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UN POETA NUOVO PER LA CASA EDITRICE L’ARCOLAIO. SI TRATTA DI ALESSANDRO BELLASIO CON IL SUO ULTIMO LIBRO INTITOLATO “MONADE”.

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Un nuovo e gradito arrivo in Casa Arcolaio. Si tratta del poeta milanese Alessandro Bellasio e del suo secondo libro dal suggestivo titolo, “Monade“. Un’opera questa che va a proporre il significato Monade come elemento umano che vive, basilare ed elementare, nella propria solitudine, nel proprio isolamento. Naturalmente si soppesa la parola nel solo senso psicologico. Il libro di Alessandro pare, a mio avviso (ma posso sbagliare) lo stato più remoto dell’essere umano, nell’ambito “lontano da chiunque” dove il dolore e la solenne sofferenza incitano a scrivere il protocollo clinico dell’evento “malattia”, attraverso la quale riprendersi la propria dignità e quindi la sovranità completa.

Ma lasciamo che Bellasio, in pochissime righe, parli di questo suo splendido lavoro nel tentativo di fornire al lettore un punto di vista che aiuti a comprendere il senso profondo di questo suo libro.

Monade: un libro ripido e brevissimo, appena quindici testi, scarne e frante distillazioni sopravvissute all’incessante sterminio di stesure di cui è fatta non solo la poesia, ma la stessa esistenza. A suo modo, un «poema della fine» e forse, come ha scritto una volta un grande poeta, dell’«infinita fine» che è la nostra vita“.

Ecco adesso alcuni testi:

Da “Creatura

Airone

…all’indietro
tu ci indichi.

In te
è il pensiero, l’assoluta
venatura il
soffio
di potente tremito –
veramente interno
placet che sancisce il nulla.

Ma torna, adesso
torna – metà indiviso e metà nel tempo –
tutto un sibilo
lungo la creatura, sempre
la stessa sete
a perpendicolo, l’inestinguibile
di noi una
candelina
eternamente accesa quando accade – queste
periferie
di psicosi e asfalto
che nessuna vita
potrà mai eludere…

Cancellarsi
è arduo
.

Gli anestetici
oscillano sul manico e
anche
questo misurino
si fa varco e duro
abisso della conoscenza,
regalando gocce
senza sole, il grande
viale rallentato
di schegge e camion
che mi fu vertebra, mi fu
padre.

Talvolta un’ora, e tu esisti.
Il resto
è ciò che accade.

***

Da Incubatrice

Nell’ambra

Sepolti

sotto queste bende, dove

il nostro odio

tende il filo e si fa pensiero, verklärte Nacht

di un mercurio strano

che ci divora con i suoi granelli, una

pioggia

leggera e già inalata, che anche tu

misurasti a morte con il tuo respiro:

sei nell’ambra.

«Due grammi

di astinenza mutano

la mente in una torcia, scavano

con unghie vuote

dentro il sonno, e tu

sotterrato il lume

ti scopri da te stesso arato».

Gli occhi, talvolta, hanno mani,

entrano nei faggi

radunandone i magneti

mappano

la struttura del vento.

Una vertigine, perenne,

scendendo dalla macchina

spegne i fari, avvicinandosi

con un solo passo

mi sussurra

Non avrò

in questa vita mai

altra gioia

all’infuori di te

***

Da Invasione

Cieli clinici (parziale)

                               A Ro… a Carlo, a Silvia, ad Angelo

Non ricordo. C’è stato
lo svenire di una fronte, un impazzare
di voci, un grande andirivieni… misurini, contagocce,
analisi… L’ora, squarciata,
di una morte che fermenta
in accelerazione verso il cristo.
Non ricordo.
Sono stata, da molto tempo,
trasportata, lungo una città
ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli di ambulanze.
Ho
varcato
di me qualcosa, una voce
segreta, ignota – una
cosa
irrespirabile
sprofondata dentro me,
da molto, da prima – ma
piantata in alto, fra le sirene…
Sono stata
asciugata, da qualche parte, nei secoli,
un pomeriggio di novembre – è
semplice, vedete, mi hanno messo un camice,
ecco, mi hanno
mandata a chiamare.


*

Mi hanno appoggiata su una garza.
Io pendevo, nascosta fra i capelli
ho, da lontanissimo,
chiamato un fazzoletto. È
questo
il reparto, la voragine
da dove decantare tramortiti. Ho
invocato il sonno, la puntura
che contiene il buio, un grammo
di notte, la cattura.
Sto distesa… Sento, forte,
la mia carne, il lungo
muggito che mi serra – la mia vita
inchiodata in me, gli aghi.
Non mi muovo.
Affondo, qui, da qualche parte
al di sopra o
al di sotto (non so più)
di me. Scorgo
il mio respiro;
non lo inseguo.
Capisco.

*

Forse già da prima
io da molto non esistevo più. Mi domando
da dove mi sia giunto
questo coma, da quale piano, da quale
disastrato cielo
esso si sia abbattuto in me…
Mi cerco
tra queste gocce, nel dosaggio, forse
in un rigo del referto, sì,
in un bicchiere
di latte tiepido.
Tosse, bisogno, piastrelle… Non esiste altro.
Lo sento.

*

Volata via… sono rimaste
le cartelle cliniche, gli infermieri,
l’ininterrotto
pattugliamento
di farmaci
venuti per sedare il mio cervello.
Sono
veri
gli spettri dove esisto, attraversata da una mente
che è iniziata con un grido. Da qualche parte.
Vicinissimo… La luce
scende
sui letti addormentati – tutto è fermo,
colpito
da oltre, da prima
di me. Ne riconosco il livido, l’odore.

*

Non avrà mai fine. Io
so
da dove sale questo ossido, da dove
cresce
il tumulto dei degenti in questa mensa,
l’insonnia
violenta
che respira sotterrata in noi. Ne reco,
da sempre, in me il tremore, lo
sfregio interno, l’abrasione… Io,
di me che sono
metà spezzata
di me

Entrano – da non so dove –
e li osservo
abbottonarsi un camice, un bianco
sporco, duplicato – ci porgono
un bicchierino, l’acqua le
pastiglie
con cui sopire piano questo esistere.
Spengono
le luci, chiudono
gli accessi al corridoio, le
finestre, i varchi… Dalla vita
nessuno
è mai più tornato.

*

Più niente. Mi hanno
sollevata dal mio corpo, destituita –
sono stata, per sempre,
abrogata. Più
niente.
Colano, adesso,
liquidi
da una conduttura dentro me
Non ho
niente, non sono
niente
che possa avversare questo squarcio, quella
breccia scoperchiata in fondo a me.
Mi pesa
nella mente questo affanno, mi fende mi
incrina.
Qualcosa
che si inarca dove grida, si piega
sotto il trave
del suo svanire – davvero terribilmente
cigola.
La fatica, come il tempo,
scava l’essere.

*

Avrei voluto gettarmi
da un palazzo di novanta piani, volare
a capofitto in questa aria
che non riesco adesso a respirare… Assisto, invece,
alla mia fine, la comprendo, ecco – guardo
entrare i palliativi, i
contagocce che mi chiamano
nel decubito da esistere.

Datemi, presto!, una maniglia, una
porta che io apra, un’uscita, sì – 
uno strattone
che mi estirpi per sempre dal decorso…
Forse la caldaia, ecco!, la caldaia
vecchissima a niguarda
esploderà stanotte, annientando questo trauma.

(…)

Note sul poeta

Alessandro Bellasio (Milano, 1986) ha pubblicato la raccolta di poesie Nel tempo e nell’urto (LietoColle – pordenonelegge, 2017).
Una scelta di testi è stata inclusa nell’antologia Giovane poesia italiana (Fondazione pordenonelegge, 2019), tradotta in inglese, tedesco, spagnolo e francese.
Si è occupato dei classici dell’espressionismo (G. Benn, G. Trakl, G. Heym) con brevi profili critici e traduzioni.
Collabora con il sito di poesia della Rai.


LORENZO MARI RECENSISCE “I PANTALONI DEL PO” DI GIANFRANCO FABBRI

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GIÙ I PANTALONI!

Recensione di LORENZO MARI, APPARSA IL 28 SETTEMBRE NEL BLOG LA DIMORA DEL TEMPO SOSPESO (RUBRICA CURATA DA ANTONIO DEVICIENTI)

Pubblico il primo di una serie di contributi che con impagabile generosità Lorenzo Mari offre alla Dimora del Tempo sospeso; nel ringraziare e nel salutare il carissimo Lorenzo mi permetto di sottolinearne la grande competenza critica, la bravura di traduttore e di studioso e il valore di poeta e scrittore  [A. D.]

*

Lettura critica di Lorenzo Mari a I pantaloni del Po di Giancarlo Fabbri (L’arcolaio, 2020)

**

 Trovo non poche difficoltà, nel tentativo di parlare de I pantaloni del Po (L’Arcolaio, 2020) di Gianfranco Fabbri.

È una difficoltà, innanzitutto, dovuta al rapporto di amicizia e di collaborazione che da tempo mi lega al lavoro di Fabbri, nel suo ruolo, da quasi quindici anni, di deus ex machina de L’Arcolaio, tra Forlì e Forlimpopoli. Invece di nascondere questo sodalizio – come troppo spesso accade nelle recensioni amicali dei libri di poesia – ne voglio dare conto nel modo più trasparente possibile, così come, del resto, fanno Gian Ruggero Manzoni nella sua introduzione (fino a rievocare quel “Manifesto del Visceralismo”, di alcune decadi orsono, che l’ha visto protagonista, insieme a Fabbri e a tanti altri artisti e intellettuali dell’area romagnolo-ferrarese), e Roberto Dall’Olio, già autore per i tipi dell’Arcolaio, nella sua postfazione. Ma è soltanto in questo modo, in fondo, che si viene a delineare una comunità autoriale che sia contigua, eppure, al tempo stesso, visceralmente diversa, dalle congreghe real-virtuali grandi e piccine che costellano il panorama poetico attuale, nonché una comunità valorosa, perché portatrice di valore. Cercherò di parlarne anche a conclusione di questa breve nota.

Un’altra difficoltà nasce dalla scarsità di riscontri critici disponibili sul libro, nei mesi intercorsi tra la pubblicazione del libro e la stesura di queste righe. I pantaloni del Po, a mio avviso, non meritano questa indifferenza, che talvolta rasenta i confini dell’omertà, secondo un comportamento anti-etico che, purtroppo, è assai diffuso nella comunità poetica, se presa in un senso più allargato. Tuttavia, la scarsità di note critiche su questo libro è dovuta, con ogni probabilità, anche alla stessa difficoltà del testo, che qui cercherò anch’io di eludere e di circumnavigare, e non di rivelare o, peggio, “spiegare”.

I pantaloni del Po è, infatti, la ripubblicazione integrale della silloge di Fabbri apparsa quarant’anni fa, all’inizio del 1981, per i Quaderni di “Nuovo Ruolo” di Forlì, già all’epoca con interventi critici di Gian Ruggero Manzoni, Emmanuele Gaudenzi e Giancarlo Tugnoli. La distanza temporale rende il tentativo di approccio critico ancora più arduo, ma per estremo paradosso – e qui vengo ai grandi motivi di interesse del libro nel 2021 – I pantaloni del Po sono un libro nuovo, freschissimo in certe acque stagnanti e a tratti lutulente della poesia italiana contemporanea, un libro difficilmente incasellabile e, per questo, prezioso.

