Home

LORENZO MARI RECENSISCE “DICEMBRE DALL’ALTO” DI VITTORIANO MASCIULLO. ARTICOLO APPARSO SU SEMICERCHIO.

Lascia un commento

in stampa su Semicerchio 64, 2021/1

VITTORIANO MASCIULLO, Dicembre dall’alto, Forlimpopoli, L’Arcolaio, 2018, p. 94, €11.

 In principio fu La poesia salva la vita, titolo di un agile saggetto, uscito ormai un decennio fa, di Donatella Bisutti. Ad oggi è piuttosto vasto – risultando ulteriormente amplificato dalle possibilità messe a disposizione dalla Rete – il panorama delle pubblicazioni dedicate all’importanza e, attraverso l’uso di questa parola-feticcio, alla fungibilità della scrittura poetica. In barba all’elementare nozione jakobsoniana della funzione poetica – che fungibile, in realtà, non è – si discetta delle possibili finalità alle quali potrebbe servire la poesia. Nel suo libro d’esordio, Vittoriano Masciullo sembra riproporre, senza tuttavia fornire alcuna risposta, lo stesso interrogativo: “a che serve”, con la variante “a che è servito”, è infatti la stringa più ricorrente nel testo, con l’effetto di istituire un orizzonte interpretativo che non è soltanto metapoetico, ma ha anche risvolti esistenziali, psicanalitici, culturali e politici.

Come si può notare in molte delle occorrenze – un esempio per tutte, la prima: “salva però salva o a che serve” (p. 22) – il procedimento di Masciullo mantiene sempre in vita la struttura dualistica dell’interrogativo, costruendo così un libro che, come ben osserva Cecilia Bello Minciacchi nella postfazione, è “gremito di opposizioni” (p. 80). D’altronde, un chiaro punto di riferimento dell’autore è Vittorio Reta – poeta del secondo Novecento che per lungo tempo è stato accantonato, fino almeno alla ripubblicazione di Visas e altre poesie (Le Lettere, 2006), per la curatela della stessa Cecilia Bello Minciacchi – all’interno di un rapporto di fedeltà, del resto mai epigonica, che non riguarda soltanto i procedimenti compositivi, ma che implica anche l’adozione di una prospettiva tematico-ideologica più generale. In effetti, oltre al notevole impegno profuso da entrambi i poeti nella forzatura sintattica della versificazione, in Masciullo vi è anche, “con le necessarie differenze, la dialettica messa in campo da Reta tra il sentimento della vita, del respiro quotidiano, delle considerazioni esistenziali, e il desiderio di sperimentare attraverso la scrittura, nutrito spessissimo, con insistenza ossessiva, di altra e varia letteratura” (p. 77).

Una dialettica irrisolta, incapace di facili trionfalismi e al tempo stesso consapevole dei tentativi di sintesi che sono perennemente in atto, a discapito non soltanto del singolo individuo, ma anche delle più diverse collettività. Tali tentativi sono costantemente promossi sia dall’alto che dal basso delle gerarchie culturali e politiche; se infatti è vero che Dicembre è visto dall’alto, nel titolo del libro, la raccolta si apre e si chiude all’insegna di un “comunque” che si può immaginare, invece, proveniente dal basso: “e al pensiero non succede / il pensiero suo e viceversa / e comunque succede” (p. 13); “nessuno // rimane // comunque” (p. 66).

In questo uso – non sempre rassegnato, anzi talvolta riottoso – non si rileva traccia di alcun fatalismo; si ha conferma, piuttosto, di quanto ha recentemente scritto Luciano Mazziotta in una recensione del libro apparsa su Nazione Indiana (20 febbraio 2020), rifacendosi esplicitamente a un caposaldo della psicologia winnicottiana: “nel momento in cui nel soggetto si verifica la paura del crollo, il crollo è già avvenuto”. Si tratta di un principio compiutamente formalizzato nell’intero libro di Masciullo – come si può notare, appunto, nell’alternanza delle stringhe “a che serve” e “a che è servito” – e che può efficacemente integrare l’ipotesi, avanzata da Cecilia Bello, di una scrittura che ambisca a costruire, o ricostruire, “sulle macerie”, intese in senso classicamente benjaminiano (p. 80).

In effetti, il crollo, in quanto sempre già avvenuto, è registrato fino alla sua più minuscola evidenza poetica, a partire da quel processo fonologico tipico della lingua tedesca, ossia la desonorizzazione o indurimento delle consonanti finali, che è citato nel titolo della prima sezione, Inaspettata (o delle conseguenze dell’Auslautverhärtung). Nonostante molti testi di questa stessa sezione (pp. 13-25) ricorrano all’epanadiplosi, la circolarità così presupposta non si realizza mai appieno: l’abisso, corrispondente a ogni “caduta” del verso in direzione del verso successivo, si può spalancare da un momento all’altro. Di questo abisso, si darà compiuta definizione solo molto più avanti – “tra me e il sé c’è un abisso di coraggio” (p. 61) – ma già nella prima parte si delinea la dimensione primariamente psico-sociale del confronto con questo baratro, in una chiusa che significativamente riprende il titolo dell’intera sezione: “lei ha una grande / capacità di affrontare / inaspettata dice / inaspettata” (p. 19).

