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GIAN RUGGERO MANZONI RIFLETTE SU “IL TEMPO DEL CONSISTERE” DI GIANFRANCO FABBRI

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DA FACEBOOK, ACCOUNT DI GIAN RUGGERO MANZONI.

UN’ACUTA RIFLESSIONE DI G.RUGGERO MANZONI SU “IL TEMPO DEL CONSISTERE” DI GIANFRANCO FABBRI

 

IL TEMPO DEL CONSISTERE (Ed. L’arcolaio 2016) è un testo che risulta fondamentale per comprendere Gianfranco Fabbri quale letterato, poeta e uomo. Nel libro (una raccolta di prose potenti per lirismo e sincerità) i disagi tipici della nostra epoca si uniscono a soluzioni esistenziali di somma saggezza. Il suo risulta quindi uno di quegli insiemi che insegnano a pensare, soprattutto a pensare alla contemporaneità, cucendo, con la memoria, l’essere di oggi con le cause che hanno generato, in esso, certi effetti. Lo stile di scrittura a cui si affida Gianfranco è serrato, lucido, ma non rinuncia alla sfumatura poetica, al guizzo mosso dal sentimento, ponendosi contro a una certa mediocrità dell’attuale umano, alle insensibilità, alle indifferenze. La lezione del Leopardi dello “Zibaldone” fuoriesce ringiovanita e maggiormente sciolta, sebbene lo spettro di un certo pessimismo, mai, del resto, dichiarato a chiare tinte, domini certi passaggi, ma poi il tornare alla positività, tipica di Fabbri, alla docilità mossa dall’affetto, donato e ricevuto, in particolare là dove l’aforistico avanza il narrato, così che il “tastare il polso” dell’oggi, ormai orfano di sistemi congrui, si stempera mirando un assoluto, un sommo. Infine lo scopo di Gianfranco è quel tanto ambizioso, cioè lo scrivere un libro di etica che riconduca al senso di una retta via, classicamente intesa; così Fabbri, come un filosofo del passato, si propone di guidare il lettore verso una visione morale dell’esistenza, affinché alle negatività che egli denuncia nei testi, finalmente (o di nuovo) si opponga il desiderio di capire, di comprendere, di entrare nell’altro, perché ancora esiste conforto nella bellezza dell’incontro, nonostante le frammentazioni, i dissolvimenti, le cadute di un mondo e di una società alle quali, giornalmente, assistiamo. Quindi spezzato, ma saldamente unito l’insieme, visto che Fabbri mai viene meno al filo conduttore del suo dire, e mai sfugge al cerchio che le sue parole vanno a tracciate, quale difesa da un esterno volgare, e quale offesa nei confronti di tale volgarità. Se la vita è spesso calpestata, non resta che interrogarci su cosa l’abbia ferita in tale modo, e le risposte che Gianfranco ci offre sono diverse, ma risultano quali rimandi l’una dell’altra, nel tentativo, in lui sempre riuscito, di sfuggire alla gabbia della progressiva riduzione dell’individuo alla semplice e barbarica sfera del consumo, in modo di dimostrare che il primo e vero problema dell’odierna umanità risulti non dimorante, tanto, nell’avere troppe inibizioni, ma quanto nell’averne (ormai) troppo poche.

Grazie, Gianfri, del graditissimo omaggio …

ROBERTO DALL’OLIO RECENSISCE “IL TEMPO DEL CONSISTERE” DI GIANFRANCO FABBRI

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Il   tempo   del  consistere

(di Gianfranco Fabbri , Arcolaio Editrice, Forlimpopoli, 2016, pagg. 109, euro 12)

