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UN CORPOSO SCAMPOLO TRATTO DA QUESTO LIBRO, A MIO AVVISO FONDAMENTALE!

G.F.

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A cosa serve la poesia?
– A cosa serve la poesia è un quesito senza risposta, come quello che eventualmente coinvolgesse l’utilità della ceramica o della pittura. Cosa vuol dire? Nulla che non serva al nostro corpo, in questi termini, è utile. Quindi è utile la medicina, è utile l’ingegneria perché ci fa stare al coperto ed è utile qualche elemento di cucina, per cuocere i cibi. Dopodiché noi u- mani siamo a posto, aggiungendo un po’ di tessuti per coprirci d’inverno. Tutto il resto è inutile, se ragioniamo in questi termini di pura utilità per la sopravvivenza. Prendendo sul serio questa domanda, che non è seria ma circola nel mondo e quindi è legittima, ogni poeta può dare una sua risposta, purché riconosca che è una risposta personale e che la poesia va oltre questa risposta, in molte più direzioni. Per esempio, è lecito rispondere: “Poesia è idea astratta” – a patto di riconoscere l’esistenza di molte belle poesie che prescindono da un’idea astratta. Quando ci si mette a scrivere una poesia, non è che si ha un’idea in testa e che poi si cerca di svolgerla in poesia. L’idea astratta nasce, se nasce, nel corso della poesia senza che chi scrive lo voglia o meno, perché può darsi che chi scrive non sia soltanto un poeta di sentimenti e di sensazioni, ma anche uno che si lascia emozionare dalle idee. E siccome la poesia è emozione, non possiamo stare a sindacare su che cosa ci emoziona come esseri umani. In genere si crede che l’idea astratta sia indipendente dalla forma o, meglio, che la formulazione di un’idea astratta sia indipendente dalla forma. È un’ipotesi che più volte può apparire appropriata. Kant, Donne e Popper, per fare solo qualche nome, possono in questa chiave soccorrere. Già non più Nietzsche, Heidegger, Wittgenstein, Kierkegaard, Derrida – ancora solo per fare qualche nome, sul versante opposto. In questi ultimi autori, sembra di poter dire, il pensiero, senza quella forma in cui è espresso, nemmeno esisterebbe.
In poesia si può compiere l’identico percorso al contrario. Se si considera l’idea astratta in Donne, Wallace Stevens, Eliot, la forma sarebbe un vuoto. È il caso di Paul Celan, in cui idea astratta, fortissimo richiamo all’emozione e al dato storico, insieme alla forma, a quella forma, alla forma che è la forma di Celan, sono un meccanismo linguistico e filosofico non smontabile. Nell’ultima modernità, canto e idea a- stratta si sono intersecate fortemente e le parole di Paul Valéry, secondo cui l’attenzione impiegata a seguire le idee è in concorrenza con quella che segue il canto, sembra destinata a non valere più. Pensiamo allo spinoso Pound ma anche al biografico Allen Ginsberg, tanto per dire. È l’intenzione-poesia che, in parte, a partire dall’ultimo Novecento e con la notevole accelerazione degli anni 2.0, ha avuto e sta avendo una mutazione. Ma come si possono veicolare idee astratte all’interno del meccanismo linguistico della poesia? Forse questa è una domanda di oggi che però ha un’origine antica, per esempio nelle poesie teologiche di John Donne. E il Cimitero marino di Valéry non è forse il tentativo di elaborare idee astratte attraverso l’uso delle immagini, al di là del simbolismo e dello stesso uso della metafora?
È qui che il bordo è stato insieme rispettato e superato. In seguito sarebbe stata questa una strada maestra per molti po- eti e molta poesia: e in proposito è lecito pensare soprattutto al poeta tedesco Durs Grünbein e al suo Cartesio sotto la neve ma non solo. Mi sembra si possa dire che idea astratta e pratica poetica nella contemporaneità tendono fortemente ad avvicinarsi, come, d’altra parte, è accaduto nell’arte figurativa, a partire da Merz, Penone, dall’arte povera e dall’arte concettuale, fino alla pratica delle installazioni. Il bordo, questo bordo, lo stare sul bordo, agisce ed è probabile che in modi diversi e forse al momento imprevedibili, continuerà a farlo. La poesia è una forma di elaborazione insieme del pensiero e dell’emozione.
