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UN NUOVO AUTORE ENTRA IN CASA ARCOLAIO. E’ IL ROMANO FLAVIO FERRARO CON IL SUO LIBRO “IL SILENZIO DEGLI ORACOLI”

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Una nuova entrata per la casa editrice L’arcolaio. E’ Flavio Ferraro, romano, classe 1984, poeta, saggista e studioso di dottrine metafisiche. Ha pubblicato diversi libri di versi: “Sulla soglia oscura” (2010); “Da un estremo margine“, (2012); “La direzione del tramonto“, (2013); “La luce immutabile“, 2019; “La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione“, 2019.

Antonio Devicienti ci fornirà una felice chiave di lettura a questo nostro corposo volume, che, in definitiva, raccoglie tutte le opere sopra menzionate.

Vi auguriamo una buona consultazione.


Nello spazio e nel tempo del poema (uno scritto)

S’immagini il bianco della pagina quale tempo eternamente presente e an­chequale spazio, vastissimo e bianco, dentro il quale cercare direzioni e tracciare sentieri tramite la lingua–scrittura: ecco una prima caratterizza­zione dei libri in poesia di Flavio Ferraro.

Non si tratta di “libri sapienziali” o “di ricerca interiore”, ma li si legga (ed ecco una seconda caratterizzazione) quali esplo­razioni delle possibilità che ha la mente, a mezzo della scrittu­ra in poesia, di elevarsi oltre i fre­quenti stati di prostrazione e di banalità quotidiana cui viene costretta dai molteplici ob­blighi di carattere lavorativo, economico, pratico in senso la­to. L’esplorazione del bianco della pagina–spazio genera la scrittura, è scrittura–mentre–si–fa–e–mentre–si–muove.

Accade così che, appunto nell’intatto bianco della pagina e nel tempo ne­cessariamente e naturalmente sospeso della scrittura, la mente esplori le direzioni che si aprono al suo sguardo (terza caratterizzazione: la poesia di Ferraro è sguar­do). È questo il motivo per cui la luce polarizza sempre, in­sieme con il silenzio,lo spasmodico dirigersi, orientarsi, ruota­re del­lo sguardo; è luce cercata, desiderata, capace d’inter-rogare la mente, di provocarne la crisi conosciti­va che sola può per­mettere il progresso del pensiero il quale attra­versa so­glie e porte, tocca margini e buio, il quale va esperendo mondi, deser­ti, giar­dini, acque, direzioni differenti e anche opposte e, do­vendo esprimersi tramite la parola poetica, fa esperienza pu­re del silenzio, dal silenzio im­para modulazioni e ritmi, col si­lenzio dialoga e di esso si nutre.

Ma non sono, queste pagine in poesia, né diario di esperien­ze interiori, né descrizioni di stati della coscienza, bensì il far­si stesso di quelle espe­rienze le quali, si faccia molta atten­zione, vengono a essere esplorazioni del pensiero capaci di toccare e muovere il sentimento – un sentimento dell’immagina-zione scriveva Fernando Pessoa nel Libro dell’inquietudine e im­maginare significa, nella pagina–tempo–e–spazio di Flavio Ferraro, pensa­re tramite una lingua della poesia precisissima e sempre consapevole di sé, dal taglio diamantino e dall’ar-chitettura musicale – è musica del respi­ro e del battito car-diaco, perché questo pensiero che cerca dire­zioni e sentie­ri parte sempre dal corpo e mai dimentica la propria terre­strità.

Questa quarta caratterizzazione dell’immaginare dice, infatti, di una poesia che proprio nel suo stare e muoversi in luoghi e per luoghi riassumendo in sé ogni possibile frazione del tempo rimane fedele alle proprie stesse ragioni che sono quelle del pensiero non freddamente speculativo, ma calda­mente visionario, non raziocinante, ma fantasticante e in­stancabil­mente in movimento.

Antonio Devicienti


Alcune poesie:

Da Un estremo margine

io rendo polvere alla pietra.

Così fa il mare; così dona

vertigine la terra.

Luce sommersa, che sempre

trascolora: e tu, cui un’onda chiara

levigò il respiro, tra i flutti

ancora non lo vedi?

È questa fissità, lo sai,

che più non può tardare

**

l’albero, che nessuna fonte

nutrì; nato da sé, fonte

lui stesso: l’albero neve.

Dai rami nudi, rivolti

verso il cielo; e le radici,

fin dentro la terra.

Per sollevarla

**

Da La direzione del tramonto

Luce che mi è segreta

se non tramonta; e dove porta

mi chiedi, dove scompare

a chiudere dintorno a cingere

lo spazio dei miraggi.

Estrema parvenza d’increato,

guarda come tutto è preso

in un abbaglio: raggiunto

da uno stesso esilio,

senza discernere i colori.

Bianco su bianco, sempre,

e nonostante tutto andare.

**

Allievi di molto morire

– nostra unica sapienza –

a volte sembriamo rocce

intente a risalire il fiume

dell’estate.

Ma non siamo come i semi

che sprofondano e poi

s’inverano fedeli apparizioni,

non abbiamo (siate chiare,

mie parole) questa costanza

del ritorno.

Aurora di ogni vigilia,

sposa a lungo cercata

tra le tenebre, rompere

un vaso e poi indovinarne

la forma – sarà questo,

scendere nel buio.

**

Da La luce immutabile

Seguitano a cantare,

anacronistici insetti:

tra le spighe

intempestive, affranti,

calcano la scena

per l’ultimo concerto.

Spettatore distratto

chiedo venia,

qual era l’adagio?

Sappiate – a suo tempo –

assecondare il tramonto.

**

Mi fanno visita talvolta,

impervi messaggeri,

come acqua di torrente

che smemori in dirupi.

Recano notizie di golfi spettrali

nere corolle incerti confini,

roba da poco insomma –

come sempre,

tutto sperduto nella luce.

**

Ho voluto consacrarmi

a un Fuoco eterno:

e questo con parole,

come se dire fosse

ancora vedere

e il divino l’oltrequi,

ascoso – aperto.

“Come in alto

così in basso”5

oh Tu che porti

a compimento.

**


ESCE QUEST’OGGI IL LIBRO POSTUMO DEL POETA CALABRESE CARLO CIPPARRONE. IL TITOLO E’: “CROCEVIA DEL FUTURO”, LA EFFICACE CURATELA LA DOBBIAMO A SAVERIO BAFARO.

