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POST GIUGNO 2006

mercoledì, 07 giugno 2006

COMUNICAZIONE

  

Questa comunicazione è pubblicata anche sul blog “Premio Aldo Spallicci“, (linkato qui a fianco). Su tale spazio l’annuncio potrà essere visionato fino alla scadenza del premio.

L’Associazione Culturale per il Premio “ALDO SPALLICCI” bandisce la XIX edizione (anno 2006) del premio omonimo:

REGOLAMENTO
Poesia inedita

Possono partecipare gli scrittori in lingua italiana, anche se residenti all’Estero, inviando tre poesie inedite, che non abbiano mai conseguito un primo premio, di lunghezza non superiore ai 60 versi ciascuna, a tema libero, in cinque copie dattiloscritte opportunamente spillate in gruppi di tre. Ogni gruppo, costituito dalle tre poesie, verrà dato in lettura ad ognuno dei cinque membri della giuria. Il plico, chiuso e possibilmente raccomandato, va spedito entro il 31 agosto 2006 (farà fede la data del timbro di spedizione) al seguente indirizzo:
Segreteria Associazione Culturale PREMIO ALDO SPALLICCI, casella postale aperta n.11 – 47011 CASTROCARO TERME (FC). In calce ad ogni trittico dovranno essere indicati nome, cognome, indirizzo e recapito telefonico, dattiloscritti o a stampatello per una migliore leggibilità.
La quota di partecipazione è di Euro 25,00, da accludere al plico a mezzo assegno circolare non trasferibile o vaglia postale (in tal caso accludere fotocopia della ricevuta postale) o in contanti. Assegno e vaglia devono essere intestati a “Segreteria del Premio Aldo SpallIcci”.
Ai premiati verrà data comunicazione telegrafica o telefonica. Tutti i partecipanti riceveranno copia del verbale della giuria per posta ordinaria. I testi inviati non saranno restituiti. Non sono previsti rimborsi di sorta. I premi dovranno essere ritirati di persona, salvo casi eccezionali d’impedimento per i quali è ammessa la delega. Per quanto non previsto dal presente regolamento valgono le deliberazioni della giuria.

PREMI

La giuria selezionerà sei finalisti, fra i quali verranno proclamati tre vincitori e tre segnalati.

Al primo: Euro 1500,00 e Trofeo Terme in ceramica
Al secondo:  Euro 1000,00
Al terzo:       Euro   500,00
Ai segnalati: Euro 250,00 ciascuno

Verranno consegnati anche oggetti d’arte e premi di rappresentanza.

La giuria assegnerà un premio speciale (unico) di Euro 1000,00, offerto dalla Provincia di Forlì-Cesena, ad un giovane concorrente di età compresa fra i 15 e i 25 anni compiuti, non cumulabile con quello eventualmente conseguito nella graduatoria assoluta. E’ quindi consigliabile che gli interessati indichino chiaramente, sotto la propria responsabilità, la data di nascita.
Testi dei vincitori e dei segnalati saranno pubblicati, a cura del sodalizio culturale romagnolo “La Fameja de Bgonz”, in un volumetto che verrà distribuito gratuitamente agli autori e a tutti i presenti alla cerimonia di premiazione.

GIURIA

Prof. Mario Pazzaglia (presidente)
Prof. Augusto De Molo
Prof. Rosanna Ricci
Dotto. Claudio Mancini
E il poeta Gianfranco Fabbri (segretario)

Il giudizio della giuria è inappellabile.

La sezione per inediti del 2005 è stata vinta da Daniela Raimondi di Londra (GB) e quella riservata ai giovani da Alberto Ferrari di Urbino.

