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INIZIA QUEST’OGGI LA NUOVA STAGIONE EDITORIALE DELL’ARCOLAIO CON IL NUOVO LIBRO DI YARI BERNASCONI: “CINQUE CARTOLINE DAL FRONTE E ALTRA CORRISPONDENZA”.

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ACCOGLIAMO CON PIACERE YARI BERNASCONI NELLA SCUDERIA ARCOLAIO!!!

DIEGO CONTICELLO E GIANLUCA D’ANDREA, CURATORI DELLA COLLANA PHI, HANNO TRAGHETTATO QUESTO BRAVO POETA ALLA CASA EDITRICE DI GIANFRANCO. ALLA SODDISFAZIONE DELL’EDITORE SI UNISCE IL CORO DI “BENE ARRIVATO”, CANTATO DA TUTTI I COMPONENTI IL CATALOGO!

Yari non ha bisogno di ulteriori presentazione, dal momento che è ben conosciuto sia nella Svizzera (sua patria) sia in Italia. Presentiamo adesso una succinta nota bio-bibliografica seguita da una interessante nota editoriale scritta dal nostro Gianluca D’Andrea!


Nota bio-bibliografica:

Yari Bernasconi è nato a Lugano nel 1982. Ha esordito nel 2009 con il poemetto Lettera da Dejevo (Alla chiara fonte), a cui sono seguiti nel 2012 la silloge Non è vero che saremo perdonati (in Undicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea, Marcos y Marcos) e nel 2013 il libriccino Da un luogo vacillante (Isola). Del 2015 la raccolta di poesie Nuovi giorni di polvere (Edizioni Casagrande), a cui sono stati attribuiti il «Premio Terra nova» della Fondazione Schiller e il «Premio Castello» di Villalta Giovani. La plaquette La città fantasma (Nervi edizioni) è invece uscita nel 2017. Altri suoi testi sono apparsi in diverse antologie e riviste. Vive nei dintorni di Berna.

Nota editoriale di Gianluca D’Andrea:

Pietas e sguardo etico, questi i confini di Cinque cartoline dal fronte e altra corrispondenza. Libro di luoghi e resistenza dell’umano, della vita che si riapre continuamente al mondo, provando a salvaguardarne, nella parola, la durata: «Verso Luino le strade non crollano, / non lasciano voragini aperte sopra il buio».
In un linguaggio piano che, infatti, nella terza sezione tracima in brevi inserzioni prosastiche, si racconta una storia di corrispondenze, il tentativo comune, ma non per questo meno urgente, di riattiva-re uno scambio, un nucleo di relazione, sebbene a sentirsi sia «l’ansia dell’inizio, e più forte / la paura di un’altra, nuova fine».

                                                                                                                                                                                              Gianluca D’Andrea
Nel frattempo, con l’orizzonte in ombra,
tutto il resto nel buio, continuo a credere
che senza un grano di sale e di senape
non siamo nulla.

***

Alcuni testi:

Dalla sezione:  Cinque cartoline dal fronte  (intorno a Ponte Tresa)

 

Dicono guerra e io guardo il lago

appena mosso. Lo specchio di cielo

fra Italia e Svizzera, nel tepore del sole

che arriva. Gli eroi sono altrove:

niente sanno di queste vite assembrate

negli abitacoli e nel traffico, in mezzo a polveri

sospese. Le giornate che si stringono

fra due diverse e sempre uguali indifferenze.

Non direbbero guerra, se potessero.

***

Qualcuno vorrebbe capire e riconoscere

un tratto distintivo, ma è subito sconfitto:

la piccola stazione risponde solo

di una folla disordinata, di sguardi

che cercano in luoghi dispersi

o inaccessibili. Discretamente e forse

con un po’ di vergogna. Il resto è un lento

transitare oscillante: chi scende dal vagone,

chi aspetta, chi aiuta un anziano a salire.

***

Dalla sezione: “Altra corrispondenza

 

Certo che mi ricordo della Fiat e della strada

tra Roma e Grosseto. La luce sull’asfalto,

la radio, gli autogrill. Il viaggio che cancella

per un attimo la più semplice delle vecchie

nostalgie. La certezza di dire: siamo.

 

Ma no, non eravamo più giovani: siamo

noi. Né tu né io. Soltanto noi. Il nostro noi

senza tempo.