In questo senso, l’introduzione di Manzoni fornisce un indizio molto rilevante, allorché evoca un armamentario retorico assai tradizionale – «la metafora, l’analogia, la sinestesia, l’allegoria» (p. 10) – in un contesto che, per altri versi, risulta ricco di «accostamenti imprevisti, a volte ambigui o quel tanto ermetici» (p. 10). L’indizio lasciato da Manzoni può tuttavia, a mio avviso, essere completato dalla negazione o, meglio, dal superamento di un ermetismo che, già quarant’anni fa, come anche oggi, riveste scarsa fungibilità, se non anche scarso valore, nel panorama poetico italiano.

Certo, I pantaloni del Po è un’opera costruita su un chiaro procedimento allegorico – il fiume più lungo d’Italia, la cui presenza/assenza domina in tutta la pianura padana, è un personaggio dall’anatomia ora epica, ora mitica, ora storica, ora più naturalistica e quotidiana (…lontani, insomma, sono i tempi di Eridano, per Fabbri!) – e il risultato è caratterizzato da una visionarietà che non è soltanto analogica, e non è nemmeno riconducibile a un approccio meramente surrealista. Tutt’altro: dalla «bio-magnetica degli oggetti» (p. 17) dell’Avvertenza in poi, la centralità della funzione scopica non è di certo convenzionale o tradizionale – stereotipata, in altre parole – ma consuona a fondo con il rinnovamento portato in quello stesso anno dalla pubblicazione di un libro come Ora serrata retinae (Feltrinelli, 1980) di Valerio Magrelli.

Accantonata la poetica dell’oggetto della linea lombarda o il correlativo oggetto caro a Montale e ai montaliani – per quanto vari accenni in direzione dell’uno o dell’altro polo siano ancora presenti, tanto in Magrelli come in Fabbri – gli oggetti son qui dotati di una loro bio-magnetica, che porta le “cose” a inedite sovrapposizioni (si veda, ad esempio: «Sopra le impressioni ci sono i granchi», p. 26), intersezioni e anche conflitti con le “parole”: «Ora le cose potrebbero uscire fuori, / come la tisi, tutte tra gli argini / a sottolineare il fiato del gorgo» (p. 33).

A proposito di quest’ultima citazione, potrebbe forse essere un collegamento piuttosto disinvolto quello che porta alla Sera di Gorgo di Umberto Bellintani. Anche se non mi sono mai confrontato direttamente con l’autore sulla bontà e l’utilità di questo legame, il poeta mantovano (nato nel 1914 e vissuto fino al 1999 in una frazione di San Benedetto Po chiamata nomen omen, come Bellintani ben sapeva, Gorgo) risulta, in ogni caso, accostabile, e con grande facilità, alla poesia di Fabbri. Del resto, nei primi anni Ottanta, Fabbri è stato un accanito frequentatore dell’Oltrepò mantovano, con un’attenzione per questi luoghi, non di rado desolati e terminali, che si ritroverà molti anni dopo nello sguardo di un altro autore diversissimo, Gianni Celati, catturato da Davide Ferrario in Mondonuovo (2003), nell’omonima località del ferrarese.

Oltre ad aver recepito più o meno consapevolmente il magistero di Bellintani, Fabbri è stato sicuramente in contatto con altri due poeti originari della zona, Alberto Cappi (1940-2009) ed Elia Malagò, nata a Felonica nel 1948. (Per chi voglia approfondire l’opera di quest’ultima poeta, è disponibile in rete una versione di Pita pitela, libro del 1982, curiosamente stampato anch’esso a Forlì, per i tipi di Quinta Generazione, e anch’esso ambientato nel medesimo lembo di pianura padana). Rispetto a Cappi e Malagò, però, Fabbri ha una più chiara attenzione verso la dimensione allegorica del testo, che, come si diceva, è chiara già dal titolo del libro, con quei Pantaloni del Po che si troveranno poi «sulla schiena di ostiglia» – di nuovo in territorio mantovano – «stirati per la dipartita in verticale / perché voglion studiare da ingegnere, / con goniometri e righe dalle tacche d’osso / dei morticini di un polesine che ha chiuso i battenti» (p. 35).

Nonostante il riferimento al Polesine che, per mancanza di un’attenzione storica, culturale e politica continuativa sull’area, ricorda immediatamente le grandi alluvioni del Polesine del 1951 e del 1966, l’allegoria non è di tipo storico, come nota anche Roberto Dall’Olio nella postfazione. Nel libro sono certamente presenti altri possibili appigli per una lettura storica: in appendice, ad esempio è inclusa l’immagine di copertina dell’edizione 1981, Der Arbeiter im Reich des Hakenkreuzes, ora come allora deprivata dell’originale svastica di fondo; oltre a «rappresentare il fiume inquinato e i suoi affluenti» (p. 65), l’immagine non può che rimandare, per quanto sottilmente, alla tragedia storica della Shoah. Una storia di orrore e contaminazione che, però, I pantaloni del Po non raccontano mai esplicitamente, se non attraverso rapide aperture verso il modo epico – «Ripeto d’aver visto nascere villaggi» (p. 51) – subito negate da una temporalità che di fatto non é né storica né epica, rivelandosi piuttosto una «finzione» che «fa spallucce» (p. 38).

Una strategia di abbassamento, questa, che non è soltanto ironica, ma rimane integralmente aperta alla possibilità della vergogna e dell’umiliazione, nella modalità dell’esposizione in campo aperto che è propria della poesia di Fabbri e che si ripresenta in quei “pantaloni” che sono a più riprese abbassati e offrono i glutei alle scudisciate del male, tanto storico quanto metafisico. Il fiume, in fondo, attraversa faticosamente il suo Golgota – un’immagine frequente, nella silloge – prima di sfociare in mare, in un martirio che è insieme traccia di un amore sensuale che cerca di fluire nonostante gli intoppi, le lordure, le opposizioni.

È, dunque, con questo grande armamentario retorico-ideologico – trattato, come si è visto e come si potrà apprezzare ancora, nei testi qui inclusi, con garbo e levità – che si ripropone, a quarant’anni di distanza, l’opera di Fabbri, difficile, difficilissima, eppure fresca e nuova ancora oggi. Un’ultima parola, in questo senso, si deve alla sua nuova collocazione: Fabbri ha ripubblicato I pantaloni del Po nella collana “rossa” della sua casa editrice, L’Arcolaio, aperta, in passato, dai Dodici, ossia dalle traduzioni di Aleksandr Blok e Paul Celan a cura di Dario Borso, e poi proseguita con i libri di Gian Ruggero Manzoni (Nel profumo delle catacombe), Mauro Germani (La parola e l’abbandono) e Gabriele Gabbia (L’arresto).

Lungi dal proporre un’auto-canonizzazione o una proposta estetica in tutto e per tutto omogenea – niente di più difficile, questo sì, di immaginare una militanza poetica comune, tra la parola prosciugata fino allo stremo di Gabbia, nell’Arresto, e la fluvialità bloccata, ma a tratti dirompente, di Fabbri…! – la collana “rossa” è una proposta di comunità poetica da seguire, scoprire e ri-scoprire – seguendo quanto già fatto, legittimamente e con merito, dall’editore con la ripubblicazione di questo splendido libro.

TESTI

Eccola, dunque, nel cono di velina

con le gambe all’insù, nel campo

degli ioni ricoperti nel tugurio.

Saremo lieti di ospitarti

nelle ossa dei vecchi,

con l’umido di ottobre,

da dove noi, non dove,

non parleremo.

Tu che mi segui sai che le ossa

dei vecchi sono rade unghie a spiare:

*

Nel buio dello scuro dentro

è proibito rapire il cosmo

anche se siamo già oltre ed è inutile

auscultare le lucertole

tra le dita dei piedi

            che furono,

e che lo sono ancora

perché hanno la forma del tempo.

Belli con i frammenti

i presocratici studiano quelle membra,

e gridano alla potenza di parmenide,

al suo               fermi!

                        ancora lì!

per le fessure che danno terra.

Fu poi la pressione, lei premette

tra la gola, come per scivolare

tutta la rabbia dei vermi-re.

Alleluja!, gridarono insieme,

pur non sapendo muovere.

È qui la nuova razza

giacente per necessità,

come le unghie che provocano

spacchi tra pelle e pelle,

nei metri dei dimenticati.

Perciò, alleluja! Ripeterono,

e vino a mente spenta,

come santi a galoppare per icone.

*

Mantova sotto

nel mio cielo è cosa,

dove regnano i pesci col rhum;

è stata nebbia bagnata oltremodo,

con un processo di me.

Dopo ho capito che il fiume era lago,

mare e poi meno,

supposto che tornino le luci.

DANILO BRESCHI RECENSISCE “IL SILENZIO DEGLI ORACOLI” DI FLAVIO FERRARO.

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Recensione di DANILO BRESCHI  a

F. Ferraro, Il silenzio degli oracoli (Poesie 2009-2016)

L’arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2021, pp. 200, €15.00.

Nel frammento numerato 66 in quel di Efeso, sulle coste dell’Asia Minore, Eraclito ha lasciato scritto: «il Signore che ha l’oracolo in Delfi non dice e non nasconde, ma accenna». Quasi 2500 anni dopo, in quel di Roma, Flavio Ferraro scrive i propri versi constatando Il silenzio degli oracoli. Così egli intitola la raccolta delle poesie che ha composto tra il 2009 e il 2016 (L’arcolaio, Forlimpopoli 2021).

In un suo appunto, da poco tradotto anche in italiano, Elias Canetti scrive: «Tenere in vita gli uomini con le parole – non è già quasi come crearli con le parole?». Ferraro osa ancora di più: tenere in vita un mondo che crolla, mantenere tenacemente accesa una luce che tramonta. Egli tenta l’impresa con l’uso della parola poetica. Nel tono pur dolente e malinconico della maggior parte dei suoi componimenti, Ferraro, a mio avviso, condivide l’idea che Andrea Zanzotto aveva della poesia: «La poesia è sempre più di attualità perché rappresenta il massimo della speranza», dal momento che, come notava Pier Paolo Pasolini, «la poesia è qualcosa di oscuro che fa luminosa la vita». Sono tutte definizioni che mi vengono alla mente nel mentre leggo i versi di Ferraro. Ad esempio, questi:

Non puoi chiudere gli occhi.

Ci sono stelle, alberi curvi in ascolto,

e chiedono più che oscurità.

Oppure:

tu custodisci una parola straziata.

Uno spazio aperto ai vènti.

E attorno, come varchi

improvvisi, dimore: soglie

leggere, quasi fossero d’aria.

E uno spazio, una parola anche lì.

Aperta ai vènti.

Sovente il primo verso inizia con una minuscola, perché alcune raccolte, inserite in questa che è, in effetti, una raccolta di raccolte, non sono altro che un lungo, se non unico, discorso, un poema articolato in numerose stazioni che contemplano passione, morte e resurrezione.

È interessante la poetica di Ferraro che mi pare sottintesa a tutti i componimenti qui raccolti. Riassumendo in una formula: a distanza di un secolo, noi abitiamo questa terra d’Occidente, desolatissima, come un Ungaretti che di guerre devastatrici è stato costretto a vederne e viverne molte altre ancora. Guerre allo spirito, soffocato da una carne espansa fino all’esplosione, da una artificiosità crescente che minaccia di rendere inorganica e spenta ogni cosa un tempo viva e accesa. Eppure, in sintonia con il grande poeta di origini lucchesi, Ferraro si ostina a pensare questo martoriato e stordito abitante d’Occidente come «una docile fibra dell’universo». Noi abitiamo, meglio: dovremmo abitare in tal modo, ossia poeticamente, la nostra terra, altrimenti la desertificazione non si arresterà e nuove piogge rigeneranti non potranno prodursi abbondanti verso sera. La parola come riparo, la parola come aratro:

lei, la non placata.

