è là fuori / che agghiaccia gli occhi»; « un volto più arido del ghiaccio / – già gelido nel drappo il corpo -»; «nel freddo corridoio del / suo passaggio»), l’immobilità («[…] dietro la schiena / l’immobilità che non può / più sopprimere […]»), il silenzio («da quel / silenzio a questo / ne finge il suono»), il buio («Le scarpe escono dai muri: / non sanno, al buio / se li aspetto, e con quale colore»). E poi, naturalmente, la notte, presente in maniera quasi ossessiva e siglata in una neoformazione che potrebbe essere antonomasticamente assunta a sintesi del libro intero, insieme ai due versi che la contengono, da Chi vive qui ha la stessa durata: «semprenotte e nessunluogo / sono i suoi piombi». Come nel Cavallo di Torino, l’ultimo, grande film-testamento di Béla Tarr, anche in queste “masoniti” (e il richiamo alle tavole di Mirò, con i loro lievi movimenti di colore, risulta antifrastico, data la greve coloritura in bianco e nero di queste poesie) la dimensione della quotidianità casalinga è una replica destinata a spegnersi in un progressivo erodersi del reale, il cui unico residuo alla fine è una ripetizione senza movimento, bloccata (l’ultima scena, con i due protagonisti al tavolo, circondati dal buio e dal silenzio, potrebbe essere l’ideale immagine di copertina di questa raccolta): «l’ora è sempre la stessa», come appunto afferma il verso conclusivo di Votata a Esso. Non sarà allora un caso che Caserza riacquisti qui per certi versi una compostezza quasi classica, recuperando letture e filigrane che, seppur sempre presenti nella sua storia poetica, gli erano però proprie soprattutto agli inizi, quelli ormai remoti eppure fondativi del Dauada (giustamente evocato da Denini nella sua nota) e di alcune sezioni, le più antiche, di Allegoriche: l’Ungaretti studiato negli anni universitari, l’amato Leopardi, la prosa severa del padre scolopio Eugenio Serbeni. Esemplare, in questo senso, il trattamento a cui sono sottoposte le poesie prelevate da Opus papai II e che confluiscono adesso nella nuova raccolta (sette in tutto): uno sfrondamento che non solo riduce la sostanza del testo originario, da cui enuclea un nucleo ritenuto adesso significativo, ma mira ancor più a potenziare l’immagine fissa a discapito del suo fluire del tempo (Opus papai II, ricordiamolo, era anche un poema narrativo). Proprio questi prelievi mi permettono di chiudere con un’ultima annotazione. Che queste rastremate Masoniti si riaggancino alla scrittura furibonda e iperespressionistica dell’ultima raccolta può apparire a prima e superficiale vista vezzo arbitrario, persino in un autore che comunque persegue da sempre il principio sanguinetiano secondo cui ogni singolo volume altro non è che una parte degli opera omnia dell’umanità. La cifra comune sta proprio nella presenza di una vistosa ipoteca che possiamo dire genericamente paterna e che da Opus papai si trasferisce qui, tra le pareti della casa, nella sua oppressiva e pervadente pressione. In una specie di dimensione carceraria o addirittura manicomiale l’io poetico arriva insomma a subire, ancora una volta, la presenza autoritaria del Padre. E la poesia di Caserza, in questi anni così cupi, continua a perseguire una sua rigida disciplina: quella del rifiuto inappellabile di ogni forma di consolazione.

Marco Berisso

MICHELE DONATI RECENSISCE “LA COCA” DI ANDREA ITALIANO. NOTA CRITICA TRATTA DAL SITO INDEPENDENT POETRY /.Q.B. – PRIMO PIANO. COLLANA PHI, DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA E DIEGO CONTICELLO.

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Q.B. PRIMO PIANO

Nota di lettura su La coca

Andrea Italiano (L’Arcolaio, 2021)

 Capita, sempre più spesso, di leggere definizioni della poesia a dir poco rassicuranti: i versi sono, a turno, un giardino di delizie o un palazzo incantato, fontana di eterna superiorità morale o scintillante ornitologia da smartphone. Chi, invece, volesse rifuggire la sicurezza del locus amoenus per perlustrare più enigmatiche paludi, dovrebbe procurarsi il nuovo libro di Andrea Italiano, La coca, recentemente pubblicato dalla casa editrice romagnola “L’Arcolaio”.

La coca è un libro scabroso e violento, “pop-porno” lo definisce Diego Conticello nella sua prefazione. Insomma, altro che fronde di ciliegio e olezzo di verbena: nella civiltà delle restrizioni pandemiche, dei conflitti bellici in diretta social, nella civiltà dello sfruttamento delle risorse, anche umane, la cocaina è senza dubbio un’immagine poetica più vera delle innocenti edulcorazioni di tanti poeti-peluches.