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Carlo Cipparrone è mancato nel 2018, dopo lunga malattia. Il conterraneo, giovane intellettuale Saverio Bafaro, ha creduto, unitamente alla famiglia del poeta, di curate una pubblicazione contenente i versi ancora inediti ricevuti dalla moglie di Carlo. Bafaro, poeta anch’egli, ha scelto con sensibilità un corredo di testi molto rappresentativi del collega scomparso. Ne è venuta fuori una elegante pubblicazione, che spero incontri l’interesse dei nostri lettori. Per meglio definire la figura di Cipparrone, riprodurremo qui sotto la sua nota bio-bibliografica.

A questa nota aggiungeremo anche alcuni scampoli dell’introduzione di Bafaro, unitamente a un piccolo corredo di testi.

Buona lettura.

G.F.

***

bio-biblio

Carlo Cipparrone (Cosenza, 1914-2018) è stato poeta e critico letterario, fondatore della rivista di scritture poetiche “Capoverso”. Ha pubblicato: “Le radici oscure”; “l’ignoranza e altri versi”, “Strategie nell’assedio”, “Il tempo successivo”, “Specchio degli sguardi”, “Il poeta è un clandestino” e “Teatro della vita”.

Alcune parti dell’introduzione di Saverio Bafaro:

Crocevia del futuro è una delle poesie contenute in questa rac­colta di Carlo Cipparrone che qui presento al pubblico. Essa mi ha ispirato il titolo generale che ho voluto dare all’intera opera. Di seguito, e per esteso, così recita:

Dopo troppe notti senza luna

l’alba stenta a farsi luce.

Non è ancora giorno

quando, graffiando la nebbia,

le gru riprendono a roteare e intorno

crescono piloni, tralicci, antenne.

Assediata da tutti i lati,

la collina si sgretola.

Nuovi mostri violentano

la placida innocenza della campagna:

tenere groppe cedono

all’assalto delle benne.

Al crocevia sfrecciano veloci i motori,

percorrono viadotti audaci, attraversano

tunnel lunghissimi, vanno

verso un tempo smemorato.

In questo componimento figurano gran parte dei temi cari al poe­ta scomparso nel 2018: la consistenza, coerenza e resi­stenza della moralità insita nella Natura, e una cinica forma di macchinazione e speculazione praticata dall’uomo sulla sua Terra.

Quale futuro si può mai scegliere e avere se non coltiviamo l’arte della riconoscenza e del ricordo? Non ultima della commemorazio­ne di personalità silenziose e miti come è sta­to Cipparrone? Contro i distruttori, gli urlatori, i compratori arriva, nella sua nudità, la Poesia in una condizione e in un posizionamento che rappresenta, appunto, un “crocevia” (una “croce” e una “via”), un luogo in cui non ci si può non imbattere: un punto di arrivo, un approdo finale, ma anche, e al contempo, un punto di fuga, di svolta, un nuovo possibile inizio, nel segno di una rivivificazione cosciente contro le fa­cili cancellazio­ni e i troppo veloci oblii, in quello spartiacque tra passato, presente e avvenire che più da vicino appartiene al mandato letterario e alla eredità da consegnare.

***

Egli è stato un cronista della periferia, un poeta di quel Sud che non slega l’esistenza dalle lettere, perché le “patisce”. E con quello stesso spirito dotato di car­ne, ossa e sangue ha fatto in modo di affrontare, in completa abne­gazione e accettazione, il male che lo ha “assediato” e vinto, fino alla fine, sempre perfetta­mente conscio della ‘realtà’ di quella esperienza, tanto cruda quanto necessaria. Nei miei ultimi colloqui a casa sua ci si in­terrogava sui de­stini del­la poesia, sulla mal posta domanda: “A cosa serve la poesia?”, sulla “fama” del poeta, mentre Car­lo si commuo­veva ricordando una sua insegnante mentre gli diceva “tu hai una sensibilità particolare verso la poesia”.

***

La creatura poetica deprivata della sua umanità ed emoti­vità pro­fonde inganna il lettore e se stesso, che la parola poe­tica faccia ritro­vare nuovamente i valori veri e autentici dell’essere uomo e dell’essere artista, vissuti come un unicum inseparabili, che la morte possa riacquisire “corpo”, che i ve­ri poeti possano essere riconosciu­ti. Un mio personale rin­graziamento e riconoscenza, per l’esempio ricevuto da te e per la ricchezza di averti potuto conoscere, nel pro­fondo, dentro questo mio componimento scritto e dedicatoti, in ri­sposta a te e alle nostre riflessioni, poco prima del tuo appa­rirmi in sogno per salutarmi:

A Carlo Cipparrone

Altri sussurri rivelano

Nella dimensione insvelata

nella dimensione temuta

possano essere ciechi

come i ciechi vedono

possano esser sordi

come i sordi sentono

possano parlare

come parlano i muti.

Ascendano nell’aria

discendano nel fuoco

per provare e provare

a gioire del dolore

e addolorarsi per la gioia

se il più grande è il più piccolo

essere presenti quanto invisibili.

(Testo di Saverio Bafaro)

Alcune poesie:

Dalla sezione “Io e gli altri

Questa sola felicità

Come misteriosa conchiglia che in sé racchiude

l’immensità del mare in risonanze d’onde,

ho costruito un guscio al mio dolore.

Ho saputo inventarmi questa sola felicità.

**

Se i colori dell’iride

Se i colori dell’iride vedi

nella chiazza di nafta su cui

piove nel grigio cortile,

è un cielo misero

che si riflette sulla poca terra

che tu solo conosci

come il palmo della tua mano.

Ma è anche un segno di pace,

pietà che dietro si lascia

un passato ormai scritto.

**

Dalla sezione: “Pensieri di caccia e pesca

Il poeta è come il cacciatore

Se per Wallace Stevens

“la poesia è come il fagiano

che scompare dietro la boscaglia”,

il poeta è come il cacciatore

che tenta di catturare la selvaggina

seguendone le tracce, quando incalzata

si dà alla fuga o spicca il volo.

**

Dalla sezione “Quotidianità

Vita quotidiana

Alzarsi: quotidiana fatica

smemorata dei sogni.

La realtà aspetta

nel fondo della tazza di caffè.

Poi lasciare il guscio,

strappare l’io dall’io,

andare inermi dentro la giornata,

ripetersi fino a svuotarsi.

**

Dalla sezione: “Altre poesie

Cartolina dalla Calabria

Fuori da traffici di macchine e treni

c’è una parte di costa

che ha la pancia gonfia

cosparsa di bitorzoli 

e l’ombelico Tropea.

Un mare verde l’accarezza

fino all’inguine-Joppolo

che agli amanti

offre un letto di ciottoli.