REGOLAMENTO
Poesia edita

La sezione è riservata ai libri di poesia pubblicati dal ° giugno 2005 al 31 maggio 2006 ed è aperta agli scrittori in lingua italiana, anche se residenti all’Estero. La quota di partecipazione è di Euro 25,00 e va inviata possibilmente tramite assegno circolare non trasferibile o vaglia postale (in tal caso accludere fotocopia della ricevuta postale) alla Segreteria del Premio Internazionale di Poesia “Aldo Spallacci” casella postale aperta n. 11 – 47011 Castrocaro Terme (FC). Assegno o vaglia devono essere intestati alla Segreteria del Premio “Aldo SpallIcci”.
Le opere dovranno essere inviate (una copia ad ognuno dei cinque membri della giuria: indirizzi appresso indicati) entro il 31 agosto 2006. Farà fede la data del timbro di spedizione.
Al vincitore, che verrà avvertito telegraficamente o telefonicamente, andranno Euro 2500,00, grazie alla partecipazione delle Terme di Castrocaro, nonché la targa d’argento del Presidente della Repubblica.
Considerato che il riconoscimento è unico, non potrà essere stilata una classifica di merito. La comunicazione del risultato verrà data, pertanto, tramite la stampa nazionale e le emittenti radio-televisive.
La giuria non è tenuta a rendere pubblici i titoli delle opere che non sono risultate vincitrici.
Il vincitore dovrà ritirare il premio di persona.
Per quanto non previsto dal presente regolamento valgono le deliberazioni della giuria.

GIURIA

Prof. Mario Pazzaglia (presidente)
Via Leandro Alberti, 8 – 40137  Bologna

Prof. Marino Biondi
Via Fiesolana, 14 – 50122 Firenze

Prof. Giuseppe Leonelli
Via Circonvallazione, 37 – 60122 Ancona

Dotto. Claudio Mancini
Viale G.Marconi, 29 – 47011 Castrocaro Terme (FC)

Prof. Pantaleo Palmieri
Via Arnier, 44 – 47100 Forlì

Il giudizio della giuria è inappellabile


Sarà gradita la presenza di tutti i concorrenti alla premiazione che si terrà presso il Padiglione delle Feste delle Terme di Castrocaro a partire dalle ore 16 di sabato 30 settembre 2006.
Saranno presenti la stampa in genere e quella specializzata, editori, personaggi della cultura e dell’arte ed emittenti televisive nazionali e regionali.

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Un avviso “narciso” agli amici del blog: alcune mie poesie sono state gentilmente ospitate negli spazi virtuali “LUCA FRUDA’ BLOG” e “ERODIADE”  (linkati qui a fianco). Grazie per l’attenzione, Gianfranco

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postato da: nestore22 alle ore 22:39 | link | commenti (13)
categorie: poesia, appuntamenti

venerdì, 02 giugno 2006

BACHECHE POETI GIOVANI E/O EMERGENTI N.15

  

Francesca Serragnoli ama spesso “dirsi” tramite la prima persona singolare –unita al tempo indicativo presente-. Ella è tutta intesa al colloquio con un “tu” che è, essenzialmente, il mondo complementare; ovvero, il polo maschile che copre ruoli molteplici, come l’amante, il padre e il figlio. A ognuno di questi protagonisti lei offre protezione e un concavo focolare in cui dar vita alla sua funzione di animale ferino e felino. La temperie, in un siffatto tipo di poesia, ha in sé un qualcosa di Morantiano, ovvero di una quieta ed infelice disperazione nell’essere fattore di tragedia antica. Tali caratteristiche si notavano già nel libro intitolato “Il fianco dove appoggiare il figlio”, la raccolta stampata nel 2003 in cui la poetessa dava conto della sua posizione di donna di fronte all’impellenza dell’accadimento. Anche lì, come del resto negli inediti offerti alla “Costruzione del verso”, c’è, esiste, vive in modo occiduo e ombroso, il possesso della propria sovranità nei confronti del territorio scelto per governare. “Ti raccolgo con le mie braccia bucate”, dice, all’inizio di un bel testo, quasi a far comprendere la funzione caritatevole indirizzata al suo “Lui”, quale che sia il ruolo rivestito da quest’ultimo. “…Chiudi male la porta / entrano luce, voci / e mentre spio, piove //, …, //le tue braccia / sono una grotta / dove riposo. // …”. Passando dal libro al corredo degli inediti, è possibile avvertire un significativo giro di vite: qui Francesca produce maggior dolore; i conàti di un rigetto femminile rifiutano la componente concava. Le stesse somiglianze tra le cose sono ancora più intensamente governate dal “come” della similitudine. “Ferocia bianca” è l’immagine che dà a questo colore una vena di durezza. Il bianco, appunto, è simbolo cromatico della morte: se ne deduce quindi una equivalenza tra morte e violenza, cifra che la Serragnoli fa sua in più di una ripresa. Ma Francesca incanta anche per la qualità del magma fantastico delle visioni. “Vorrei togliermi da questa delicatezza delle mani che cuciono i lenzuoli”, dice a un certo punto. Immagina la morte (di nuovo) come una “giovane schiuma bianca”, scomodando ancora quel colore che tutti gli altri colori respinge: quasi fosse, la morte, una specie di ectoplasma che a poco a poco infetti, o mangi, o raggiunga gli organi vitali dell’anima dolorante. L’acqua è sottintesa come madre, sorgente e nutrimento. La terra è un’altra madre che dalla prima viene fecondata, quasi secondo un’utopica società matriarcale e femminista. In questi inediti il dettato spesso s’involve per poi rigenerarsi in spazi e voli di aquilone. L’uso di versi tronchi –moderni e anticonvenzionali, con le finali in bar, fard, scooter e tivvù –  sono quasi (se è lecito dirlo) degli effetti onomatopeici che fanno il “rumore” del tema prescelto.
Che dire di più di questa interessantissima autrice?