Il vero è la dimensione in cui Italiano si muove: una realtà cruda, un corpo di eventi raccapriccianti che lascia storditi. «Come si fa a non impazzire?» si domanda il poeta nel verso finale della poesia che apre la raccolta, dove l’indifferenza per i gatti schiacciati sull’asfalto è la stessa riservata agli esseri umani. Si è detto che i primi a impazzire siano proprio i poeti, specialmente nel Novecento, secolo dell’orrore nel corso del quale sono stati estromessi dal consorzio degli utili per approdare nel limbo degli hobbysti. Lo stesso vale, credo, per il nuovo millennio, e Italiano lo sa: i suoi versi sembrano dirci che la parte terminale del XX° secolo è diventata il fondamento del nuovo, «residuo eppure attuale», una metastasi. Ma Italiano non è folle, anzi, osserva con grande lucidità lo squallore contemporaneo, si compromette con esso: nella sua verità c’è il coinvolgimento da cui noi stessi ci chiamiamo fuori.

La coca è un reliquiario di reietti e dimenticati: le prostitute africane, lo spacciatore Felice che dà cocaina ai bambini, «questi figli disperati» che «sono diventati ciò che volevamo», gli immigrati ubriachi, anch’essi, forse, ciò che siamo nel recondito, l’autotrasportatore morto in un incidente, la transessuale ingannata dalla «bugia della felicità». Umani prede di altri umani, umani lupi agli umani, perché «le persone sono le bestie più feroci». In La coca l’umanità si confonde spesso con una bestialità declinata in vari aspetti: ci comportiamo esattamente come formiche che «accumulare devono cose da mangiare / neppure sveglie / e già rimettersi pesi sulle spalle». E, come le formiche della Ginestra leopardiana schiacciate «in un punto» dalla caduta di un «picciol pomo», forse anche noi verremo spazzati via dal terribile frutto della tecnica, non altro che la corruzione della nostra stessa natura.

E infatti, «come si fa a non impazzire»? Forse affidandosi alla scrittura, alla letteratura? Sarebbe una bella consolazione, ma «quelli che fanno letteratura spesso si sopravvalutano», rischiano di finire soffocati in un mare di petali di rosa come gli ospiti di Eliogabalo. «Ho passato tutta la sera a leggere Simone Cattaneo» non è un manifesto di poetica, ma di vita, e non può che concludersi con l’amaro ribaltamento: «ho passato un’ora a scorrere il dito sul cellulare / è diventato uno schifo questo modo di vivere». La «sera», tempo indeterminato della poesia, contiene una spinta creatrice anche nei presentimenti di morte, ma l’ora, l’attimo fugace di Facebook, annichilisce nel disgusto. L’istantaneità e la superficialità delle esperienze, di qualsiasi esperienza, abbattono le coordinate di spazio e tempo nel presente-prigione dei consumi: «nient’altro che non sia utile alla vita cercano / pensare giorno per giorno / non a ieri non a domani / solo a questo attimo adesso / questo è valore». D’altronde la società contemporanea rigetta il passato, scorre rapida sugli aggiornamenti dell’ultimo minuto, scarta ciò che è vecchio, che sia un libro o una donna.

Eppure tutto questo Italiano ce lo dice proprio in poesia, opponendo così la sua personale resistenza alle violenze della Storia. La coca è un libro di notevole consapevolezza: nella corsa verso l’abisso «c’è quello che c’è», osservabile con «occhi microscopi» che non possono mentire a se stessi e al mondo, per tentare di vedere, di comprendere. E comprendere è accogliere dentro di sé, a costo del sudore e del sangue, per onestà e umanità. La disillusione però non è cinismo, anzi, si rivela come un moto di pietà che, per non essere svilita in pietismo, resta pudica: la condizione umana è ormai quella dello «sprofondo», ma non è questo a essere «tragico», bensì il «voler essere felici». È la tragedia che offriamo ai posteri senza che molti nemmeno ne siano consci, testimoniando la nostra fragilità grazie a voci come quella di Andrea Italiano.

Michele Donati

 ***

Testi:

Felice mi parlava di spaccio

diceva che diversamente dai suoi tempi

oggi gira molta più coca che erba,

così lui spiega i bambini sballati di tredici anni

le ragazzine senza mutande a quattordici.

Non so se dice il vero magari Felice ha sognato

ma passando dallo scientifico tra casa-lavoro

mi sono fermato a guardarle queste formiche sciamanti,

le femmine sono più scaltre dei maschi

e ci credo che già se lo prendono appena escono di casa.

Li ho osservati bene questi figli disperati

sono diventati quello che volevamo

e la coca di Felice esiste,

siamo noi che gliela vendiamo.

**

A chi mi domanda che lavoro faccio

dico il domatore nei circhi

ma in un tempo e in un paese

dove le persone sono le bestie più feroci.

