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TORNA IN CASA ARCOLAIO L’AUTRICE IRLANDESE AFRIC MC GLINCHEY CON IL SUO ULTIMO LIBRO: “IL FANTASMA DEL GATTO PESCATORE”. COLLANA “L’ALTRA LINGUA” DIRETTA DA LORENZO MARI.

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Torna, dopo qualche anno, la brava poetessa irlandese Afric Mc Glinchey, a tenerci compagnia dalle pagine de L’arcolaio. La collana che la ospita è quella diretta da Lorenzo Mari. Il titolo – Il fantasma del gatto pescatore – ha una sua freschezza visiva, fattore che caratterizza la nostra amica poeta. La raccolta è stata tradotta da Elisabetta Fiorucci. L’introduzione è curata da Maria Luisa Vezzali.

Proporremo, qui sotto, l’accurata puntualizzazione della Vezzali.

Subito dopo, proporremo alcuni testi della nostra Afric.

Buona lettura a tutti!

Introduzione

«Il miglior approccio è una porta aperta»:

la poesia come esercizio di disponibilità e interconnessione

Afric McGlinchey è un’irlandese che ha trascorso la giovi­nezza tra lo Zimbabwe e altri paesi africani e che, nonostante il suo rientro a casa, nella suggestiva regione del Cork occi­dentale, conserva una tensione verso tutto ciò che è altro e lontano, una “furia dislocatoria” che le concede una partico­lare capacità di attenzione ed empatia verso le situazioni, le storie più disparate. È probabilmente a causa di questa natura che, a un primo contatto, le sue raccolte appaiono centrifughe, pluritematiche, di difficile precipitazione verso un nucleo uni­ficante. In realtà, a una lettura più accorta, si percepisce che un elemento di coesione esiste e posa su una concezione della poesia, appunto, come interconnessione, non solo tra le per­sone, ma anche tra spazi e tempi diversi, tra l’umanità e l’am­biente che la abbraccia.

  In questa sua seconda opera, che se­gue a La buona stella delle cose nascoste pubblicata sempre in que­sta collana nel 2015, inoltre, non è difficile individuare un leit motiv (la natura felina e cangiante del desiderio creativo) e un’atmosfera ricorrente (Parigi), che sono poi quelli segnalati dal titolo Il fantasma del gatto pescatore. Quasi inevitabilmente, d’altronde, gli artisti “iti­neranti” vengono prima o poi attratti nella sfera d’influenza di uno scenario internazionale e multi­culturale come Parigi. L’animale che presta nome al libro de­riva, infatti, da una leg­genda legata a un’angusta strada pari­gina, la Rue du Chat qui Pêche, eall’alchimista – l’esperto di pas­saggi e metamorfosi per eccellenza – che si dice aver vissuto lì nel XV secolo, esser sparito misteriosamente dopo l’affoga­mento del suo gatto e altrettanto misteriosamente ricomparso insieme al suo fami­glio poco tempo dopo. Tale mito riassume un po’ tutti gli ele­menti che si ritrovano in questa raccolta: l’identificazione tra le pratiche alchemiche e la scrittura, la possibilità di rivivere oltre la morte in diverse forme di subli­mazione, la capacità dello sguardo poetico di catturare le pre­senze fantasmatiche che vibrano intorno e dentro di noi. Il tutto immerso in un irresistibile goût francese, creato dai topo­nimi (come Pont des Artes), i cibi (come le crêpes de sucre de citron), i personaggi (come Héloïse), gli artisti (come Godard), le espressioni (come l’esprit d’escalier).

  Il primo testo è un’ecce­zionale chiave d’accesso a que­sta visione del mondo e della poesia. “La musica del gatto”, infatti, prende il suo avvio cupo e mostruosamente organico dopo che il crimine dell’annega­mento del micio – versione oscena e ribaltata di un sacrificio rituale – è già compiuto: il piccolo cadavere affonda in un «ba­rile d’acqua piovana / nero come una macchia di petrolio», con i suoi «organi separati / da grasso e letame», «raschiato ancora, / poi rimestato // tra esalazioni solforiche». Chi legge si trova immediatamente proiettato tra i fetori e i cascami fi­siologici della fase di Ni­gredo, il primo stadio della trasforma­zione nell’iter della Grande Opera alchemica, quello della pu­trefazione della ma­teria. Ma è altrettanto immediatamente chiaro che si tratta solo dell’inizio del processo, perché – per usare le parole di Tommaso d’Aquino – grazie alla «regola­mentazione del fuoco» (ovvero il regimen ignis del lavoro arti­stico) appariranno altri colori oltre al nero, «il bianco, il giallo citrino e il rosso», e finalmente «senza altra operazione ma­nuale… ciò che era manifesto sarà nascosto e ciò che era na­scosto sarà manife­sto». In questo testo tale miracolo di rever­sibilità si attua grazie alla possibilità che le viscere del gatto così “raschiate” vengano attaccate a uno strumento e accor­date, fino a produrre una «musica così intricata / e sorpren­dente, // che verrebbe da pensare / che l’animale sia risorto». Dalla corruzione, quindi, può originare una nuova vita, spiri­tuale e sublime come quella della musica. Una resurrezione che in lingua inglese avviene in modo molto più diretto, dato che catgut, letteralmente “bu­della di gatto” (anche se in realtà abbreviazione di cattlegut, ov­vero budella di pecora o capra), è il tipo di fibra naturale uti­lizzato in passato per i violini e in generale gli strumenti a corda. L’idea, comunque, resta perspi­cua anche in italiano: l’essere umano non si arrende alla morte, non la lascia preva­lere, e nella sua sostanza più intimamente antropologica è marchiato proprio dalla peculiarità di ideare strumenti (“stru­menti umani” appunto, come la religione, l’arte, la memoria) per seminare tracce di presenza anche dopo di essa.  