 

Dalla sezione:  “Dieci lettere dal futuro” (frammenti)

 

Guardavo le stesse pietre che guardavo anni fa, ma sono solo. Hai deciso diversamente, tu: sei uscita alla luce del sole. Io resto qui, in questa grotta scavata dal buio. Eri stanca di attendere, e alla fine hai scelto ciò che hai troppo rifiutato. Fino a stupirti nel rifiuto.

***

Pensi solo a te stesso, al tuo destino cieco, nel solco immobile dell’egoismo. Il vero nodo è altrove: fare la scelta giusta per tutti. Serve a queso cadere. La presenza degli altri dà senso a molte cose. Forse a tutto.

***

Vivi in un alveare di metallo e cemento. Ogni tanto, quando cammini per lunghi corridoi, ci pensi? E mi pensi? Non hai scelto davvero: sei stata scelta. Solo per questo hai il diritto di scrivermi. Presto sarà diverso, e saremo perduti.

 

 

 

EDOARDO PENONCINI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI ROBERTO DALL’OLIO, “SE TU FOSSI UNA CITTA'”

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Roberto Dall’Olio, Se tu fossi una città, nota introduttiva di Romano Prodi, L’arcolaio, Forlimpopoli (FC) 2019

Articolo scritto da Edoardo Penoncini nel mese di ottobre del 2019

Le città di Dall’Olio sono la città dell’amore universale, e a ben vedere “la donna della mia vita” della dedica è l’espansione dell’umanità tutta, quella redenta e quella in cerca di riscatto; le città di Dall’Olio non sono topos e cronos, sono logos che si eterna attraverso l’amore, l’immaginario di un viaggio dove tutto si trasforma e l’amore è passaggio dalla forma al corpo in tutto quanto siamo immersi (cosmo?), l’amore panico, l’amore carnale, l’umanità, carne che si fa e carne che si sbriciola, briciola eterna del già e non ancora tra lirismo e afflato civico.
Nella poesia di Roberto Dall’Olio sussistono e persistono residenza e resistenza, una fedeltà che emerge nell’opera poetica, ma anche nella saggistica, nella quotidianità sociale e famigliare, perché tutto è vita e la vita per il Nostro è partecipazione, coinvolgimento, convinzione, abbraccio e sdegno. Sarebbe facile distinguere la scrittura poetica con etichette: poesia d’amore, poesia civile, poesia lirica… continuando a mantenere in essere una distinzione ad arte. Ma quando raccolte come Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone 2008), La notte sul mondo (Mobydick 2011), e Irma (L’arcolaio 2017), che d’acchito definiremmo poesia civile, le mettiamo accanto a La morte vita (Edizioni del Leone 2010), Viole d’inverno. Canzoniere d’amore (Minerva 2014) e Tutto brucia tranne i fiori (Moretti & Vitali 2015), poesia intima e degli affetti, non possiamo non intravedere una reductio ad unum che consente al poeta di “riveder le stelle” attraverso l’amore, un sentimento sempre pieno per l’altro e l’umanità tutta.
Un libro che parla di città, certo i nomi sono reali, reali sono i fiumi (Senna, Vistola, Arno…), ma forse non sono città meno invisibili di quelle di Calvino. Da nessuna parte esiste oggi una città dell’amore, non vivremmo tra colonnine che misurano qualità dell’aria, consumi e controlli della raccolta indifferenziata, isole di plastica… se panico fosse aggettivo (natura creatrice) e non sostantivo (ansia, terrore). E allora per restare all’àncora delle invisibili città calviniane perché non riproporre la domanda del Khan a Marco Polo: «Viaggi per ritrovare il tuo passato? Viaggi per ritrovare il tuo futuro?» (Calvino, Le città invisibili, Mondadori, Milano 1993, pag. 27). Ben diversa è la risposta di Dall’Olio, foss’altro perché al viaggio reale del veneziano stanno pennellate in versi in grazia della Musa che riempie la quotidianità domestica del poeta e la risposta al Khan vedrebbe l’altrove come specchio positivo, non negativo, per riconoscere il tanto che è suo, non il poco, non per scoprire il tanto che non ha avuto e non avrà. Eppure qualche altro accostamento si può ipotizzare, perché nelle città del poeta bolognese come in quelle di Calvino ci sono gli occhi che guardano e si fanno interpreti dei colori, ci sono gli scambi, i desideri, i sogni, la memoria e mille squarci perché il lettore, di là dal messaggio di fondo premesso nella dedica: Alla donna della mia vita, possa cogliere l’umanità profonda che alberga nella poesia di Dall’Olio.
Se tu fossi una città è una raccolta dell’estasi dove il viaggio si trasforma nella stasi del presente, nella quiete rassicurante dell’amore «a misura d’uomo» avvolto nella coperta di Linus (p. 115), nelle meraviglie architettoniche, fino ai simboli, che dànno al poeta il senso della persistenza di valori e ideali, come «quella grande piazza» (126) di Cuneo intitolata a Duccio (Teodorico Galimberti), o quel volo radente su «quei muri di marzapane… / ma Norimberga / lo vedresti che è rifatta» (p. 71).
Le città di Dall’Olio sono anch’esse «città in cui si scambia la memoria a ogni solstizio e a ogni equinozio» (Calvino), come a Bologna dove al ricordo del «sognatore (Giuseppe Massarenti) / di una repubblica socialista» si mescolano gli slanci di giovani innamorati che dopo corse «a perdifiato / a San Luca / a goderci noi / tra Alpi e Appennini» (p. 65), ma non sempre vince il finale idilliaco, come in Parigi «questa moderna / a tutto Disney // la rive gauche / senza la gauche» (p. 67), eppure in precedenza Parigi era la città «dove ci siamo / conosciuti / abbiamo gettato nella Senna / il tempo e gli orologi / vivendo sorrisi / in tempi luminosi / e mogi» (p. 22), così il volo sulla città rifatta insegna che «la memoria è profonda / come l’amore / come il terrore» (. P. 72).
Un viaggio per le città del mondo, tra echi mitologici, orientali sapienze, amore quotidiano per approdare all’explicit della nota di Romano Prodi: «riflessione sulla bellezza e complessità dell’amore e della vita. Mi pare che sia questo il vero compito della poesia e della scrittura, quello di esporre con la semplicità di un verso temi e valori che appaiono complessi e difficili da esprimere» (p. 12).