Ci sono giorni che non riesco

e mi salgono con i piedi in faccia

o mi ficcano le unghie nella carne.

Non era questo il mestiere che volevo

eppure era proprio questo

che per occhi microscopi mi ha dato

che entrano dentro i giorni negli abissi delle vite

dove c’è quello che c’è̀

un dio affamato c’è̀

un animale che muore di fame c’è.

Era proprio questo che volevo,

vedere l’origine di tutto e di tutti

capire tutto capire tutti.

***

Paragonando l’intera razza

al conducente di un mezzo diretto allo sprofondo,

ora accelerando

ora rallentando la corsa.

Non lo sprofondo è tragico,

voler essere felici è tragico

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La redazione de L’arcolaio è lieta di presentare questa raccolta di Marco Ercolani, [“Sentinella”, seconda edizione che avviene undici anni dopo la prima pubblicazione – Carta Bianca, 2011 – con prefazione di Alberto Bertoni], arricchita dagli interventi di Stefano Massari e Massimo Barbaro. “Sentinella” è un’opera interessante, sia per la tematica sia per la forma della scrittura. Anche visivamente, questi versi sembrano dare all’occhio del lettore un senso di frantumazione, come se le lettere fossero dislocate su più livelli – ora con spaziature doppie, ora invece con quelle “singole”: ora prosa e in altri momenti più verticalizzata. Sentinella come guardiano di un ordine prestabilito? Oppure, Garante della civiltà? Forse, Senso della protezione? Tante idee potrebbero sorgere alla superficie del pensiero. Ma lasciamo parlare, in questo promo, i tre autori che hanno composto le note riflessive e critiche, dando poi al poeta il compito di esprimersi nei tre brani che qui seguono.

Una buona lettura, cari amici de L’arcolaio!

(La redazione).

Dalla prefazione di Stefano Massari.

sentinella è un comportamento . un ricongiungimento . una natura . una posizione . ogni segmento di questo tuo libro è come un sigillo . un varco . un punto di tensione che permane e spalanca sentieri  idee ripensamenti evocazioni possibilità e impossibilità . come una mappa . come un manuale di conoscenza . un pensiero girovago.  come sai dire tu   che conduce da una mente all’altra .

da dove viene ? di cosa è fatto ? perché ? e soprattutto perché io ?

forse noi non generiamo nulla con la nostra natura . corpo o spirito che sia . forse solo prendiamo parte a un cammino . ignoto nelle mappe e nelle intenzioni e nelle volontà se mai ce ne fossero . forse siamo solo detriti . ignari . ma siamo vivi . questo è certo . e a volte succede che quando leggiamo ricordiamo qualcosa – qualunque cosa – e cominciamo inevitabilmente a interrogare . invecchiamo nel tempo nostro – comunque lo si voglia definire – come un’emorragia ininterrotta . è vero . ma tu mi insegni in ognuno di questi tuoi nodi che ogni volta siamo sempre appena nati e inadeguati e macerie e cerchiamo ininterrottamente un ricongiungimento . su ogni soglia . senza pace . follia potere amore pena distruzione . siamo esseri totali e tremendi e comunque siamo pulviscolo . e resistiamo . quando comincia la resistenza ? per me inizia nel riconoscere dentro di sé la sentinella . me lo hai insegnato tu . l’idea di governare ogni fibra che si ribella furiosamente alla scomparsa . cominciamo a costruire le visioni . le soglie . non spiegazioni ma segni . come sai dire bene tu

se metto dei segni sul muro

comincio a credere al muro

(…)

Dall’intervento di Alberto Bertoni

Resistere nella parola

Ben consapevole che la vita e la poesia costituiscano una sorta di doppio ossimoro, ad un tempo reciproco, interdipendente e specifico, Marco Ercolani manifesta – attraverso la metafora centrale della Sentinella – le necessità dell’una in rapporto all’altra (le riunisce nell’atto primario del respiro), per un’alternanza tanto paradossale quanto nutriente di “vertigine e misura”, a ricordare il titolo del suo bel libro di appunti (“Appunti non come confessioni ma come cosmografie”) sulla poesia contemporanea pubblicato per “La vita felice” nell’estate del 2008. E se questa Sentinella è il pendant creativo del lavoro saggistico, risulta subito evidente un presupposto per l’autore genovese fondativo: non ha da sussistere barriera tra ragionamento e invenzione, pensiero e pathos, così come tutte fallaci sono le frontiere, peraltro assai sedimentate entro un’idea diffusa ma solo passiva di tradizione, tra prosa e test versificato, suono e immagine, espressione e teoria, oralità e scrittura. Parafrasando infatti uno dei momenti cospicui del libro, dev’essere subito chiaro al lettore che il poeta vive di una sua “fantasia acustica” il cui motore primo coincide sì con una condizione di estasi ma nondimeno si motiva nel rovello di un’inesausta tensione critica.