A seguire, la seconda parte del libro (pp. 29-34) – intitolata a Ueno, quartiere tradizionale di Tokyo – svolge un ruolo di cerniera tra la prima e la terza parte del libro, instaurando un processo di transizione che è principalmente spaziale e linguistico, e non temporale né di movimento dialettico. Inizia infatti ad affacciarsi – in realtà, piuttosto timidamente, grazie ad alcune citazioni e tematizzazioni – quel plurilinguismo e quella sovrapposizione di spazi, geografici e psichici, che caratterizzerà poi la terza sezione, Nessuno spiega chirone (pp. 37-66). In questo senso, la scrittura di Masciullo può forse essera accostata ad altri esperimenti plurilingui attivi nello stesso ambito bolognese nel quale opera l’autore, come ad esempio quelli avviati da Sergio Rotino (Cantu maru, Kurumuny, 2017) o da Domenico Brancale (Scannaciucce, Mesogea, 2019). Tutti questi autori non si muovono tanto alla ricerca di una lingua primordiale e pura che emerga dall’armonizzazione di suoni altrimenti deprivati di significazione, bensì proprio nell’impossibilità di tale armonizzazione pre-linguistica ritrovano il movimento e l’articolazione che ritengono specificamente proprio della scrittura poetica.

Al tessuto mistilingue di questi testi si aggiunge poi la lunga serie di campionamenti indicati da Masciullo in calce al libro (p. 70), con la parallela costruzione di un panorama letterario e artistico molto vasto ed eterogeneo, nel quale spiccano, per una rilevanza che non è solo citazionista, almeno due riferimenti: il già citato Vittorio Reta e Amelia Rosselli. Serie ospedaliera (1969) di Rosselli, in effetti, è un titolo esplicitamente citato in un verso di Masciullo (p. 44), come punto di riferimento poetico – anche qui squadernato in tutti i suoi possibile livelli – al quale corrisponde, nel presente libro, l’esigenza e al tempo stesso l’impossibilità della cura.

D’altronde, il libro si pone all’insegna di Chirone, personaggio metodologico che “nessuno spiega” ma che Masciullo riesce a ricreare sapientemente nei suoi versi: il medico di Achille, successivamente colpito dalla ferita non rimarginabile, ma al tempo stesso non letale, inflittagli da Eracle, è la figura che meglio può suggellare l’interrogativo senza risposta che Dicembre dall’alto ha posto e continua a porre.

 (Lorenzo Mari)

ESCE OGGI IL PRIMO LIBRO DEL 2021. E’ “DI NON SAPERE INFINE A MEMORIA” DI VITO M. BONITO. CON QUESTA OPERA TORNA OPERATIVA LA COLLANA “IL LABORATORIO” DIRETTA DA LUCIANO NERI.

Lascia un commento

Eccoci alla prima pubblicazione del nuovo anno: si tratta di “Di non sapere infine a memoria“, l’ultima fatica di Vito M. Bonito – l’autore foggiano, da sempre residente a Bologna – il quale impreziosisce ulteriormente il nostro catalogo. La collana che ospita il poeta è la risorta “Il laboratorio“, diretta da questo numero in poi dal poeta e critico letterario Luciano Neri. Questo progetto riporta all’attenzione del pubblico le istanze socio-politiche della fine degli anni Settanta – la morte di Aldo Moro e le conseguenze psicologiche che questo delitto portò nel cambiamento di coscienza, anche in alcuni componenti delle Brigate rosse -. Il tutto, però, efficacemente miscelato con la temperie adolescenziale di Bonito. Il testo, su basi riferite a quella lontana stagione, è poi stato scritto o riscritto alcuni anni fa. Da notare la grazia dello stile letterario, sia nei momenti evocativi che in quelli, potrei dire giornalistici e documentaristici. Un’opera, questa, da leggere con attenzione. E goderne ad ogni singolo verso.

Ma ascoltiamo (leggiamo) la bella nota editoriale del direttore Luciano Neri.