EDOARDO PENONCINI

GIAN RUGGERO MANZONI RECENSISCE “POSTILLE” DI GIANLUCA D’ANDREA.

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POSTILLE (tempi, luoghi e modi del contatto) di Gianluca D’Andrea, Edizioni L’arcolaio,

dirette dall’amico Gian Franco Fabbri.

Articolo scritto da GIAN RUGGERO MANZONI sul suo account FACEBOOK

Gianluca D’Andrea è nato a Messina nel 1976. Tra le sue pubblicazioni: “Il laboratorio” (Lietocolle, 2004); “Distanze” (lulu.com, 2007); “Chiusure” (Manni, 2008); “[Ecosistemi]” (L’arcolaio, 2013); “Transito all’ombra” (Marcos y Marcos, 2016). In “Postille” (tempi, luoghi e modi del contatto) (L’arcolaio, 2017) ha raccolto i commenti a singoli testi di poesia moderna e contemporanea, elaborati dal 2015 al 2017 in vari siti letterari. Sue poesie sono incluse in diverse antologie e tradotte in varie lingue. Per la casa editrice L’arcolaio cura la collana di poesia Φ (phi). Collabora con il quotidiano culturale on-line “Alfabeta2”, con la rivista “Doppiozero” e con il periodico culturale l’“EstroVerso”. Vive a Treviglio (BG), dove insegna nelle scuole medie. Le “Postille” costituiscono una raccolta di singoli testi di poeti moderni e contemporanei di diversa provenienza geografica, ma non danno vita a un’antologia o a un qualche repertorio di testi esemplari – le postille sono, invece, un personale itinerario di studio, di meditazione e di approfondimento, la condivisione con i lettori di una ricerca su scritture magistrali capaci d’irradiare senso di per sé e, anche, grazie allo sguardo di chi, con profondissimo rispetto e ammirazione, vede in ognuna di queste il riverberarsi su di esse di altre scritture, esperienze e ricerche; ne traspare, così, un ordinato e rigoroso scartafaccio che sa essere sia una proposta di lettura che uno spiraglio per meglio capire la scrittura stessa di D’Andrea. Dalla prefazione di Fabio Pusterla: “La parola-titolo di D’Andrea, in apparenza umile e dimessa, è ingannevole come le petrarchesche ‘nugellae’, e nasconde, prima di tutto, un bisticcio di significati. A quello vero e proprio di annotazione scritta dopo, cioè di riflessione critica che fa seguito alla lettura e alla meditazione (e che vanta già nei suoi annali un bel numero di precedenti giganteschi, da Manzoni a Croce), si associa, infatti, in un bisticcio divertito dichiarato dall’autore, il contemporaneo concetto di post, cioè di te-sto postato su di un sito o blog, che suggerisce l’origine di queste pagine e la loro iniziale funzione. Nate per un sito, le postille conservano di quella loro iniziale ideazione la velocità e la stringatezza, che consentivano all’autore la rapidità di esecuzione e ai fruitori l’immediata assimilazione: della postilla in sé, ovviamente, ma anche del testo a cui la postilla i- neriva”. 42 i poeti trattati, o, meglio, 42 i testi sui quali Gianluca D’Andrea ha “postillato”.