Articolo scritto da ROBERTO DALL’OLIO

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“All’improvviso mi sono ricordato di me” così conclude la prima pagina del suo romanzo Gianfranco Fabbri e credo sia emblematica tale chiusura. Se è vero quello che soleva affermare Bassani “ che di un romanzo si può dire lo stesso di una minestra : si sente se è buono dalla prima cucchiaiata”, io del libro di Fabbri non mi sono certo fermato alla prima. Il tempo del consistere ha una sua particolare consistenza del tutto ossimorica. Comincia da questa dimensione la mia “lettura” del bel libro (romanzo?) del nostro Autore, la cui tessitura ossimorica appunto, nella sua scansione duale, ma non dualistica, mi appare una delle cifre dell’opera. Si tratta di un corpus di scritti accaduti sulla carta negli ultimi quattro anni del secolo scorso e che propagano un senso di amore per il Novecento che va davvero controcorrente. Ma come Fabbri osa parlare di amore per il Novecento, per il “secolo breve” strozzato dai totalitarismi e dai genocidi? Sì perché per il nostro il “secolo mondo” , pur innegabilmente segnato da eventi terribili , è stato altrettanto innegabilmente una lunga scia di esplosioni di vitalità, di gioia di vivere, di acquisizioni sociali e politiche, di vette esistenziali raggiunte, di assurdità e infinite attese, di speranze e messianiche ideologie, di grandi dilatazioni culturali. Fabbri ce li descrive, ce li rappresenta questi “segni dei tempi”, ce li fa rivivere attraverso la molteplicità delle figure che conducono la narrazione che si distende in cinque fondamentali movimenti che compongono la struttura, la consistenza sinfonica del romanzo. Intendo dire che a parlare sono molteplici identità dal maschile al femminile, dalla giovinezza alla vecchiaia, vere creature dell’io multiforme dello scrittore, del cui polimorfismo aveva già dato grande prova nel suo ultimo – per ora – (peraltro bellissimo e coinvolgente) libro di poesie pubblicato, Stato di vigilanza, in cui veglia e dilatazione onirica tempo del vissuto e tempo del vivere, attenzione e dispersione si intrecciavano con signorile maestria e inquietante leggerezza. Ma dicevo della struttura sinfonica. Dei suoi cinque movimenti , dei suoi echi di un passato che ritorna dentro le forme occulte del presente, delle suggestioni di mondi culturali, di figure della cultura, della scrittura arrovellata fino al mondo aforistico e alla poetica del frammento. Proprio il frammento pare indicare la vera consistenza del tempo, l’ossatura del flusso dello “stato di vigilanza”. Una vera ed autentica memoria ricordata. Altro ossimoro. Memoria uguale conoscenza, ricordo uguale tenere nel cuore. Conoscere e tenere nel cuore lasciando che esploda in mille rivoli di colori del vivere, nella linfa segreta e intima del testo. Memoria ricordata in quanto rifugge da ogni oggettività, ma di una precisione millimetrica e di una balistica tesa tra l’arco e la lira plasmata dal salire dall’inconscio alla coscienza delle cose, dei luoghi, dell’essere volutamente soggettivato del secolo che abbiamo lasciato alle nostre spalle come un futuro di cui fummo gravidi. Il tutto con un bruciante e morbido tocco personale, un timbro antico e riconoscibile di un Autore che appartiene alla grande letteratura di cui ha saputo e sa cibarsi con commovente camaleontica costanza. E continua nel testo il vicendevole scambio di conscio ed inconscio, uomo e donna, poetico e prosastico, colto e popolare, lirico e freddezza diagnostica. Così scorre il grande piccolo mondo moderno della totalità, dell’amato Novecento, nella minuziosità bizantina dell’arte del minimo passaggio di cui Fabbri , come Alban Berg, è un vero maestro. Cercherai invano lettore la tessera che possa rivelarti il mosaico, quanto dovrai abbandonarti alla “fede cieca che precorre l’occhio “(Alfonso Gatto) di cui si nutre il pittore di questo affresco, segreto contenuto nella sapienza narrativa del multiforme io narrante. Ma l’io non era sparito? Fabbri non teme l’io, lo riporta alla luce della forma letteraria attraverso una fenomenologia di stati, nell’impurità del mondo raccontato, dentro la storia crogiolantesi nel vissuto di una moltitudine di soggetti che non disturba, non si impone, ma avvince, entra dentro, seduce senza abbandonare. Apre lo scrittore le sue parole al vento degli occhi altrui sapendo aprire lentamente la credenza della sua vecchia officina, il mobile antico di “ottimo gusto” segno della sua intensa quanto crepuscolare sensibilità. Il romanzo mi appare dunque una sorta di “minima memoralia”, <<…Zibaldone privato che si presta tuttavia  al dipanarsi di un pensiero strutturato e coerente…nell’affiorare dei ricordi, espressi con una prosa “lirica”che gli è congeniale, è facile scoprire le tracce della sua attitudine al poetare>>. (Enza Valpiani). I minima moralia scandagliano l’anima. Dialogano con il presente. Perlustrano le nostre paure. Parlano di Dio e della morte, dell’amore e della libertà. Del dolore e dell’infinito. E’ pascaliano il Dio di Fabbri? Non è un Dio nascosto più di quanto non sia epifanico nel suo apparire nascondendosi.

Appare sempre qua e là nel tessuto narrativo il filo dell’infanzia, nucleo degli affetti familiari che passano attraverso la polimorfia dell’io di Gianfranco. In esso soffia un senso leopardiano della natura attorno ad una dichiarazione di poetica in merito allo stile, alle convinzioni e al Bello che traggono linfa dal genio di Recanati e dal pensiero di Karen Blixen “una prova…una messinscena dell’arte” che è anche un’arte della messinscena. Questo romanzo. Ancora ossimorico. Fino alla fine. Che non c’è.

 

Roberto Dall’Olio

LUIGI PARABOSCHI RECENSISCE “DISPACCI” DI NARDA FATTORI

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Dispacci di Narda Fattori, L’Arcolaio ed. 2016,

nota di lettura di Luigi Paraboschi.


Scriveva la Fattori in una precedente raccolta dal titolo “la vita agra“, volendo lasciare un “consiglio- avvertimento” alla nipote

se non hai passioni e sogni grandi
                    resti all’anagrafe solo un rigo nero

ed in questo ultimo lavoro, dal titolo significativo DISPACCI, non fa che ribadire il concetto sopra esposto, quello della passione per la scrittura e per la lettura che sembra essere dominante, come scrive in questi versi della poesia Viaggi


nei libri il viaggio bambina fu con Sandokan
con Nietzsche più tardi e saputa ma non ho imparato
a discriminare il grano dal loglio

Da questo nuovo cammino che ha intrapreso essa invia poesie nelle quali parla di sé spesso in modo diretto, alludendo al suo modo di aver vissuto, e usa il titolo che ho precisato, forse perché tradizionalmente si adotta il termine “ Dispaccio di agenzia “ per indicare un sintetico rapporto giornalistico o di agenzia giornalistica, quasi un avviso, e talvolta anche un breve rapporto militare dal fronte di guerra volto a condensare gli avvenimenti e ad aggiornare il ricevente sullo “status quo“ di quanto accaduto.

E l’aggiornamento di Fattori è un riassunto composto da tante immagini, tante sensazioni, tante emozioni tra le quali direi che i motivi conduttori girano attorno ai temi degli : affetti perduti- solitudine e del distacco- delusione nei confronti delle aspettative e dei rimpianti – la fede e l’immigrazione.