Ancora intatta nei fiordi

alla deriva, ancora pura,

nebbia di sirena.

Goccia dopo goccia,

fiorita da parole.

In parola raggelata.

Ungarettiano è, in Ferraro, anche il ritmo sincopato del suo versificare, l’irruzione come folgore di parole che schiudono spazi grazie all’immagine che immediatamente richiamano alla mente del lettore. Dentro quello stesso tipo di sentimento dolente e rabbioso di vivere sotto costrizione una realtà oltremodo urticante, lacerante, c’è però anche una musicalità maggiore, che mi ricorda i francesi, da Paul Verlaine fino a René Char. A ciò si unisce un pensiero forte, sempre presente, che esige il corsivo, non di rado inserito da Ferraro, con il quale si intende evidenziare e sottolineare dove stia il punctum dolens. Porto qui due esempi, tra i molti. Il primo:

Chi ti raggiunse nei campi,

cenere di un fuoco incustodito?

Sì, c’è questo vento, questa luna

intenta al mareggiare delle spighe –

e tu, sospesa nel raggio, scorza

di un frutto ancora acerbo.

Di questi luoghi non so nulla,

mi stringo a quel poco

che mi lascia il tempo,

seguo il sentiero dei nidi

e ignoro ciò che stride.

È silenzioso in ogni istante

quello che ci chiama.

Ed il secondo:

Stremato dai solchi, aperto

agli spiriti minori, orto

giardino podere campo

ti chiamo e tutti gli altri morti,

impronunciabili nomi.

Ma siamo qui, nel disavanzo

della neve al colmo

della stagione impervia,

siamo qui, decisi

a non arretrare.

Ghiande annerite o tronchi

marci, la mappa delle piogge

nel silenzio di una mano –

non importa, la terra

ha tutte le risposte.

Silente, dunque, e nascosto, il dio che chiama e si palesa con voce e sembianze dei suoi emissari sulla terra. Figure, ombre, di qualcosa che rimanda ad un altrove e pretende la nostra elevazione.

Dicevamo del tono malinconico che risuona in molte poesie di Ferraro. Temperamento malinconico in senso greco classico, omerico direi, è però il suo, perché da numerosi versi traspare come questo stato d’animo sia vissuto quale condizione necessaria per poter compiere azioni degne di essere ricordate. Prendo a mo’ di esempio numerosi componimenti della produzione più recente, risalente al periodo compreso tra dicembre 2013 e marzo 2016, eloquentemente intitolata La luce immutabile. Eccone uno:

Getta via quelle maschere,

abbandona ogni posa

pindarica: è un tempo minimo

il nostro, per piccoli dolori.

Lo sai, non è da tutti la tragedia,

e solo pochi salgono il rogo,

ascendono al martirio.

Talvolta, il verso è usato da Ferraro come una sorta di chiamata alle armi, ad ingaggiare una lotta spirituale per non soccombere all’atrofia dell’anima. La decadenza è nei fatti, ma niente autorizza a servirsene quale alibi per coprire le nostre colpe di ignavi, di arrendevoli:

Kali yuga, e noi ne siamo

il culmine: si parla per non dire,

si guarda per non vedere

E nessuno che inceppi la ruota,

che provi a sgualcire

quelle immagini, loro,

le usurpatrici delle cose.

Conniventi, tutti a lavarvi

le mani, ma è sangue

– non è acqua –

ciò che vi monda.

Dichiarati sono poi i riferimenti sia a Emily Dickinson, di cui vengono peraltro riportati anche due versi quale incipit di una poesia, sia all’amatissimo John Keats, di cui Ferraro ha di recente tradotto le Odi (Delta 3 Edizioni, Grottaminarda 2021) con una devozione sincera sapientemente unita ad una personalità poetica ormai matura. Stare in vedetta, auscultare la notte per carpire i primi suoni del giorno, per intravedere le prime luci dell’alba. Questi i compiti che spettano al poeta. Come a dire che il silenzio non è tanto dell’oracolo, quanto nostro. A meno che gli oracoli non siano i nostri cuori. Come a dire, allora, che il buio che ci sta oscurando è quello dell’anima, dell’essenza dell’uomo, non di una natura da noi solo negletta, ma silenziosamente presente:

“We who saw the launching

Never sailed the Bay!”

Sì, Emily, tu vedevi tutto,

e in una goccia di rugiada

spiavi l’Infinito, sibilla

della porta accanto.

Ma ora non c’è collina

all’orizzonte né distese

di ranuncoli, e l’ultima

sirena (sai, la silenziosa)

tace in fondo ai flutti.

Ed ecco cosa può aprire un verso, il cinquantunesimo, tratto dall’Ode a un usignolo di Keats:

“Darkling I listen”,

per adulare le notti.

Mio vessillo mia ombra,

ciò che si guarda

non si vede.

Che sia questo

l’invisibile?

Nel complesso, la poesia di Ferraro mi ha colpito ed attratto per l’aura romantica nella quale sa avvolgerti, coinvolgerti, come ti facesse entrare in quel profondo mare di nebbia che il viandante di Caspar David Friedrich si limita a contemplare, lasciandoti nel dubbio se mai farà quel titanico tuffo nell’ignoto. Quest’ultimo, assieme a “invisibile”, è vocabolo-concetto ricorrente nell’immaginario di Ferraro, ne connota fortemente il dire poetico e ha subito richiamato alla mia mente l’universo elegiaco e notturno di Novalis, intrinsecamente metafisico, poiché costantemente allusivo di un mistero che si desidera svelare senza però violare. Ho avvertito nel poeta Flavio Ferraro un nuovo discepolo di Sais. Egli, infatti, ci ricorda che Fichte è all’origine dell’egocentrismo tardo-moderno e del naufragio solipsistico post-moderno.

La natura non potrà mai ridursi a mera attività dello spirito umano. Tornare a comprendere, di quest’ultimo, il limite significa rieducare poeticamente il pensiero dell’uomo occidentale, che oggi è tipologia globalizzata, diffusa su tutto il pianeta, al di là delle singole declinazioni di civiltà. La Cina lo sta dimostrando nel rapporto che oramai ha stabilito con la tecnica. Il mezzo che si impone come fine, a dispetto di ogni tracotanza o supponenza di governo politico.

C’è costante tensione, intesa come invito alla lotta, nelle poesie di Ferraro, il quale, anche sotto questo aspetto, mi ricorda attitudini etico-estetiche proprie del primo romanticismo, sia tedesco sia inglese:

È autunno, ovunque

o solo qui non ha importanza,

ha smania di accadere,

si perde nei dettagli.

Inesperto di arte bellica

affida un compito anche a te

come fossi un esercito

di foglie, dunque soffermati

saluta passa oltre.

L’atmosfera evocata da una poesia come questa mi riconduce a quanto dicevo a proposito di Novalis, a mio avviso la chiave di lettura per penetrare a fondo la poetica di Ferraro. Del poeta e filosofo tedesco propongo questo brano, esemplificativo della voce sottesa al Silenzio degli oracoli: «Fichte non ha forse messo arbitrariamente tutto nell’Io? E con quale diritto? L’atto per cui l’Io si pone come Io deve essere congiunto con l’antitesi di un non-Io indipendente e col riferimento ad una sfera che li racchiuda: questa sfera la si può chiamare Dio». Ed è ancora Novalis a scrivere che «il visibile è sospeso all’invisibile, l’udibile all’inudibile, il percettibile all’impercettibile, e così forse il pensabile all’impensabile». A me pare che in quest’ultima affermazione, che ha il sapore agrodolce della giusta sentenza, si riassuma il cuore pulsante del poetare di Flavio Ferraro, il quale ci ricorda che solo poeticamente abita l’uomo. Le alternative sono tre per l’essere umano: farsi detronizzare in quanto falso re, usurpatore, da una natura che torni alla preistoria mediante un nuovo cataclisma globale; farsi sostituire da un automa, poiché solo un mondo de-umanizzato potrebbe estromettere totalmente e per sempre la natura dal globo terracqueo; ristabilire un equilibrio vitale tra uomo e natura.

Mi risuonano dentro in tal senso i due componimenti che seguono. Anzitutto questo:

C’è una Porta, nel centro

del Sole, oltre la quale

il tempo non è più.

Ma se tu, giungendo fino

ad essa, dicessi “sono io”:

non entreresti, fossi anche

l’angelo più alto.

Non perché tu abbia

un nome, sia chiaro;

ma poiché il tuo nome

non è ancora il Suo.

Oracolare è il finale, al pari di quest’altro:

Neve, sorella stupefatta,

silenzioso emblema

nelle tele dei fiamminghi.

Tutto ricopre, lei

che non aspira a nessun trono,

puro dispendio

eternato dagli arazzi.

Sacrificio –

ciò che trabocca,

colma.

Gli oracoli tornano dunque a parlare. Orecchie che sanno ascoltare cercansi speranzosamente.

In sintesi, Flavio Ferraro è un esemplare di nuovo romantico, conficcato a mo’ di sprone nel cuore selvaggio di questo giovane terzo millennio. Sprone e redine, perché la tigre della modernità ha da essere cavalcata, governata, guidata verso il bene, ricreazione dello spirito lacerato, rigenerazione di un’anima amputata.

Sempre il medesimo profumo,

quel sentore di terra e sangue;

ricordi di savane, di notti

monsoniche all’aperto.

Tigre immemorabile,

sei qui nel cuore di ognuno,

assorta in ampiezze.

Una seconda possibilità si schiude al prosieguo del cammino di Ferraro come poeta: intraprendere l’erta via che fu di un Clemente Rebora. Piccoli ma fermi segnali luminosi già vi sono, posti quasi a sentinella della notte, ad avamposto sull’ignoto:

Altro sono le fonti.

Altro l’andare,

il puro scaturire.

Per raggiungere

cosa?

La meta è l’Origine.

A lui la scelta rispetto al bivio indubbiamente aperto da questa raccolta con cui ha voluto sigillare una stagione del suo esser poeta. Auguro un buon proseguimento nel cammino.

Danilo Breschi è professore associato di Storia delle dottrine politiche presso l’Università degli Studi Internazionali di Roma (UNINT), dove insegna Teorie dei conflitti, Fondamenti di politologia ed Elementi di politica internazionale. È direttore scientifico del semestrale «Il Pensiero Storico. Rivista internazionale di storia delle idee». Fra le sue pubblicazioni più recenti: Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea (Mauro Pagliai Editore, 2017); Mussolini e la città. Il fascismo tra antiurbanesimo e modernità (Luni Editrice, 2018); Quale democrazia per la Repubblica? Culture politiche nell’Italia della transizione 1943-1946 (Luni Editrice, 2020); Yukio Mishima. Enigma in cinque atti (Luni Editrice, 2020); La globalizzazione imprevidente. Mappe nel nuovo (dis)ordine internazionale (con Z. Ciuffoletti e E. Tabasso; Effigi, 2020); Ciò che è vivo e ciò che è morto del Dio cristiano (con F. Felice; Rubbettino, 2021). Ha curato il volume collettaneo Il tramonto degli imperi (1918-2018), con A. Ercolani e A. Macchia (Aracne, 2020). Ha altresì curato e introdotto nuove edizioni dell’Utopia di T. Moro (Giunti Demetra, 2018) e della Leggenda del Grande Inquisitore di F. Dostoevskij (Edizioni Feeria, 2020). Altri suoi scritti si trovano nel blog: danilobreschi.com.