La finzione suprema cui ambisce l’atto stesso di scrittura proposto da Ercolani è un realismo radicale (tant’è che vi risuona perfettamente plausibile l’apoftegma ancora a fondamento ossimorico “Vivere in uno stato di finzione reale”), da riconoscere per esempio in un archetipo come il Capolavoro sconosciuto di Balzac: e dunque la sentinella eponima è definita quale corpo in azione davanti a un foglio bianco sul quale trascorre la luce – una luce di evidente sostanza metafisica, alla Caravaggio – nella sua polarità compiuta, tra pienezza abbagliante e buio integrale. Su questo foglio, così, potrà compiersi l’atto a suo modo sacralmente (ma – si badi – non orficamente) conoscitivo della Scrittura, con echi evidenti di una cultura francese tardosecolare che riattualizza i nomi obbligati di Derrida e di Deleuze attraverso un’eco penetrante dell’esperienza inventiva di Char e – in particolare – di Jabès. Appartiene all’autore franco-egiziano, infatti, l’idea viva di un Libro che non è mero tramite di idee o di parole tese a proiettare il lettore in un ipotetico mondo “fuori”, ma che è in sé – nella sua stessa materialità in fieri, in duello e dialogo continui con la morte – spazio vitale e atto dialogico. (…)

Dalla postfazione di Massimo Barbaro

Turni di guardia

Nei suoi Cahiers e nelle Entretiens E.M. Cioran ha spesso avuto parole di disprezzo per i critici e la critica, giustamente accusati di distanza, inconsistenza, astrattezza, inautenticità, e, in definitiva, di incapacità rispetto a qualsiasi opera. È anche per questo motivo che mi astengo dalla critica, eccettuati i lavori di amici o autori che per qualche motivo conosco personalmente. In qualche raro caso ho accettato di recensire libri “su commissione” – scrivendo per riviste e altri progetti collettivi succede – ma anche in questo caso la recensione è diventata causa di amicizia, anche se con la distanza e la sporadicità del tutto normalissime nel caso di autori illustri. Ad ogni modo, mi accosto sempre alla critica in senso kantiano, fenomenologico, ontologico, e non crociano o lukacsiano. Scrivo solo se i libri altrui costituiscono pretesti per dire cose che mi appartengono, scrivo di libri quando me ne sono appropriato, da una distanza estrema, e non solo da ogni intento valutativo.

Una profonda amicizia e qualche complicità letteraria mi legano a Marco Ercolani. Ciò nonostante, mi sono accinto a scrivere del suo Sentinella, apparso nella Collana di poesia contemporanea delle Edizioni Carta Bianca (Bazzano, 2011) dopo più di un anno. Per un preciso motivo, di cui accennavo in una conversazione con Stefano Massari, che della piccola casa editrice emiliana è animatore: il lavoro poetico di Ercolani, il secondo dopo Il diritto di essere opachi (Milano, La Vita Felice, 2010, prima opera in versi e sistemazione di un lavoro poetico più che decennale), rende inutili e impubblicabili le 200-300 pagine in diversa misura già limate e composte che chiunque maneggi la poesia e non sia affetto da esibizionismo compulsivo tiene da qualche parte in un file, versione moderna del “cassetto del poeta”. (…)

Qualche testo:

Ogni discorso rivolto al cielo è una spina che affonda nel

cranio.

Appunti non come confessioni ma come cosmografie.

Le parole non dette: il mio rifugio. Così mi libero dal peso intollerabile di quelle che ho pronunciato.

Vivere dentro pagine che tornano come ossessioni.

L’arte è uno stato di esposizione alla luce, un acuto scorticarsi, un perenne stordimento a cui dare voce con parole frantumate ed esatte.

La poesia nasce da uno shock emotivo che non è riconsegnato al silenzio.

Sentinella di un tempio che potrebbe essere luminoso, smisurato, incandescente, ma che sarà sempre elevato sulle rovine dell’io, in un campo disseminato di macerie.

**

Avrei dovuto scriverti già da alcuni giorni ma questa fiamma

brucia troppo forte qui, accanto alla mano, e non posso avvicinare le dita al foglio.

Crederai che si tratti di un delirio, di un pensiero distorto; ma vorrei che capissi la realtà estrema della mia condizione, questo stato di grande pericolo, di assillo permanente.

Qualsiasi cosa io viva di reale, da uomo, da medico, da scrittore, c’è, nella mia testa, un’unica apocalisse, una sola polverizzazione del mondo, un bianco totale. Il solo paesaggio possibile.

Sotto questo paesaggio curvo la testa.

Sogno un colore, una forma, un alibi.