Una sola cosa: la riuscita del condurre avanti un discorso che accolga, oltre alle caratteristiche sopra citate, anche le radici delle arcaiche donne del suo luogo di origine. Si presentano così sistemi di vita di un tempo remoto, in cui la donna-femmina era essenzialmente natura animale, bestia da soma e angelo dell’immaginazione maschile di questo nostro povero universo mondo.

**

E’ l’agonia di un uomo
che fa vertigine
un uomo che passa
a sirena spiegata
alta sopra ogni bar
sopra ogni bellezza di fard
è l’altopiano più alto del canto
un uomo che non sa esistere
non aiutato

dopo di ciò
si può affilare a china
un destino geografico
sciogliere dai capelli la spilla
che libera i fiumi
e scende dalla tv
una cordiale truppa di giacche

qualcuno chiude a due mandate
dal pianerottolo una porta
dopo poco uno scooter
esce dal cancello
al telegiornale è pronta l’Europa.

**

A Edward Evans (pittore di fiori)

Ma li hai strappati
dal buio
o solo hai colto il colore
quel bianco fitto
che è la vita
quando non si vede più
l’universo è un re
che ha le mani vicino alle tue.
Erano spuntati a Bologna
per terra, in galleria
sgravati dalla terra in quel momento
sudati come un vitello
e a quella prima luce
stringevano gli occhi.
Che novità quel fiore
e tu come una candela
che ne sentivi il trapasso al mondo
lo stringersi e la resa
io sono l’ape che si muove
su quel mare feroce di bianco
e volo duramente
invece di sprofondare.

**

a Paola, non più fra noi

Tiri il nostro cuore
come una catena, tesa
mentre avanzi più il là
chiami, non smetti di chiamare.
E’ una frase che brucia male
dire addio a qualcuno
coprire con un telo
il leggio curioso
di due occhi
antichi cerchi di stelle
immersi nel folto
dove prego che
lampi di speranza
curvino su di noi
affastellati rametti che si allungano
bucano l’aria per bisogno, non
solo per natura
a caso spezzati per bruciare.
E’ un fuoco il tuo
che non teme più il tempo
contro il cielo che mi guarda
azzurro e preciso
come un appuntamento
che vorrei nessuno temesse
casuale.

**

Vorrei togliermi da questa delicatezza
dalle mani che cuciono i lenzuoli.
La tua riga da una parte
ricorda il mare
il tuo passo scivola fra le ossa
vorrei togliermi e guardarti da un elicottero

la noce più dura forse è il tempo
spalanca uccelli
amori troppo alti
per tentare
di coglierli con un bastone

il mio corpo rigido
non lo riavvolgo più in un nido
avrei voglia di staccare il collare
abbaiare al fuoco
alla tua schiena nella folla
ballare con te in questo cerchio

stamattina ho voluto la Plath
in tuta blu, sdraiata
sotto l’ala sudata del mio amore
come sotto un’auto ferma.

**

VETRINE

E se poi le sciogliessero le fronde
allontanassero i fili dei capelli
dalle vetrine oltre i vetri le vedi
quelle che hanno un luogo io
che sporgo lievemente lo sguardo
intorno a chi sposta la mano
chi tocca a modo le cose
io scendo verso le porte
da cui si passa per andare
trascinata esce un’immagine
che segna appena
la sera che scende.