LUCA CENACCHI RECENSISCE “DIRE” DI FABIO MICHIELI.

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Dire di Fabio Michieli: un io che sfugge a sé stesso

Articolo DI LUCA CENACCHI tratto dal blog LA TORRE DI CARTA

Fabio Michieli ha pubblicato due anni fa una nuova edizione rivista della raccolta poetica d’esordio intitolata Dire. In questo articolo si cercherà di mostrare l’impalcatura filosofica che regge la raccolta e di come essa si innesti nel definire la scena sulla quale si muove un’identità mai definita e in continuo divenire.

Genesi: la prospettiva filosofica

La riedizione di Dire è una raccolta contraddistinta da una spiccata maturità e una struttura estetico-filosofica di fondo precisa, che viene innestata all’interno di elementi figurali e stilistici i cui punti estremi della parabola sono di matrice traklian-penniana, seguiti poi da altri di varia natura. Lo stile conseguente a questi elementi è un ermetismo linguisticamente moderato, ma capace di raggiungere una complessità figurale notevole.

ritrovo il tempo andato tra la cenere[1]

se mi consuma il fuoco –

costringe a camminare su roventi

in equilibrio lamine

la luna non vedo alta se le nuvole

me ne celano il corpo –

ma l’argento si spande

a chiarire il pensiero

mentre il volto si accende

di ardente rossa fiamma –

(ritrovo il tempo andato tra la cenere

se mi consuma il fuoco)

Appartenendo alla prima sezione della raccolta, nominata non a caso Genesi, il distico principale definisce subito una marca filosofica di riferimento e una stilistica: la riflessione sul tempo proustiana. Essendo ripetuta in apertura e chiusura del componimento, il rimando al tempo ritrovato non solo è funzionale a dare un moto ciclico al componimento, ma accostato alla cenere rivela anche la tendenza di Michieli all’ossimoro come marca stilististica filo-barocca capace di avvicinare due antipodi: vita e morte, innestati, come si vedrà, in un’identità concepita in divenire, quasi liquida.

Il secondo elemento fondamentale del pensiero che Michieli inserisce all’interno della raccolta emerge poche pagine dopo:

so quanto tempo ho perso per scovarmi[2]

e non so quante altre scoperte furono

quelle che mi passarono col ferro

il fianco che a fiotti sputava sangue –

fu quando scelsi al ramo l’acre rosa:

mi punsi e tinsi del mio stesso sangue

quella mano: tinsi nuovo anche il volto –

fu quando persi la rosa di mano:

un colpo sparpagliò la sua corona –

al suolo avidi i petali raccolsero

nel mio sangue l’orgoglio violato.

Lo svelamento heiddegeriano della verità è qui messo al servizio della presa di coscienza della propria identità, la quale si rivela principalmente attraverso una serie di avvicendamenti figurali ordinati in un percorso attenuativo e, in un certo senso astraente, perché gradualmente sfuma l’esperienza privata in figurazione letteraria. Infatti, se la seconda strofa riporta gli esiti di un’esperienza vissuta, quelle successive inscenano un processo di presa di coscienza della propria condizione proprio grazie alla scelta della rosa; e nelle ultime parti della poesia la perdita della rosa riprende in modo attenuato la violenza subita nella seconda strofa. La scelta della rosa come coscienza della propria identità tradisce una complessa stratificazione e rielaborazione di fonti letterarie da parte del veneziano la cui estensione si radica tra Poliziano-Tasso e Marino. Se Poliziano e Tasso ripropongono il topos tradizionale del collige virgo rosas come invito a coglier amore e giovinezza, nell’Adone la rosa è a un tempo la causa indiretta del’innamoramento di Venere e, sempre nel canto III, tratto costitutivo dell’Adone femminilizzato. Dunque Michieli cogliendo la rosa coglie/svela se stesso, portando a galla una natura duplice da intendere come, forse, compresenza di tratti virili e femminili; natura che altri – qui siamo nella strofa di chiusura – vogliono negare sparpagliandone i petali con un colpo: lo svelamento della propria identità è pagato col sangue versato nella lotta/guerra per la propria auto-affermazione, che caratterizza un’altra declinazione del tratto virile, ovvero le armi nel contesto dei poemi tradizionali.

Queste prime poesie sono rappresentative di una figuralità che piega verso la concretezza, marca tipicamente penniana; quelle successive alle presenti tendono gradualmente a innestare in tale concretezza un’espressività progressivamente astrattiva e il prototipo di questa tendenza è la poesia finale che chiude la sezione:

svelami ora il mistero

di questi suoni, di queste parole

– «je dirai quelque jour vos naissances latentes…» –

l’incanto di una musica

che mai fu mia se non in neri abbagli

(eppure vorrei che il sole sciogliesse

in un sorriso un risveglio già tardo)

nella luce

tra le mani

un volto che il fragile addio spegne

Richiamata nel terzo verso quasi programmaticamente la celebre lirica di Rimbaud (Voyelles), l’asse figurale che emerge è tipicamente simbolista in cui Michieli parte da motivi tipici del simbolismo francese tradizionali, virando successivamente verso richiami coloristici dai tratti penniani e chiudendo infine col riferimento luziano della luce. Qui troviamo moderato uso di alcuni elementi di stampo ermetico: aggettivazione astrattiva, nell’ultima strofa uso di sintassi nominale contrapposta a quella verbale. Nella terza strofa (eppure vorrei che il sole sciogliesse/ in un sorriso un risveglio già tardo), poi, troviamo la tendenza forse inedita di Michieli a risemantizzare il verbo sciogliere alterandone la struttura argomentale per poter afferire ad altri verbi più astratti. Ad esempio: nel contesto dei versi riportati sciogliere afferisce a trasformare, ovvero mutare qualcosa in qualcos’altro. Tuttavia, proprio questo esempio mostra che la spinta alla concretezza non viene del tutto elisa da quella astrattiva, ma ne fa piuttosto da contrappeso dando quasi la sensazione che l’una fluisca nell’altra costantemente nel giro di una frase.

Il problema tematico posto in questa poesia, messa non a caso alla fine della raccolta, che verrà poi ripreso e approfondito successivamente, è ancora una volta quello dell’identità: se nella poesia della rosa con moto proustiano l’io si riscopriva attraverso la riflessione sulla propria esperienza privata, allora la presente si pone il problema di una latenza carpibile solo attraverso l’intuizione che prefigurerà il successivo moto di un’identità in divenire meglio realizzata nella seconda sezione del libro Primo Tempo.

Un io che sfugge a sé stesso

Nella seconda sezione, primo tempo, caratterizzata dall’ospitare le poesie che hanno costituito il nucleo primo della raccolta, la questione dell’identità, ora connessa esplicitamente al corpo, si complica. Rivolta verso il futuro, messa a confronto col divenire, l’identità va in crisi e comincia un processo di sfaldamento, causato sempre da una violenza, da cui viene lacerata disperdendosi (eppure si è, e si è sempre più/ a brani come su sfatte pareti).[3] Di primo acchito l’immagine complessiva, tratteggiata da poesie come Sebastiano,[4] è quella di un io i cui contorni si sfocano progressivamente poiché si rivolge sempre verso il futuro.

(martire mi affacciavo

al supplizio sdegnoso di ogni ingiuria)

a volte penso di essere un involucro

cavo dove trova rifugio l’uomo

che non sarò ancora

Questa prima generalizzazione, tuttavia, acquista notevole complessità quando viene introdotto più direttamente il discorso amoroso («così non ho diritto alle illusioni!/ non solo neghi il corpo alle mani,/ ma agli occhi al cuore al vivo desiderio/ neghi l’anima, sì che mi domando […]»). La totale negazione d’amore innesca un martirio che riecheggia, con uno stile coloristico debitore certamente a Penna, moti cavalcantiani: «Quando mi vider, tutti con pietanza/ dissermi: – fatto se’ di tal servente/ che mai non dei sperare altro che morte.–»:[5]

è brivido quest’acqua che avvolge

corpo carne ossa e tendini e muscoli:

mi fosse dato stringermi per poco

o corrodermi tanto quanto basta

a spezzare quei nodi che mi tengono

                                                           unito al corpo

mi fosse dato spandermi nell’aria

e confondermi a nuvole di noia

e placare quei mali che divorano

                                                            intero il corpo

mi fosse dato il tempo che è concesso

alla morte per scovare la vittima

della sua bramosia che ne dilacera                

                                                            eterno il corpo

mi fosse dato

Tuttavia se a Cavalcanti, come emerge in questa poesia, Michieli deve principalmente il motivo di un amore dilaniante, il distacco dello spirito dal corpo è ereditato principalmente da Luzi: «Lasciate il vostro peso alla terra/ il nome dentro il nostro cuore/ e volate via,/ quaggiù non è vostro l’amore.»

Questo Martirio d’amore, portando il poeta a disperdere pezzi di sé negli altri e dunque nel mondo, produce un’identità non statica. Questo stato di indefinitezza è dato dal vivere che tende ad influire sulla stabilità dell’io stesso, dovendo essere misurato in relazione con gli altri ed il mondo e anche in relazione alla pressione che il mondo e gli altri esercitano su di esso:

trovare quella parte che ho lasciata [6]

andare tra le spire del suo vento

portatemela intatta come neve

prima che un piede posi tutto il peso

del corpo scomposto di nuova vita – […]

Come negli esiti più importanti dei romanzi tra otto e novecento anche in Michieli l’epopea dell’io è legata a quella del corpo. Nonostante ciò, se in Proust esso fungeva da guida verso una dimensione personale,[7] in Michieli quest’ultima risulta sempre in divenire poiché, almeno in parte, di continuo riplasmata da agenti esterni e, in definitiva, sempre in mutamento. Riaccogliendo particole sparse del proprio corpo e deformate dall’esterno, Michieli accoglie in sé anche qualcosa – in una certa misura – di estraneo, il quale, naturalmente, porta un cambiamento anche a livello identitario: nell’ottica del veneziano, quindi, il corpo è la porta verso una perpetua riscoperta interiore, un continuo svuotarsi e riempirsi dell’io, di perdita e ritrovamento del corpo.

Una vivere incontrollabile

Mentre molti poeti del sottobosco, pur notando le problematiche del presente, si fossilizzano in una nostalgica rievocazione del passato,  Michieli affronta il problema dell’identità immergendo l’io nel divenire del tempo non avendo timore di registrarne le incoerenze ed i limiti anche in rapporto ad una generazione immediatamente precedente. Ed è proprio nell’ultima sezione del libro, Circostanze, che il rapporto generazionale viene interpretato non solo come limite dell’io, ma anche come carattere distintivo:

Non sono stato ciò che aspettavi:[8]

quei figli, quel bastone che reggesse

il tuo corpo oltre il passo dell’età –

Ma non fu per mancanza mia…

                                                      La vita!

Fu lei a lasciarti prima del tuo tempo –

Già il suo tempo— ripeto ora a me stesso:

il tuo tempo come fosse possibile

stabilire ogni tempo, ogni durata

Come fosse possibile ordinare

al tempo, qualsiasi cosa.