**

Non cercare il responsabile

Lascia che errori percorrano il testo:

errori tuoi e d’altri (i cosiddetti refusi).

Che sia tu, il proto, il correttore di bozze,

non cercare il responsabile.

La mente, l’occhio, le dita sui tasti,

possono confondersi e sbagliare.

Non farti cruccio degli errori

e del dubbio di non averli visti tutti.

Evita la pedante appendice errata corrige,

solo Dio è perfetto.

***

Notizia su Saverio Bafaro:

Saverio Bafaro nasce a Cosenza nel 1982. È poeta, critico letterario, psicologo e psicoterapeuta. Ha pubblicato: Poesie alla madre (Rubbettino, 2007); Eros corale (e-book sul sito www.larecherche.it, 2011); Poesie del terrore (La Vita Felice, 2014); Quadernario  ̵̶  Calabria (LietoColle, 2017), sue opere sono inserite in riviste letterarie come  «Fermenti», «Poeti e Poesia», «L’Ulisse» e in blog come La Poesia e lo Spirito, poesia2punto0, Poetarum Silva, Carteggi letterari, Pioggia Obliqua. È redattore della rivista «Capoverso» (Edizioni Orizzonti Meridionali) per cui ha curato il numero monografico Omaggio a Pavese (n. 37, 2019).


GISELLA BIANCO RECENSISCE “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”, L’ULTIMO LIBRO DI ANTONIO PIBIRI.

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UNA RECENSIONE DI GISELLA BIANCO SU “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”, DI ANTONIO PIBIRI. ARTICOLO USCITO SUL BLOG “LEGGERE : TUTTI”.

In cosa consiste il lavoro” è il titolo di questa raccolta che, a seconda dell’interpunzione istintivamente applicata dal lettore, può essere una domanda o una affermazione e, molto probabilmente, diventa l’esatta coincidenza di entrambe. Anche se, in poesia, non è sempre utile (e corretto) chiedersi quale sia l’esito contenutistico (“Io non so quali rose un giorno/tracimerà la neve, la tana./Soprattutto non chiedere.”), lungo l’arco impervio e scosceso di questa silloge emergono, con circospetta fierezza, temi portanti, proprio come travi archetipiche, dei quali partecipa l’acuto solipsismo dell’autore. Il femminile -visione mitica- (“il misterioso sogno della piccola Luiza. Ché in passato, prevedendo incendi e alluvioni,/trasse in salvo famiglie dai nidi di mosche”) affiora di sbieco, facendosi spazio tra le insidie di un linguaggio che canonizza l’antropologia del dicibile (“abito da sposa, la mano tortuosa fino al padre/o va’, incontra tua madre che si uccide/per la causa perduta del Cielo”) e appare come simbologia dell’essere, metafisica futuribilità che appartiene a ciascuno da un antico mai-passato (“Una scolaresca femminile attraversa/con freschezza d’incarnato la strada. /Non è la luce il primo latte. Non latte il primo”). E se, talvolta, questo femminile appare nella sua prorompenza di alternativa sostenibile alla noia per l’ineluttabilità del dover essere (“Nelle scialuppe di salvataggio/orina accosciata, coltiva dalie”), sembra anche introdurre l’altra grande tematica della raccolta: l’infanzia (“Abbiamo già conosciuto i secoli delle nostre infanzie”). L’infanzia rappresenta la lingua più chiara del non detto e reca in sé la nostalgia dell’impercettibile e la salvezza dell’intersezione spirituale di ogni fase della vita (“Ci salva l’origine, velata,/ché l’origine è salva,/nostra vera età”), è come una particella che si universalizza (“Ovunque vada porta con sé/il bambino/nascosto/nella lunga barba incolta”) e sancisce quel minimum esistenziale che, consapevolmente o no, nel merito e nella colpa, accomuna ogni uomo a se stesso e agli altri (“Sulla terra dei Giganti/i bambini tormentati dalla fame”). Il linguaggio appare come vincolo, legamento dolente (“Le parole ci chiudono dentro”) eppure è attraverso “una lingua Pratica: non ancora/una lingua detta” che si palesa quella “VISIONE, intera” con anastrofi, ossimori, metafore, neologismi, contorsioni e scomposizioni sintattiche che rievocano i virtuosismi sincretici di Rosselli adattandosi al dato realistico per oltrepassarlo nel ricordo, nella “rabbia di vivere”, nella sfuggevolezza dell’io che si palesa ogni tanto, pur riempiendo ogni verso come liquido amniotico nel suo sacco di vita. Il mare, le mosche, i cani, i viaggi, gli alberi sono solo quei correlativi oggettivi (ed etici) attraverso cui l’uomo “prosegue il lontano”.

                                    GISELLA BIANCO

MARCO MOLINARI RECENSISCE “L’ARRESTO” L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA.

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Ne “L’arrestoGabriele Gabbia espone gli emblemi di perdita e assenza

Articolo di Marco Molinari, pubblicato il 6 di aprile 2021 ne La voce di Mantova

A una prima lettura, la poesia di Gabriele Gabbia, nato e residente a Brescia, appare ermetica, chiusa in un irrimediabile dolore che non ha moventi, né aspettative di risoluzione. La sua recente raccolta “L’arresto”, Editrice L’arcolaio, approfondisce questa sensazione di parola ascetica, a cui si accosta con rispetto sacrale, arrivando al verso lapidario, inciso nel silenzio. Fa pensare a Paul Celan o a un altro autore che viene citato, Ernst Meister. Entrambi di lingua tedesca, entrambi vissuti nella parte oscura del dopoguerra. Anche le poesie di Gabbia sembrano venire dopo un trauma insensato, dopo una tragedia che si è consumata mentre eravamo assenti. Come si è detto all’inizio, a un primo sguardo si è investiti da questo magma negativo, dove è protagonista il nulla e vengono esposti emblemi di perdita e assenza. Come scrive Giancarlo Pontiggia nella prefazione, “L’arresto non può che essere un canto, si badi, non della fine, ma «per la fine».” Ma chi scrive è convinto che anche la poesia più sigillata, se vera, contiene spiragli che lasciano intravedere una trama, un movimento, la vita che, come ombra cinese, si lascia immaginare. Allora, possiamo leggere la poesia bellissima che dà il titolo alla raccolta, come un carme per la fine di una storia d’amore, con occhio asciutto, lasciando che ogni parola rintocchi l’amore vissuto e il dolore toccato: “Due sguardi conniventi / – convergenti –, sul / vuoto accumulato, / e nessuna parola piú / da pronunziare; solo / un rintocco languido, / lento, fino all’arresto: «Tu / sei libera».” Nella stessa prospettiva del dolore per una perdita ci immerge un’altra lirica, in cui è l’assenza del padre a essere evocata, in un contesto che trae drammaticità dalla rievocazione della quotidianità del viaggio in auto: “La prima solitudine / nell’auto — vettura vuota /— corpo: vascello abbandonato. / Seduto, risucchiato / nel sedile senza fondo, a fianco / dell’assenza di tuo padre. (…)”. L’ottica in cui Gabbia si pone per osservare il mondo ce la spiega lui stesso in un testo centrale, dove si dice appoggiato fra valichi e case, a carpire “bisbígli luci salmodíe afflati” che raschiano il freddo. È il punto di vista di chi si sente in perenne esilio nella contemporaneità, di chi è attratto dal richiamo dei morti, perché in loro sfolgora l’eternità, e cerca continuamente di strappare un lembo di senso dal nulla in cui si trova accerchiato. Anche qui, però, la vita tende i suoi fili d’incanto: “Stamane avrei voluto stringerla quella vita / quella bellezza: tutto / quell’autunno al cospetto degli occhi. / Ma la bellezza / non si stringe non si possiede: / si contempla si contiene si lascia. (…)”.