Poi si parte anzi ci si porta
chini verso la casa
e lo smarrimento è tremendo.
Picchiato a luce dal lampione lo sguardo
è buco buio le vene le vedi
gonfie a lampi e pesti
ugualmente il pedale.

La stagione non consola
non miete grano
l’estate che rompe il freddo.

**

Francesca Serragnoli è nata a Bologna nel 1972. Si è laureata in Lettere Moderne nella stessa città. Lavora dal 1997 presso il Centro di poesia contemporanea dell’Università di Bologna. Suoi testi sono apparsi in varie riviste letterarie (Frontiera, clanDestino, Specchio della Stampa, Graphie, Tratti etc), nell’antologia I cercatori d’oro (Forlì, La Nuova Agape, 2000) e nell’antologia Nuovissima poesia italiana (Mondadori, 2005) Per i Quaderni di clanDestino, a cura di Davide Rondoni, è uscito i nel 2003 il suo primo libro di poesie dal titolo Il fianco dove appoggiare un figlio (Bologna, ReEnzo).

 

 

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postato da: nestore22 alle ore 23:32 | link | commenti (31)
categorie: poesia

giovedì, 01 giugno 2006

INTERMEZZO

  

L’alba della scrittura non è un fatto acquisito. E’, piuttosto, una coscienza presa per piccole dosi di conseguimento, secondo schemi che partecipano ai livelli notevoli della fatica e della struttura. Dovremmo però anteporre a questo preambolo un prefisso dubitativo, se non si vuole che il pensiero pecchi di saccenza. Accondiscendere cioè l’ampio respiro di altre possibilità, di altre soluzioni. Sarà perché la scrittura è quasi sempre fonte di sospetto, che noi accusiamo la propria alba di apparire talvolta come un tramonto.

**

Non si dovrebbe mai dire: «Finito un lavoro, se ne comincia un altro» perché il racconto che è appena concluso non è del tutto licenziato. Parlo di chi ha appena scritto un romanzo o un racconto. E allora cercherò un nuovo modo di dire, che suona così: «Malgrado non abbia del tutto terminato il lavoro cui ho atteso per un anno, ho una gran voglia d’affrontare nuove prospettive di temi».

**

Personalmente sono stato undici mesi attaccato allo stesso lavoro, indeciso fra numerose “varianti”, le quali hanno messo in crisi la mia sicurezza.
La scrittura ha fluttuato fra picchi di massimi e minimi straordinari. In qualche circostanza ho sofferto di una vera e propria carenza stilistica. Le limature erano così corpose da assumere aspetti di vera e propria riscrittura. Da giugno a settembre, poi, una grande débacle mentale ha fatto sì che temessi la compromissione del progetto. Le pagine venivano composte con uno stile che ricordava quel-lo penoso degli inizi, ormai trentennali. Credo sia stata una crisi d’involuzione dalle tinte quasi irreversibili. Poi, da settembre a dicembre, l’accanimento della scure censoria su molte pagine ha fatto sì che il testo prendesse, a poco a poco, un aspetto più…, come dire? … professionale.
La prima stesura presentava i miei grandi difetti di sempre. Ovvero, la tendenza a scrivere frasi poco logiche, poco legate fra di loro. Ho dovuto quindi correggere in più tempi questa mia negatività, sforbiciando quelle considerazioni che non avevano ragione d’esistere. Ho “logicizzato” la trama; ho dato delle pseudo-giustificazioni, laddove l’esigenza lo imponeva. Il futuro lettore (se lettore ci sarà) potrebbe non conoscere certe caratteristiche dei personaggi (che nel testo sono degli ebrei). Così, senza darlo troppo a vedere, è stato necessario indurre nel romanzo quelle minime decodificazioni utili a scoprire i miei intenti.

Ma che fatica!

**

La lingua ufficiale è talvolta in disaccordo con la mia lingua biologica.
I miei tempi sono disturbati da quelli intesi comunemente, sicché il periodare che viene fuori dalla mia penna risulta spesso essere in guerra con la buona meccanica dello scrivere.
A quale legge affidarsi, allora?
Ad una via di mezzo?
Non starò a piangermi addosso, però un’inquietudine mi coglie ogni volta che “rileggo” qualcosa di mio. Scopro allora di piacermi sempre meno. Non condivido le asprezze morfologiche che la lingua concede. Mi vedo insofferente alla durezza di certe consonanti. Soffro nell’accorgermi di come e quanto non abbia saputo dire quello che avevo in testa.
Spesso chiudo il quaderno un senso irrimediabile di sconfitta.