L’ultimo atto poetico di Vito Bonito si dispiega entro una cornice storica in dissoluzione, il Novecento, che a stento riesce a contenere le voci cantilenanti, remote e disamplificate, cui è affidato il “racconto”. Emergono allora come “fotocomposizioni” voci della prosopopea, da ritagli testimoniali, da dettagli personali, da un sogno infranto.  La lingua si avvicenda nei risvolti della storia, nella sua fibra umana più irriducibile, senza la pretesa di riordinare gli eventi di un’epoca al fine di dare credito a una verità.  Tra l’oblio e i refusi della memoria si intravede dunque una strettoia in grado di circoscrivere il fallimento delle grandi aspirazioni umane, ormai conchiuso in ciascuno in una privatezza isolata e sorda, in un auto-segregazione della coscienza. Il testo fa luce su questa strettoia, a intermittenze, ad abbagli. Resta tuttavia vigile nell’opacità, con il suo mandato sacrificale, la figura dell’inquilino, solo con il proprio destino segnato, ospite da rimuovere per mano dei suoi stessi carcerieri, ai quali mostra (e ci mostra) la loro natura paradossale, ridotta all’idea dialettica e incomprensibile per la quale lottano. Nel dualismo vittima/carnefice del genere tragedia ogni possibilità di io/tu viene orientata alle sue estreme conseguenze. E i conti con la memoria, tra gli scheletri dell’oblio, vengono assunti qui dalla maschera tirannica di una visione grandiosa morta, che fa ancora le veci di un fantasma della libertà ormai svanito in se stesso, posta banalmente di fronte allo spettacolo di cui pure si è resa artefice.

Luciano Neri

Alcuni testi tratti dalla raccolta:

canto dei bambini monocellulari

gli organismi monocellulari

sono la forma di vita

di maggior splendore

un’esistenza parassitaria

che non ha bisogno alcuno

di svilupparsi ulteriormente

senza cervello              senza nervi

immortali                    perfetti

solo ciò che è perfetto

non continua a svilupparsi

lo sviluppo non è altro

che un indice di imperfezione

e allora bisogna

pensare in grande

andare oltre

la striminzita misura umana

la morte non finisce mai

la morte finisce

me l’ha detto mia mamma

quando è morta per la sesta volta

anche il frigorifero muore spesso

di notte lo sento cantare

ogni notte

– i bambini sono i fiori della vita

e la terra dei ricordi

è fior che si consuma –

tutti amano i bambini

noi nuotiamo nell’aria

e abbiamo visto il bruco

prendere il colore delle foglie

da ciò abbiamo capito

che iddio non esiste

e ora crediamo

crediamo

in luce da luce per ogni lucissima

luce crediamo

alle meduse al ronzio

abbiamo sempre la febbre

preghiamo                   sangue                                   

dalle nostre teste di ferro

nessuno sa dirci                       nessuno

quale ipotesi di felicità

gli uomini hanno sognato

prima di morire

***

ombrerosse

  1978

I

il cuore dello stato

lo si poteva toccare

uccidere persino

come un neonato

io mi costruivo giocattoli

tornavo bambino

la lavanda nei cassetti cantava

io cantavo

non sei non sei

mai stato

come un parassita celestiale

entrava in me

il comunismo parrocchiale

II

siamo le ombre

                        delle ombre

le parrucche i Fregoli

la pura superficie d’ogni cosa

nulla di più dolce

                        al mondo

del sangue a girotondo

III

nessuno si accorge di niente

i fiori si muovono

nel congelatore

non riesco a darmi parola

IV

imparare a uccidere come si impara

a suonare un pianoforte

l’annientamento degli uomini

è un mondo

                        me-ra-vi-glio-so

una scienza empirica

una dottrina lirica

V

mi piacevano gli indovinelli

portavo il parrucchino

mangiavo gli uccelli

in ginocchio

                            sul comodino

VI

l’inquisizione non è il mio forte

fare fuoco                    sì

a poco a poco

VII

non lo sai che oggi non muori

non lo sai

che perdi la testa

se al morto nei fiori

non giochi mai

VIII

c’erano caramelle                    nell’aria

quando li abbiamo                  uccisi

IX

ha parlato di alberi 

si è diviso in due

che tradotto vuol dire

il sistema imperialista

continua ad avvelenare

con la cenere e il lattosio

il proletariato rivoluzionario

la voce esce dal suo corpo

ma non parla

dice le madri che allattano

la mosca cieca

le sue mani dalle unghie ben curate

però lo hanno tradito

segretamente riferisce

ai suoi complici

di spermatozoi flagellati

di pascolare il cranio

di non sapere infine a memoria

X

soavi percosse

di un invisibile Amore

ultima risoluzione:

le stelle rosse rosse

condannano                anche la pertosse

FRANCESCA MATTEONI RECENSISCE “FATE MORGANE” DI MARILENA RENDA SUL BLOG NAZIONE INDIANA

Lascia un commento

Fate Morgane di MARILENA RENDA

by Francesca Matteoni • 14 Gennaio 2021 Su Nazione Indiana

Le visioni di Marilena Renda hanno un preciso contesto geografico di riferimento, eppure proprio per questo sfuggono, costantemente: la memoria non scrive più le mappe dei luoghi, che restano in attesa di svanire o divenire. Perfino l’amore è una fata morgana: fatale segno del destino, che permane in impressioni, più che nella reciproca comprensione. Nei corpi della madre, della figlia e dei bambini del mare (in senso reale, con riferimento ai migranti, e simbolico, come creature più forti e selvagge dei loro genitori), affiora una verità tutta fisica e sensoriale, in cui trovare riconciliazione. Forse la sospensione delle fate è l’enigma della parola che insieme contiene e tradisce il passato, anticipa e fallisce il futuro, ma continuamente si china per accogliere. Parafrasando i versi di una poesia: “fa le prove” per un mondo e il suo successore. (FM)

Alcuni testi di Marilena Renda

 È vero, della natura non ti puoi fidare,

ma non dovresti nemmeno disturbare i vulcani.