Marco Molinari

FEDERICO MIGLIORATI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA: “L’ARRESTO”.

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LA TRAGICITÀ DEL VERO” NELLA RACCOLTA DI LIRICHE DI GABRIELE GABBIA

Articolo di Federico Migliorati pubblicato ne Il GAZZETTINO NUOVO

L’arresto è il titolo della seconda raccolta di liriche del bresciano Gabriele Gabbia, edita da L’arcolaio (55 pagine, euro 10 con prefazione di Giancarlo Pontiggia e postfazione di Flavio Ermini a cui pure il volume è dedicato) nella quale abbondano significati reconditi e pregnanti che si palesano tra le righe al lettore: arresto come fermata, come sigillo di una cesura tra un prima e un dopo che non conosciamo, percorso di vita che accidentalmente trova una sua pausa forzata. Arresto, tuttavia, anche come momento di riflessione, di spazio ricreato per meditare sulla “tragicità del vero”, per riprendere un’espressione, forse la più riuscita tra quelle che l’autore lascia in dono in questo suo nuovo “sforzo” o “tentativo”. C’è, come evidenzia puntuale il prefatore, un richiamo evidente all’escatologia, alla cristologia, in certi passaggi o titoli che accennano al supplizio, al calvario d’ogni persona, alla sofferenza che pervade e permea il passaggio tra un dire e l’altro nel verso cristallino. È una scrittura, quella di Gabbia, densissima, in cui le parole meticolosamente utilizzate vengono scarnificate per rimanere essenza pura, quasi con rimandi ungarettiani, sigillo brillante e icastico anche laddove si ricorre all’ossimoro, figura retorica che si rinviene a più riprese, per non tacere delle illuminanti descrizioni di sentimenti, pensiamo solo all’amore concepito come “un boia che ciascuno reca in sé”, bruciante desiderio che ha agio a trasformarsi in alienante, solitario dolore. Ecco allora che l’arresto può diventare anche un’estrema forma di libertà, come nell’excipit della poesia eponima, una libertà di esserci senza più dimensione spazio-temporale. Talvolta il verso di Gabbia si fa sonoro, schiocca acuto, ed è fitto il richiamo agli elementi della natura, ai percorsi delle stagioni che vengono còlti nel loro richiamo a una bellezza imprendibile, sfuggente, mentre il tempo scandisce azioni, svelle volontà, stinge emozioni. Al tempo dobbiamo inevitabilmente soggiacere quale dura legge naturale e però l’atto della scrittura, ci sembra, diviene in fondo una sorta di cammino lungo un filo sottile, uno “star dentro alle cose”, conoscerle e concepirle e compatirne la loro presenza per “starvi poggiato tra valichi e case” a metà strada tra una vita che si ‘produce’ e l’oltre che si profila al di là, ma sempre con “l’immensa corona di spine ogni giorno più a fondo infissa”. Anche la morte, se non vinta, sarà certamente esorcizzata nel “soffio dello sguardo”, nell’arresto voluto e cercato come somma di “parole portate lì” a sedimentarsi, semi di nuove epifanie di sé nel rinnovato riprincipiare.

Federico Migliorati

(Recensione edita all’interno del settimanale “Il Gazzettino Nuovo” il 25 marzo 2021.)

ROSA PIERNO RECENSISCE “IL PREZZO DELLA SPOSA” DI ANTONIO PIBIRI.

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Antonio Pibiri, audiolettura da “Il prezzo della sposa”, L’Arcolaio 2018, nota di Rosa Pierno.

Nessuna cosa resta intonsa sotto lo sguardo di Antonio Pibiri: “una cancellata s’infoglia”, e nemmeno il suo corpo è esente da trattamenti depistanti “Il mio corpo accelerato.”. La denuncia dell’illusione letteraria è a suo modo un’ulteriore illusione, poiché dal linguaggio non è possibile uscire. E i rivolgimenti a cui Pibiri lo sottopone hanno come obiettivo di saggiarne i limiti semantici e sintattici. Ma straniante è la percezione stessa: “Chi trovi ogni volta al tuo posto?”. Quello che si costruisce con la lingua è uno specchio di quello che si percepisce, forse solo meno mobile, per questo vi è ogni volta la necessità di ricominciare daccapo. Gli inserti visivi, immaginari con i quali Pibiri costruisce le sue poesie appaiono a tratti forzati, come lo è il senso sottoposto a una virata surrealista. La realtà in tal modo appare pregiudicata due volte, una dalla sua traduzione linguistica, una perché la percezione stravolge e frattura. Il risultato non è mai ricomposizione. Non esclusa da questa verifica anche l’insufficienza linguistica: come dire i colori dei quadri di Van Gogh? Come parlare dei quartetti di Bartok? “Se sapessi scrivere io non scriverei”: ecco la palestra inesauribile di Pibiri.

***

Un ventaglio di esitazioni.

I viali mandorlati, il portico.

Sangue rinvenuto tra le carte

o s’intuisce un fiore

di breve erudizione.

Giacometti spiegato da mio figlio.

L’Eternità a una data ora del giorno.

Febbre in viso. Il cigno colpito a morte

sulla spalliera di glicini.

Un negozio di ferramenta salpa

si allontana tra foglie d’acqua.

La luce con discrezione nel tempio calvinista.

Il cervellotico decapitarsi appena.

Torre di cavalli blu, sette palazzi celesti.