  Per questo, secondo McGlinchey, la fine in assoluto più insopportabile è quella del Volo 370 della Malaysia Airli­nes, scomparso dai sistemi di localizzazione l’8 marzo del 2014 e mai più rintracciato nonostante tre anni di ricerche in centoventimila chilometri quadrati di oceano: sparire del tutto, non lasciare di sé nemmeno un flebile segno. Ed ecco che allora la poesia “Volo MH370” richiama dal «sentiero nella terra dei morti» i duecentotrentanove passeggeri che si trovavano su quell’aereo, li incastona in un punto adimensio­nale del tempo dove la loro presenza, circondata dal «silenzio radar», può diventare un gesto fissato di assertività accecante: il bambino che conta sulle dita, la bambina che «dorme ap­poggiata / alla spalla immobile della madre», l’uomo che «prende la mano di uno sconosciuto», la donna che pensa al rum bevuto insieme ai pescatori «a Kuching» mentre «tutti ri­devano». Di nuovo la vita, nella sua accezione più intensa e pulsante, in faccia alla morte.

  Di questo tenore sono anche altri testi, come “Sul ri­cevere una lettera da un soldato dopo la sua morte”, che fa partecipare tutta la natura a un singolo lutto con la medesima pietas dell’autrice schiacciata «sotto il largo palmo del cielo»: le piante sono «morte su un balcone» e «le foglie luccicano / verde-latte come un cadavere»; pure in quel latte e in quel luc­cicore c’è la vigorosa celebrazione della durata della voce di un individuo oltre la sua fine biologica. O come “L’uomo che cadde dal cielo”, in memoria di José Ma­tada, il giovane mi­grante mozambichese che nel settembre del 2012, nel tenta­tivo di raggiungere l’Europa clandestinamente, si è nascosto nel carrello di un aereo della British Airways ed è precipitato sul tetto di un edificio di Londra, proprio mentre il velivolo era in fase di atterraggio: ancora una volta la fine del testo ri­balta e contesta l’incipit e, mentre all’inizio il ra­gazzo cade verso il basso «piccolo e nero, / come un granello nell’oc­chio», nella conclusione la sua immagine è inghiottita in quella di un «sole giallo» che si issa «nel cielo / come stesse volando». O ancora “Raduno 1606”, che rievoca l’espulsione da Parigi degli immigrati fuggiti dall’Irlanda a seguito della ter­ribile ca­restia di quell’anno. Qui McGlinchey rivive il dolore e la ver­gogna dei suoi antichi connazionali in una sorta di espe­rienza medianica: dopo che la nebbia che le ha velato gli occhi e le orecchie hanno iniziato a far male, i sensi perdono con­tatto con la realtà fattuale e vengono proiettati all’indietro, sin­to­nizzati su un «passato urlante», sui «fantasmi» e sulle «om­bre» dei rimpatriati in nave. L’autrice, come posseduta dallo spirito di un bambino di allora, percepisce il buio sottoco­perta, il freddo dei «panni sottili», il disagio delle «bende / sporche», ma negli ultimi tre versi un calore «comincia a tra­pelare», il calore irradiato da un talismano materno e dal ri­cordo dei versi di una maledizione irlandese, perfetta sintesi del valore che, per un mondo che migra, è conservato dalla resistenza dei vincoli familiari e delle radici culturali contro ogni forma di sopruso e di cancellazione della dignità.