Potrebbero, se vogliono, emettere

quella bava di fuoco per cui sono famosi

oppure non fuoco, ma metano e fango,

un muro alto venti metri, o anche quaranta

che nelle belle giornate può sollevarsi

e seppellire una famiglia di tre persone.

Ci sono luoghi che non sono come appaiono,

come isole che compaiono all’improvviso

e spariscono dopo una settimana,

terreno per fate morgane e inganni perfetti.

***

Ti abbiamo spaventato, una sera, con gli anni Cinquanta,

i mercoledì sera che si sparava e i bambini che non uscivano,

con mio nonno che sparò al fidanzato della sorella

e gli zii americani che non disdegnano la compagnia

dei narcotrafficanti e dei feroci bestioni di Villabate.

Mio padre coltiva la leggenda dei mafiosi di una volta,

che aiutavano le ragazze a rompere i fidanzamenti

e i paralitici ad ottenere le sedie a rotelle.

Mio nonno contrabbandava grano ed era protetto da Giuliano

e da strani Robin Hood che gli permettevano di trafficare.

Non volevo spaventarti, e non ti ho neanche consolato,

il giorno dopo, in aeroporto, quando sentivi ancora

il fischio delle pallottole alle spalle,

quando mi sono liberata della tua innocenza,

e superato Montelepre, le pietre, le montagne dei briganti

ho gettato dal finestrino la protezione e quel che resta.

***

Non avevo mai visto una casa, quindi la trovai spaventosa.

Venivamo da una tana, conoscevo solo tane.

Mia madre non aveva più lo sguardo del terremoto,

la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso

di quelli che provano a fare ordine nel terrore.

Le madri sono buone, buone come la terra

e la terra è buona anche quando non lo è affatto.

Il loro regno è potente e silenzioso

e nel sangue hanno la quiete della morte.

***

Partorirò un mostro perfetto,

già senza pregi,

che mi guardi

con l’odio della creatura

che prometto di ricambiare,

per espiare il detestabile dono

della vita.

Nessuno amerà tenerlo,

tutti frettolosi nel toglierselo dalle braccia.

Per questo ho ronzato attorno al sogno

finché non sei arrivata tu,

che adesso corri nel recinto

insieme a una bimba malata

che cade sulle mattonelle.

La madre la rimette in piedi,

e tu le piombi addosso

col tuo verso alluvionale,

mentre io ricordo la promessa

a cui non ho prestato orecchio

e che certamente si vendicherà.

***

per Bonaviri

Raccontami di nuovo la storia del bambino

che al tramonto strapparono alla madre

per innestare il suo corpo nel carrubo,

perché dalla circolazione di linfe e succhi

gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.

È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa infiorescenza,

mangiare carne giovane mescolata a foglie,

in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.

Raccontami di nuovo di come il figlio si illuse

di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,

di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,

perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,

gli si abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

***

A Chernobyl, dopo l’evacuazione, i veicoli

sono rimasti a lungo sulla strada. La ruggine non ha fretta,

i bambini venivano su come capitava, in tempo di guerra

nessuno può pretendere attenzione.

Da dove arrivava la nube, tutto è stato sigillato.

A che serve coltivare le arti del passato,

i gesti classici, quando la terra muore?

Non c’è accordo, invece, su cosa fare delle rovine,

nessuno pensa a liberare le vecchie case dai mobili,

dai materassi, i libri e le bottiglie.

Il cinghiale e la lince corrono molti rischi,

ma possono sempre tornare dalla preda,

la foresta fa un silenzio che dice la verità,

gli animali ricordano l’uomo, ma in modo confuso

le categorie si sono mescolate nella zona d’esclusione

le foglie hanno cambiato forma

il mondo fa le prove di un altro mondo.

***

Una nigeriana, a Palermo, in via Juvara

ha gettato in un sacco ciò che resta di un bambino.

La sua morte fino a ieri sarebbe stata solo un pericolo scampato,

uno di quelli di cui si nutre con divertimento

la nostra storia di adulti, con le cadute dalle scale

gli incidenti stradali e i danni ai denti.

Quante cose non vedono i santi che proteggono,

tutta la violenza al centro di questo amore.

Francesca Matteoni

Sono nata a Pistoia nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia con persone di ogni età e racconto fiabe in varie occasioni da sempre. Insegno storia della magia e della medicina, religioni comparate e altri corsi presso alcune università americane a Firenze. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Ho curato libri collettivi ispirati al fiabesco e scrivo saggi su riviste cartacee e online, fra cui Nuovi Argomenti e L’Indiscreto. Della mia vita accademica, principalmente all’estero, si trovano articoli e questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto in Sardegna. I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. A lunedì alterni mi si può ascoltare su Fangoradio, con la trasmissione Sàivu. Abito in periferia, vicino a un corso d’acqua, con un gatto. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/ View all posts by francesca matteoni →

ESCE OGGI IL TERZO LIBRO “L’ARCOLAIO” DI ANTONIO PIBIRI. IL TITOLO E’: “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”.