Le mansarde degli scrittori

sui giardini di Lussemburgo.

Ceneri: il bardo nel cimitero del Vermont.

Malgrado non sia teca il mondo fanne inventario,

per nenia, fumaio, poema…,

***

Il ponte di legno è crollato

per mutarsi in barca,

un raggio d’acqua

in fiume.

È crollata anche la casa,

voleva scendere

più rapida delle scale

giù a piano terra,

ai cancelli – uscire

dalla promessa di piccole crudeltà.

Per questo è crollata.

Nato a Sassari nel 1968, dopo la Maturità Classica Antonio Pibiri sviluppa attenzione verso la scrittura creativa e la Musicologia, formandosi da autodidatta. Nel 2010 con Lampi di stampa (Milano) pubblica “Il mondo che rimane” ( Premio della critica, Ottobre in Poesia, Sassari, e Menzione d’Onore – Premio Lorenzo Montano, 2011). Nel 2014 “Le matite di Henze” con lo stesso editore. Nel 2016 la sua terza pubblicazione: “Chiaro di terra” con l’editore Gianfranco Fabbri, L’arcolaio, di Forlimpopoli (Segnalato dalla giuria al Premio Lorenzo Montano, edizione 2017; Primo posto per Opera edita al Plics di Sassari, ed. 2017). Gli viene assegnato sempre nel 2017 il Premio Vp-Sardinia, arti contemporanee e ricerca, coordinatamente alle istituzioni letterarie di Austria/Salisburgo. Nel 2018 pubblica “Il prezzo della sposa” con l’editore L’arcolaio, segnalato all’ultima edizione del premio Lorenzo Montano (2019). Nel 2019 il libro trova spazio critico nell’Antologia di Marco Ercolani: I fuochi complici. Ha scritto sulla sua opera: Cesare Viviani, Antonio Devicienti, Marco Ercolani, Flavio Ermini, Daniela Bisagno e altri.

NEVIO SPADONI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA: “L’ARRESTO”.

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Riflessioni su L’arresto

La lettura accattivante di questo tragico intenso canto mi ha riproposto riflessioni sul trascorrere e trasformarsi inevitabile della realtà, quel “panta rei” (tutto scorre) di memoria eraclitea e “l’essere-per-la-morte” di Heidegger, con l’angoscia che scaturisce dal prendere coscienza della finitudine di ogni cosa, anche dell’amore – “[…] quel boia / che ciascuno reca in sé […]” –, e di quella bellezza che “[…] non si stringe non si possiede: / si contempla si contiene si lascia […]”. L’approdo e il naufragio nel nulla stride tuttavia con quell’anelito e quel continuo tendere che bene i romantici seppero indicare col termine “streben”, tanto che parafrasando Goethe: “Solo colui che perennemente si affatica in un continuo tendere all’assoluto, potrà essere redento.” Ma qui, non c’è alcun assoluto, nessuna redenzione, e la nientificazione pare avere il sopravvento sull’illusione dell’essere o “esserci”. Più precisamente si dovrebbe dire che tutto diventa altro, nel fluire del tempo e nell’inarrestabile imponenza crudele della vita che ci scaglia tra le cose e sembra farsi beffa della nostra hybris e del linguaggio: “[…] e nessuna parola piú / da pronunziare; solo / un rintocco languido, /lento, fino all’arresto: «Tu sei libera».” Se tutto è destinato al naufragio, perché ancora scrivere, quando anche la parola è destituita del suo significato? Se si vuole che il mondo riprincipi nuovamente, occorreranno sempre parole nuove in ossequio a quella natura (physis) che ci abbraccia e sovrasta, qui e ora, nell’attesa che l’io diventi noi nella parola: “Io sarò voi / i morti, tutti, / noi, voi / dopo di me, / quando / solo, soffierò / lo sguardo, / da ciascuno / di voi tutti / su ognuno / di me.”

Nevio Spadoni

ALESSANDRO BELLASIO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA: “L’ARRESTO”.

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LA PAROLA DIFFRATTA DI GABRIELE GABBIA
di Alessandro Bellasio

Libro scarno e ripido, L’arresto di Gabriele Gabbia (L’arcolaio, 2020) possiede il magnetismo proprio dei libri a lungo meditati e nei quali la parola ha stretto un patto di sangue con il pensiero, con una visione del mondo innegoziabile, univoca. Poche poesie, anch’esse scarne e ripide, a tratti quasi sbreccate o amputate, dove l’autore – alla seconda raccolta dopo La terra franata dei nomi – fa i conti con una condizione perfettamente espressa fin dalla copertina: uno spioncino attraverso il quale si scorgono delle sbarre. È da lì che si incontra il mondo – o meglio che non lo si incontra, ma lo si guarda nel tentativo di rievocarne il ricordo. L’arresto è, in prima istanza, il posto di blocco o lo sbarramento che media l’esperienza dell’essere, dell’esistere. Ed è quindi anche cella di detenzione, la prigionia di chi osserva le cose da una condizione di allontanamento originario, di esclusione dal dominio della presenza: l’arresto è questo essere sottratti da vivi ai vivi, fino alla vertigine di non essere più nessuno, o tutti.

Io sarò voi —
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.

L’assenza è la cifra di chi è sottratto, la cifra dell’arrestato: egli viene meno, non c’è più. Ed è allora che le cose cominciano a giungergli da molto lontano, screpolate, diffratte. L’esperienza in Gabbia è vissuta e restituita già sempre come ricordo, prima ancora che accada, ferma «da sempre verso questi occhi in cui | tutto è stato». Nel dominio dell’assenza è la sostanza stessa a farsi vacua, volatile – e la vita è «il divenire incarnato d’un calco». La tensione si raccoglie e si rivolge così verso l’interno, dove tuttavia non trova più l’appoggio di alcuna interiorità, ma solo la stessa voragine ontologica che aveva precedentemente rinvenuto nell’esterno. L’occhio allora arretra, si blocca, non ha che sé stesso sospeso a mezz’aria, nel vuoto, e la parola è questo grafema oculare arrestatosi un attimo sul nulla, prima di svanire.

I.

Tu fughi ogni inizio.
Non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambíta,
intuíta, dell’ordine cieco,
deciso, dell’occhio.

II.

Mente, l’occhio
nella sua cocchia;
solo empie vuota
sciacqua – e rabbercia
il suo cavo: nulla.

III.

Ho sempre guardato
– guardato – dal nulla
da cui vedo i corpi
della soglia, là dove
sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta

d’un nulla.

(Recensione edita all’interno del blog “Poesia, di Luigia Sorrentino — Il primo blog di poesia della Rai”, il giorno 6 febbraio 2021.)