– Dobbiamo chiederci, piuttosto, che senso ha la poesia in una società come quella di oggi, che ruolo assume e che grado di vitalità ha. Alla poesia tocca questo compito, che nessun’altra arte ha preso sulle proprie spalle, di cui nessun’altra arte si è fatta carico in modo altrettanto forte e vitale, che è quello di congiungere un pensiero astratto, quindi una dimensione di conoscenza, anche di tipo gnoseologico, filosofico, con una dimensione, invece, emotiva, immaginativa, di emozione acustica trasmessa a un lettore capace di innescare il meccanismo vero, profondo, della poesia: equiparabile per natura e proprietà formali a una partitura musicale. Occorre un esecutore bravo per realizzare, per dare voce, per imprimere i suoni giusti, le intonazioni giuste e i tempi giusti a una partitura musicale, quindi alla poesia occorre in primo luogo un lettore autentico, coinvolto, non digiuno di conoscenze formali e capace di creare dentro di sé quella – ormai rarissima – condizione di silenzio interiore, che sola consente un ascolto davvero partecipato e dialogico dell’Altro.
La poesia mi pare che stia realmente, tuttora, facendosi carico di questo a livelli molto diversi di esperienza: e non più nella forma che tutti noi della nostra generazione di sessantenni o cinquantenni, abbiamo riconosciuto nel corso della nostra storia, cioè la forma del libro. Oggi la forma del libro è in subordine rispetto ad altre modalità di produzione, di trasmissione e di ricezione dei testi poetici, però la poesia, nelle sue diverse manifestazioni (generazionali, storiche, stilistiche, percettive) sembra ancora molto viva e, addirittura,  molto più viva che in passato. Dunque non si dovrebbe essere né apocalittici né catastrofici, da questo punto di vista. Soprattutto se si pensa all’attualità viva della lingua poetica (quando e se funziona) a confronto dell’inerzia, della caducità, del pallore cadaverico dei linguaggi della filosofia tradizionale (la logica introduce codici e problemi altri ed è sen- z’altro – sulle tracce di Wittgenstein – la parte più viva della filosofia contemporanea), della sociologia o della politica.
Riconosciuto questo presupposto, occorre però imparare o reimparare a leggerla, la poesia, e occorre soprattutto conquistare il senso di un gusto e la qualità di un orecchio perché la vera poesia richiede un autentico orecchio, nel senso proprio musicale, per essere interpretata, percepita e trasformata nella sua dimensione migliore. E si deve anche am- mettere che, come in una miniera d’oro o di diamanti, le po- esie destinate davvero a durare che un’epoca produce, sono davvero rarissime, dal momento che hanno bisogno di una quantità enorme di tentativi vani di scavo e di tonnellate di detriti, per poter essere estratte e brillare. Ciò non toglie che i milioni di poeti medi o mediocri destinati a produrre tali tentativi e tali detriti assolvano una funzione di scavo, di ricerca, di attenzione al linguaggio e alle percezioni (quando siano onesti con se stessi e con la società letteraria di cui fan- no parte) assolutamente necessaria e decisiva.
Noi continuiamo a leggere molte poesie, anche di ventenni o di venticinquenni largamente ignoranti della storia della poesia che però hanno questo scatto di ricerca e di scavo, insieme con questa capacità di trasmettere una sorta di brillio, di scintillio della coscienza attraverso la parola: una coscienza che vuole raggiungere un’altra coscienza. E ci sembra che oggi sarebbe il tempo di costruire una sorta di coscienza collettiva, invece che una coscienza individuale. Inoltre ci sembra che sia molto utile creare gruppi di ascolto. Il primo consiglio che diamo ai giovani poeti è quello di riconoscere altri poeti coetanei, magari dello stesso luogo, per costruire una sorta di nucleo interpretativo, percettivo, ricettivo, emotivo, che dia luogo anche – perché no? – a un gruppo di amici e, se non di amici che bevono aperitivi insieme al bar, di sodali che, mossi da questo interesse e da questa sfida che la poesia lancia a ognuno di noi, ne fanno un procedimento, da un lato, di conoscenza e, dall’altro, di godimento: magari, qualche volta, come accade in tutte le amicizie autentiche, anche litigando o scontrandosi.
L’altro elemento su cui vogliamo insistere è la constatazione che la poesia richiede la fatica, il lavoro, a volte il dolore, altre volte le lacrime, della conoscenza, accoppiandole e congiungendole al senso di un piacere, di un godimento, che è un godimento proprio dei sensi, del corpo e non solo della mente, profondissimo. Non conosciamo altri strumenti uma- ni che riescano a creare queste associazioni, questi intrecci e questi vincoli con altrettanta forza e quindi crediamo che la poesia sia molto viva e stia proprio, in qualche modo, componendo le tracce di una sua necessità e anche, ci sembra, di un suo futuro altrettanto vivo.