Poi mi addormento, senza che niente mi consoli.

Né arte, né carezze.

Tolstoj, agonizzante, scriveva nell’aria.

A.Camus

**

Il poeta subisce il mondo come un universo già perduto, che potrebbe ritrovare con l’atto della parola.

Chi scrive esita a svegliarsi o a prendere sonno.

Non conciliante e non prevedibile, per eccesso di utopie, l’arte costringe ineluttabilmente a fallire.

La visione è l’inizio.

Arrivo alla metafora come un annegato rivede la superficie del mare.

Mai dubitare che la nostra arte non reinventi, fosse anche in un dettaglio, il mondo già creato.

Scrivendo mi allontano dall’uomo che sono stato prima di quelle parole.

Il turbamento non si oppone alla chiarezza. È la chiarezza.

Nessun linguaggio, se è autentico, sa esprimere la veggenza.

I diversi zampilli nascono da una sorgente comune, avvolta nella stessa notte.

Nessuna vetta che le radici non vedano. La verità è consistenza.

Certi destini esigono determinati linguaggi.

ANNA MARIA FERRAMOSCA RECENSISCE “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI.

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Certezza di orizzonti etici e lampi di buio poetico nell’opus incertum di Anna Maria Curci

Lettera di Annamaria Ferramosca ad Anna Maria Curci su Opera incerta, L’arcolaio 2020

                                                                   13 marzo 2021, mezzanotte

Cara Anna Maria,

ho letto e riletto più volte questa tua Opera Incerta, con la viva curiosità di seguire quella ricerca delle diversità di cui parli nella nota d’apertura, che so ti caratterizza come intellettuale generosa, protesa come sei verso una costante ricomposizione di contrasti, di opposti, di spigoli (dell’umano) da smussare e tenere insieme. É un nobile e ammirevole intento, e pure difficile da trasporre in poesia, ma proprio per questo, è compito bellissimo, nuovo e necessario in questo nostro tempo così arido di pensiero e debordante di individualismo. E questa scrittura rivela i frutti della tua costante vigilanza, del tuo saper costruire cerchi umani autentici, a partire dal materiale incerto che questo nostro mondo ci mette a disposizione: le meravigliose diversità, sempre fertili di nuovi legami, di inaspettate spinte creative. Ma nell’opus incertum la parte oscura è pure quella originata da qualsiasi costrizione proveniente da una società che spinge all’omologazione, alla perdita di identità, alla disumanizzazione. Quel che ho sentito, in voce chiara in questa tua raccolta, è che ancora una volta  la poesia può restituire la capacità di capovolgere l’incertum, di ritrovare noi stessi, il nostro linguaggio autentico, la libertà di comunicare con il mondo.

    Così ho attraversato le quattro sezioni incontrando fin dalla prima, Barcaiola, che nel titolo testimonia l’oscillazione ondivaga del pensiero che indaga, testi densi di metafore e suggestioni su cui sostare per riflettere, per ricostruire certezze. E riconosco nella forma il tuo originale passo ritmico, la sobria musicalità, le pause, con cui sai accostare eventi e desideri, verità e domande, offrendo continui stimoli per altro pensiero e il costante invito a cercare, interrogarsi ancora e ancora. Quel lasciarti traghettare sulla riva dove restare in attesa di sciogliere enigmi, non è che il ritratto del poeta che attraversa il mondo per conoscere e ri-conoscere errori e strumenti di salvezza, del poeta il cui destino è quello di ritornare a guadare i fiumi dell’ignoto, del sempre inafferrabile.  A pag. 23

Tu prova a decifrare

linee forme colori.

Della sciarada resta

l’anelito, l’attesa.   

In questa sezione incontro poesie come mòniti di resistenza, inviti a sorridere dell’effimero che dilaga, esortazioni dissacranti di consuetudini vuote. Si rivela la tua ferma devozione alla funzione di guida delle nuove generazioni, quel “docere” che persegui in modo amabile e pure autorevole,  ricambiata dall’affetto dei tuoi allievi. Ecco, è questo un aspetto della poesia quanto mai necessario oggi, che può veicolare con incisività densi messaggi etici attraverso la forza trascinante della parola poetica.  E resto ammirata della cura formale, della sapienza metrica, del modo con cui riesci ad accorpare con levità e insieme grande efficacia semantica ben 9 forme esortative in soli 4 versi! come a p.26

ascolta, su, porgi l’orecchio

dirama la conversazione

traduci e chiedi, leggi e annota,

discerni e associa sotto il cielo.