Il mito virgiliano viene calato nella dimensione privata dell’autore che di esso propone una versione negativa. Infatti se Enea, facendosi carico di suo padre, la sua gente ed i Penati, sostanzialmente cercava un’occasione per far sopravvivere altrove la propria cultura e attraverso una serie di profezie egli ha la possibilità di sapere in anticipo l’effettiva realizzazione del suo obbiettivo avendo quindi coscienza di poter influenzare gli eventi, allora Michieli sancisce immediatamente non solo l’impossibilità di tali cimenti, ma anche la sua ineliminabile diversità verso un pur amato padre, che è l’inevitabile affermazione di un’identità e quindi di un punto di rottura: questa la vera chiave di volta della raccolta. Tramite la reinterpretazione negativa del mito, non sarà più possibile per Michieli trovare la stessa continuità generazionale ritrovata da Heney («Between my finger and my thumb/ The squat pen rests./I’ll dig with it.»[9]).

Non avere il controllo totale della propria identità, che è sempre assediata dall’esterno; non poter appropriarsi del tempo in senso proustiano perché l’io è immerso ancora nel divenire; non poter avere totale influenza sugli eventi ed, infine, essere cosciente di costituire momento di rottura culturale rispetto alla precedente generazione: questi punti generano la consapevolezza di uno stato di crisi, che nella raccolta viene esplorato senza difese, senza ricovrare nel vagheggiamento del fantasma di un passato prossimo ormai perduto. A differenza del realismo negativo di poeti come Pusterla, che rilevano una crisi  della relazione tra soggetto e oggetti/mondo, data la « rinuncia ad assumere un ruolo ordinatore nei confronti degli eventi»[10], Michieli tratta la crisi dell’io nel territorio della interiorità stessa e qui, mettendo in discussione i punti precedentemente elencati, mette in discussione la capacità stessa dell’ego di autodeterminarsi, poiché sempre costretto a ritrattare la propria identità con l’esterno.

Fabio Michieli, veneziano, nel 2003 ha dato alle stampe l’edizione critica e commentata del racconto storico Il duca d’Atene di Niccolò Tommaseo (Padova, Antenore), autore su cui si è laureato presso Ca’ Foscari. Suoi interventi critici dedicati a Tommaseo sono presenti sia in rivista («Quaderni Veneti», «Giornale storico della letteratura italiana»), sia in volumi miscellanei.

È del 2008 la pubblicazione della raccolta di poesie Dire, per l’Editrice l’arcolaio; per lo stesso editore dirige la collana “Fuori collana”.

Lettore di poesia e di narrativa, sue recensioni sono apparse in rete e in rivista («l’immaginazione», «Italian Poetry Review»).

È, insieme a Gianni Montieri e Anna Maria Curci, caporedattore del litblog Poetarum Silva.

È co-autore di Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza con A. Toscano e A. Trevisan, “racconto” portato in tour in tutta Italia.

[1] Fabio Michieli, Dire, Arcolaio, Forlì 2019, p.23

[2] Op. Cit, Arcolaio, Forlì 2019 p.26

[3] Op.cit, Arcolaio, Forlì 2019 p.61

[4] Op. cit., Arcolaio, Forlì 2019 p 52

[5] G. Cavalcanti, R. Rea, G. Inglesi (a cura di),Rime,  Carocci, 2011

[6] Op.Cit., Arcolaio, Forlì 2019 p.57

[7] Cfr. Alberto Casadei, Stile e tradizione nel romanzo italiano contemporaneo, Il Mulino, Bologna 2007.

[8] Op.Cit.,Arcolaio, Forlì2019, p.68

[9] S. Heaney,Poesie, Mondadori, Milano, 2016

[10] Dopo la Lirica, poeti italiani 1960-2000, Enrico testa a cura di, Einaudi, Torino 2005

LUCA CENACCHI

GIOVANNI PERRI RECENSISCE “CROCEVIA DEL FUTURO” DI CARLO CIPPARRONE.

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NOTA DI LETTURA DI GIOVANNI PERRI A “CROCEVIA DEL FUTURO” DI

CARLO CIPPARRONE.

Nella copiosa e variegata attuale produzione poetica, alimentata dalla rete e dalla favorevole predisposizione di certa editoria a pubblicare testi talora inadeguati quando non addirittura indegni, può capitare d’imbattersi in autori ancorché sconosciuti vieppiù meritevoli d’attenzione. L’appetito è chiaramente rivolto alla critica militante, la quale opera ormai dichiaratamente una sua silenziosa eclissi, determinata forse dalla sproporzionata produzione vigente, o dal presupposto che forse un autore già noto – e dunque pubblicato con un grande editore -, offra migliori garanzie. Quali siano codeste garanzie, e se abbiano a che fare con la qualità del testo resta l’interrogativo affatto anodino per il quale sarebbe giusto spendersi in riflessioni più ampie, tali da abbracciare il fenomeno nella sua più ampia gamma di relazioni e di identificazioni, non solo culturali ovvero letterarie, ma anche sociali, economiche, frutto spesso di una politica atta a favorire il vizioso perpetuarsi di élites minoritarie perse nell’officio del proprio intramontabile culto.

Quando Saverio Bafaro mi ha contattato per propormi la lettura di una sua curatela a un autore purtroppo scomparso (e considerato tra i dimenticati), al punto da riunire per lui, post-mortem, in una pubblicazione affidata a “L’arcolaio l’ultima produzione rimastagli inedita, ho accolto con entusiasmo non solo per il pregio che riconosco a Saverio d’essere poeta di valore, ma per la sensibilità che gli attribuisco d’essere attento, come lettore e critico, ai richiami dell’autentica poesia.

Non conoscevo Cipparrone e ho subito scoperto l’amicizia che intanto intercorreva tra lui e Saverio, incanalata in progetti stimolanti come la collaborazione alla rivista “Capoverso” fondata dallo stesso Cipparrone e mantenuta viva da un ininterrotto scambio d’idee e riflessioni sulla poesia in cui letteratura e vita finivano per interagire in un reciproco scambio arricchente.

Il libro postumo di Cipparrone, a cui Bafaro ha dato organica forma, è un piccolo grande dono che i poeti si sono fatti, ed è una giustizia resa alla poesia alla luce di una identità riconoscibile sin dalle prime righe in cui il poeta dichiara la propria adesione alla sua misteriosa natura come luogo di attraversamento dal dolore fin dentro il corpo fatato di una possibile felicità: “Come misteriosa conchiglia che in sé racchiude / l’immensità del mare in risonanze d’onde, / ho costruito un guscio al mio dolore. / Ho saputo inventarmi questa sola felicità.”

È resa dunque subito esplicita la formula d’una poetica a cui ci si approssima per sublimazione, senza però tradire il passaggio al poiein originario e fecondo, guscio in cui risuona l’ombra della propria vita a suon di versi. E sono resi, questi, in tutta la loro grazia musicale, ben levigati e legati in un tornello d’acqua sorgiva da cui esce, esplicitato nel suo nascondiglio di parola, il senso: “La speranza è cieca, / immagina piena la vuota sciabica”. “Di notte, tra zigomo e fronte, / l’orbita ridiventa un’umida cavità / tra palpebre avvizzite. / L’occhio finto, rimosso, / confida al bicchiere il suo segreto: /come un pesce esanime / nella boccia di vetro / fissa dal comodino il soffitto. / Di notte anche le protesi / dopo le fatiche del giorno riposano: / le dentiere escono dalle bocche / che svuotandosi si ritraggono, / le gambe artificiali riposte / occupano le sedie accanto ai letti, / le mani di plastica smettono d’agitarsi / allo sportello dell’ufficio invalidi,”

Una poesia dunque mistificatoria, ma come avvolta nel nitore di una inossidabile rivelazione, una sequenza di percezioni in cui aggirarsi sprofondando per cognizioni di cause segrete in cui l’indecifrabile s’apprende dentro una lente luminosa. Ecco il soggetto di questa poesia: uno sguardo lucido sulle cose irraggiungibili, il riconoscimento di un fantasma a cui è dato il peso di un intero dramma tenuto in serbo, la consapevolezza di una resistenza alla vita fatta vibrare nel luogo del disincanto: “Preferendo andare a piedi / usai poco le ali, / che divennero un peso”. Cipparrone mescola sapientemente l’elegia e l’aforisma, dispiega l’ordito in accordi filosofici, capovolge il verso nel breve fotogramma d’un distico in cui la realtà appare spaventata da un piccolo frammento di luce e fonda una speranza in cui riconoscersi, anche provenisse da una disfatta. L’assioma diventa il punto di fuga di una spianata narrazione dentro cui coinvolgere il lettore. E vi partecipa la terra, nella sua gravità fenomenologica, e gli uomini tutti, proiettati, che vi si incagliano: luce dunque come esplosione d’un frammento di verità nel (del) tempo: “Dopo troppe notti senza luna / l’alba stenta a farsi luce. / Non è ancora giorno/ quando, graffiando la nebbia, / le gru riprendono a roteare e intorno / crescono piloni, tralicci, antenne. // Assediata da tutti i lati, / la collina si sgretola. / Nuovi mostri violentano / la placida innocenza della campagna; /tenere groppe cedono / all’assalto delle benne. // Al crocevia sfrecciano veloci i motori, / percorrono viadotti audaci, attraversano / tunnel lunghissimi, vanno / verso un tempo smemorato.”

Da questo crocevia occorre partire per individuare l’elemento forse più seducente di questa poesia: la compresenza, talora disarmante, di una memoria e di un oblio colti come elementi di raccordo e di svolta della poesia stessa intesa come ripiegamento in una peculiare etica: l’indicazione, cioè, di una condotta che pertiene alla poesia in quanto creazione umana e motivo di speranza.

A margine di una sintassi colloquiale, tutta giocata in rimandi metaforici, il respiro dei versi affonda in una gravità che ha la chiarezza delle cose reali, elencabili ma anche smarrenti, come provenienti dalla pellicola di un sogno.

Cipparrone pensa se stesso nel cuore della poesia, e con delicatezza e con umiltà parla di noi, del nostro stare nel tempo ma come sospesi in un approdo che non si compie mai, in un andare che di continuo ci interroga, si apposta, svetta, sguscia, incede, si smarrisce. Si è sempre nell’illusione (sincera e forse anche vana) di cogliere il segreto sfuggente: come il poeta che dimora nella boscaglia dei versi: lui “cacciatore / che tenta di catturare la selvaggina /seguendone le tracce, quando incalza / si dà alla fuga o spicca il volo.”

È il giogo della poesia che si dà per inganni e inveramenti, slittamenti di senso e svolte continue del pensiero.

Con questa poesia, si potrebbe dire, l’uomo ritrova il motivo perduto o solamente immaginato del suo stare al mondo, della vita sente, infine, solo l’indizio di un allontanamento.

Giovanni Perri

ALESSANDRO GAUDIO RECENSISCE “CROCEVIA DEL FUTURO”. VOLUME A CURA DI SAVERIO BAFARO.