Gianfranco

 

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postato da: nestore22 alle ore 11:36 | link | commenti (15)
categorie: riflessioni

venerdì, 26 maggio 2006

INTERMEZZO

  

Qualcuno ha definito giustamente l’ultima fatica di Stefano Massari, “Il libro dei vivi”, come un’opera religiosa. Io aggiungerei, di una religiosità naturalistica e viscerale. In queste poesia-prosa (o prose poetiche e d’arte), l’autore mette in scena con nettezza l’”invocazione al Padre” strutturandola secondo i toni greco-tragici e secondo la presenza fittissima di assonanze-ripetizioni -sia di termini che di suffissi desinenze-. Là dove è possibile imbattersi nel “sacro” è anche possibile vedere da vicino il senso “igneo” delle cose. L’insieme di questa scrittura è un vero e proprio atto di rivolta nei confronti dell’Ente Superiore. I testi appaiono come isolotti di carne vivida e dolorante, sopravvissuti a ere remote. Ci si imbatte nell’alcool e nel sangue; non mancano l’odio e il pus; non manca neppure una specie di sotto-dio bestia -profonda oscurità- la cui condizione pre-animale sconcerta. Tra uno spazio e l’altro del respiro, si insinuano micro frasi nominali che annunciano verità biologiche inerenti al dio che si nasconde nella propria bestemmia. A pagina 16 gli aggettivi possessivi infettano il testo e lo blindano in una geometria passionale. Alla pagina successiva, le frasi si preannunciano come sconnesse, e additive, ma solo per un’autentica necessità (ad esempio, parafrasano i singulti) ( “…da tuo sguardo troppo lento   per vedere me   bellissima di muso incapace di lamento   tu illuso che ritorno   e non uccido mai   di giorno …”). Uno dei sensi che mi è parso di interpretare in questa raccolta di Massari è il lascito testamentario “di padre in figlio”, là dove il primo avanza forme di inusitata delicatezza -pur nell’infinita bestialità dell’istinto- che intona: “… ma feroce sulle labbra…”).
Il linguaggio è di tipo semi-automatico ed è pure apparentemente incapace di organizzare un discorso in superficie; una sorta di voce-getto-vomito che sale dai fondali dell’ID, profondo e umano. Le assonanze, come già ricordato, veicolano la musicalità (perfetto l’esempio di pagina 39 con: totale-verticale; mano, chiamo, piano; legamento, nutrimento).
Massari rimanda al proprio vissuto, al presente che vive, ma non usa gli oggetti e la lingua dell’”esterno al sé”. Egli, come già detto, affonda nel buco nero che squarcia il suo interno e travalica qualsiasi temperie storica e ambientale; si è (o ci fa essere) in una specie di realtà oltremondana, dove è naturale antropomorfizzare il mattino (che ha sete) o quant’altro gli sembri opportuno. Il libro è detto dei vivi, ma i protagonisti sono vivi nel mondo e nel linguaggio dei morti. (pagina 21: “Tu non sai quanta morte mi scampi/ogni volta con la mano e la fronte/che ti cerchi un riparo nel mio torace pesante//”). Un tale universo risulta essere altare di sangue e di infezioni; non dà sicurezza; si evoca da solo ed evoca la luce (la quale diventa persona e anche disillusione). Stefano vive alle radici dell’albero, all’interno cioè della polis vegetale, dove “costruire una casa con questa pelle di padre”. Ma, pagina dopo pagina, il mistero si allenta e ci fa segno di poterlo intendere, nel senso del passaggio del testimone, “da padre in figlio” appunto. Ovvero, il figlio che ha un proprio erede (un suo socio-sicario) presso cui essere dio o sottodio. Ritorna allora il fuoco  e con esso la luce-verità. Da pagina 31 in poi ricorre l’acqua; tornano più numerosi gli alberi probiviri di una società occulta; torna la nutrizione; si rimette in pista l’elemento terra-madre, che introduce la catabasi (…nelle fosse, nelle tombe e tra le maglie avvolgenti di piccole morti quotidiane).
Come inquadrare questo libro di Stefano Massari?
Quali nobili padri dargli per coordinate?
Difficile dirlo.
Non credo vi siano antenati nel nostro Novecento italiano.
Il libro dei vivi” parrebbe non avere padri.
O, perlomeno, occorrerebbe cercare altrove: chessò, nel deserto del nord-Africa, o nel sangue, beato e maledetto, della bestia che ci è primate.