Aspetti che hanno origine da una profonda disciplina interiore, un costante lavoro di crescita che ha coinvolto le tue scelte di vita, come riveli nel testo Controcanti, in 6 luminose strofe. Un cammino che attraversa desideri utopici e sguardi attenti sul marcio che avanza, sui guasti da contrastare con l’azione esemplare e con l’ attesa paziente di un forse lento ma sicuro cambiamento. E in questo costante orizzonte etico, nella sezione Opera incerta, non possono che spalleggiarti i numerosi autori e autrici – gli imperdonabili – che ami e scegli come guida e pure traduci: Cristina Campo, Gottfried Benn, Felicitas Hoppe, Czechowski. I testi Imperdonabile inattuale (pag.38) Traducendo Sic transit gloria mundi di Czechowski (pag.39) sono esempi che ben rivelano la tecnica di disseminare volutamente spazi di oscurità – quasi un sottaciuto invito a indagare, a ricercare questi maestri per carpirne i loro segreti, i messaggi di vita – mentre nel “buio poetico” pure porgi distici finali di fiero sarcasmo, o che stigmatizzano ogni scelta fuori dalla rettitudine. Trovo che questa tecnica sia una tua originale e sapiente scelta, che lasciando intatto il versante poetico prezioso dello straniamento,  agisce solo sul terreno dei riferimenti letterari e storici, attraverso l’invito al lettore ad un extra lavoro di ampliamento della conoscenza oggi reso agevole dall’uso della rete, come acutamente osserva Francesca Del Moro nella postfazione.

     Seguono testi che intrecciano scene semioniriche che ti sono dettate quasi come lucide rivelazioni di sibilla, ma prive delle note ambiguità di significato. Sono canti di verità trovate, frutto di lucido scavo, che tessono la tua tela profonda di pensiero, spesso con intarsi notevoli dal sapore di consegna come nel Kit di sopravvivenza a pag.51 . E in questo percorso affronti anche il tabù ultimo, quella morte che sai offrire come essenza rivoluzionata e serena, per via del lavoro duro di liberazione compiuto, dunque non scura, ma chiara della pienezza e coerenza del cammino.  A pag. 44

Potessi ripiegare i giorni addietro,

al mio passato si affiancherebbe morte

con il volto scoperto, compagno di piccozza

 e di sentiero, Con altro riso m’incamminerei.    

 Nella sezione Mnemosyne, che a me risuona con particolare intensità emotiva, hai sentito la necessità di percorrere i territori della memoria, soffermandoti sui più cari legami familiari e i ricordi di vari amici, con le loro tracce sedimentate, incancellabili. Ma come spesso succede in poesia, la memoria devia, s’intreccia con scene passate anche non vissute, ma solo apprese e pure dense di com-passione, con le loro cicatrici ancora vive. Così il tuo canto dilata la voce della piccola Anna uccisa a Stazzema, quella degli aguzzini di Birkenau, il silenzio delle lancette ferme nella strage di Bologna, il grido fermo del ribelle nella piazza Tienanmen. Un canto della memoria che esonda, fino a farsi anche riflessione sulla metamorfosi del nostro mare in mare mostro, attraverso il tuo accostare il ricordo di un salvataggio avvenuto nell’infanzia al naufragio dei tanti immigrati nel Mediterraneo, nostro colpevole naufragio dell’indifferenza.

Una poesia dunque di tono civile, come sa essere sempre e ontologicamente civile ogni vera poesia in quanto antidoto alla negazione della bellezza, una scrittura che riesce a unire pietre diverse in una solida struttura costruita con lingue-pensiero di differente origine. Lo affermo mentre ti vedo porgere anche nei versi dell’ultima sezione Di tanto azzurro le impronte di altri poeti stranieri da te amati e tradotti, come Rose Auslander, Trakl, Keats, le loro risonanze in cui tutti ci riconosciamo .

Infine, sempre nel segno di una lingua straniera che assume il sapore di linguamadre universale, hai saputo chiudere felicemente con la poesia dedicata a tua madre, da cui di sicuro hai ereditato l’amore irriducibile per la parola, che ti fa intensa testimone e sempre, inesorabilmente, in-segna-  Sì, questa tua scrittura coglie nel segno.

Serena notte

                     Annamaria Ferramosca

MARCO MOLINARI RECENSISCE “MONADE”, L’ULTIMO LIBRO DI ALESSANDRO BELLASIO. COLLANA L’ARCOLAIO ROSSA.

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Marco Molinari recensisce “Monade” l’ultima raccolta di Alessandro Bellasio. Collana L’arcolaio Rossa.