GRAZIA CALANNA RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI VITO M. BONITO “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA”

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Vito M. Bonito, “di non sapere infine a memoria (1978-1980)”, L’arcolaio, 2021.

Pubblicato il 27 Gennaio 2021 Di Vito M. Bonito su L’estroverso

16 marzo 1978: a Roma, le Brigate Rosse rapiscono Aldo Moro – uccidendo gli uomini della sua scorta;

9 maggio 1978: Moro viene giustiziato dalle Brigate Rosse; avevo 15 anni

28 maggio 1980: a Milano Walter Tobagi viene ucciso dalla Brigata XXVIII marzo; avevo 17 anni

prima e dopo altri furono assassinati – ma non so dire perché la mia memoria torna di continuo a questi due eventi, come una brace, un filo a piombo sul sangue

i salti di memoria, le fratture temporali, le inesattezze sono volute – questo libro non vuole ricostruire niente – non sa, né potrebbe farlo; all’oscuro com’è anche di se stesso.

Inizierei con queste poche frasi (che poi sono parte della nota finale al libro).

di non sapere infine a memoria (1978-1980) attraversa 7-8 anni di studio e scrittura. Nel dissesto della memoria di un adolescente che allora ‘faceva’ politica, si sono inserite letture non più casuali, non solo documentarie e testimoniali. Né esclusivamente saggistiche. Nei buchi della memoria si sono ricomposte voci vive e morte di allora e di adesso, voci di poeti che mi venivano incontro a tenere a freno la lingua, ogni possibile dizione ‘poetica’ (sia chiaro, a scanso di equivoci, ogni mio neppure rasentare l’insignificanza della prosetta in prosetta – asservita, assertiva o non-assertiva che sia – o le contumelie rococò di una qualsiasi scrittura che si presume ‘di ricerca’).

Il libro è organizzato secondo una scansione pseudo-tragica. Pseudo dal momento che ci sono all’interno dei ‘fuoriposto’, degli inserti grotteschi, talvolta comici (se così possiamo dire), indisciplinati verso una possibile forma del testo.

Nella partitura del libro, le figure si inseguono in coro, si alternano e si sovrappongono ma quasi assentandosi l’una dall’altra. Chi parla è conficcato nella propria fine. Gli unici spettatori, forse, di questa fuga di voci sono Stalin e Mao che, morti, guardano la televisione e assistono (stupefatti, compiaciuti, luminosamente retrogradi) al delirio storico, politico e ideologico da loro stessi innescato.

Dentro il bagno di sangue che furono i cosiddetti ‘anni di piombo’, galleggiano uomini e donne, vittime e carnefici, figlie e figli che furono toccati, feriti, esplosi. Compresa ogni forma di memoria che sebbene tenuta in vita si dirada pur di sopravvivere a se stessa.

di non sapere infine a memoria (1978-1980) si è costruito così, senza una ragione esterna, senza una decisione volontaristica di intervenire, di dire ‘qualcosa’ su quei tempi. È un soprassalto di fantasmi che mi abitano, fantasma io stesso, non so perché.

È il libro di chi non sa pensare, non è in grado di pensare cosa sia stato vivere in prima persona quei terribili eventi. Cosa è stato uccidere, cosa morire. Cosa essere sopravvissuti a tanto orrore.

A un eventuale lettore potrei dire che il libro inizia con un canto dei bambini monocellulari (quasi parola amniotica di chi poi prenderà in mano le armi per una rivoluzione mai avvenuta e di fatto negata proprio da chi le armi le indossò) e si chiude con uno stasimo fuoriposto (le figlie i figli, anche di pochi anni, che videro spazzate via nel sangue le vite dei loro padri). All’interno di queste due sezioni, le vicende tra il 1978 e il 1980 – trasfigurate, balbettanti, insensate quasi.

(nel libro tutto ciò che è in corsivo è da leggersi come le voci di Moro e Tobagi)

I

Koba e il grande timoniere guardano la tv

– 1980 –

– ero un uomo di chiesa

un mistico un sensore

di stelle galassie

orbite rivoluzioni

parlavo parole altrui

per tutti sognavo

meravigliosi giorni bui

ho vissuto dentro un ascensore

della vita l’ultimo pastore

su e giù dentro la storia

sovranamente fiero

dell’umana gloria –

 l’inquilino

I

voi non lo vedete il mio confortatore

lui segna l’aria millimetra il respiro

non ha le mani

la sua religione dice cose strane

lontane

– potere dominio lotta al capitale

imperialismo

                    buio intercostale

noi uccidiamo                  per essere vivi

è come un sogno come l’infanzia

una verità luminosa

                              inventata –

II

loro parlano sulla mia testa

io seguo le scarpe

entrare uscire

dal muro…

istituto delle resurrezioni umane

(coro)

III

si dice l’inquilino essere stato

un’ombra nel muro

sfuggita al creato

– no – viene sollecitamente precisato

– solo il meno implicato –

(le disperse)

II

alle iddie

bevitrici di sangue

il tuo giardino di rose

i tuoi occhi

nel bum bum che apre

le immagini vuote

tu non seguire non

desiderare

III

e aspri o quasi

e soffioni

e divina tronchesi

bruciami dico

e la parola è vuota

clinicamente

sono tutti senza peccato

GIUSEPPE MARTELLA RECENSISCE “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI.

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LA CADENZA DEL REMO: L’OPERA INCERTA DI ANNA MARIA CURCI (DI GIUSEPPE MARTELLA)

Pubblicato il 2 febbraio 2021 da redazionepoetarum Lascia un commento Anna Maria Curci,