  La poe­sia diventa, in questo modo, una sorta di regi­stro di cose che restano, Leavings, “Rimasugli”, come si intitola la terza sezione dell’opera, ma anche di quelle «particelle di luce» che si pos­sono trovare «in una goccia di pioggia» purché si abbia la vista abbastanza acuta e attenta per coglierle. È que­sta la dote più affinata di McGlinchey: applicarsi meticolosa­mente alla chi­mica della vita, individuarne un campione, iniet­targli quel li­quido colorante che è la scrittura e renderlo evi­dente nei suoi costituenti minimi per chiunque, perché in fin dei conti «è tutto materiale» e «la materia è solo / immagine». E, si po­trebbe aggiungere, l’immaginazione è la possibilità di trascen­denza della materia. Il «potere dell’immaginazione» – ci ri­corda, infatti, verso la fine del percorso, il testo eponimo del libro – non è solo ciò che permette agli occhi di “ammor­bi­dirsi” e di sviluppare una visione periferica (sense peripherals, / like an animal tracker), ma è anche ciò che consente un «guizzo», la facoltà di «saltare fuori da un mondo / e in un altro». In sostanza, un’occasione di uscità di sé, di “estasi”.

  Tale occa­sione è talmente preziosa che l’autrice le de­dica esplicitamente un testo ispirato alla celebre massima di Rimbaud Je est un autre,“Io non è sempre me”, dove il soggetto che parla in prima persona non coincide con l’identità biogra­fica di McGlinchey, rivelando invece la gamma chiaroscura di emozioni di una persona costretta a espatriare. Ma è un po’ in tutti i testi di questa autrice che si può verificare una tendenza alla “creoliz­zazione” – nel senso del termine proposto dal grande scrittore e saggista caraibico Édouard Glissant – e alla mescolanza dei punti di vista, della memoria (che non per caso viene definita «plurale»), dei registri, persino delle forme me­triche (all’in­terno del volume si possono trovare sonetti, villa­nelle, com­posizioni in terzine e in versi liberi, le più svariate). Questo ovviamente non significa che Afric non possa essere anche Afric, e non ci parli delle sue complicate relazioni con un amore «che non riesce a stare fermo», come in “Slancio vi­tale”, o dei suoi affetti familiari, come in “Zaff” (per la figlia Micaela) e “Alchimia della felicità” (per il figlio Cian), delle sue paure, per esempio nei confronti dello sfregio ambientale, come per le foreste che predicono «il loro stesso respiro for­zato / pieno della puntura delle motoseghe» di “Le tre facce della notte” o «l’onda che appare sulla soglia» di “Diluvio”, e certamente dei suoi desideri, come la libertà di cantare sotto la pioggia accogliendola «come un’ostia, sulla lingua» (“Un fiume di famigli”). Significa solo che, in questi tempi di intol­leranza e disuguaglianze, fenomeni come le pandemie o le crisi finanziarie internazionali ci danno la misura di quanto siamo in realtà tutti vicini e interconnessi. Non abbiamo giardini da cui poter tenere fuori nemici fisici o immateriali. Tutto av­viene in our garden. Afric McGlinchey lo sa bene: ci dice “io sono te”, “tu sei noi”, “l’immaginazione è la lingua veicolare che ci permette di capirci”. Il miglior approccio al presente, all’umano, in fondo, è una «porta aperta». Vieni ora chiunque tu sia! / Vieni senza alcuna paura di non piacere. / Vieni sia che tu sia un musulmano, un cristiano o un ebreo… / Questa porta non è una porta di paura. / Questa è una porta di buone speranze (Jalàl al-Dîn Rûmî).

Maria Luisa Vezzali

(luglio 2020)

Alcuni testi:

Slancio vitale

 “Ho un gatto ora. Entra, esce.”

 Matthew Hollis  

Non riesce a stare fermo.

È stato tenuto dentro troppo a lungo,

e fa su e giù con gli incomprensibili

balzi di una creatura marchiata.

Cammina velocemente,

le vibrazioni lanciano esche

in varie direzioni.

Non dico stia cacciando.

È solo che, in questo stato,

è irraggiungibile,

come se un vetro invisibile

circondasse il suo corpo agile.

Altre volte,

potrei camminargli

attraverso.

Tutta la materia è solo

immagine, dopotutto.

In ogni caso, non è lì,

ma sta miagolando lamentoso

su qualche tetto,

o saltando dall’albero più alto,

il suo unico carrello di atterraggio

l’ingegnosità.

Il miglior approccio

è una porta aperta.

Prima o poi entra.

**

Le tre facce della notte

I

I gatti fanno parte dell’oscurità, avvinghiati

al peso dello spirito diabolico della notte.

Rimuginano sulla storia di un molo di fiamme,

fuoco–sorella, cieli mutevoli.

C’è anche violenza, nel curvarsi delle voci attorno

al peso delle indiscrezioni.

Le macchine indietreggiano come lingue.

Una nuvola serpente. Così tanto da nascondere.

Tutte le notti, viene il tuo regno.

II

Il fiume lirico sta chiamando,

come se la parola ‘nebbia’ fosse piena di ombre brancolanti.

Pioggia nel buio, armoniosa.

Uccelli raccolgono petrolio, appiccicosi e lenti.

Uno lancia un grumo che colpisce un uomo di passaggio

in bicicletta, mentre noi siamo accoccolati in una macchina sul molo.