Si intitola “Monade”, editrice L’arcolaio, la seconda raccolta di A. Bellasio, poeta milanese, uscita quattro anni dopo la precedente prova. Riportiamo, perché significativa, l’epigrafe che apre il libro: “In principio i libri della Genesi, e poi l’istante in cui la vita si percepisce soltanto nel cervello”, citazione dal poeta tedesco Gottfried Benn. Una dichiarazione che contiene un mondo e che Bellasio ha fatto sua in questo lavoro, che oscilla dalla considerazione di un Dio creatore, fondamento delle cose, a una mente che nel suo incessante movimento di pensiero, assume il peso di una frana di un crollo che incombe nell’esistenza. Come si può intuire da questi brevi cenni, la poesia di questo autore è fortemente intrisa di pensiero filosofico e trova i suoi riferimenti poetici negli espressionisti di lingua tedesca, nel loro sguardo in bianco e nero, sotto una luce fredda che non commenta e non abbellisce, ma reagisce col rigore di un cronista dello spirito. I titoli delle sezioni iniziali sono “Creatura” e “Incubatrice”; ci pare di assistere alla ricerca di un principio fondante, dell’elemento primo a cui ci possiamo ancorare per affrontare questo mondo squassato dal dolore. È una esplorazione che non avviene in vitro, ma si cala nelle brutture del nostro tempo, affianca le donne e gli uomini che disperatamente combattono le proprie battaglie dentro l’ombra della solitudine: “… il vero vuoto / di ogni ora, il regno / illividito / delle nostre vite / asciutte e incamminate – questo estremo / di sabato posato, nudamente, / sulla terra. (…). E proprio nei due poemetti che compongono l’ultima sezione, si raccolgono tutte le voci straziate di cui sentiamo un’eco nelle strade, nelle case, nei palazzi delle nostre città. Qui si snodano i racconti in prima persona, lucidi e dolenti, di una ragazza e un ragazzo, le cui urla, attutite dalle pareti della mente, provengono dalle finestre di un ospedale. Lei ricoverata in un reparto psichiatrico, forse perché ha tentato di togliersi la vita; lui in un centro di disintossicazione dalle droghe, anche questo un tentativo di suicidio diluito nei giorni. Sono monologhi interiori, flussi di coscienza, implorazioni ad essere accettati per quello che sono, che fondono il realismo duro, sporco, doloroso della malattia, con tratti allucinanti, come se fossero le medicine stesse a indurre obnubilamento dei sensi, che spezza la spietata ricostruzione delle loro vite, che i due pazienti hanno avviato in quelle condizioni estreme. Ed è un esercizio di massimo ascolto quello che mette in campo Bellasio, perché le parole che rimbombano nella testa dei due giovani sembrano davvero raccolte dal capezzale dei loro letti, con un’immedesimazione che lascia ammirati, nel constatare come la poesia possa essere il linguaggio che interpreta con maggiore fedeltà il flusso di dolore che si alza dai luoghi di cura. Lì, secondo l’autore, l’individuo è completamente solo, i sanitari sono presenze anonime che non hanno nessun contatto con chi giace con la sua pena, estranei come i farmaci che entrano nei corpi ma non raggiungono l’anima; “… l’infermiere che mi porta questa vita / impastata nel vassoio del purè… / vorrei dirgli / che ho rotto gli argini, che sono esondata da questo manicomio. / Anche adesso, mentre mi legate / e mi dimeno inghiottendo serenase / voi non troverete / porte per quest’anima, spiragli / per il plotone che mitraglia questo spirito. / Sono sparita in un vero buio. / Non ho sofferto. (…) .

Marco Molinari

SEBASTIANO AGLIECO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI ALESSANDRO BELLASIO, “MONADE”. COLLANA L’ARCOLAIO ROSSA.

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Alessandro Bellasio, MONADE, L’Arcolaio 2021

Recensione di Sebastiano Aglieco, blog Compitu re vivi

Nessuno muore

con la morte. Non si vive

con la vita.

**

Si potrebbe riassumere con questi versi che sospendono l’essere sull’orlo dell’irrisolto e del possibile, l’esperienza poetica del secondo libro di Alessandro Bellasio. Parlo volutamente di esperienza in quanto la poesia non è capace di trascendere il reale, così come non è capace di negarlo definitivamente negandosi essa stessa.

Questo modo di ragionare non può che coinvolgere lo strato più esteriore della carne, e cioè quel sottile velo che ci separa dagli abissi contrapposti del cielo e della terra. Pericolosamente pensato sulla pelle, il testo è dunque cartina di tornasole sensibilissima di ciò che avviene nel contatto e nel contrasto; il corpo, che qui si dà come parola, reagisce nel modo in cui fanno gli animali quando si trovano davanti a un pericolo: ghermiscono e atterriscono.

Non c’è scampo, ci dice Bellasio, di fronte all’esperienza della trafittura; essa va vissuta pienamente, a costo di catapultare la parola fuori dal suo senso mondano, di consegnarla al dolore lancinante del taglio.

Insomma: questa poesia non ha voglia di scherzare; il grottesco della vita è percepito nella torsione della maschera tragica che, ponendosi davanti all’infinita platea dell’umano, riporta la parola deformata di un dio costretto a mostrarsi nella carne, in questo modo lacerandola.