Opera incerta, L’arcolaio 2020

La cadenza del remo: l’Opera incerta di Anna Maria Curci

di Giuseppe Martella

Già dall’esergo iniziale pare che, in questa nuova raccolta di Anna Maria Curci, l’intreccio enigmatico di Nei giorni per versi si apra a stella o a spugna, perché il cuore assorba la linearità degli eventi in una unica sospensione dei suoi battiti, che faccia epoca di una vita. Come un’operazione a cuore aperto, inizia appunto questa ultima Opera incerta dell’autrice. E non è certo casuale il riferimento (in fondo all’epigrafe: «16 giugno, 20../ another Bloomsday in my life») all’opera mondo più illustre del Novecento, l’Ulisse di Joyce, che si svolge appunto il 16 giugno del 1904, il giorno più lungo, quello in cui la civiltà letteraria fa i conti col proprio passato, gettandoselo alle spalle, archiviandolo in tasselli memorabili, in una ridda di rimandi, in una funambolica polifonia di stili, prima di trasognarsi e trasumanare nella Veglia di Finnegan, un’opera che si pone già fuori del canone letterario e oltre la possibilità della lettura lineare, per evocarne il prima e il dopo, l’incerto fuori tempo dell’oralità di ritorno, il prepotente fuori gioco delle rapsodie ipertestuali lì già mirabilmente presagito. In ogni punto di svolta della propria vita, o della storia, bisogna infatti sempre farsi spugne per assorbire il dolore del trapasso e poter poi far rifluire ancora il sangue. Così quest’opera incerta e oscillante «tra il balzo all’utopia/ e l’orrore tranquillo» (p. 30), col richiamo, nella nota iniziale dell’autrice, al De architectura di Vitruvio e alla sua tecnica dell’incastro ad embrice, che «forma muri non altrettanto belli, ma più solidi del reticolatum», chiarisce subito l’intenzione «di mettere insieme pezzi diseguali», non «pretagliati e predisposti per l’assemblaggio» (p. 13), come sono in effetti i lacerti del nostro vissuto individuale e le res gestae della storia, prima che vengano composte in un intreccio plausibile. Chiarisce insomma l’inclinazione fondamentalmente etica dell’opera, disposta a sacrificare puntualmente l’estetica allorché ce ne sia il bisogno.

Ciò viene in luce mirabilmente già dalla prima lirica della prima sezione, Barcaiola, dove l’incastro a embrice si esprime nella tensione del dialogo interiore, che si svolge in contrappunto musicale con quel bisbiglio del remo, con quella cadenza sospesa, che allude fra l’altro alla pazienza della traghettatrice, seduta sulla riva del fiume, a orientarsi nel rinnovato spazio dei flussi, a individuare gesti, profili e chiaroscuri di una possibile donazione di senso, ma sempre anche pronta a intervenire, a rispondere a ogni richiesta di traghettamento. È opportuno, nell’atto della lettura, soffermarsi su questa metafora, che riassume le sfere semantiche del tradurre, interpretare, insegnare, e insomma dell’operare in una tradizione in fieri, nel suo vorticoso mutamento, nei suoi punti cruciali, critici. Perché proprio questo è il tratto comune alla poesia e alla critica (di cui Anna Maria Curci è maestra) intese come parti del medesimo impegno della trasmissione culturale e della formazione delle nuove generazioni, nonché dei barbari che si affacciano sulle sponde del Mare Nostrum…mare monstrum (p. 73): di accogliere insomma evangelicamente i diversi, i piccoli, i reietti, i lettori. Perché quest’opera ci interpella in senso integrale e trasversale, richiedendo risposte non solo estetiche ma pratiche, e invitandoci inoltre a dialogare (negli atti più che nelle parole) fra di noi, facendo soprattutto tesoro dei lunghi complici silenzi che sempre ci attendono a ogni svolta del fiume, a ogni nuovo incontro o abbandono. Invitandoci insomma a ritessere quella tela di Penelope che è la diuturna risposta alle peregrinazioni di Ulisse, quel tessuto culturale che appare ormai orribilmente sfilacciato, sfregiato dall’appassionata insipienza che circola sui nuovi media, facendo di un mondo troppo piccolo un asilo di dementi, e conducendo possibilmente all’implosione di ogni senso comune.

Ma siccome qui siamo comunque di fronte a un testo poetico, la cui funzione dominante è quella di richiamare l’attenzione su se stesso (Jakobson), sulla sua forma visionaria e cantabile, sulla cadenza in cui alla fine appunto si compie ogni esercizio di pazienza («Leggo la musica della pazienza,/ talvolta inciampo sulle biscrome/ e all’improvviso, ecco: cadenza»; Controcanti, V, p. 31), è su questa messa in forma dell’interpellanza che dobbiamo soffermarci, sulla tensione produttiva fra le aree semantiche della pazienza e della cadenza: quelle dell’attesa, del sorriso, dell’umiltà, del sacrificio, da un lato, e dall’altro della misura, del ritmo (poetico ed esistenziale), dell’ascolto e dell’abbandono a ciò che ci chiama, da una qualche parte sempre inattesa, dentro o fuori di noi, nell’anima o nel mondo. Questa tensione è quella che anima la prima lirica, Barcaiola, una sorta di dialogo fra self and soul  (il sé e l’anima, per citare il titolo di una bellissima poesia di W.B. Yeats) che costituisce la porta d’ingresso di questo viaggio periglioso e aperto a tutte le diramazioni del caso, ma anche e soprattutto ci mostra il progetto flessibile e ipotetico che regge gli incastri ad embrice di questa architettura poetica in cui la simmetria delle quartine-laterizi di Nei giorni per versi ha ceduto il posto alla disparità dei temi, dei versi e delle strofe, si è aperta come una spugna appunto, è diventata porosa, per assorbire l’ethos nella aisthesis, la spinta dinamica del carattere nell’istante perfetto della percezione. Nessuna indulgenza qui infatti al faustiano «fermati attimo sei bello», e nessuna presunzione di egemonia del canone letterario all’interno della polifonia culturale, se è vero che la splendida arroganza del Prometeo goethiano appare arrendersi di buon grado alla sfida dei giovani allievi che, col consenso della maestra, vi inscrivono «la strofa finale di Space Oddity» e il punto di vista dell’alieno androgino, Ziggy Stardust, alter ego di David Bowie, figura emblematica del Glam Rock di quei favolosi anni Settanta. Questo scendere dalla cattedra dell’insegnante («Ora può cancellare, prof, se vuole./ No, non voglio, no, non vogliamo»; p. 70) è l’altra faccia di quella sua riconoscenza verso genitori e maestri che attraversa l’intero testo, costituendone un altro filo conduttore e rafforzandone il disegno sotteso, la cui scoperta richiede l’impegno del lettore, conducendolo appunto su quel piano etico che solo può compiere la ricezione estetica di quest’opera. La tensione fra etica ed estetica costituisce infatti il sostrato di questa silloge, il suo logos, la commisurazione fra il sé e la coscienza, nonché fra le parti e l’intero.