– Vi ricordate che alcuni anni fa – non tanti – ci fu l’e- splosione di un dibattito che assomiglia a questo nostro sul- l’utilità o inutilità della poesia, e fu un dibattito che contrapponeva la ricerca scientifica astratta con la ricerca scientifica applicata. C’era un’onda di pensiero che diceva: “Cosa ce ne facciamo della ricerca scientifica astratta? Magari sono solo formule che non sappiamo dove applicare né se mai verranno applicate”. Si risolse col buonsenso, quando diversi scien- ziati fecero presente che senza la ricerca scientifica astratta, non applicata, non ci sarebbe la ricerca applicata, perché le astrazioni sono formule da cui i ricercatori applicati prendono le mosse. La poesia è in questa stessa situazione. Senza la poesia, vista come ricerca di pensiero e di emozione non quantificabile e non mercantile, viene meno la base di un discorso letterario e di pensiero. Se, improvvisamente, tutti noi che scriviamo poesie smettessimo di scriverle in tutto il mondo, si produrrebbe un buco enorme. È possibile che nella lunghissima durata non uscirebbero più film, romanzi, sceneggiati. Di questo dobbiamo tenere conto. La poesia è un’attività emotiva, letteraria e di pensiero, assolutamente basilare. E pensiamo alla poesia più che come a un prodotto o più che come a un genere letterario come a uno stato dell’essere, a un modo di stare al mondo: e anche a un approccio col mondo, a un comportamento nei confronti del mondo e nei confronti, naturalmente, di se stessi. La poesia per noi corrisponde alla pratica di una relazione ininterrotta con l’esistente che, per alcuni altri, si esprime magari nell’ar- rampicarsi sulle montagne o nel nuotare sotto il mare, al solo fine di cercare la risposta a quel richiamo trascendente che in ogni essere umano c’è, esiste. C’è appunto chi esprime questo bisogno di trascendenza in una religione codificata, c’è chi lo esprime nel fare bene il proprio mestiere, mentre capita ad alcuni esseri umani che questa ricerca prenda la strada del linguaggio, dell’uso accurato e potenziato della parola: la strada della poesia, per l’appunto.
– Ogni parola che viene fuori, quando viene, quando arriva, quando ogni tanto si produce quel particolare cortocircuito, comincia a generare grappoli di altre parole e a cercarne ancora delle altre: chi vive un’esperienza simile non sa cos’è che sta pensando, ma sa – con Leopardi – che “io nel pensier mi fingo”, immagino, invento qualcosa che prima semplicemente non esisteva. E sa solo che nasce nel suo sé più profondo un bisogno disperato di trovare la parola che viene dopo e che, alla fine, quando questa cosa forse, per qualche motivo, si è finalmente composta, generando un corpo, sa che mentre succede e che mentre si delinea il modo come è successa, sa di colpo da dove viene, sa di che cosa sta parlando. Ma questo pensiero non ha ancora una forma: e il lavoro del poeta è quello di costruire questa forma con le parole.
– Il pensiero senza quella forma, senza quella scrittura in cui è espresso, non ci sarebbe. Heidegger, se non usasse quella scrittura, non avrebbe il pensiero e Derrida non è affatto trasformabile in prosa. Il pensiero vive dentro quella forma. È per questo che si può affermare: non è obbligatorio, non è un percorso obbligato, ma è un intreccio che si crea fra forma e pensiero, pensiero e forma, pensiero e poesia. Storicamente è un percorso che è nato. Ma è bene, in proposito, togliere un equivoco. Non è che quando l’ha in testa e cerca di metterlo sulla pagina, di tradurlo in discorso, l’autore/autrice conosce già – a priori – tutte le tappe e i panorami di questo percorso. Accade esattamente il contrario, di cui ci si accorge una volta che si è finita, archiviata e riletta la poesia. Ci si rende conto – piuttosto – che la poesia appena composta, che spesso in genere sembra un po’ fredda, poco trascinante, è nata da un’emozione del pensiero. Può essere anche molto fisica, naturalmente. Può incarnarsi in personaggi come un romanzo, dunque in situazioni che sono estranee al vissuto di chi scrive. Perché – viene da chiedersi – si scrivono in poesia situazioni mai vissute dal soggetto scrivente, personaggi che non conosco come se scrivessi un romanzo? Perché il pensiero poetico e poetante cerca figure, attori, per poter essere trasformato in discorso.