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RECENSIONE DI CARLO CIPPARRONE, “CROCEVIA DEL FUTURO

di Alessandro Gaudio

Articolo pubblicato sulla rivista Diacritica

Carlo Cipparrone, scomparso tre anni fa (era nato nel ’34 a Cosenza), è stato un poeta dotato di una voce autonoma e originale che gli ha consentito di distinguersi in un panorama regionale che, negli ultimi trentacinque o quarant’anni, è più asfittico che mai. E non illudano premi, festival e concorsi organizzati a tamburo battente da circoli, gruppi e associazioni, e le centinaia di sillogi oggi stampate per lo più a spese degli autori da un manipolo di tipografi ed editori: la poesia, qui, è, ormai da tempo, stracciata, anzi proprio negata. Né l’assenza di una linea dominante può far credere a un universo poetico variegato. è del tutto vano farsi scudo dietro una profusione lirica mastodontica che, però, resta invisibile, rimane alla macchia e, nella maggior parte dei casi, giustamente. Da premesse simili partiva, ormai vent’anni fa, un bell’articolo del compianto Renato Nisticò cui per tanti motivi, ma soprattutto per la sua attualità, mi piace far riferimento. Si tratta di Deserto e disertori: la letteratura calabrese fuori di sé («Ora Locale − Lettere dal Sud», n. 24, marzo-aprile 2001).

Il garbo di Cipparrone nel rapportarsi alla realtà evidentemente costituisce una delle pochissime felici eccezioni, delineando un percorso che − dalla prima silloge pubblicata nel 1963 (intitolata Le oscure radici e stampata dalle edizioni del Segnacolo) fino all’ultima antologia di versi del 2018 (Teatro della vita per Orizzonti Meridionali), ma passando anche, ad esempio, per il Censimento dei poeti calabresi (Soveria Mannelli, Calabria Letteraria Editrice, 1986), per un bel ricordo di Carlo Betocchi (Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, Cosenza, Orizzonti Meridionali, 2015) e per alcune interessanti note critiche sparse su quotidiani e riviste − merita senz’altro di essere conosciuto meglio. Per la prima fase della poesia di Cipparrone mi si consenta di rinviare al mio «Ma la poesia merita la fatica che spendo per scriverla?». L’utilità degli inutili versi di Carlo Cipparrone («Smerilliana. Luogo di civiltà poetiche», n. 11, 2010, pp. 351-61).

Non deve passare in secondo piano un altro merito di Cipparrone: quello di aver fondato nel 2001 «Capoverso», rivista di scritture poetiche tra le pochissime in formato cartaceo ancora attive nel meridione d’Italia, e di aver contribuito, insieme ai pochissimi sodali, alla sua vitalità. Adesso, grazie all’affettuoso interesse della famiglia e di Saverio Bafaro, a sua volta poeta e solerte redattore di «Capoverso», esce per i tipi dell’Arcolaio una sua raccolta di versi inediti e no, al cui allestimento aveva in parte lavorato lo stesso Cipparrone. L’edizione, introdotta da una nota del curatore e suddivisa in quattro sezioni (Io e gli altri, Pensieri di caccia e di pesca, Quotidianità e Altre poesie), fornisce un quadro, volutamente un po’ indeterminato ma appassionato e quanto mai opportuno, della produzione del poeta cosentino e dell’idea che l’ha mossa.

La poesia, per Cipparrone, è in ciò che sfugge e, al contempo, nello sforzo discreto ma ripetuto, quasi ossessivo, che l’immaginazione produce nel tentativo di seguire una traccia di realtà, di incalzare ciò che si è dato alla fuga o che si è chiuso nel guscio delle cose. Però la poesia è anche nell’eventualità, tutt’altro che remota, che lo sforzo del poeta resti vano, dovendo esaurirsi sulla superficie di quel guscio e persino finendo per accontentarsi dell’evidenza di non aver raggiunto alcunché, di essere rimasta al buio, nell’inganno e nell’errore. Al poeta, allora, dovrà bastare l’imprecisione o l’abbaglio, accettando che nulla è perfetto, che l’uomo si sia sbagliato e che possa continuare a farlo, magari mettendo ordine tra le carte e ripulendo i cassetti o bruciando «vecchi versi e lettere. / Prima che sia tardi» (p. 26). Ad ogni modo, a illuminarne fiocamente l’esistenza c’è una flebile speranza che accompagna i versi, semplici ma lavoratissimi e spesso rielaborati da una silloge all’altra, di Cipparrone, non soltanto quelli inclusi in Crocevia del futuro (dal titolo di una delle poesie), ma anche quelli che segnarono gli ultimi anni della sua vita. Speranza che, «cieca, immagina piena la vuota sciabica» (p. 49) e che incredibilmente sopravvive all’amara e diffusa considerazione «che tutto va [da sempre] peggio» (p. 56). In questa inspiegabile speranza, definita la parte spuria della scrittura in uno dei componimenti più significativi della raccolta (L’immaginazione, p. 65), c’è quel poco di quotidiana chiarezza che, tentando di «strappare l’io dall’io» (p. 53), possiamo pretendere dalla nostra esistenza.

Fare poesia sembrerebbe, dunque, una disposizione semplice che è cosa ben diversa dall’essere ingenua e che ha a che fare direttamente con la vita, consentendo di superare, soli e dissanguati, ogni facile apparenza o, magari, di vivere di quell’apparenza. La poesia di Cipparrone è come se fosse desiderio non esaudito di profondità perché finisce per trovare il suo senso in questa “superficialità” esibita, in una sorta di tempo sospeso che forse, se sfiorato, mostrerà un significato interno, implicito, o, forse, paleserà come il nucleo invisibile, posto al di là della superficie e della speranza, sia pieno di nulla: che sollievo poter contare sulla “certezza” (parziale e imperfetta) che, da qualche parte, quel nocciolo ci sia, ma che, tutto sommato, non interessi sapere dove esso si trovi esattamente; men che meno a un poeta.

(fasc. 39, 25 giugno 2021)

ALESSANDRO GAUDIO

FRANCO DIONESALVI RECENSISCE “CROCEVIA DEL FUTURO” DI CARLO CIPPARRONE.

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CARLO CIPPARRONE. Crocevia del futuro (a cura di Saverio Bafaro), L’arcolaio, Forlimpopoli, 2021 – Recensione tratta dalla rivista Capoverso

Già più volte, da quando ci ha lasciato, questa rivista si è occupata della poesia di Carlo Cipparrone. Attività doverosa, perché Cipparrone è stato per tanti anni l’anima di Capoverso; ma anche ferma volontà di tutti noi, editore e redattori, perché convinti che i suoi testi contengano un monito e un insegnamento per il presente e per il futuro. E dunque giunge a proposito questa raccolta di suoi testi che, appunto, e significativamente, è intitolata “Crocevia del futuro”. Bafaro così identifica i temi principali di queste poesie: “la consistenza, coerenza e resistenza della moralità insita nella Natura, e una cinica forma di macchinazione e speculazione praticata dall’uomo sulla sua “Terra”.

Il curatore della raccolta del poeta, scomparso nel 2018, nell’introduzione ci parla della genesi del libro, e, significativamente, ci narra che esso è nato attraverso un dialogo, in qualche misura onirico, fra lo stesso e Cipparrone, “Io qui, lui lì, dentro una dimensione in cui i morti possono ancora dialogare con i vivi.”

Al di là di questa chiave, il libro è figlio di una frequentazione maturata nel corso del tempo, in cui, per un certo periodo, il poeta scomparso guardava al curatore come a un discepolo, in grado di raccogliere il testimone della sua “missione”, occulta e ineffabile, di poeta negli anni e negli istanti, e quest’ultimo riconosceva, e riconosce, nell’anziano poeta un maestro, non da imitare ma da ascoltare e di cui studiare, approfondire, rinnovare le soluzioni formali e i messaggi.

Questa raccolta contiene componimenti brevi dell’autore, mentre quelli lunghi erano usciti di recente, e anch’essi postumi (per meglio dire contemporanei alla sua dipartita), nell’altra raccolta “Teatro della vita” (Edizioni Orizzonti Meridionali).

La prima sezione, “Io e gli altri”, come di frequente nello stile del poeta, alterna un pessimismo di fondo a guizzi di ironia, ma qui con la capacità di colpire il lettore anche con soluzioni brevissime e decisamente ispirate: “Preferendo andare a piedi / usai poco le ali, / che divennero un peso”.

La seconda sezione ha il curioso titolo “Pensieri di caccia e di pesca”. Leggendo il titolo mi sarei aspettato quella scelta di descrivere i particolari dell’azione con minuzia e discrezione, in quella tonalità espressionistica ricorrente in altre prove cipparroniane, costruita tutta sulla metafora fra il cacciatore e il poeta, laddove la selvaggina esemplifica la parola.

La terza sezione, “Quotidianità”, è leggermente più discorsiva incentrata sul “male di vivere”. E su una quotidianità che è fatta di oggetti piuttosto che da persona: di protesi e occhi finti che riposano, svuotati e insensati, nella notte, deprivati dei loro affittuari. Ma tutte le cose suonano qui disossate. Ma tutte le cose suonano qui disossate, orfane di senso e di territorialità. E questo smarrimento, seppure a voce bassa, si pone anche come giudizio sul tempo che viene: “Percorrono viadotti audaci, attraversano / tunnel lunghissimi, vanno / verso un tempo smemorato”.

L’ultima sezione, apparentemente raccoglitrice di ispirazioni fuori sacco, è quella (quel tempo delle giornate e dell’esistenza) in cui il poeta si concede qualche digressione dal suo concentrato e assuefatto essere al mondo. Eccolo allora “come un surf spinto dal vento / sul filo rapido dell’onda, / seguire rotte audaci”. E, grazie all’intervento dell’immaginazione, grazie al soccorso della fantasia creativa, anche il peso della vita diventa più leggero; dunque, se nessun miracolo viene in nostro soccorso, per lo meno riusciamo a scorgere

“la notte che solleva la luna / sulle spalle curve del cielo / e se ne illumina”.

FRANCO DIONESALVI

GIAN RUGGERO MANZONI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI VITO BONITO: “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA”, NELLA COLLANA IL LABORATORIO DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA (1978-1980) di Vito M. Bonito, Editrice L’arcolaio.

Recensione di Gian Ruggero Manzoni estratta dal suo account Facebook.