Gianfranco Fabbri
Tre  poesie dal libro di Massari:

(gilberto centi 25.02.2002)

lontano cieli di ferro sei   la pelle delle case   l’alba scivolosa sulle strade
che non sei   il ritorno   né l’addio eterno   ma il pianto artiglio di mia
figlia   mio olmo curvo dal più lungo gennaio   che nascerai domani e
ancora e sempre   come vento sulle cupole   alto come il sole dell’allarme
rabbioso e buio oceano   di grano   pieno

***

(serie dei chiodi)

38.

l’acqua delle madri è ferma   ferme le armi degli alberi   la casa ha vene calme   ora
respiro caldo   regolare   arrivano lingue scorsoie incessanti da nord   pronte le tombe coi
nervi bambini   pronta la bocca del crollo

43.

Hai visto le mani dell’ucciso   le scure obbedienze dei padri senza viso

piegati a cancellare tracce di ogni scempio   sacerdoti   a   cui non

costruiranno un tempio.

 

Stefano Massari – “Il libro dei vivi” – Book editore, Castelmaggiore BO – pgg.55 – 1° ediz. 2006

 

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postato da: nestore22 alle ore 13:56 | link | commenti (60)
categorie: poesia, critica letteraria

lunedì, 22 maggio 2006

FUORICOLLANA

  

Daniela Monreale ad ogni sua nuova raccolta mostra con decisione sempre una pelle diversa. Già in “Quotidiano/Straordinario” la poetessa palermitana aveva utilizzato la poetica del “giorno per giorno”, condendola però con il succo delle frequenti note chic e preziose, quasi che il “suo stare  nel mondo” fosse dettato da un dirsi oracolare, scevro dai colori torturanti dell’esistenza dell’oggi.. Si parlò allora di un linguaggio a tratti anche solenne, seppure in gran parte minimale. Negli inediti inviati recentemente a “La costruzione del verso” spunta ancora quella sorta di quieta e regale cifra che me la fece subito amare: stavolta però la stessa materia viene amalgamata da un sentimento che indugia tra la delicatezza carnale e il vero e proprio erotismo, mentale e pernicioso come una piaga aperta e dolorante. Vi è pure un insistere maggiore sul polo esistenziale. La Monreale ama quindi fare avvertire la propria temperie siciliana –un impasto reso concreto di isolamento polemico ed aristocratico, ma anche fragile e disperante-. Queste concatenazioni, simultanee o differite, raccolgono comunque una tensione necessaria alla spartizione di retoriche superbe, come quella del primo pezzo, che immagina l’io-prima persona come una “sentinella da mesi sfiancata”. Si possono notare ricorrenze di termini, come “inenarrabile”, forse per indicare la fallace impossibilità del gesto autoriale, e come “tellurico” (forse a esprimere la dinamicità del sottosuolo, più che emotivo, sessual-passionale). Si apprezzano infine scampoli di “assonanze-rime” come “finezza  //  bellezza” per indurre nel lettore un senso delizioso e autentico di legame eros-alimentato.
Questa, l’ultima produzione di Daniela: a mio avviso una voce che rimarrà, anche in virtù della discrezione e smagamento quasi gattopardeschi.

**

MEHARES
Stringo un nodo con te con la tua vicenda
meravigliosa di creatura venuta
dal deserto ancora non so se del tuo esserci
un nonsoche di persistente era da sempre
era solo per noi non so quando è iniziata
la faglia che dentro me stillava dava intorno a noi
miele e scoperte soli infuocati come a Petra.

Strani giochi del mio destino
del tuo che mi vede sentinella da mesi sfiancata
e delle tue labbra parallelo sorso di bellezza di cosmo di pace
mi rivelano orbite calde e pietraie sconosciute
che pure riconosco nell’intreccio di mani
stessa preghiera di Enkidu di notti gelide a Ninive
senza mai interrompere
il corpo stanco.