Gian Ruggero Manzoni

GABRIELE GABBIA RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI MAURO GERMANI: “LA PAROLA E L’ABBANDONO”

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Gabriele Gabbia: recensione a “La parola e l’abbandono
Tratta dal blog “Margo
«Una volta per sempre» — nota su La parola e l’abbandono di Mauro Germani (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2019).

 

 

Riflettendo intorno a La parola e l’abbandono, ultima, aforistica silloge di Mauro Germani, recentemente edita da L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, si può perentoriamente asserir che l’autore ha scelto di non risparmiar di sé, a sé e agli altri alcunché.
Nei fatti, Germani ha pubblicati nella suddetta plaquette gli «aforismi, i ricordi, le trascrizioni di sogni» e «gli appunti letterari» (com’è annotato nella sinossi pósta in quarta di copertina del volume) che ha coniati nel corso di circa sei lustri. Per tanto, il testo in questione – ch’è scisso in due sole sezioni: La solitudine della parola e La parola e l’abbandono – è una sorta di ‘diario dell’anima’ (il resoconto d’una «follia privata», suggerirebbe forse l’autore…), entro il quale convergono ‘disordinatamente’ le ossessioni concernenti l’incandescente enigmaticità ed ingovernabilità dell’esistenza: «il senso di uno smarrimento originario, la precarietà dell’essere, la coscienza di una sconfitta esistenziale, l’enigma dell’amore e del corpo, il dramma non risolto della religione». Ebbene, dalla lettura e dall’analisi di tale, problematico e quindi agonico coacervo, risulta un libro sorprendente, dacché di appassionata tensione e d’indubbia intelligenza, profondità e spietatezza è intriso. Nel testo, in fatti, quasi nulla è trascurato di ciò che ha ferocemente animato e eroso la vita dello scrittore milanese.
Germani, prendendo innanzi tutto l’abbrivio dalla persuasione della sostanziale ‘irrilevanza’ che ogni volume in fondo in sé reca («[…] quale libro potrà mai giustificare il mondo?», si chiede provocatoriamente e con palese disincanto l’autore nell’incipit della raccolta), grado a grado invera – mediante l’accurata selezione e la dispositio dei proprî «lampi del pensiero» –, un’approfondita e assai disillusa disamina della condizione antropologica entro la quale ab origine giace. Una condizione – estrinsechiamolo súbito – perturbante («Non c’è che un’unica notte che ritorna.»; «Ci siamo perduti nell’esistenza e nell’inganno. Come faremo? Potrà bastare la morte?»; Se fossimo innocenti, non saremmo qui.»), giacché ‘impatta’ permanentemente il senso del mistero, dello spaesamento, della caducità, dell’impossibilità, della colpa, del fallimento e della conseguente, ineludibile disfatta. Una condizione dunque scevra di scampo, perché «La verità è preclusa agli uomini», e la parola – ch’è soltanto «un balbettio nel cosmo» – è «sempre sola davanti al dolore e alla morte».
Lo scrittore, evidentemente affetto dal «rantolo dell’abbandono», assediato da «frammenti e rovine che vanno alla deriva» e consapevole «dei ritardi e degli inganni di una storia irrimediabilmente malata», coglie tra l’altro l’occasione per attestare anche la sua impavida quanto desolata e solitaria dipartita dalle illusioni. Anzi tutto quelle esistenziali: «[…] Incapaci di sapere chi siamo […] corriamo da una parte all’altra del mondo senza trovare mai ciò che veramente sarebbe per noi appagante. Siamo abbagliati da falsi splendori.», poiché «Molteplici sono le illusioni prodotte dall’io, tra cui l’io stesso.» Ne consegue, paradossalmente, che «La vera storia […] è segreta, è quella delle nostre anime e dei nostri sogni, delle forze oscure dell’universo e dei morti. Ed è […] terribile.»