Vito M. Bonito, classe 1963, vive a Bologna. Ha pubblicato, dagli ultimi ai primi, i libri: “papaveri per niente” (Derbauch, 2020); “fabula rasa” (Oèdipus 2018 – finalista al premio Montano e al premio Bologna in Lettere); “la bambina bianca” (Derbauch 2017); “Soffiati via” (Il Ponte del Sale 2015 – premio Nazionale Elio Pagliarani 2015); “Luce eterna” (Galerie Bordas Venezia 2012); “Fioritura del sangue” (Perrone 2010); “Sidereus Nuncius” (Grafiche Fioroni 2009); “La vita inferiore” (Donzelli 2004); “Campo degli orfani” (Book 2000 – finalista al premio Metauro); “A distanza di neve” (Book 1997). È presente in “Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano”, a cura di Franco Buffoni (Crocetti 1996); in “Parola Plurale. Sessantaquattro poeti italiani fra due secoli” (Sossella 2005); in “Trent’anni di Novecento. Libri italiani di poesia e dintorni” (1971-2000), a cura di Alberto Bertoni (Book 2005). Ha scritto saggi sulla letteratura barocca, su Pascoli, sulla poesia contemporanea, su Beckett, Artaud, sulla Societas Raffaello Sanzio, sul cinema di Aristakisjan, Herzog, Korine, Noè. Ma entriamo nel vivo di quest’opera… scrive della stessa Bonito: “16 marzo 1978, a Roma le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro, uccidendo gli uomini della sua scorta; 9 maggio 1978, Moro viene giustiziato dalle Brigate Rosse; avevo 15 anni; 28 maggio 1980, a Milano Walter Tobagi viene ucciso dalla Brigata XXVIII marzo; avevo 17 anni; prima e dopo altri furono assassinati, ma non so dire perché la mia memoria torna di continuo a questi due eventi, come una brace, un filo a piombo sul sangue. I salti di memoria, le fratture temporali, le inesattezze sono volute – questo libro non vuole ricostruire niente – non sa, né potrebbe farlo, all’oscuro com’è anche di se stesso. […] Nel dissesto della memoria di un adolescente che allora ‘faceva’ politica si sono inserite letture non più casuali, non solo documentarie e testimoniali. Né esclusivamente saggistiche. Nei buchi della memoria si sono ricomposte voci vive e morte di allora e di adesso, voci di poeti che mi venivano incontro perché tenessi a freno la lingua”. Questo libro è organizzato secondo una scansione pseudo-tragica. Pseudo dal momento che ci sono all’interno dei ‘fuoriposto’, degli inserti grotteschi, talvolta comici (se così possiamo dire), indisciplinati verso una possibile forma del testo. Nella partitura del libro le figure si inseguono in coro, si alternano e si sovrappongono, ma quasi assentandosi l’una dall’altra. Chi parla è conficcato nella propria fine. Gli unici spettatori, forse, di questa fuga di voci sono Stalin e Mao che, morti, guardano la televisione e assistono (stupefatti, compiaciuti, luminosamente retrogradi) al delirio storico, politico e ideologico da loro stessi innescato. Dentro il bagno di sangue che furono i cosiddetti “anni di piombo”, galleggiano uomini e donne, vittime e carnefici, figlie e figli che furono toccati, feriti, esplosi. Questo di Bonito è libro della mia generazione… è libro che sento oltremodo mio. Il poeta e scrittore Luciano Neri ha così detto di quest’ultima opera del nostro autore: “L’atto poetico di Vito M. Bonito si dispiega entro una cornice storica in dissoluzione, il Novecento, che a stento riesce a contenere le voci cantilenanti, remote e disamplificate a cui è affidato il racconto. […] La lingua si avvicenda nei risvolti della storia, nella sua fibra umana più irriducibile, senza la pretesa di riordinare gli eventi di un’epoca al fine di dare credito a una verità. Tra l’oblio e i refusi della memoria si intravede dunque una strettoia in grado di circoscrivere il fallimento delle grandi aspirazioni umane, ormai conchiuso in ciascuno in una privatezza isolata e sorda, in un’auto-segregazione della coscienza”.

GIAN RUGGERO MANZONI

STEFANO MODEO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI FABIO PUSTERLA, “TRUGANINI”, EDITO DA L’ARCOLAIO (COLLANA PHI DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA E DIEGO CONTICELLO).

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Truganini nella spam’’: cura e memoria

in una silloge di Fabio Pusterla, “TRUGANINI“.

23 LUGLIO 2021|IN UNIVERSO POESIA – STRISCIA ROSSA|ARTICOLO DI STEFANO MODEO

Sono andati di fretta

nessuno li ha salutati

nessuno li rammenta

nessuno li ha guardati.

Adesso sono scomparsi

persi nel nulla estinti.

Le stelle si sono spente

nel cielo dei vinti.

È da tempo che qualcosa si muove nel mondo intorno alla parola decolonizzazione, lo vediamo nell’uso del linguaggio oppure nel modo di osservare le cose che accadono; rispetto alle questioni di genere con i movimenti transfemministi o con quelli che affrontano il razzismo come il Black Lives Matter; oppure ancora nelle numerose espressioni d’oppressione nei confronti di popoli e minoranze. Ma cosa c’entra tutto questo con la poesia? Ebbene, la poesia non è forse innanzitutto un lavoro di decolonizzazione? I veri poeti sono costruttori di senso, quelli cioè che hanno consapevolezza di ciò che vanno scrivendo e che seguono un rumore che proviene dalla vita e dal mondo. È il caso di Fabio Pusterla, poeta ticinese, autore di numerose raccolte, saggi e traduzioni. Per l’editore L’arcolaio, nella collana diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello, ha appena dato alle stampe Truganini, una piccola silloge che anticipa e fa parte di un lavoro più ampio ancora inedito.

Perché dunque parlare di senso, di percezione di un rumore di fondo? Chi o cosa è Truganini?

Per comprendere il titolo di questa raccolta dobbiamo spingerci sino in Tasmania. L’isola situata a sud dell’Australia fu, infatti, per lungo tempo patria della popolazione aborigena Palawa, la quale con l’arrivo degli europei tra il XVII ed il XVIII secolo, fu progressivamente decimata. Truganini – ci fa sapere l’autore in una nota finale – secondo le cronache fu l’ultima aborigena della Tasmania: l’ultima a morire, dopo il genocidio del suo popolo. Il colonialismo europeo si abbatté su questa popolazione con le solite armi: campi di prigionia, malattie sconosciute ai locali e poi la cosiddetta “Black War” da parte dei britannici agli aborigeni, la quale prevedeva l’immunità giuridica per chi ne avesse ucciso uno. Tuttavia Truganini è stata anche una partigiana del movimento di resistenza indigeno, un vero e proprio intralcio per i coloni. In questo senso, sin dall’esergo virgiliano «Atque in ventos vita recessit» (e nell’aria la vita si dileguò), ci appare chiaro il discorso di Pusterla: dare voce alla vita sotto attacco, alla sua espressione originale destinata a scomparire insieme alla sua memoria:

Con ninnoli crestine

con paroline stucchevoli

tutto è stato distrutto

tutto è stato rubato.

Truganini non può dire io

Truganini non può ricordare nulla

perché io non esiste non è più neanche un altro

e la memoria è fuori corso senza parole

le cose della memoria non sarebbero riconoscibili

come cose vere tangibili.

Il mondo di adesso è fatto di cose diverse

non vuole ricordare quelle di prima.

Verrebbe da pensare al discorso di Pasolini proprio sui temi della necessità del ritorno al sacro di fronte alla mutazione antropologica prodotta dalla società dei consumi, un’altra forma di colonizzazione. Il modo in cui questa in pochi anni produsse la scomparsa della civiltà contadina e il suo sradicamento culturale, ad esempio, non è altro che la solita prassi di chi devasta in nome del profitto, oggi come ieri. Per questo motivo la memoria, così come all’origine la poesia orale nella sua funzione, è l’unica vera arma di Truganini, capace di ricostruire le linee di una tradizione, un sistema di valori che può dialogare con il presente, qualcosa di cui avere costantemente cura per resistere.

«Abbi cura di te» aveva detto qualcuno

prima di scomparire.

Ma di cosa aver cura

se nulla rimane se tutto

svanisce nel silenzio?

Vanno via come foglie

sorrisi e antiche promesse, aquiloni

dispersi. Si strappano i volti.

Per questo Truganini tiene in ordine

tutti gli oggetti, calzini,

ammennicoli vari, minuscole

immagini, pettini, stoffe.

Sono gli ultimi argini

contro il maestrale che soffia, la paura.

Dentro armadi o cassetti

allineati corpi in superfici piane

o appese a muri cose inanimate

mimano paci travolte

la danza del vuoto

senza protezione

senza consolazione

senza memoria

dicono abbiate cura non importa di cosa

dicono custodite gli scomparsi.

STEFANO MODEO

TORNA IN CASA ARCOLAIO L’AUTRICE IRLANDESE AFRIC MC GLINCHEY CON IL SUO ULTIMO LIBRO: “IL FANTASMA DEL GATTO PESCATORE”. COLLANA “L’ALTRA LINGUA” DIRETTA DA LORENZO MARI.

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Torna, dopo qualche anno, la brava poetessa irlandese Afric Mc Glinchey, a tenerci compagnia dalle pagine de L’arcolaio. La collana che la ospita è quella diretta da Lorenzo Mari. Il titolo – Il fantasma del gatto pescatore – ha una sua freschezza visiva, fattore che caratterizza la nostra amica poeta. La raccolta è stata tradotta da Elisabetta Fiorucci. L’introduzione è curata da Maria Luisa Vezzali.

Proporremo, qui sotto, l’accurata puntualizzazione della Vezzali.

Subito dopo, proporremo alcuni testi della nostra Afric.

Buona lettura a tutti!

Introduzione

«Il miglior approccio è una porta aperta»:

la poesia come esercizio di disponibilità e interconnessione

Afric McGlinchey è un’irlandese che ha trascorso la giovi­nezza tra lo Zimbabwe e altri paesi africani e che, nonostante il suo rientro a casa, nella suggestiva regione del Cork occi­dentale, conserva una tensione verso tutto ciò che è altro e lontano, una “furia dislocatoria” che le concede una partico­lare capacità di attenzione ed empatia verso le situazioni, le storie più disparate. È probabilmente a causa di questa natura che, a un primo contatto, le sue raccolte appaiono centrifughe, pluritematiche, di difficile precipitazione verso un nucleo uni­ficante. In realtà, a una lettura più accorta, si percepisce che un elemento di coesione esiste e posa su una concezione della poesia, appunto, come interconnessione, non solo tra le per­sone, ma anche tra spazi e tempi diversi, tra l’umanità e l’am­biente che la abbraccia.

  In questa sua seconda opera, che se­gue a La buona stella delle cose nascoste pubblicata sempre in que­sta collana nel 2015, inoltre, non è difficile individuare un leit motiv (la natura felina e cangiante del desiderio creativo) e un’atmosfera ricorrente (Parigi), che sono poi quelli segnalati dal titolo Il fantasma del gatto pescatore. Quasi inevitabilmente, d’altronde, gli artisti “iti­neranti” vengono prima o poi attratti nella sfera d’influenza di uno scenario internazionale e multi­culturale come Parigi. L’animale che presta nome al libro de­riva, infatti, da una leg­genda legata a un’angusta strada pari­gina, la Rue du Chat qui Pêche, eall’alchimista – l’esperto di pas­saggi e metamorfosi per eccellenza – che si dice aver vissuto lì nel XV secolo, esser sparito misteriosamente dopo l’affoga­mento del suo gatto e altrettanto misteriosamente ricomparso insieme al suo fami­glio poco tempo dopo. Tale mito riassume un po’ tutti gli ele­menti che si ritrovano in questa raccolta: l’identificazione tra le pratiche alchemiche e la scrittura, la possibilità di rivivere oltre la morte in diverse forme di subli­mazione, la capacità dello sguardo poetico di catturare le pre­senze fantasmatiche che vibrano intorno e dentro di noi. Il tutto immerso in un irresistibile goût francese, creato dai topo­nimi (come Pont des Artes), i cibi (come le crêpes de sucre de citron), i personaggi (come Héloïse), gli artisti (come Godard), le espressioni (come l’esprit d’escalier).