Per quanto a lungo può un gatto

dimenarsi in una sacca di juta?

Ma questa è solo una lunga notte in una stanza.

III

Alberi imbizzarriti gettano i loro rami al cielo,

pieni dei polmoni di una bambina di due anni

issata sulle spalle del padre,

che vede il mondo da quell’altezza svettante.

Da qui, le foreste

possono predire il loro stesso respiro forzato

pieno della puntura delle motoseghe.

Ho passato così tante ore sfrecciando oltre

il silenzio urlante stipato sotto di me.

***

Pareidolia

Vicino all’estuario, xilofoni di limo

su argillite e ciottoli,

fossili calibrati.

Relitti per un paleontologo:

le tumultuose possibilità

di un teschio.

A falcate su per la collina, un vento fresco,

la sua visibile striscia una fasciatura verde

che prende la forma di una coppia abbracciata.

Le allucinazioni creano

le loro proprie inflessioni.

Nuvole imbiancate a calce, a spirale,

atolli che si arricciano, gialli, violetti, blu,

come il fazzoletto magico di un

prestigiatore, luminoso come la luce

di una moneta che si rovescia. Un aliante solitario.

Il pilota gioca alla sfida, scherza

nel palazzo del cielo

occhi che sono arco

del sole, nel momento silenzioso

prima che precipiti.




GIANNI MONTIERI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI VITO BONITO, “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA”, NELLA COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI.

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GIANNI MONTIERI SI SOFFERMA SULL’ULTIMO LIBRO DI VITO BONITO:

DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA

NELLA COLLANA PHI DIRETTA DA GIANLUCA D’ANDREA E DIEGO CONTICELLO.

ARTICOLO PUBBLICATO SUL BLOG MINIMA & MORALIA, PER LA RUBRICA “I CORDONI DELLA POESIA”.

Come si porta la memoria collettiva dentro un testo poetico? Come si può offrire una visione nuova a una narrazione storica e centrale per la vita del nostro paese? Probabilmente lo si può fare solo ridistribuendo il fatto andato e storicizzato sotto una nuova luce che fa parlare le voci che in quel fatto stavano. Lo si può fare soltanto attraverso la sottrazione, lo scarto minimo che la poesia del bravissimo Vito Bonito sempre concede. La sua scrittura sta sempre tra il sospeso e la fiaba, tra l’accaduto e il divenire, viene da un tempo (e da un mondo capovolto) che non può essere raccontato in frammenti regolari perché regolare non è, e allora pure la memoria, addirittura la cronaca, vanno reinventate in un non luogo, un non spazio di voci sovrapposte, nei quali il poeta conserva lo sguardo del bambino che prova a disegnare su un foglio seduto nei banchi di scuola.

Bonito ha un talento eccezionale, ha fantasia, manovra la regola, ma – esattamente come Bordini – sa come rinunciarvi. Le poesie del suo libro più recente Di non saper infine a memoria (L’Arcolaio 2021) inventano un mondo di fantasmi e stupore per scavare in un biennio quello che va dal 1978 al 1980, due anni che hanno segnato le sorti dell’Italia, due anni che sono cominciati con il rapimento e la successiva uccisione di Aldo Moro e della sua scorta e che si chiudono con l’omicidio di Walter Tobagi. Come lo metti il cadavere di Moro in una poesia? Come ce li metti i suoi rapitori? Ce li metti vivi e come da dentro un sogno li fai parlare e sovrapporre. Bonito non pretende la cronologia, la cronaca, non s’arroga il diritto di far memoria fedele, solo quello di fare poesia, mettendo a volte a fuoco e altre fuori fuoco due eventi che, come spiega in una nota al libro, gli tornano sempre in mente nei momenti più disparati. Nel libro ci sono dei testi in corsivo, quelle sono le voci di Moro e Tobagi. Una poesia significativa e che mi piace molto dice:

ogni cosa è finita

di andarsene è l’ora

la vittima è luminosa

il nuovo

non è mai arrivato

Il testo lo leggiamo nella prima parte della raccolta, è preparatorio al resto, è preliminare agli scambi tra Moro e i brigatisti, alla voce di Walter Tobagi, ma è importante perché mostra con chiarezza il lavoro pulitissimo e delicato di Bonito, il suo stare dentro la storia e decidere di osservarla da ogni punto di vista. Questo gli consente, con la preveggenza della poesia di andare a vedere nella progettualità dei terroristi gli albori del fallimento e il suo concretizzarsi nel nuovo che non è mai arrivato, perché forse non poteva, non era nemmeno nuovo, fatto sta che in questi pochi versi, solo una cosa è luminosa: la vittima. A quel punto non è più una vittima ma una conseguenza che risplende e oscura il disegno delle brigate rosse.