Uno dei primi dispacci lo si incrocia nelle poesie di apertura, dedicate al padre alla madre ed alla sorella, tutti citati con nome e cognome, ma credo sia stata l’assenza (forse) troppo repentina della figura del padre a rendere ancora forte e vivo il bisogno di aiuto nel cuore dell’autrice, e questi sentimenti così ben condensati nel corso della poesia “Lui possiamo viverli attraverso la sintesi racchiusa in questo verso finale:

ci vuole la mano di una padre per un bambina

ma se la mano del padre è mancata, anche il legame con la madre cui fa cenno nella poesia e tu madre (forse) non è stato portato avanti troppo a lungo nel tempo, come possiamo leggere qui:

il nodo si sciolse e molto passò
del bene e del male
nel coagulo nudo dell’essere vivi

ed infine c’è la figura della nonna, evocata dalla poesia “Vespro” che “muoveva piano la labbra arse/ e si segnava al vespro” – e che ha lasciato un vuoto interiore nell’autrice da indurla a concludere così:

io ormai dico crepuscolo e già non vedo  

Ma agganciandomi a questo “non vedo“ vorrei riprendere altri versi raccolti dalla raccolta precedentemente citata la vita agra, che suonavano: 

Perché se sopravvivere è una fortuna
allora il prima e il dopo la vita
appartengono al segreto
di una divinità terribile e troppo umana

per giungere a questo breve passo della poesia di questa raccolta “Enigmi che dice:


mi restano mani nude inabili alla poesia
restie alla preghiera

la mosca unisce due zampine all’interno
della ragnatela- Vanamente prega

E questa mosca che “vanamente prega“ unendo le zampine è la stessa “mosca“ che dirà nella poesia “Single”

misuro a spanne la dimensione
della mia anima
non più ampia di una tovaglia

e concluderà la stessa poesia affermando

La mia anima è più piccola della tovaglia
poggia-piatto all’americana

single per non dire sola

E’ un’amara conclusione quella di questa “mosca“ – per giunta “single” – una conclusione amara ma lucida, quasi impregnata di disperazione, come si può leggere nella poesia “la forma del finire” dalla quale stralcio alcuni versi

finire dimenticando il volo le ali
lasciare che il niente pettini
le piume e sostare senza fretta
alla porta che non si conosce

nessuno sussurro nessuna preghiera
nel silenzio tondo la nescienza
dell’essere stati del non essere più

Parafrasando il titolo di un famoso romanzo americano oserei dire, (ma lo scrivo con il rammarico, cosciente di una realtà che vivo in prima persona), che questa non è poesia per …giovani; c’è molta amarezza, una sofferenza chiusa, quasi senza speranza, di chi avverte lo scorrere del tempo e l’incalzare dei giorni, e le delusioni che derivano da una presa di coscienza del reale sempre più avvertita con consapevolezza.

A conferma di quanto detto riporto parte della poesia Avvenne

Avvenne che inciampo’ sul primo scalino
infausto incontro con la diminuzione

il corrimano era bastato fino a ora
e passi studiati lentezze contro sole

non ha re-imparato la rincorsa
l’epidermide bruciata dallo sfregamento

sta seduta in silenzio
lei che aveva sempre profetato 

Ma raggiunta una certa età, quando le condizioni fisiche non sono più quelle di un tempo, non si può non concordare con la Fattori: spesso quel corrimano che ha sostenuto per tanti anni le nostre illusioni ha ceduto sotto il peso metaforico dei “pensieri poco profondi” e lo scoprire che “i fiumi di un tempo si sono trasformati in fossati” può condurre alla conclusione espressa da questi versi della poesia “la mia sera”

la mia sera è un albero con foglie residuali

che si accostano ai versi successivi dove risalta l’ incertezza fideistica di quel “ brivido” che la coglie e lo sgomento esistenziale di quel non so


la mia sera è una nuvola sfilacciata che s’allunga
sotto la volta del cielo- s’attarda – guarda la terra
che l’ ha generata e un brivido la coglie – non sa
ancora se sarà brina pioggia o neve di peso lieve
o tracimazione

Lo sguardo dell’artista è talvolta acido e sarcastico nei confronti della stupidità e della cattiveria di questa società, come nella poesia 2014-2015

2013-2014-2015 abbiamo scavalcato
il dosso del tempo ancora morte
lutti cupidigie rapine e omicidi
stradali cioè di umani in strada
un’ammaccatura alla carrozzeria
un mazzo di fiori sul ciglio
del fosso

Fra smartphone iPod e tablet
vocifera la solitudine on line 

E concludo questa lettura stralciando qualche verso da questa poesia dal titolo Abbi pazienza perché essa ha, per me, un sapore amoroso forse involontario, quasi un invito rivolto ad un partner immaginario, magari ultraterreno, ad un rapporto fisico che rassomiglia un po’ ad un amplesso tristemente mortale


Abbi pazienza ho navigato tanto
la vela è stracciata e si beve il vento
… 

prendimi quando il sonno
mi picchierà sulle tempie e l’orologio
sarà qualche minuto indietro
una dimenticanza succede invecchiando
aspetta ora rimedio…….sii paziente
aspettami …..sarò qui subito subito
.

Siamo così giunti alla fine della lettura di questi Dispacci e ne abbiamo riportato la sensazione del malessere dell’autrice che si estende anche all’animo del lettore il quale non può fare a meno di essere coinvolto.

Quando si termina questo viaggio si deve riconoscere alla Fattori una lucidità di pensiero, una profondità nelle considerazioni di poetessa e di cittadina-testimone del mondo tali che diventa obbligatorio considerare questa opera un esempio attento ed alto di come sia possibile coniugare il valore letterario congiuntamente alla poesia civile.

 

       LUIGI PARABOSCHI                           

 

Lorenzo Chiuchiù recensisce “Hohenstaufen”, ultimo libro di Andrea Leone

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Un altro autore esordisce nel catalogo de L’Arcolaio: si tratta del milanese Andrea Leone con la sua raccolta “Hohenstaufen”, che giunge a noi dopo diverse raccolte pubblicate, tra cui: “L’ordine”, uscito nella collana “Niebo” diretta da Milo De Angelis. Il nostro poeta è anche autore di un saggio collettivo: “La sposa barocca” (Lieto Colle, 2010) e di due romanzi: “Kleist” (Ventizeronovanta, 2014) e “Il suicidio di Holly Parker” (ultima edizione per Ventizeronovanta, 2016).