Poi vengono infranti i ‘miraggi’ politici e sociali: «Da giovani si parlava, si discuteva, si progettava, si creava. Ed era bello essere contro. Adesso ci guardiamo attorno smarriti. Dove mai ci siamo persi? O forse non vogliamo ammettere che allora eravamo – nonostante tutto – confusi ed ingenui?». E di séguito: «Ad una certa età, diventa difficile avere voglia di cambiare il mondo, anche se non ci piace e ci spaventa. È troppo credere davvero in qualcosa, non ne abbiamo più la forza e nemmeno l’illusione.» E in fine: «Forse ai figli bisognerebbe prima di tutto chiedere scusa per averli fatti nascere, poi supplicare il loro aiuto per rimediare almeno in parte al disastro del mondo che noi abbiamo costruito.»
Inoltre, Germani disvela l’amara verità che soggiace alle speranze inanemente promosse dalla produzione delle proprie creazioni letterarie: «So bene – e me lo ricordo spesso – che di ciò che ho scritto, scrivo o scriverò non resterà proprio niente, nemmeno una parola.»; come pure di quelle altrui: «La “ricordanza acerba” è ciò che resta a Leopardi. […] I sogni sono morti per sempre ed il vero ha avuto il sopravvento. La vita spezza la vita e l’infinito dell’immaginazione soccombe davanti al finito della realtà.» E successivamente, la medesima, schietta petrosità è indirizzata ai ‘salotti’ e alla spettacolarità mendace e perciò esiziale delle pubblicazioni, degl’innumeri festival e dei premî poetici per cosí dire ‘attivi’ nel tempo a noi coevo: «Una volta chi scriveva un libro appariva pochissimo. Oggi siamo assaliti da presentazioni, letture pubbliche, partecipazioni televisive, promozioni sui social network, festival culturali, in un carosello di indecoroso esibizionismo.» E ancóra: «Bisognerebbe abolire i premi letterari di poesia. I più affermati sono monopolizzati dai soliti nomi, i quali se li spartiscono tra loro, sempre ben remunerati. Gli altri sono ridicoli teatrini a pagamento per coloro che vi partecipano…». E per concludere: «La politica della poesia ha il sopravvento quando i poeti più affermati, che hanno anche potere editoriale, si comportano come uomini politici, cioè come i primi traditori della poesia stessa.»
Germani non ‘arretra’ nemmeno al cospetto del sacro (dal latino sacer; ossia: consacrato, destinato, votato, venerando, augusto, ma anche maledetto, esecrabile, infame), e all’ipocrisia di coloro che avrebbero voluto, potuto e sopra tutto dovuto rappresentarlo: «Che delusione e che rabbia la scoperta, in gioventù, delle terribili colpe della Chiesa. Che sconforto la fine della purezza delle campane alle sei del mattino, la semplicità sacra delle domeniche e delle feste, la solennità povera dei riti, le lacrime trattenute degli addii. Che violazione dell’infanzia e che tradimento della vita e della morte…». Ma le parole che maggiormente scalfiscono sono quelle che ineriscono al silenzio e alla definitiva sconfitta dell’ente generatore immateriale ed eterno: «Nei momenti in cui penso che Dio esista, non posso che immaginarlo solo, impotente e sconfitto: la resa di Dio.»
Ecco dunque disvelato il significato unitario del volume e di ogni asserzione ch’è in esso contenuta: l’impossibilità e la sconfitta — di tutto e di tutti. Anche Germani ha in fatti abbandonate (dopo averle concepite) le parole sconfitte che ha scritte e simultaneamente è stato da loro abbandonato; o, meglio, è stato abbandonato dalla ricerca d’un senso che, mediante la scrittura di quelle parole, ha attestato. Ora, perciò, si direbbe che l’autore sia ‘finalmente vuoto’, ‘libero’ e ‘solo’, ormai lontano da ogni «sogno di appartenenza». Ma a ben vedere la sua ‘vuota’, ‘libera’, ‘inappartenente solitudine’, è ad ogni modo abitata dal senso della presenza di quei tentativi di senso che con sofferta intelligenza, dignità, perseveranza e fatíca, egli ha cercato – una volta per sempre – di testimoniare.