La poesia può tanto e può poco, qui pur non volendo fare storia, né distribuire giudizi, ma ricostruire un tempo bambino andato e perduto, un tempo in cui il ricordo di una partita di pallone compare con la stessa frequenza del cadavere di Moro, tenero e piccolissimo nel bagagliaio dell’auto. La poesia può illuminarci e porci davanti a una cosa vecchia con in mano una lampada nuova. Perciò, leggendo, ci pare di ritrovarci nel covo delle BR tra i rapitori e Moro, i loro volti che si sovrappongono, i dialoghi che sono colmi di dubbi, leggere nelle parole degli uni e dell’altro la speranza che svanisce, che scema, ci pare di sentire la voce di Walter Tobagi, o vediamo solo il ricordo di nostro padre che ce lo racconta. Ci pare, infine, perché è il segreto della poesia di Bonito, di vedere molte altre cose che hanno a che fare con la nostra infanzia, perché è bene non dimenticarlo, mentre ammazzavano Moro noi stavamo giocando, quel giorno, il giorno dopo, le settimane successive.

GIANNI MONTIERI

SIMONETTA SAMBIASE RECENSISCE “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI.

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Ripiegare i giorni addietro. Opera incerta di Anna Maria Curci.

PUBBLICATO IL 16 LUGLIO 2021 SUL BLOG GOLEM FEMMINA

opera incerta

Mentre qui aspetto

mi si accosta il silenzio

e suggerisce

Anna Maria Curci

Dell’opus incertum ne abbiamo traccia ovunque: sotto i nostri piedi, accanto al nostro cammino, lungo le grandi strade che da Roma portano fino alla fine del mare del Nord. Dell’opus incertum, in arte, ne abbiamo studiato presto la solida architettura, destinata nei secoli a chiudere i nemici oltre i muri, oltre il vallo e ugualmente scelto a sostenere sulle sue spalle le volte degli archi, aperti spazi del cielo fra le mura. Incertum. Incerto. Non per antifrasi ma per diversità di materiali che lo compongono, per diversità di forme che lo stratificano. Amalgama di forme e di materiali: la diversità come valore, come regola per resistere ed esistere nel dettato della poesia della vita “con miglior corso e con miglior stella” come indicato da Dante.

La sinestia con la poesia dell’opus incertum è presentata alle arti dalla raccolta Opera incerta, di Anna maria Curci, e il testo ti tocca dal profondo.

Con gran talento, nel dipanarsi dei versi, “Passa il tempo impunito/e sparge sale, ma non lo vediamo.”, e la poesia “racchiude il ricordo/e non rinnega”.

Il testo scioglie e coagula un conglomerato di masse e frammenti confitti nell’ammasso ancor fresco del nucleo dell’evocazione, architettura tenace, resistente ai secoli, che “più degli omissis” teme” le omissioni/le sommosse mancate contro l’inanità”. Si mostra agli occhi della poesia, poesia di cui non possiamo fare a meno. Essa è l’ossatura delle nostre strade antiche, l’idea da dove siamo partiti per trovare radici sicure che ci proteggessero dall’ordinario, dall’insensibile.

Poesia a cui chiediamo l’esperienza e l’evocazione, l’indagine e il sogno, la sommossa e il prodigio, la memoria e il riso d’amore (che “non è mai peccato”). Chiediamo all’opus incerto, all’Opera incerta, di permetterci di “leggere versi all’alba/salutar maestri/nel vento freddo/dell’oscuramento” e l’autrice, che “conosce” e “racconta”, ci porta nel posto dove accadono le esperienze, dove la storia, ogni storia qui evocata, è stata straordinaria e la poesia, opera incerta, ha messo insieme ogni elemento diseguale, ha avuto la voce aperta.

Opera incerta, opera totale, opera di valore.

Consapevole della “musica della pazienza”, l’Opera attrae e invita. Mnemosyne regge, apparendo fin dall’esergo joyciano in cui l’invocazione al passato è la guida, la sfida dell’es e dei verbi che esortano al viaggio. L’autrice è la barcaiola, e la sua barca non ha vele (le vele sono suddite dell’inaffidabile vento) ma remi. Remi che portano da una sponda all’altro del viaggio, seguendo l’appoggio delle strofe, il perimetro dei distici e dei versi liberi, la linea dei baci delle rime e dei landay, i piedi della metrica classica e gli imperativi dei verbi.