Vi proponiamo la prefazione al testo, scritta da Lorenzo Chiuchiù, e due testi estrapolati dalla raccolta.

Con l’alternanza di prose poetiche e di versi acuminati e nervosi, Hohenstaufen drammatizza la personale mitologia di Andrea Leone: il potere, la morte e lo Streben si muovono come protagonisti di un palcoscenico sempre sul punto di crollare. Le stirpi e i continenti, grandezze e tempi che esigono l’incalcolabile si susseguono in una lotta perpetua e in una caduta che sembra senza fine. Ossessivo e circolare, il libro ritorna sul dettato come se qualcosa di decisivo – il senso della grandezza e del dolore – dovesse essere trattenuto e nello stesso tempo, per non essere mitigato con la memo- rialistica o il diario, andasse spazzato via con gesto sovrano e disperato.

Eppure tutto accade all’interno di un entusiasmo essenziale: “la violenta primavera” è popolata dalle “divinità degli esordi” e “la potenza straniera” diventa a tratti riconoscibile: “Mia nata un giorno / nella perfetta bellezza / che ora ti è maestra. / Mia sorella della meraviglia / cha hai creato / ciò che era sempre stato. / Mie lacrime al culmine del nome”.

Le forme iussive e i vocativi incantati e terribili sono la manifestazione e insieme la revoca delle potenze dell’estremo: “le bellezze perfette”, “l’età divina”, “la festa della sentenza”, “la dinastia definitiva” sono l’espressione di un destino ma anche l’invocazione di chi se ne appropria. È signifi- cativo che queste potenze siano quasi tutte femminili: come evocate e conquistate dalla morte – il maschile der Tod è forse qui più cogente rispetto alla mors – attraversano la scena e nuovamente si eclissano: sono “le idee tremende”, “le ere della carne”, “le scienze maledette” che nella morte e contro la morte chiedono sovranità.

E in questo senso, con Hohenstaufen, Andrea Leone compone una sorta di araldica poetica: il nome del casato svevo che ha segnato la geopolitica di Europa diventa una specie di vox media: il nome si carica di fregi e ambizioni, di gioie improvvise e violenze. Come se le azioni narrate fossero tutte con- trassegnate da un sigillo arroventato, il nome Hohenstaufen diventa l’emblema per tutto ciò che aspira al definitivo: per la totalità o per il nulla.

Senza malinconia né condiscendenza, con una durezza battente e riarsa, Hohenstaufen è un canto d’addio e di ricongiungimento.

Lorenzo Chiuchiù

1.

So che gli Dèi morirono

nella matematica della casa millenaria,

e in tutti i mattatoi del mattino.

So che gli eredi si estinsero

nei musei degli eventi,

negli incendi estremi,

calcolando il pericolo antico.

So che i più celebri

eroi veri di ieri partirono

al mare del martirio,

al mare dell’addio,

quando il primo libro vivo

si infiammò del breve

brivido delle epoche.

Ma questo è il trionfo

questo è il trionfo di tutti

i teatri tramontati.

Questo è l’eterno

genio di chi guardò in uno specchio.

Questo è l’innamoramento.

Questo è il monumento del momento.

Questo è l’immenso

segreto che recito.

Questo è l’esercito che eredito

dentro lo specchio perfetto.

Questa è l’alta

matematica innamorata

che incanta la condanna,

attraversata

la porta bianca di Martina Franca.

In voi giovani nomi,

in voi eroi

dei corpi dei giorni,

in voi sismografi delle rivelazioni,

in voi spaventi dello spirito,

in voi compagni

di quella età divina

di cui sempre ebbi notizia,

in voi io conobbi

ogni scuola scandalosa della gloria.

Sto per essere

abbandonato al sacro

massacro del calendario e del miracolo.

Dopo di voi

dopo di voi io

dopo di voi io non sono

dopo di voi io non sarò

mai più guarito dall’essere nato.

**

2.

Secoli degli splendidi spaventi,

secoli dei regni eletti,

divinità dell’età,

divinità della verità,

divinità fiorite

dalle vite antiche,

voi siete

i calendari immortali.

Voi siete

i respiri degli imperi entusiasti

e la giovane perfezione

nelle memorie gloriose

tornate alla luce del sole.

Dea della vittoria

in quest’ora senza colpa.

Essere esattamente

il nuovo trono,

il morbo del mondo,

e queste ultime

recite attese da sempre.

Mia così vicina

algebra amica della nobile vita.

Mia nata un giorno

nella bellezza perfetta

che ora ti è maestra.

Mia sorella della meraviglia

che hai creato

ciò che era sempre stato.

Mie lacrime al culmine del nome.

Mio Dio

mio Dio infinito

mio Dio infinito che ebbe inizio

sulla soglia della tua storia.

DAVIDE ZIZZA (RIPROPOSTA E FRANCESCO FILIA SU “DIRE” DI FABIO MICHIELI

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La dimensione della parola. Su Dire di Fabio Michieli
di Davide Zizza.

Un antico proverbio turco dice che scrivere è “scavare un pozzo con un ago”. Ce lo ricorda Orhan Pamuk nel suo librettino intitolato La valigia di mio padre. Se da una parte questo paragone prefigura il duro lavorio dello scrittore, narratore o poeta che sia, dall’altra presuppone che scrivere diventi pure un atto di chiarificazione stilistico-tematica capace di riportare alla superficie del testo una dimensione coerente di parola e significato, eliminando ciò che di questo scavo non serve. Ancor più in poesia l’opera di scavo può manifestare un senso di una più profonda essenzialità in quanto la parola poetica – per quanto possiamo fornire definizioni importanti derivanti dalla tradizione letteraria – rappresenta nella sua costituzione testuale un’arte del levare. Se lo scrittore filtra, il poeta distilla.
Così scopriamo la raccolta Dire di Fabio Michieli, pubblicata nel 2008 (L’arcolaio editore): un vero e proprio distillato in cui l’autore ha riversato non solo la sua visione, ma anche l’esperienza di scrittura come purificazione, scrittura come estrazione della verità. Il momento poetico del “dire” – declinato non come un dire della purezza ma come una purezza del dire – manifesta una sostanza verbale che vuole fondersi con la pagina stessa, quindi parola e foglio assorbiti vicendevolmente per creare “un libro chiaro […] una pagina bianca quasi pura” dove quel quasi rappresenta lo sguardo dell’autore, sguardo non soltanto soggettivo, ma capace di catturare con attenzione i segnali intorno a lui.