Lascia un commento

ESCE OGGI IL TERZO LIBRO “L’ARCOLAIO” DI ANTONIO PIBIRI. IL TITOLO E’: “IN COSA CONSISTE IL LAVORO”.

Lascia un commento

Antonio Pibiri è ormai un autore fedele alla nostra casa editrice. Dopo “Chiaro di terra” e “Il prezzo della sposa”, eccolo di nuovo in Arcolaio con questo “In cosa consiste il lavoro” – un progetto ricco di riferimenti culturali di chiara marca europea -. Pibiri sembra davvero un autore poco italiano, quasi che la sua origine primaria lo stacchi dal territorio del Belpaese. La sua è una ricerca particolare, autentica e aristocratica.

Proponiamo adesso una serie di testi tratti da questo suo ultimo gioiellino.

Buona lettura.

gf e la Redazione de L’arcolaio.

*****

Dalla sezione “In cosa consiste il lavoro

“Noi dobbiamo viaggiare nella direzione delle nostre paure”                                                                                                                   John Berryman

Tua figlia s’imbarcherà per l’oceano.

Dice – “Posso remare, ho forti le braccia!”

Questo mese l’autunno resiste al viraggio

giallo di Arles, di Parma, rosso acero,

alla muta gravità.

Le foglie hanno paura di cadere:

sarà più povera l’offerta.

Sullo sfondo si abbandonano alla parabola

i seni, ad esempio, dopo la monta del latte,

i fuochi diavoli che trecciano scie,

la mela dopo la perfezione, la mela

cadente e senza colpa.

Si allontanerà nell’oceano tua figlia.

Il remo cerca dove fa buio l’acqua.

***

(Die Vorstellungskraft)

Immaginazione, monito del Tempo.

Ma la cornetta del telefono declassa

ad antiquariato, non più cornucopia.

La rimessa degli scuola-bus lastrica

gialloluce il pomeriggio a NYC,

niente affatto sensibile all’occhio,

non muta in campo di girasoli.

Un traliccio non è la Colonna senza fine

che lo scultore innalza, e si ripete

per moduli in altezza e stazione.

I marinai di stanza presso fontanili,

lavatoi, per terrore dell’acqua, 

sognano il mare farsi ventre.

Quel Dioniso, negativo al test alcolico,

non delirio o sfrenatezza che fu.

Né la penna d’oca con cui scrivo

splenderà nel cuore della foresta,

un Quetzal sacro ai Maya,

lui sì vivo, reale sì,

quanto il poema.

***

Europa

Assopito nella pancia della Tigre 

dovrai tenderti fino alla luce,

alla grata dei nodi che imbudellano,

alla schiuma plateale di fauci.

In ultimo, nel balzo d’uscita,

spezzando al felino le zanne, portare

lo sguardo lontano dove finisce

e prosegue il lontano.

***

(Dr. Murphy)

Supponi sia la stessa luna.

La videro i soldati dalla terrazza di Erode.

Fuori dal tempo la vedi tu, e chiosi:

“Sembra nuotare in un guscio di madreperla.”

E cadi giù dal ponte dell’altrui desiderio.

In realtà non c’era nessun ponte, nessun raggio.

Dopo la ghiaccia prestazione lei ti guarda le mani.

– “Porti belle mani, due colombe d’Israele

in riva al fiume, due gioielli di precisione,

non conoscono certo carestie.

Devi essere quanto meno un medico, un chirurgo?

Ma hai in volto un uomo così triste…

Non parlo in confidenza ai clienti.”

Voltando le spalle tiri a te il lenzuolo,

come si alza un bavero di carne morta.

Movenze per fratture.

***

Dalla sezione

Dalla sezione “Alla ricerca di una nuova casa

(A Ives Bergeret)

Versi di tortore quelli

li riconosco da sempre

che si parla nel mondo

I becchi passano tra loro

un ciondolìo di vermicelli

e suoni, sono altri nomi di Dio.

***

MOLTE RECENSIONI OTTENUTE IN QUESTI ULTIMI GIORNI DA “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI. LE PUBBLICHIAMO UNA DI SEGUITO ALL’ALTRA CON L’ENTUSIASMO DI UN VERO SUCCESSO!

Lascia un commento

MOLTE RECENSIONI OTTENUTE IN QUESTI ULTIMI GIORNI DA “OPERA INCERTA” DI ANNA MARIA CURCI. LE PUBBLICHIAMO UNA DI SEGUITO ALL’ALTRA CON L’ENTUSIASMO DI UN VERO SUCCESSO!