Tuttavia etica ed estetica rimangono pur sempre due sfere dell’esserci che non possono risolversi in un unico quadro, o in una ideale autotrasparenza dello Spirito Assoluto (lo Zeitgeist hegeliano), ma debbono rimanere sempre soggette all’aut aut nell’intimo di ciascuna coscienza individuale (Kierkegaard). Sicché il trapasso dall’una all’altra comporta sempre uno iato («In bilico su toni e fenditure,/ cerca il prodigio il varco quotidiano/ senza i sipari i tuoni e le tribune»; p. 23) e dunque anche un balzo dalla luminosa epifania alla scelta cruciale (p. 88) che trasformi l’istante in epoca, proiettando il profilo o il gesto appena intravvisti nel progetto di un comune sentire e di una comunità di intenti, nella luce di una convivenza sotto lo stesso cielo. La metafora della luce pervade infatti questa raccolta, facendo tutt’uno con quella del sorriso che è luce del volto, dove tacitamente si compie l’esercizio congiunto della pazienza, dell’attesa, dell’umiltà e dell’ascolto. Perché qui il sorriso mitiga e trasfigura, al di qua di ogni parola, quella caustica ironia di cui Anna Maria Curci ha pur dato ripetutamente in precedenza buona prova di sé. Ma che ora rimane fra le righe, come riassorbita appunto nella chiara luce di un volto che costituisce il manifestarsi di una mite ma solida postura morale («Mitezza senza posa è la sua forza»; p. 65), sullo sfondo chiaro in cui si dispongono a costellazione le gemme liriche e gli annunci dell’angelo della storia con le ali impigliate nella tempesta che soffia dal paradiso (come nel quadro di Klee), con gli occhi pieni delle rovine del passato, certo, ma che sa con pazienza prendersi cura della propria dimora nel presente, gettando lo sguardo nella «luce aggrovigliata dentro ai vani» (p. 21), per ritrovarvi «gioie minute/ in scatole modeste» (p. 22) e il senso di una tregua temporanea, come sospesa a precipizio sull’orrore del «mare mostro» (p. 73), di un Mediterraneo non più rassicurante che è anche metafora dell’oscuro, incerto futuro che ci attende per una sempre più difficile resa dei conti, in un esercizio di memoria intermittente, dove sempre di nuovo l’azione e la narrazione, le res gestae e la historia rerum gestarum, così come il sé e l’anima, saranno chiamate a incontrarsi in una fantasmagoria al di qua delle parole, in una gestualità semionirica che riassuma il senso provvisorio di una vita sullo sfondo del dramma della storia, come appare nella lirica Angelos, dove l’iniziale dialogo fra esserci e coscienza trova un mirabile svolgimento nell’esercizio di una memoria intermittente: «Parla per me. Mi giunge questa voce/ dal limbo dei ricordi seppelliti.// […] Parla e racconta che mai abbiamo smesso/ di provare a salvare. Ancora non capisco» (p. 72).

Rinviandoci così all’inizio, a quella Barcaiola che contiene nei suoi ritmi lievi e figure leggiadre l’intero progetto della silloge: «Nella scalmiera remo/ bisbiglia con cadenza.// Lei, la tua mobile sostanza, smesse/ le vesti torbide, mi accoglie.// Quando riprende il volo la speranza,/ cocciutamente sai che non è fuga» (p. 19). È come una firma a pelo d’acqua sul progetto che si intraprende, quello di trasformare il bisbiglio del remo in principio speranza, attraverso una cura che sempre va rinnovata, come appare nella splendida lirica Del coltivare (p. 76).

Possiamo comprendere ormai come, attraverso l’opera della coscienza spugna, i due grandi fili conduttori del testo, il ritmo poetico esistenziale e la trasmissione culturale, entrino in svariati contrappunti, tra accordi e dissonanze, creando tutta una serie di armonici distanti e di intrecci luminosi che ciascuno percepirà a proprio talento. E come si arricchiscano e trasfigurino a vicenda, secondo le intermittenze della memoria e gli incanti del cuore. Finché pian piano il bisbiglio del remo divenga cadenza e infine armonia mundi, per quanto soltanto in prospettiva utopica, in un avvenire oltre il buio del futuro prossimo. Esplicitare questi contrappunti in dettaglio è impresa ardua e forse inutile, perché appunto programmaticamente essi sono incerti e disponibili alle più varie ricezioni, soggetti tanto ai vezzi personali quanto agli incidenti storici, facendo parte del work in progress di «un cuore pensante»[1] e pulsante, soggetto a extrasistoli, a pause impreviste, in cui l’armonia musicale si fonde con la temporalità dell’esserci, con l’angoscia (con l’«imparar da capo la paura»; p. 45) e con la cura quotidiana che si esercita anche a rischio di sublimazione o addirittura di fissazione narcisistica: «la cura si rinnova/ e la chiamiamo cruccio/ la coccoliamo come Sommo Dolore/ innamorati noi di noi dolenti» (p. 76). Così come appare nella lirica prima menzionata Del coltivare, che drammatizza la tensione irrisolta fra sentimento e forma, e fra natura e cultura, che pervade l’intera raccolta, implicando la missione ardua di coniugarli a ogni passaggio ignoto, in una eloquente lirica che aggiunge un altro tassello al dialogo intermittente fra l’esserci e le coscienza: «Del passaggio non so,/ tu affine anima mia,/ meandri e pieghe e anse.// Lo slancio riconosco,/ la luce tende braccia,/ non si fa definire» (p. 29). O in una certosina glossa al margine del libro del mondo nell’atto di aprirsi agli spazi intermediali: «ascolta, su, porgi l’orecchio/ dirama la conversazione/ traduci e chiedi, leggi e annota, / discerni e associa sotto il cielo» (p. 26). Fra l’intermittenza (p. 73) e la tenacia della memoria che ordisce e coltiva quel dialogo fra l’essere e la coscienza, nonché fra sé e gli altri, che stiamo ascoltando fin dall’inizio, così come appare in una esemplare lettera a una amica: «Così come fiorisce nella testa/ l’erica alla memoria tua tenace/ cresce questa missiva in ore e giorni/ che in altro tempo è dato consegnarti.// […] Enigma mi porgevi di parole/ che non compresi all’ora del distacco/ e che la tua pazienza ora m’insegna:/ quieta sagacia è cura, mano tesa» (p. 59). Che ci mostra in miniatura come l’enigma dei Giorni per versi si sciolga in questa silloge nell’esercizio della pazienza e della cura. Di una «mitezza senza posa» che trasformi in canto «la voce dei sommersi» (p. 65) e di una incrollabile volontà di non arrendersi (p. 58). Affinché quel «bisbiglio del remo tra due sponde» che abbiamo ascoltato all’inizio divenga infine «lingua madre», «pegno d’incanto, balzo, testimone», sia pure solo per un attimo, sotto un cielo chiaro, per un occhio desto (p. 88). Poeticamente, provvisoriamente, il miracolo può compiersi: è qui ancora una volta avvenuto.

 GIUSEPPE MARTELLA

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