lieve, un respiro lontano si fa
eco e mistero: voce che s’innerva
se un cuore esangue dorme tra le mani

Augusto De Molo, nelle sue impressioni di lettura, ci restituisce una pregnante definizione di relazione del poeta con la propria città nel senso figurato di un Orfeo contemporaneo e la sua Venezia-Euridice che il poeta guarda negli occhi, non per perderla come nel mito tradizionale, ma per comprenderla a fondo.
Credo che un motivo ulteriore vada a legare – filo invisibile ma resistente – ogni verso componente la raccolta, un oltre che ritroviamo nel desiderio di chiarire un tema, un’immagine o un argomento, ma anche di superarlo. È l’idea di poesia quale osservazione della realtà che diventa a sua volta occasione di poesia, del dire. Pertanto non solo l’immagine in sé, assorbita, fortemente interiorizzata nella sostanza della parola, ma immagine superata nella sua stessa definizione poetica e di conseguenza osservazione che va a definire o a ridefinire un significato costituitosi nel tempo, per es. in questi versi dedicati al mito orfico:

(Euridice a Orfeo)
voltati e guardami! sei tu: sono io:

m’interroga il silenzio sceso come una nube
a cingermi e salvarmi dall’intorno vociante –

ora voltati e guardami! ti supplico:

spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto!
annientami: dissolvimi: esaudiscimi: annullami

Qui non riscopriamo la rivisitazione del mito fine a se stessa ma un superamento del tema per ricavarne un’occasione montaliana di riflessione, di ciò che rappresenta. In altre parole, prestandoci le parole dalla prefazione di Fortini alle poesie di Rilke tradotte da Giaime Pintor, la scrittura di Michieli è “poesia che è occasione di poesia” e pertanto non obbedisce necessariamente ad una interpretazione ‘ideologica’, ma diventa motivo poetico di espressione. Una poesia il cui titolo ha rievocazione oraziana, vestigia terrent, è – in linea con il tema dell’occasione – un mettersi in ascolto del senso che il tempo e i giorni assumono per l’autore:

ma le ceneri che ho nere sul capo
le ha posate il vento che ancora sparge
reliquie di chi arse ieri sul rogo,

nell’ultimo scorcio di Carnevale.

A queste ceneri che preannunciano il periodo quaresimale il poeta preferisce “l’azzurro che invade il giorno sereno”, un azzurro “tutto cielo o tutto mare” il cui colore sottintende un ideale di uniformità fra parola e senso, facendoci così riscoprire la finalità di una scrittura che ritagli una sua dimensione sulla carta. Dimensione umana che non nasconde le ferite del tempo (“così non ho diritto alle illusioni!”) o la ragione di un dolore (“fu […] /il ricordo a disperdere sul volto/due rivoli di noia”) o ancora il senso dell’attesa (“già s’agghiaccia l’attesa se al ritorno/sul volto squamerà/la fiamma che arde nuova una passione”), dimensione che si presta ad una funzione simbolica e significativa:

(di quel che resta avvolto nella carta non lo diresti mazzo
ma l’idea che di esso ci si può fare […]
non lo diresti un mazzo quel che resta)

Fabio Michieli nel suo Dire riesce a delineare uno spazio di parola in un movimento essenziale che distilla nel fondo della pagina un sentire profondo e autentico.

 

 

Dire di Fabio Micheli – Nota critica di Francesco Filia

 

Scrivere del libro di Fabio Michieli non è impresa facile per almeno due ragioni: 1) perché si manifesta come un lavoro in corso, in quanto pubblicato in prima edizione alla fine del 2008, è tutt’ora oggetto di un’ampia e sofferta riscrittura che dovrebbe portare a una seconda edizione nei prossimi mesi. Questa riscrittura, a cui il sottoscritto ha avuto accesso, è essa stessa un libro nel libro e amplifica, potenziandoli, molti temi centrali della prima edizione, basti pensare al tema della memoria che diventa, in una nuova sezione dedicata alla figura paterna, un vero e proprio dialogo con le ombre, un corpo a corpo con il senso dell’esistenza; 2) perché, paradossalmente, proprio per essere un lavoro soggetto a una potente riscrittura, è un libro che aspira a una compiutezza estrema, a una limpidezza cristallina, ottenuta con un lavoro di sottrazione e cesello certosino, che respinge qualsiasi sovrabbondanza interpretativa e si presenta come un tentativo estremo di espressione di purezza, in cui il verso fa tutt’uno con il bianco, con la pagina bianca da cui sorge (volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca quasi pura).