E nella notte i tuoi occhi vicini
così da vederli sdoppiati
narrano la tela fantastica l’epopea dei sovrani
nel reticolo di pelle ci intenerisce
a parlare parlare per le cose-parole adagiate
nell’iperuranio sempre esistite
in dialogo con noi qua giù
sulla terra fragrante di sorrisi
come ripeterci noi due che è vero questo 
sostituirsi al Tutto con due mani uno sguardo
un solo gesto non doveva succedere
o forse dai tempi era già successo e perdurava
in attesa di dispiegarsi
come una foglia rara
sul nostro giardino speziato.

***

Materia fragile la notte dei sentimenti,
quando ci si sente bui e abissali,
spinti giù nella chiazza sconosciuta
delle passioni, nel gorgo tellurico
dei sogni, precarietà, carezze
che non verranno.
Maneggiare con cura, girare
piano la chiave, per favore,
c’è in questa stanza una
piramide rovesciata, che porge la vastità,
volo d’uccello all’alba

e l’acrobazia del gesto, la sua finezza,
è una scommessa per la vita.

***
BRIXEN, SEI ANNI DOPO

Inenarrabile
ai più che sorvolano la friabile bellezza
– questa tellurica bipenne al Cielo questo Duomo
ai piedi della Plose, come sei anni fa dicevo
in una poesia esangue e colorata al buio –
ancora eretta la traccia di un disegno
mi attraversa.

Mi suggerisce che tu stai vicino a questo
morso di gioia, lo mangi d’amore insieme a me
che divoro.

E la navata percorro albata di un barocco
ormai familiare, ammansito da un organo
che ha un gusto sferico,
la ruota  perfetta del Canon di Pachelbel,
quando adolescente avevo in testa
grolle di mani e bocche acuminate,
rosse a metà, sparpagliate
come coriandoli in festa,
adesso un imprevisto coup de foudre mi sorride
ho il cerebro assediato ho la tua foto sul comodino,
qui è la nostra geografia qui è la scena
che non registreremo nella piccola camcorder,

dicono in quattro,
dicono i nostri occhi serafini.

***
VOCI DAL SOTTOBOSCO 

quando non ci sei
è un vento nero a parlarmi
a  chiudermi a portarmi l’inverno

mi sento straniera in casa
quando tu non ci sei
e vado e attendo e lascio
i miei occhi assopirsi
mollemente
incollarsi ai tuoi
dormire in te
che mi accadi in sogno

piovono dalle tue ciglia le ore
e le saluto scaldandomi
a un bicchierino di grappa
un sigarillo un pensierino dolce
che faccia infanzia
e me lo ritrovi accanto
quando c’è penuria di buone cose

non essere un segreto non mordere
il vero tra le labbra

fai dei tuoi occhi due finestre
due rami due ortensie
sul giardino del tuo amore

prestami le chiavi
aprimi il cancello
fammi dondolare al sole

**

Daniela Monreale, poetessa e critica letteraria (Palermo, 1963), vive in provincia di Firenze. Ha pubblicato varie raccolte di poesia, tra cui Lo sguardo delle cose (Nuova Editrice Magenta, 2001), Quotidiano/Straordinario (Casa Editrice Delta 3, 2002) e con Fabrizio Bianchi Corpo a Corpo (Lietocollelibri, 2003). È presente in alcuni volumi antologici, tra cui Così pregano i poeti (Edizioni San Paolo, 2001), Toscanautori (Ibiskos, 2003), Avere un nome (Liberodiscrivere, Genova 2003),  Nuove declinazioni-aforismi (Joker, 2005),  Donne di parola, a cura di Alina Rizzi (Travenbooks, 2005).
Ha prefato e curato libri di poesia e antologie, tra cui Helle Busacca, Poesie scelte (Ripostes, 2002). Collabora con varie riviste letterarie, tra cui Leggere Donna, La Mosca di Milano, La nuova Tribuna letteraria, Le Voci della luna.. Per Il  Foglio letterario ha curato il supplemento annuale di poesia Bar Code.

 

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postato da: nestore22 alle ore 13:27 | link | commenti (33)
categorie: poesia

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