Conducono gli anni, che lungamente hanno formato la raccolta. La vita ne scorre dentro come la storia, tópoi della sconfinata cultura dell’autrice, costruzione costante all’interno e fuori le mura del libro, dove “sciama la misericordia”, poiché il cuore umano “resiste a tutto” (come scrive Felicita Hoppe) tranne al fumo dei roghi e dell’inanità. “Chi ha più spesso occasione di sentire che gli viene fatto del male è proprio chi è meno capace di parlare” scrive Simone Wail, e la poesia spalanca quel silenzio. La storia è ombra che chiede luce e la poesia è pietra d’inciampo, ha l’esperienza del ricordo. Dove passa la gloria del mondo la poesia di Opera incerta ci dona il suo valore, le sue pieghe e i suoi varchi di luce. “Lo slancio riconosco,\la luce tende braccia\non si fa definire”. Brucia sul rogo il cuore di Giovanna e i figli sono cresciuti fra un film di Fassbinder e uno di Von Trotta imparando la lingua dei sogni e restituendola indietro. La porta di Ištar è chiusa, eppure da lì partono i nuovi dannati dei viaggi della speranza migrante, mentre ancora sulla Terra sussultano le voci dell’inferno, fra Dante e Sartre, Birkenau e la stazione centrale di Bologna.

Il ricordo è il dovere della cultura, il suo punto di domanda.

Ma è il cuore che conduce. E il cuore dell’Opera ha un ritmo raffinato. Un azzurro Erlebnis continuamente si sovrappone al tempo ed interseca la linea della storia. L’azzurro che “fiorisce nella testa” è l’alta volta sulle spalle del muro incerto, che accompagna ogni pagina e solleva dalla fatica del tempo e della storia, in un dialogo per frammenti e dolcezze che nel silenzio cerca la grazia fra il mondo e l’interiorità “Così va azzurro l’oggi/non cerco altre parole. /Si affacciano discrete/ se offrono riparo./ Sui sentieri interrotti/non portano salvezza/rebberciare non sanno. /Duetta l’ombra con la luce”. Il moto dolce e paziente, costruito ed emerso al di là di ogni male patito è lo spazio assoluto in cui la poesia si relaziona. Traccia la mappa della salvezza. “Nei giorni di canicola e di merla” tutti gli affetti sono stati custoditi. E amati. “Il tuo sorriso mi è venuto incontro”. L’affezione, contrario vocabolo della vacuità, è stato riparo e protezione. E coscienza. E poesia, opera incerta.

Tre poesie da Opera Incerta

di Anna Maria Curci

opera incerta

*

Per Ziggy Stardust

È la sera di un giorno nella storia,

vita e dolore come sempre a braccetto.

Né mai più scorderò la quinta ora:

Alla lavagna le note su Goethe

e il suo Prometeo spaccone

Allacciato alla strofa finale

di Space Oddity, lì trascritta da loro,

più giovani di me di quarant’anni,

adesso in quarta, che dicono:

“Ora può cancellare, prof, se vuole”.

No, non voglio, no, non vogliamo.

Here are we floating, her schwebwn wir,

Major Tom, Far Above the Moon,

weit über den Mond.

Distrazione

“Chi legge non s’accorge” e forse

allaga e allarga il fossato.

Se coglie a tratti il suono e l’ultrasuono,

si ferma, punta il dito: dici a me?

Ma la pazienza di aspettar risposte

il cocchiere la lascia ad ogni tappa

di quel viaggio normale e accidentato.

I venti magri sono ignoti a molti.

*

Traducendo “Sic transit gloria mundi” di Czechowski

Lo struggimento mi lascio alle spalle,

percorro la mia strada nella storia.

La lama che mi pende sulla testa

non separa colpevoli e innocenti,

l’alba del giorno una sollevazione

contro speranze dalla voce querula.

Tutto è stato detto? Non lo so.

Più degli omissis temo le omissioni,

le sommosse mancate contro l’inanità.

Anna Maria Curci è nata a Roma nel 1960. Insegna lingua e cultura tedesca in un liceo statale. E’ nella redazione della rivista “Periferie”, diretta da Vincenzo Luciani e Manuel Cohen; per il sito “Ticorenzo” di PierLuigi Albini ha ideato e cura la rubrica “Il cielo indiviso”. Ha tradotto, tra l’altro, poesie di Lutz Seiler, di Hilde Domin e i romanzi Johanna e Pigafetta, (di prossima pubblicazione) di Felicitas Hoppe, tutti editi da Del Vecchio.

Ha pubblicato i volumi di poesia Inciampi e marciapiano (LietoColle 2011), Nuove nomenclature e altre poesie (L’arcolaio 2015), Nei giorni per versi (Arcipelago Itaca 2019).

Insieme a Fabio Michieli è direttore, caporedattore ed editore del Lit-blog “Poetarum Silva”.

SIMONETTA SAMBIASE

ESCE QUEST’OGGI IL LIBRO DI MEZZA ESTATE E DI INTERO RICHIAMO. SI TRATTA DI “VIVI NELLA PAROLA”, UNA CARRELLATA DI SCHEDE CRITICHE E BIO-BIBLIOGRAFICHE DEI POETI ROMAGNOLI IN LINGUA E IN DIALETTO – NON PIU’ VIVENTI -. HANNO CURATO QUESTA BELLA ANTOLOGIA NEVIO SPADONI E FABIO PAGANI. IL VOLUME E’ ANCHE CORREDATO DELLE FOTO DEI SEPOLCRI DEI POETI INSERITI NELLA PUBBLICAZIONE.