Dire – L’arcolaio, 2008, con nota di lettura di Augusto De Molo e foto di Anna Toscano –, dunque, è un libro radicale, nel senso etimologico del termine, sin dal titolo, si confronta con la radice del poetare, con la sua espressione primigenia, il ‘dire’ appunto e lo fa riuscendoci in maniera originale, grazie al continuo confronto con la tradizione poetica italiana e classica. Questa necessità di scavo e di confronto con gli archetipi della nostra cultura, che non ha nulla della pedanteria archeologica o pseudosperimentale di tanta poesia contemporanea, emerge dalla presenza di tante figure del nostro immaginario letterario – San Sebastiano, l’Ulisse di Dante, le Muse – ma anche e soprattutto dalle due poesie dedicate esplicitamente al mito di Orfeo ed Euridice, in cui si sviluppa un dialogo breve e intensissimo, un botta e risposta serrato che definisce il perimetro del quadrilatero vita, parola, amore e morte che fonda il libro di Michieli. In questo perimetro si muovono tutti i testi, guidati in un invisibile filo comune dalla memoria, che non è una semplice memoria personale di luoghi (Venezia su tutti), eventi, persone, ma è una vera e propria memoria pensante che attraversa e fa riemergere immagine archetipiche sedimentate nel profondo. Il dialogo tra Orfeo ed Euridice, in cui lui parla nella prima poesia e lei risponde nella seconda, nella sua drammatica brevità, mostra il rapporto tragico tra canto, amore e morte. Come sottolinea De Molo nella sua nota di lettura, l’originalità del dialogo è data dalla risposta di Euridice. Ella sa, a differenza di Orfeo, che il canto non può salvare dalla morte, che essa è un limite invalicabile e che riattraversare il Lete non è dato ai mortali, ma invece può eternare l’oggetto del canto e dell’amore, proprio annullandolo come principium individuationis, attraverso una trasfigurazione che trasforma il corpo, la carne in parola. Una trasfigurazione che permette di riconoscere il niente che siamo per aprire la via al tentativo di eternarsi della poesia. Solo riconoscendo il nostro esser finiti possiamo aprirci all’eternità del canto, la resurrezione è soltanto, ma forse è già tanto, nelle parole e nella memoria, il portato classico ed etico del dettato di Michieli è in questa verità.

L’intera opera, come una partitura che riprende di volta in volta i temi e i leitmotiv del dettato poetico, è attraversata da una musicalità sommessa ma costante che, reggendosi sull’architrave endecasillabica, crea un melodioso andante che è il tessuto sonoro di tutte le composizioni, un sottofondo di armoniosa lira, per rifarci ancora una volta all’archetipo di Orfeo, che però alcune volte assume le note di un malinconico tango che dalle strade del ‘900 e della contemporaneità dialoga con la musica degli antichi e delle sfere celesti. La poesia è mèlos e dire, unione inscindibile, totalità che scaturisce dalla visione dall’immagine, per tradurre il titolo della poesia Das Bild. La poesia è un tradurre l’immagine, la visione in parola e in quanto immagine e parola essa si fa forma (Gestalt) e informa di sé l’intero dettato, come unione inscindibile di musica e senso, parola che suona e che dice e dà vita a un tutto che è maggiore della somma delle pari che lo compongono.

L’aspirazione del poeta è di scorgere, di aver visione del tutto che ci comprende, ma il vedere è anche e soprattutto un esser visti dalla forma e l’esser visti, scorti, frugati è un esser riconsegnati alla nostra finitudine, essere consegnati alla nostra fine costitutiva. Il tema della fine è strettamente connesso a quello di limite, il limite è ciò che ci definisce appunto, che separando dà forma, la sottrazione crea la forma in cui emerge un senso che ci ha preceduto e che ci sopravviverà, un macrocosmo a cui far corrispondere il microcosmo che l’io lirico è. Ma questo nesso nei versi di Michieli ha poco o nulla di rassicurante, la forma e l’immagine da cui scaturisce il senso del limite sono percepiti come problematici, come qualcosa che non è dato naturaliter ma che è una conquista. L’esser forma, nell’esistenza di ognuno di noi, può darsi non come pienezza ma come vuoto per l’io lirico che non sa chi è. Il pericolo insito nel vivere e nel dire è diventare una sagoma a cui non corrisponde niente e che mette in evidenza in maniera plastica il contrasto irrisolto dell’esistenza, come mostra perfettamente la poesia Sebastiano (A volte penso di essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sono ancora). Imparare a finire è una conquista esistenziale e morale, che spesso risulta irraggiungibile, bisogna attraversare il negativo che abita l’esistenza, l’inganno che ci vive, nella consapevolezza che nessuna sapienza è data una volta e per sempre (e non so mai quando è giusto finire).

In questa prospettiva il testo Epigramma assume un valore paradigmatico, sia per l’utilizzo di una forma classica, sia per il richiamo alla tradizione novecentesca con Montale citato in epigrafe, sia, soprattutto, perché la parola, in questa poesia, è presa direttamente dalle Muse che rispondono alla domanda del poeta, l’unica forse che i poeti hanno sempre posto: chiedere versi. La risposta delle Muse non è evasiva, le Muse inviano versi ma a determinate condizioni, loro presiedono all’ispirazione che unisce i poeti e gli dei, inviano parole sotto forma di versi canticchiati, come usava un tempo, i versi volano di bocca in bocca per giungere al poeta che deve saper porre ascolto, la parola poetica non si concede a chiunque ma solo a chi ne comprende il codice, la struttura che la rende quel che è, la forma: attento a non dimenticare/ che la rima chiude il tema iniziale. La poesia, in quanto forma e canto, chiede compiutezza, è un circolo che si chiude e in cui il poeta è un semplice punto della circonferenza. La poesia è dunque un ritorno all’origine di cui il canto del singolo poeta è solo un infinitesimo segmento, ma che aspira ad essere un punto decisivo e inaggirabile. Il ritorno all’origine, che ogni dire poetico è, mostra la propria originalità nel percorso, nel segmento di cammino che la singola voce poetica intraprende. Il tratto originale del percorso di Michieli si manifesta chiaramente nell’ultima poesia della raccolta, in cui il rapporto tra parola e vita viene sintetizzato nella figura dell’Ulisse dantesco che però si moltiplica nei tanti Ulisse quotidiani, anonimi alle prese con le loro personali odissee. Il senso dei versi danteschi subisce un rovesciamento epocale, la consapevolezza che non fummo e quindi del nostro dover essere oltre il mero dato dell’esistenza si trasforma nell’ineluttabilità di essere sempre più a brani su sfatte pareti alle prese con la sconfitta delle nostre esistenze, alle prese tragicamente con la nostra pesta dignità. La poesia è dunque non salvezza ma luce e consapevolezza estrema dell’unione drammatica dell’esistenza con le forze antiche che ci attraversano ed è il cercare di tenerle insieme, di dirle di chiuderle in forme che abbiano il sigillo dell’irripetibilità.