Gabriele Gabbia

ANDREA TEMPORELLI PARLA DI DUE LIBRI DI MICHELE MICCIA.

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Assaggi di libri, dal blog PROFEZIA PRIVATA
Andrea Temporelli parla di due libri del nostro Michele Miccia

Il ciclo dell’acqua: parte di sotto” e “Il ciclo dell’acqua: parte del ristagno

Ho ovviamente un percorso di letture personale da compiere, tra il metodico e il capriccioso. Ho accumulato negli anni titoli in particolare di narrativa a cui mi dedicherò, spero, per il resto della vita, con particolare riguardo per gli autori prediletti.
In questi giorni però ho ricevuto anche diversi omaggi. Sono sempre commosso, in questi casi – e non è un’affermazione ruffiana.
I libri sono sempre preziosi, anche e talvolta soprattutto quelli che vengono dalle periferie della grande editoria. Racchiudono spesso il senso di un percorso originale, sofferto. O anche libero e sbarazzino.
Nei ritagli di tempo, dunque, avrò modo di affondare il naso anche in queste pagine. Ma, come mi capita sempre, l’approccio a un libro è graduale, fatto di gesti rituali. Lo si prende, lo si rigira per bene. Gli si dà un’occhiata generale. Di solito, mi tengo alla larga dalle prefazioni. Poi lo si abbandona sulla scrivania, perché trovi nel disordine del lavoro un nido caldo, e la compagnia di qualche altro libro (un amico imprevisto). In seguito, arriva il secondo avvicinamento, con qualche prelievo casuale, giusto per capire di che pasta è fatto e per vedere se è in grado di allettare con qualche promessa. Da questo dipenderà la posizione negli scaffali: il disordine nel frattempo si è fatto eccessivo, occorre quindi correggere la sbandata. La lettura vera e propria avverrà solo dopo un po’ – talvolta anche anni, a dire la verità.
Ora mi trovo proprio in un momento in cui devo ricondurmi all’ordine, affidarmi al metodo. Ho risistemato diversi scaffali, lasciando migrare alcuni libri. E ho cominciato ad assaggiare i titoli ricevuti in questo paio di settimane. Tra l’altro, si tratta di volumi molto sobri, quasi austeri. Senza fronzoli, insomma. E non mi dispiace l’ipotesi di una bellezza dura, senza presunzioni.
Ho cominciato anzitutto con Il ciclo dell’acqua di Michele Miccia, ciclo che qui prende corpo in due titoli: Parte di fuori e Parte del ristagno. Escono per le edizioni L’arcolaio di Gianfranco Fabbri: un punto di credito in più. Entrambi poi vantano la prefazione (che non leggerò, se non dopo aver terminato il libro) di due persone che ho conosciuto, e che per un certo periodo (ahimè, troppo breve) ho coinvolto nella redazione di Atelier, vista la stima che nutrivo nei loro confronti: Claudio Ba-gnasco e Giovanna Piazza. Altri due punti di credito. E poi, l’idea di un “ciclo”: essere acqua, e partecipare così, nel suo viaggio, della vita umana e del creato intero. C’è un discorso, un orizzonte, una tenuta d’insieme. Una visione. Altro punto di credito. E apro il testo casualmente. Per esempio, qui:

Ogni giorno m’invento
un passato da celebrare con l’aggiunta
di nuovi particolari, un’infanzia
che non ho avuto, una giovinezza
adulterata, alberi sconosciuti
a cui soltanto ora do un nome,
elaboro una liturgia per
evocare i miei antenati perché
diffondano sul mio
conto voci credibili
che mi saldino a un prestigio di padre,
conta che questa storia giunga
a me millenaria, consolidata
per il buon nome dei miei ricordi.

Tutte le poesie rispettano questa matrice, a colpo d’occhio: un unico periodo nella maggior parte dei casi, suppergiù spiegato in quattordici versi, che seguono un andamento raziocinante, meditativo. Quando lo leggerò, sarò dunque cullato da un ritmo preciso: non serrato e perfetto come le ottave di un poema rinascimentale, ma comunque ordinato e pacato. Sarà come un viaggio in treno: le poesie migliori saranno come paesaggi nel finestrino, verso i quali lasciar vagare i pensieri.

Andrea Temporelli