2 commenti

Una vera e propria tempesta di recensioni si è abbattuta su Opera incerta di Anna Maria Curci. Un inizio sorprendente! E questo è soltanto l’inizio. Siamo tutti felici per questi primi consensi accreditati all’opera ultima della nostra autrice romana.

Ma, senza perdere spazio, diamo la stura alle quattro schede critiche!

Felicitazioni, cara Anna!!!

Gf e la Redazione.

***

OPERA INCERTA  di  Anna  Maria Curci

Recensione di Maria Benedetta Cerro

Opera incerta si può considerare una tranche de vie in cui Anna Maria Curci costruisce, concretamente e poeticamente, la propria esistenza e contribuisce all’edificazione di un’opera maggiore che è il proprio tempo.

Più di un decennio in cui lo sguardo poetico – acuto, vigile – legge gli eventi del quotidiano e della storia, nell’intento di dare un senso ad ogni, anche minimo, accadimento.

Un esercizio che il poeta sente come intima necessità e compito etico e civile, contro “brutalità, oblio e menzogna” del potere imperante.

“Percorro la mia strada nella storia”, afferma Anna Maria, in un procedere fermo, non agevole, perché contro corrente, ma avendo verità e libertà come riferimenti costanti. Impegno quanto mai necessario, in un tempo in cui ci troviamo a fare i conti con i guasti del sistema, causati da spregiudicatezza nel conseguire profitti, mancanza di cura e rispetto del pianeta.

Opera, dunque, come azione e costruzione (con uso di strumenti, attenzione all’esito e alla solidità), ma non priva di difficoltà, se effettuata con materiale “incerto”, che richiede cura del recupero, predilezione per il frammento, visione di una totalità che non considera lo scarto.

Ma sappiamo che il poeta non teme le sfide. “Se ‘incerto’ è il materiale a disposizione, non lo è il “mestiere”, poiché la perizia propria del poeta è nell’uso della parola, il bacino profondo e vario della lingua materna e fraterna – le lingue tout court, come patrimonio umano – da cui attingere tesori da restituire moltiplicati.

Ecco allora trovare collocazione nell’opera tessere di valore, di provenienza diversa, ciascuna con la sua specificità, in cui riconosci la memoria personale “gioie minute / in scatole modeste”;  la memoria storica (l’eccidio di Sant’Anna di Stazzema, piazza Tienanmen, strage di Bologna); il quotidiano “Passa il tempo impunito / e sparge sale”; incontri e frequentazioni degli autori amati o tradotti, tra i quali Cristina Campo, Joyce, Sartre, Orazio, Puccini, Ingeborg Bachmann, George Trakl, Keats.

Da considerare per intero la sezione Mnemosyne, in cui la poesia diventa canto e dove ritmo e senso raggiungono una perfetta armonia. In ogni testo la voce si dispiega con naturalezza in obbedienza a una musica interiore. Le parole, non cercate, si affacciano discrete: “Nella sera che lenta / scendeva i gradini / netta di note / carica di sorte / modulò la voce” (Il canto di Ischitella).

Un tempo “benigno di stupore” in cui la poesia diventa epifania: “non ti eclissare adesso che non so cercarti”. Invocazione perché finalmente “l’ala ripiegata” sia raggiunta dall’altra per il volo e perché “la musica della pazienza” riveli nella pienezza tutti i suoi frutti. 

Una poesia che conferma solidità e sapienza strutturale, con attenzione alla cura formale e “agli aspetti ritmici e sonori”, come ben rilevato da Francesca Del Moro nell’ottima postfazione.

Maria Benedetta Cerro

*****

Vincenzo Luciani:

Opera incerta di Anna Maria Curci

Recensione di Vincenzo Luciani

Pubblicato il 14 Dicembre 2020

Ho letto avidamente (e poi riletto) Opera incerta (L’Arcolaio 2020), l’ultima raccolta di Anna Maria Curci, sottolineando e facendo orecchiette alle pagine con le poesie che via via mi coinvolgevano maggiormente e ripromettendomi di scrivere in una nota le motivazioni di invito alla lettura di questo bel libro. Perché a questo, in buona sostanza, deve servire una recensione.

Nella prima lettura ho evitato di leggere la postfazione di Francesca Del Moro, poeta e critica che stimo molto, per non lasciarmi condizionare nella lettura dei testi e che in seguito ho letto ed ammirato.

Mi sono invece soffermato sulla Nota dell’Autrice perché sono convinto che quando un poeta parla della sua opera bisogna spalancare le orecchie e mettersi all’ascolto. In particolare quando si tratta di poeta che non scrive e pubblica di getto e conosce la virtù indispensabile e irrinunciabile di un buon poeta: la pazienza, accompagnata dall’arte, e dalla sapienza costruttrice, che dà solidità all’impianto di un libro, come questo, solido e maturo, in cui le “pietre” poetiche pur “diseguali” sono state selezionate e poi interconnesse con sapienza artigianale che bada alla sostanza senza trascurare la bellezza.