Francesco Filia

 

DUE RECENSIONI PER “STORIE” DI DAMIANO SINFONICO: GLI AUTORI SONO LUCA MINOLA E STEFANO IORI

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“Storie” di Damiano Sinfonico.

DA  GOLDEN BLOG, un articolo scritto dal gestore LUCA MINOLA.

Le “Storie” di Damiano Sinfonico ci riguardano, riflettono il quotidiano di ognuno. Opera prima pubblicata da “L’arcolaio”, dell’editore Gianfranco Fabbri e introdotta dalla partecipe prefazione di Massimo Gezzi. Nell’introdurre il libro Gezzi, parla del “verso-frase” che compone le poesie di Sinfonico. Versi interi che costituiscono le fondamenta di un racconto continuo, che si dischiude in particelle di precisione, dove la memoria si rispecchia nelle inadeguatezze umane: “MI hai telefonato mentre pensavo a Costanza D’Altavilla./ Mi hai investito di parole che qualcuno era morto./ Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente./ Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore./ Mi hai colto tra miniature medioevali./ Invischiato in faccende che non mi riguardavano”. Sfruttando una vena discorsiva fitta di candore,  Damiano Sinfonico marchia una quotidianità misurata e accessibile. Nulla in queste poesie sembra prendere il sopravvento, dalla vita può solo arrivare altra vita.  Nemmeno gli  episodi più gravi e toccanti o le singole sintesi di istanti sono vissuti come ricerca assoluta o ascesi. In queste poesie si respira la verità di un vivere sincero e comune. L’amore è toccato in attimi di semplice gioia e dolore, fra ritorni, abbandoni o il vivere ragionato di una colazione parigina. Questi versi costruiscono una realtà feconda di riferimenti e motivi. Il linguaggio sempre efficace e genuino distingue l’opera da assurde ricerche letterarie prive di fondamento. La scioltezza di Damiano Sinfonico impone l’amore come tema costante e unitario all’interno del libro, un sentimento che è anche un abbraccio di freddo e paura: “quanti abbracci freddi sulle tele/ ci dev’essere freddo dentro la cornice/ o la neve appena fuori/ lo sguardo si gela, le mani si fanno pure aguzze/ se ti abbraccio, non aver paura/ c’è freddo anche dentro l’amore”. Le inquadrature che Sinfonico impone si dissolvono nel tormento non dichiarato, taciuto nelle righe di un frammento mentre quello che ci assedia/circonda rimane in circolo, ascoltato e ripagato. I nostri gesti pubblici o privati rimangono, precisi e fermi come fissati, per essere raccontati e descritti: “Non distinguevi l’acciuga dal caffè./ Rispondevi ai telefoni pubblici quando squillavano./ Affrontavi la notte con una sciarpa e un ombrello rosso./ Toglievi la suoneria quando volevi piangere./ Nell’aria come vento ti sei dissolto”. La solitudine di Sinfonico è la solitudine di uno scrivere in versi costante e vero, che spazia e trascina la vita alle latitudini più accattivanti.

                                                                                                                              Luca Minola

da (prime)

 

 

 

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Storie di Damiano Sinfonico,

Casa editrice L’arcolaio 2015,

recensione di

DAL BLOG VERSANTE RIPIDO Stefano Iori:

istantanea-mente.

    

    

La poesia racconta Storie. Di città che si avvistano tra loro o che abbracciano chi viaggia (ripetuta catacresi, ché borghi o metropoli non hanno occhi né mani), di ripensamenti nella Parigi di Victor Hugo (una danza, una ballata? – quest’ultima parola mi riporta al titolo di una raccolta poetica di Hugo stesso: Odes et ballades, 1826), di congetture lasciate sospese e di sorprese, a Palazzo Spinola o nei sogni che potrebbero prendere vita in quella Zlotogrod ambìta ne La cripta dei cappuccini di Joseph Roth.

Spesso puntuale, alla prima o seconda riga, l’ambientazione, ovvero la definizione della scena: un ponte, l’acquario, un ospedale, Aquileia, Bratislava. Luoghi, oppure nomi che corrispondono a noccioli di pensiero, come quello di Cartesio, con le sue Meditazioni metafisiche. E se la scena si tratteggia in prima battuta, ecco che subito il racconto prende pieghe inattese che lasciano scivolare chi legge ben oltre lo spazio ipotizzabile in esordio.

In ogni componimento di Damiano Sinfonico c’è una sottile punta di stupore, come sovente accade in un racconto o in una novella. Penso soprattutto al “classico” finale delle prose brevi: chiuse che spiazzano, alludendo a rivoltamenti o accogliendo svelamento. Sono d’altro canto prose-poesie quelle del giovane autore. Della poesia c’è il segreto, della prosa l’intreccio, trama scarna e svelta, fatta di ricordi e sogni. Istantanee scattate dentro la mente.

Frequenti gli elementi del viaggio, come mappe o bussole, ma ci sono pure oggetti che collegano, che pongono in relazione. Telefoni e lettere, mezzi che si utilizzano quando si è lontani o quando si sceglie una comunicazione per propria natura distaccata (diplomatica). Anche la morte fa capolino: il viaggio estremo, l’ultimo per quel che ne sappiamo, il più grande. E poi quadri, altre scene dentro la scena principale, a delineare la possibilità di invenzioni a spirale che rendono superfluo il limite del rigo, inutile margine, peraltro, quando senza eccessivo sforzo di può andare oltre. E mi ricollego qui al secondo capoverso.