Come leggere, dunque, correttamente, questa Monade? Se restituiamo l’etimo alla sua storia, è evidente che ci stiamo riferendo a un contrasto tra la sostanza primigenia, il ciò che è, e il suo declinarsi nella molteplicità delle forme.

Creatura, fondamento piegato, strapiombo di pensiero, impatto, parificazione, invasione… sono tutti termini che rimandano a un “venire” disadorno, improvviso e misterico. In contrasto, a stemperare il sipario squarciato della nascita, solo gli elementi naturali, chiusi, racchiusi nella perfezione eterna dell’idea: pleiade, ambra, litio, diamante; entità di un fuoco già soffocato, ghiacciato, incurante della tragedia del movimento per desiderio dell’unità, del suo misterioso trascendere.

E poi gli strumenti pericolosi per percepire il tempo: zenit, clessidra, radar…e ancora: un modo diverso di essere al mondo: airone, corolla…

La tragedia si costruisce nel contrasto tra essere e pensare, (tecnologia, strumenti…); tra l’essere impensante ( dato nelle forme biologiche più semplici) e un’assoluta mancanza di pensiero.

Credo che il fatto più rilevante, a proposito di questa poesia, consista nel riflettere su come un pensiero ancora giovane – Alessandro Bellasio è nato nel 1986 – sia stato così precocemente baciato dal demone dell’infinitezza misterica, il quale, se da una parte consente di spalancare gli occhi sull’abisso della parola, dall’altra chiede in cambio il pegno di una precarietà esistenziale, di un essere fuori dal contorno.

Forse il dramma consiste nell’aver estroflesso il dio dalla parola, lasciando la parola sola, nel suo involucro di casa non più abitata; urlo irrisolvibile e lamento inconsolabile. Parola che non è invasata – al limite, totalmente irresponsabile – ma invasa dalle domande; da una sensazione di vuoto che capricciosamente chiede di essere riempito di un qualche senso.

Il compito del poeta, allora, è un’attività serissima, ed egli è cosciente che può descrivere solo il disastro.

L’invasione finale messa in scena da Alessandro Bellasio, tragedia esposta per coro e voci singole, è concretissima nelle sue immagini di devastazione e di dolore. Forse la più bella di tutto il libro, ci mostra i fotogrammi di corpi doloranti che ben conosciamo e che censuriamo quotidianamente dietro al sipario nero della paura. Questi corpi non vogliono essere più, ma prima di scomparire lo dicono, lo gridano, assitono alla loro fine in attesa che tutto crolli per sempre: …e con essi la parola che ha preteso di salvarli.

*

Dalla sezione INVASIONE

Mi hanno appoggiata su una garza.

Io pendevo, nascosta fra i capelli

ho, da lontanissimo,

chiamato un fazzoletto. E’

questo

il reparto, la voragine

da dove decantare tramortiti. Ho

invocato il sonno, la puntura

che contiene il buio, un grammo

di notte, la cattura.

Sto distesa…Sento, forte,

la mia carne, il lungo

muggito che mi serra – la mia vita

inchiodata in me, gli aghi.

Non mi muovo.

Affondo, qui, da qualche parte

al di sopra o

al di sotto (non so più)

di me. Scorgo

il mio respiro;

non lo inseguo.

Capisco.

*

Forse già da prima

io da molto non esistevo più. Mi domando

da dove mi sia giunto

questo coma, da quale piano, da quale

disastrato cielo

esso si sia abbattuto in me…

Mi cerco

tra queste gocce, nel dosaggio, forse

in un rigo del referto, sì,

in un bicchiere

di latte tiepido.

Tosse, bisogno, piastrelle…Non esiste altro.

Lo sento.

*

Volate via…sono rimaste

le cartelle cliniche, gli infermieri,

l’ininterrotto

pattugliamento

di farmaci

venuti per sedare il mio cervello.

Sono

veri

gli spettri dove esisto, attraversata da una mente

che è iniziata con un grido. Da qualche parte.

Vicinissimo…La luce

scende

sui letti addormentati – tutto è fermo,

colpito

da oltre, prima

di me. Ne riconosco il livido, l’odore.

*

Avrei voluto gettarmi

da un palazzo di novanta piani, volare

a capofitto in questa aria

che non riesco adesso a respirare… Assisto, invece,

alla mia fine, la comprendo, ecco – guardo

entrare i palliativi, i

contagocce che mi chiamano

nel decubito da esistere.

Datemi, presto!, una maniglia, una

porta che io apra, un’uscita, sì –

uno strattone

che mi estirpi per sempre dal decorso…

Forse la caldaia, ecco!, la caldaia

vecchissima a niguarda

esploderà stanotte, annientando questo trauma.

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