Entriamo nella sua bottega e sorprendiamola all’opera con queste due poesie (ma riferimenti a questo proposito sono in molte parti:

Ascolta, su, porgi l’orecchio / dirama la conversazione / traduci e chiedi, leggi e annota, / discerni e associa sotto il cielo. (p. 26);

dosi massicce di sopportazione / sordina a false rivendicazioni / sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba / un libro spalancato o uno spartito (“Kit di sopravvivenza”, p. 51)

Fra tradizione (rispetto, lettura e comprensione dei maestri) e traduzione (compenetrazione e riappropriazione di testi poetici) e perenne ascolto e studio delle voci più interessanti della poesia di ogni tempo e luogo è questo l’incredibile lavoro in cui è immersa straordinariamente Anna Maria Curci e questo libro ne è testimonianza piena.

leggere versi all’alba / salutare maestri / nel vento freddo  / dell’oscuramento  // spogli di scuse / fronzoli intrisioni // è luce    dopotutto (p. 32).

Tutto è già stato detto? Non lo so. // Più degli omissis temo le omissioni, //  le sommosse mancate contro l’inanità (“Traducendo ‘Sic transit gloria mundi’ di Czechowski”, p. 39).

Il suo impegno civile contro “brutalità, oblio, menzogne, triade elevata a esercizio di potere” è costante nella poetica di Anna Maria Curci ed è presente, scevro di enfasi retorica, anche in quest’opera, aperta al mondo, e non reclinata sul proprio ombelico (come spesso accade tra i poeti d’oggigiorno). Anna Maria Curci è giustamente allarmata sull’incertezza del nostro domani e dell’avvenire del mondo (vedi la poesia di Marie Luise Kaschnitz. “È ancora incerto”, che conclude la breve Nota dell’Autrice la quale, non solo valente critica, ma anche critica spassionata di se stessa), commenta: “Poesia come veglia, quesito costante, costruzione di senso, coesistenza delle diversità: opus incertum?”

Premesso che la silloge è ricca, ben costruita e compatta, esprimo una preferenza per i testi della sezione “Mnemosyne”, con una preferenza per “EUR (eucalipto, un ricordo)”, a p. 55, che magnificamente la apre e di cui invidio il verso: “con il mare nel naso” di quei bambini in festa, fieri dell’albero piantato dal padre le cui fronde risuscitano le onde marine.

Molto toccante, a p. 68, nella poesia “2 agosto 2015” il ricordo dello zio ferroviere e della strage avvenuta, in quel tragico e mai dimenticato 2 agosto 1980, alle 10:25, alla stazione ferroviaria di Bologna Centrale, in cui l’affetto profondo è “contenuto” in “quel dannato ritegno all’espansione” che caratterizza/va la gente del sud. Associato all’8 di settembre 1943, che rivive attraverso gli occhi di sua madre e di cosa balzava col terrore nel suo animo, è quel drammatico frangente della nostra storia (a p. 63). Indimenticabile anche l’orgoglioso ricordo del nonno ambulante che mi ha riportato alla mente Rocco Scotellaro e la sua Lucania: Era ambulante nonno, / il padre di mio padre. / Con le pezze di stoffa / traversava i calanchi. // Serbo la discendenza / come viva memoria, / sudato testimone / della lampada accesa.

La rimemorazione di Curci non si limita alla sua cerchia familiare – per quanto interconnessa con vicende della nostra storia – ma si estende a personaggi come Gramsci (a p. 62) presso la cui tomba, nel cimitero acattolico, A.M- Curci, sosta pensando ai suoi scritti, “al tempo, ad altre soste”). Rievoca la strage di Sant’Angela di Stazzema “a voi che vivete ignari” (a p.64), dedica a Dietrich Bonhoeffer la poesia “Di grida omesse e canti gregoriani”, con l’invocazione finale: Sia umano il canto, voce dei sommersi.

Molto importante per l’Autrice appassionata componente di un coro nel suo quartiere sono il canto e la musica, presenti nelle poesie “Sorridi dico”: canta il tuo canto sorridendo (p. 25); in “Controcanti” (p.30) che dopo l’apertura scanzonata: Bau bau baby mi viene da cantare (…) ci mette a parte dell’importanza vitale per lei della musica, anche e soprattutto di quella dei versi: Leggo la musica della pazienza, / talvolta inciampo sulle biscrome / e all’improvviso, ecco: cadenza (…); in “Cade il suono” a p. 41; nel già citato “Kit di sopravvivenza”; e per finire ne “Il canto di Ischitella” (a p. 84) che trovo straordinaria ad ogni rilettura.

Musica e canto sono anche eredità paterna e materna come confessa l’autrice in “Giungo da un sogno altrui” (peraltro in rima alternata): Inseguo ancora, sai, / vostri sguardi e pensieri / e Madame Butterfly / che cantaste, leggeri.