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Il momento del passaggio rappresenta un topos letterario di sicuro impatto. In questa antologia lo si è voluto affrontare in maniera particolare, partendo da un ricco corredo fotografico inerente le tombe dei poeti romagnoli ed evidenziando come detti scrittori abbiano saputo trattare il tema della fine.

(F. P.)

Nota introduttiva degli autori

     Il tema della morte, molto spesso descritto nella vasta pro­duzione italiana e straniera, rappresenta un topos letterario di sicuro impatto. In questa antologia, lo si è voluto affrontare in maniera particolare, partendo da un ricco corredo fotogra­fico inerente le tombe dei poeti romagnoli ed evidenziando come detti scrittori abbiano saputo trattare il tema del passag­gio. La ratio dell’opera, quindi, segue una linea che prende in considerazione alcuni versi e frammenti, li analizza e conte­stualizza nella poetica di riferimento e li esamina con note cri­tiche. Si è pensato di proporre non le poesie complete, in quanto già fruibili in altri testi, ma di offrire al lettore spunti e idee da cui partire per approfondire gli autori e per stimolarne la visita dei sepolcri. L’antologia affronta sia la produzione in vernacolo che quella in lingua e comprende quei poeti della nostra terraconsiderati più significativi e dalla critica e dai cu­ratori stessi. Si è partiti da Guerrini e da Pascoli, colonne por­tanti della nostra letteratura in volgare e in italiano.

     I poeti romagnoli hanno avuto la capacità di inserirsi pie­namente nel contesto culturale della loro epoca, cogliendone il senso più profondo, autentico. Hanno saputo giocare con la morte, dissacrandola, o illudendosi di poterla soggiogare; op­pure ne sono stati vittime consapevoli, inermi, incapaci di sfi­darla, di guardarla negli occhi. Altre volte l’hanno considerata l’unica via di salvezza alla loro difficile e tormentata esi­stenza, come si evince, ad esempio, da un autore quale il lu­ghese Lino Guerra.

     Con questo lavoro, quindi, si è cercato di organizzare un viaggio ideale che, partendo dalla fotografia delle tombe, porti a conoscere il pensiero e le relative inquietudini di questi scrit­tori sulla morte, percorrendo, con delicatezz

rispetto, i sen­tieri metrici e semantici insiti nelle loro poesie.

Nevio Spadoni

Fabio Pagani


DUE SCHEDE

Dino Campana

Nato a Marradi il 20 agosto 1885, sin da ragazzo è vittima di violente scosse psichiche che lo portano a maturare, negli anni, un forte furore espressionistico. Nel 1914, non senza travagli, pubblica i “Canti orfici”, le cui copie cerca di vendere per le strade e nei caffè. Conduce un’esistenza da vagabondo, tenta di arruolarsi nelle milizie italiane impegnate nella prima guerra mondiale, ma viene riformato. Nel gennaio del 1918 è rinchiuso in manicomio, nei pressi di Firenze, dove muore il 1° marzo 1932.

Campana può ri­coprire senz’altro il ruolo di “poeta male­detto”, anche se sotto forme e modi diversi dai suoi colleghi di fine Ottocento. La poesia di Campana punta a sconvolgere, a fulminare le co­scienze di chi legge, a generare violente scosse emotive, allu­cinazioni, saette incandescenti che accendono lo sfondo, not­turno e cupo, della realtà.

Il tema della morte si lega, a nostro giudizio, a doppio filo a quello dell’amore, in particolare alla forte passione del poeta per Sibilla Aleramo: l’angoscia e la paura di morire, infatti, Campana cerca di superarle buttandosi completamente tra le braccia calde dell’amata. Leggiamo da “In un momento”:

            Abbiamo trovato delle rose
            Erano le sue rose erano le mie rose
            Questo viaggio chiamavamo amore
            Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
            Che brillavano un momento al sole del mattino
            Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
            Le rose che non erano le nostre rose
            Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.

La donna, in una lettera datata 28 febbraio 1917, risponde così al poeta:

“Dino, io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più. Dino, e il dolore non importa, e non importa la morte. Io sono già fuori della vita, anche se piango ancora. Dino, fa di salvare nella tua anima il ricordo del nostro amore, poi che non hai saputo vo­ler salvare l’amore nella vita, fa di portarlo nell’eternità com’io lo porterò!”.

Amore e morte, quindi, si mescolano completamente ed emergono, oltre a ciò, simboli mitici, nascosti nel profondo dello spirito, che richiamano eterne figure a guardia dell’insta­bile equilibrio della vita e dell’universo, come “La Chimera”, molto cara a Campana:

            Non so se la fiamma pallida
            Fu dei capelli il vivente
            Segno del suo pallore,
            Non so se fu un dolce vapore,
            Dolce sul mio dolore,
            Sorriso di un volto notturno.