Che altro dire? Solo leggendo e rileggendo le poesie-Storie-viaggi traspare la risposta, fatta della non-materia immaginifica che il lettore libera in controcanto di verso in verso (di riga in riga). E dopo l’ennesimo confronto mi convinco che Sinfonico vuole viaggiare proprio con me, anche se non è chiara la meta. Naturalmente l’invito sarà rivolto a chiunque altro si imbatta in questa breve silloge. E allora lasciamoci trascinare. Andiamo con l’incoscienza di una postuma adolescenza. Alla ricerca, con passo spontaneo, della farfalla della perspicacia. Prontezza d’intuito, acutezza nell’intendere ciò che è velato. L’inconnu è d’altronde a portata di mano. Nella verità di ogni giorno vissuto con la grazia del pensiero.

Ripenso infine al primo componimento della raccolta. Proprio il primo, dove appare il nome di Costanza d’Altavilla, donna-ingranaggio della medievale macchina del potere che per tutta la vita reagì agli eventi storici piuttosto che governarli.

Chissà perché la Gran Costanza di dantesca memoria? Mi chiesi di primo acchito.
L’autore la nomina narrando di una telefonata: Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza d’Altavilla. / Mi hai investito di parole che qualcuno era morto. / Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente. / Capisci, non è stato per indifferenza o durezza di cuore.
E poi la chiusa: Mi hai colto tra miniature medievali / Invischiato in faccende che non mi riguardavano.
Nessun coinvolgimento con le affascinanti icone di fine 1100, effetti da noncuranza alle parole dell’interlocutore (che pur dicevano di un evento grave), le postume scuse in poesia (anzi, solo la pretesa di auspicata comprensione) a chi parlava dall’altro capo del filo. E il fantasma di Costanza.
Trionfo del pensiero distratto (debole) proprio in avvio.

Un chiaro segnale. Un buon motivo per rileggere Vattimo e Rovatti.

 

STEFANO IORI

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MATTEO VERONESI RECENSISCE “LA MATITA E IL MARE” L’ULTMO LIBRO DI LUCIANO BENINI SFORZA

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lamatitaeilmare

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Gli archetipi del quotidiano. Per Luciano Benini Sforza

E IL SUO “LA MATITA E IL MARE”

Articolo di Matteo Veronesi

 

 

La matita e il mare, l’ultima raccolta poetica di Luciano Benini Sforza pubblicata da L’arcolaio nel 2016, evoca fin dal titolo alcuni di quelli che paiono essere i punti di riferimento dell’autore: Penna, con il suo “bianco taccuino sotto il sole”; Sbarbaro, con la sua immagine della sottile e labile “scia della nave” che divide “acqua da acqua”, così come ciò che fu per davvero si distingue appena da ciò che fu solo possibile o sognato; forse anche il “lapis” di Marino Moretti, per la poesia del piccolo e del quotidiano, che però, in questo caso, non è intinta di amara ironia o di svigorito grigiore, ma è, piuttosto, immersa in una sabiana o betocchiana luce di accettazione, quasi di sereno entusiasmo, di sapiente candore, in un vivo e cordiale calore di incontri, ricordi, attese.

E ci sono anche, nel libro, un rapporto, una tensione quasi luziani fra tempo ed eterno, divino ed umano, cielo e terra (usando queste parole, ancora così comuni e vive, nel senso dantesco di un viaggio che va dall’umano al divino, all’eterno dal tempo, di una parola alla quale “pongono mano cielo e terra”), alto e basso, poli che si toccano e si contaminano l’uno dell’altro, fin quasi a capovolgersi, con la purezza della luce e della neve che si macchia dell’oscurità della terra, e nel contempo cerca di diradarla e di redimerla.

“Il cielo scende sulla terra e la terra sporca ogni luce”. È come l’insistita “pura luce” di Dante e di Pasolini,  alla quale fanno velo la resistenza, l’opacità di ciò che è terreno e temporale – eppure, proprio per questo, umano e vitale.

Ma, insieme all’evidenza quasi diaristica dell’esperienza, del vissuto, insieme a questa “arte dell’incontro” in cui, dicevano Ungaretti e de Moraes, consiste in fondo la vita, c’è anche la consapevolezza della fugacità, del perpetuo sfumare, della nostra natura e del nostro destino di ombre labili, del montaliano svanire che è infine “la ventura delle venture”. Una consapevolezza che, però, non si fa grido tragico o sospiro elegiaco, ma, piuttosto (ed è forse questa la nota essenziale e più caratteristica del poeta), ulteriore accettazione, ulteriore abbraccio proteso alla pienezza del vivere.

I giorni possono apparire, come in una sorta di Ade in cui il tempo è eternamente confinato, con ossessiva ripetizione, “ombre senza senso, senza terra”. Eppure essi possono ancora allacciarsi in una catena protesa verso un’alterità più umana che metafisica – una perennità fatta carne.

Non a caso, i due penetranti scritti (di Gualtiero De Santi ed Emanuele Palli) che incorniciano la raccolta si richiamano, in modi diversi, ai Princìpi, alle Archái, ai grandi e profondi archetipi della natura e dell’essere – il mare “nuovo ad ogni istante” di Valéry, una “atmosfera presocratica” in cui “le pagine brillano di luce propria come neonati astri”.

I “punti fermi” a cui tornare, i pilastri che sorreggono il senso della vita, “affiorano dall’acqua o dal nulla, e sono isole e sponde in cui respiro”. Non si tratta tanto di epifanie repentine, enigmatiche e spesso irrisolte come quelle che popolano tanta letteratura del Novecento; ma, piuttosto, di emersioni e lampeggiamenti improvvisi che aprono spiragli sul sostrato ontologico, sul fondo esistenziale che sorregge i nostri percorsi e i nostri destini.

Siamo insomma di fronte ad un altro prezioso tassello del vasto e paziente mosaico, variegato e screziato come la vita, che il poeta va componendo da decenni.

 

 

Matteo Veronesi

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