  Il primo testo è un’ecce­zionale chiave d’accesso a que­sta visione del mondo e della poesia. “La musica del gatto”, infatti, prende il suo avvio cupo e mostruosamente organico dopo che il crimine dell’annega­mento del micio – versione oscena e ribaltata di un sacrificio rituale – è già compiuto: il piccolo cadavere affonda in un «ba­rile d’acqua piovana / nero come una macchia di petrolio», con i suoi «organi separati / da grasso e letame», «raschiato ancora, / poi rimestato // tra esalazioni solforiche». Chi legge si trova immediatamente proiettato tra i fetori e i cascami fi­siologici della fase di Ni­gredo, il primo stadio della trasforma­zione nell’iter della Grande Opera alchemica, quello della pu­trefazione della ma­teria. Ma è altrettanto immediatamente chiaro che si tratta solo dell’inizio del processo, perché – per usare le parole di Tommaso d’Aquino – grazie alla «regola­mentazione del fuoco» (ovvero il regimen ignis del lavoro arti­stico) appariranno altri colori oltre al nero, «il bianco, il giallo citrino e il rosso», e finalmente «senza altra operazione ma­nuale… ciò che era manifesto sarà nascosto e ciò che era na­scosto sarà manife­sto». In questo testo tale miracolo di rever­sibilità si attua grazie alla possibilità che le viscere del gatto così “raschiate” vengano attaccate a uno strumento e accor­date, fino a produrre una «musica così intricata / e sorpren­dente, // che verrebbe da pensare / che l’animale sia risorto». Dalla corruzione, quindi, può originare una nuova vita, spiri­tuale e sublime come quella della musica. Una resurrezione che in lingua inglese avviene in modo molto più diretto, dato che catgut, letteralmente “bu­della di gatto” (anche se in realtà abbreviazione di cattlegut, ov­vero budella di pecora o capra), è il tipo di fibra naturale uti­lizzato in passato per i violini e in generale gli strumenti a corda. L’idea, comunque, resta perspi­cua anche in italiano: l’essere umano non si arrende alla morte, non la lascia preva­lere, e nella sua sostanza più intimamente antropologica è marchiato proprio dalla peculiarità di ideare strumenti (“stru­menti umani” appunto, come la religione, l’arte, la memoria) per seminare tracce di presenza anche dopo di essa.  

  Per questo, secondo McGlinchey, la fine in assoluto più insopportabile è quella del Volo 370 della Malaysia Airli­nes, scomparso dai sistemi di localizzazione l’8 marzo del 2014 e mai più rintracciato nonostante tre anni di ricerche in centoventimila chilometri quadrati di oceano: sparire del tutto, non lasciare di sé nemmeno un flebile segno. Ed ecco che allora la poesia “Volo MH370” richiama dal «sentiero nella terra dei morti» i duecentotrentanove passeggeri che si trovavano su quell’aereo, li incastona in un punto adimensio­nale del tempo dove la loro presenza, circondata dal «silenzio radar», può diventare un gesto fissato di assertività accecante: il bambino che conta sulle dita, la bambina che «dorme ap­poggiata / alla spalla immobile della madre», l’uomo che «prende la mano di uno sconosciuto», la donna che pensa al rum bevuto insieme ai pescatori «a Kuching» mentre «tutti ri­devano». Di nuovo la vita, nella sua accezione più intensa e pulsante, in faccia alla morte.

  Di questo tenore sono anche altri testi, come “Sul ri­cevere una lettera da un soldato dopo la sua morte”, che fa partecipare tutta la natura a un singolo lutto con la medesima pietas dell’autrice schiacciata «sotto il largo palmo del cielo»: le piante sono «morte su un balcone» e «le foglie luccicano / verde-latte come un cadavere»; pure in quel latte e in quel luc­cicore c’è la vigorosa celebrazione della durata della voce di un individuo oltre la sua fine biologica. O come “L’uomo che cadde dal cielo”, in memoria di José Ma­tada, il giovane mi­grante mozambichese che nel settembre del 2012, nel tenta­tivo di raggiungere l’Europa clandestinamente, si è nascosto nel carrello di un aereo della British Airways ed è precipitato sul tetto di un edificio di Londra, proprio mentre il velivolo era in fase di atterraggio: ancora una volta la fine del testo ri­balta e contesta l’incipit e, mentre all’inizio il ra­gazzo cade verso il basso «piccolo e nero, / come un granello nell’oc­chio», nella conclusione la sua immagine è inghiottita in quella di un «sole giallo» che si issa «nel cielo / come stesse volando». O ancora “Raduno 1606”, che rievoca l’espulsione da Parigi degli immigrati fuggiti dall’Irlanda a seguito della ter­ribile ca­restia di quell’anno. Qui McGlinchey rivive il dolore e la ver­gogna dei suoi antichi connazionali in una sorta di espe­rienza medianica: dopo che la nebbia che le ha velato gli occhi e le orecchie hanno iniziato a far male, i sensi perdono con­tatto con la realtà fattuale e vengono proiettati all’indietro, sin­to­nizzati su un «passato urlante», sui «fantasmi» e sulle «om­bre» dei rimpatriati in nave. L’autrice, come posseduta dallo spirito di un bambino di allora, percepisce il buio sottoco­perta, il freddo dei «panni sottili», il disagio delle «bende / sporche», ma negli ultimi tre versi un calore «comincia a tra­pelare», il calore irradiato da un talismano materno e dal ri­cordo dei versi di una maledizione irlandese, perfetta sintesi del valore che, per un mondo che migra, è conservato dalla resistenza dei vincoli familiari e delle radici culturali contro ogni forma di sopruso e di cancellazione della dignità.

  La poe­sia diventa, in questo modo, una sorta di regi­stro di cose che restano, Leavings, “Rimasugli”, come si intitola la terza sezione dell’opera, ma anche di quelle «particelle di luce» che si pos­sono trovare «in una goccia di pioggia» purché si abbia la vista abbastanza acuta e attenta per coglierle. È que­sta la dote più affinata di McGlinchey: applicarsi meticolosa­mente alla chi­mica della vita, individuarne un campione, iniet­targli quel li­quido colorante che è la scrittura e renderlo evi­dente nei suoi costituenti minimi per chiunque, perché in fin dei conti «è tutto materiale» e «la materia è solo / immagine». E, si po­trebbe aggiungere, l’immaginazione è la possibilità di trascen­denza della materia. Il «potere dell’immaginazione» – ci ri­corda, infatti, verso la fine del percorso, il testo eponimo del libro – non è solo ciò che permette agli occhi di “ammor­bi­dirsi” e di sviluppare una visione periferica (sense peripherals, / like an animal tracker), ma è anche ciò che consente un «guizzo», la facoltà di «saltare fuori da un mondo / e in un altro». In sostanza, un’occasione di uscità di sé, di “estasi”.

  Tale occa­sione è talmente preziosa che l’autrice le de­dica esplicitamente un testo ispirato alla celebre massima di Rimbaud Je est un autre,“Io non è sempre me”, dove il soggetto che parla in prima persona non coincide con l’identità biogra­fica di McGlinchey, rivelando invece la gamma chiaroscura di emozioni di una persona costretta a espatriare. Ma è un po’ in tutti i testi di questa autrice che si può verificare una tendenza alla “creoliz­zazione” – nel senso del termine proposto dal grande scrittore e saggista caraibico Édouard Glissant – e alla mescolanza dei punti di vista, della memoria (che non per caso viene definita «plurale»), dei registri, persino delle forme me­triche (all’in­terno del volume si possono trovare sonetti, villa­nelle, com­posizioni in terzine e in versi liberi, le più svariate). Questo ovviamente non significa che Afric non possa essere anche Afric, e non ci parli delle sue complicate relazioni con un amore «che non riesce a stare fermo», come in “Slancio vi­tale”, o dei suoi affetti familiari, come in “Zaff” (per la figlia Micaela) e “Alchimia della felicità” (per il figlio Cian), delle sue paure, per esempio nei confronti dello sfregio ambientale, come per le foreste che predicono «il loro stesso respiro for­zato / pieno della puntura delle motoseghe» di “Le tre facce della notte” o «l’onda che appare sulla soglia» di “Diluvio”, e certamente dei suoi desideri, come la libertà di cantare sotto la pioggia accogliendola «come un’ostia, sulla lingua» (“Un fiume di famigli”). Significa solo che, in questi tempi di intol­leranza e disuguaglianze, fenomeni come le pandemie o le crisi finanziarie internazionali ci danno la misura di quanto siamo in realtà tutti vicini e interconnessi. Non abbiamo giardini da cui poter tenere fuori nemici fisici o immateriali. Tutto av­viene in our garden. Afric McGlinchey lo sa bene: ci dice “io sono te”, “tu sei noi”, “l’immaginazione è la lingua veicolare che ci permette di capirci”. Il miglior approccio al presente, all’umano, in fondo, è una «porta aperta». Vieni ora chiunque tu sia! / Vieni senza alcuna paura di non piacere. / Vieni sia che tu sia un musulmano, un cristiano o un ebreo… / Questa porta non è una porta di paura. / Questa è una porta di buone speranze (Jalàl al-Dîn Rûmî).

Maria Luisa Vezzali

(luglio 2020)

Alcuni testi:

Slancio vitale

 “Ho un gatto ora. Entra, esce.”

 Matthew Hollis  

Non riesce a stare fermo.

È stato tenuto dentro troppo a lungo,

e fa su e giù con gli incomprensibili

balzi di una creatura marchiata.

Cammina velocemente,

le vibrazioni lanciano esche

in varie direzioni.

Non dico stia cacciando.

È solo che, in questo stato,

è irraggiungibile,

come se un vetro invisibile

circondasse il suo corpo agile.

Altre volte,

potrei camminargli

attraverso.

Tutta la materia è solo

immagine, dopotutto.

In ogni caso, non è lì,

ma sta miagolando lamentoso

su qualche tetto,

o saltando dall’albero più alto,

il suo unico carrello di atterraggio

l’ingegnosità.

Il miglior approccio

è una porta aperta.

Prima o poi entra.

**

Le tre facce della notte

I

I gatti fanno parte dell’oscurità, avvinghiati

al peso dello spirito diabolico della notte.

Rimuginano sulla storia di un molo di fiamme,

fuoco–sorella, cieli mutevoli.

C’è anche violenza, nel curvarsi delle voci attorno

al peso delle indiscrezioni.

Le macchine indietreggiano come lingue.

Una nuvola serpente. Così tanto da nascondere.

Tutte le notti, viene il tuo regno.

II

Il fiume lirico sta chiamando,

come se la parola ‘nebbia’ fosse piena di ombre brancolanti.

Pioggia nel buio, armoniosa.

Uccelli raccolgono petrolio, appiccicosi e lenti.

Uno lancia un grumo che colpisce un uomo di passaggio

in bicicletta, mentre noi siamo accoccolati in una macchina sul molo.

Per quanto a lungo può un gatto

dimenarsi in una sacca di juta?

Ma questa è solo una lunga notte in una stanza.

III

Alberi imbizzarriti gettano i loro rami al cielo,

pieni dei polmoni di una bambina di due anni

issata sulle spalle del padre,

che vede il mondo da quell’altezza svettante.

Da qui, le foreste

possono predire il loro stesso respiro forzato

pieno della puntura delle motoseghe.

Ho passato così tante ore sfrecciando oltre

il silenzio urlante stipato sotto di me.

***

Pareidolia

Vicino all’estuario, xilofoni di limo

su argillite e ciottoli,

fossili calibrati.

Relitti per un paleontologo:

le tumultuose possibilità

di un teschio.

A falcate su per la collina, un vento fresco,

la sua visibile striscia una fasciatura verde

che prende la forma di una coppia abbracciata.

Le allucinazioni creano

le loro proprie inflessioni.

Nuvole imbiancate a calce, a spirale,

atolli che si arricciano, gialli, violetti, blu,

come il fazzoletto magico di un

prestigiatore, luminoso come la luce

di una moneta che si rovescia. Un aliante solitario.

Il pilota gioca alla sfida, scherza

nel palazzo del cielo

occhi che sono arco

del sole, nel momento silenzioso

prima che precipiti.




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