Ci pare interessante citare gli ultimi versi dei “Canti orfici”: sono scritti in inglese e consistono nella rielaborazione del pensiero di Walt Whitman, “Song of myself”, in cui si preannun­cia la morte del poeta, intesa come l’assassinio di un inno­cente.

            They were all torn and covered with the boy’s blood.

            Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo.

Campana, con i suoi deliri, compone l’idea del sacrificio vio­lento, nel quale il fanciullo, vale a dire se stesso, innocente, indifeso, viene posto sull’altare sacrificale. Un verso, quello ripreso dall’opera di Whitman, certamente autobiografico in quanto il nostro aveva pagato duramente con il disprezzo per l’internamento in manicomio l’aver sfiorato i più intimi segreti dell’uomo.

In una lettera scritta ad Emilio Cecchi, Campana firma il pro­prio testamento spirituale, sempre citando l’americano Whit­man: “Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me, la prego di non dimenticare le ultime parole del mio libro: They were all torn and cover’ d with the boy’s blood”. (Essi erano tutti av­volti e coperti con il sangue del fanciullo).

Carmelo Bene, fra i migliori interpreti della lirica di Cam­pana, era solito dire: “Egli è morto dopo quarant’anni di ma­nico­mio”. Un giorno uno spettatore gli disse: “Scusi, Mae­stro, ma Campana in manicomio è stato solo 14 anni, dal 1918 al 1932, quando morì”. La risposta di Bene fu netta: “No, no, furono proprio quarant’anni”.

Aldo Spallicci

Nato a Santa Croce di Bertinoro nel 1886, muore a Premil­cuore nel 1973. Medico pediatra, uomo politico, deputato dopo la guerra alla costituente, ha fatto l’esperienza del con­fine e del carcere perché mazziniano antifascista. Umanista di vasta cultura, ha dato il meglio della sua attività alla Romagna facen­dosi animatore degli studi folklorici, letterari e storici, prima con la rivista “Il Plaustro” (1911–1914), poi con “La Piê”, fon­data nel 1920 insieme col poeta Antonio Beltramelli e il musi­co­logo Francesco Balilla Pratella, che musicò diverse sue liri­che. Spallicci è sepolto nel cimitero di Santa Maria Nuova Spallicci, comune di Bertinoro.

Caratteristiche della sua poetica sono la vita vissuta come do­vere, secondo l’etica mazziniana, dove la poesia è sentita come fede e missione civile. Egli inaugura una nuova fase nella poe­sia, specie romagnola e in dialetto, liberandola dal genere sati­rico – ridanciano di matrice ottocentesca e portandola su vette di puro lirismo. Troviamo, inoltre, nelle sue liriche ricchezza e complessità di ispirazione: ora corali, tese a recu­perare una antropologia regionale e proiettata verso una di­mensione universale, rigorosamente laica anche se intrisa di spiritualità. Si parla, infatti, di “panismo spallicciano”e tre sono i filoni della sua poesia: la natura, le passioni umane, la presenza del divino nella natura (“il mio Dio”). Alla tematica georgico – naturalistica sono riconducibili l’idillio campestre ricco di quelle “pure sensazioni” che suscitarono l’ammira­zione di Attilio Momigliano. E Pier Paolo Pasolini vide nello Spallicci “idillico” il miglior poeta, sotto l’influsso certamente del Pascoli di “Myricae” e dei “Canti di Castelvecchio”, anche se Spal­licci si distacca dal pessimismo pascoliano. Sotto il profilo me­trico il poeta si è mantenuto a lungo fedele allo schema del sonetto, ma a partire dagli anni Trenta ha optato per differenti soluzioni metriche. Fra i temi trattati, non poteva mancare la riflessione sulla morte. Da “I mi murt”:

            Guai a pianzar e guai a e prem singiòz,

            u n’um pìis che al mi rob al vega in piàza

            e e mi guai a me tegn in te gargòz.

            Guai a piangere e guai ai primi singhiozzi,

            non mi piace che i fatti miei li conoscano tutti

            e i miei problemi li tengo in gola.

Da “Un’òmbra sulitêria”:

            vos runchêdi di murt

            vos freschi da babìn,

            vos ch’al dvén da luntan,

            ch’agli è de’ mond da jìr

            ch’agli è de’ mond ad dmàn.

            Cl’ombra… L’è e’ mi pinsìr.

            voci rauche di morti

            voci fresche di bimbi,

            voci che provengono di lontano,

            che sono del mondo di ieri

            che sono del mondo di domani.

            Quell’ombra… È il mio pensiero.

Il ricordo del passato si fonde con il pensiero del presente e genera un legame ideale che non si spezza. È malinconico, fa parte dell’essenza più intima dell’uomo – poeta: quell’ombra, come scrive Spallicci, copre il ricordo di più vite, di più voci, di più case.