Spero vivamente di avervi trasmesso almeno qualcosa del mio godimento di questo libro per la cui pubblicazione Anna Maria Curci non ha “avuto fretta” (le poesie sono quelle di circa un decennio di fatica: 2008-2019), frutto di un’attesa protratta e che – come avviene per le poesie non banali – ci riserva una sfida: Tu prova a decifrare / linee forme colori. / Della sciarada resta / l’anelito, l’attesa (p. 23, “Avvistamenti”).

Vincenzo Luciani

*****

Fabio Michieli:

Anna Maria Curci, Opera incerta

Postfazione di Francesca Del Moro

Editrice L’arcolaio 2020

Recensione di Fabio Michieli apparsa su Poetarum Silva

Di libro in libro, di verso in verso, Anna Maria Curci ha intessuto le trame di un fitto racconto sull’individuo, la percezione del suo essere parte della storia collettiva, del suo non essere escluso, estraneo a ciò che accade. Una narrazione che ha puntato il dito più volte contro le varie forme di egoismi; una narrazione che non ha negato accuse esplicite, e che soprattutto ha rivendicato la fierezza di donna che sa e vuole dire le cose in un mondo che ancora vorrebbe zittire chi solleva il capo.

E ha sempre fatto tutto ciò tenendo alta la tensione linguistica che inevitabilmente – e fortunatamente per chi legge – è significato anche un’alta tensione poetica, chiedendo e imponendo al lettore un grado di attenzione maggiore per godere appieno di ogni sfumatura, di ogni immagine, di ogni allusione, di ogni aspetto di una poesia che ha impiegato molto tempo per essere riconosciuta, e che ora giustamente è apprezzata (come testimoniano le molte recensioni alla precedente raccolta, Nei giorni per versi, Arcipelago Itaca 2019).

Bisognerebbe distendere tutte le poesie di Curci su un unico tavolo, o appenderle a delle cordicelle come faceva Jolanda Insana, per scorrere dentro la storia raccontata e scorgervi il forte, profondo amore per la vita, e quindi il profondo dolore per come viene trattata, che in esse viene profuso in un lungo discorso etico in cui lo sguardo fisso su ciò che siamo stati consegna inesorabilmente anche l’immagine di ciò che siamo diventati e di ciò che purtroppo saremo (il monito dantesco «nati non fummo…» si espande e rimbomba continuo). Le smancerie in poesia non sono ammesse. I facili risultati, il superfluo meno che meno. La poesia di Anna Maria Curci percorre le stesse strade che lei percorre come lettrice e come critica. Nel corso degli anni le sue note di lettura delle opere altrui, insieme alle sue traduzioni, ci hanno insegnato a guardare a una poesia che cammina parallela a quella che gode di una a volte ingiustificata maggiore visibilità: una poesia che custodisce il seme e la cura della tradizione. Specialmente se è espressione della cultura dialettale. E Opera incerta, raccolta di poesie fresca di stampa per L’arcolaio di Gian Franco Fabbri (che già pubblicò Nuove nomenclature e altri versi nel 2015), tra le altre doti ha anche quello di invitarci a porci in ascolto della poesia in silenzio, con umiltà (luziana, aggiungo io, umiltà).

Il massimo che si concede l’io è quello di sorridere di tanto in tanto: sorridere con ironia, a volte con sarcasmo, altre volte per celare il dolore. Sorridere alla vita come cura; sorridere alle basse provocazioni come arma che disarma l’avversario.

Apparentemente in posa su una sponda del fiume, Curci osserva il farsi delle cose, il procedere (in processione) di individui esautorati di ogni individualità e resisi automi; un fiume che di volta in volta può sembrare il classico nonché dantesco Acheronte, ma che può essere anche il Bisenzio del magmatico Luzi, o il Tevere di voci care alla poetessa, come Ingeborg Bachmann. Perché la parola di Anna Maria Curci si fa carico di una robusta tradizione per spiccare in tutta la sua autonomia, in tutta la sua tensione capace di ardite figure di luminosa assolutezza e asciuttezza (una personale raggiunta concinnitas).

Già: “luminosa assolutezza”! Perché è nel segno di una ricerca della luce, metaforica luce, che si procede di verso in verso. E nuovamente la condizione dell’ascolto è d’obbligo, e nell’ascolto sempre il silenzio. Il mondo chiede d’essere ascoltato; ma immersi nello schiamazzo odierno abbiamo perso la percezione di quest’unica voce da cercare. Certo è una tensione tutta metafisica, religiosa, che in lei assume davvero i toni di un sentire cristiano messo in crisi nei suoi cardini. Una religiosità non tanto campiana (nessun estremismo, tanto meno arroccamento a un’ortodossia che nega l’evoluzione del pensiero in virtù della difesa della ritualità come rifugio) quanto piuttosto affine al sentire di Simone Weil proprio nel punto in cui Cristina Campo sembrò non riconoscervisi più. E in queste mie parole interviene il ricordo di una passeggiata sull’Aventino con Anna Maria che emerge nei versi della quartina XXI di Nei giorni per versi; quartina che porta in scena l’immagine dei granchi che nuovamente tornano ora, e rinnovano, nella loro andatura incerta, tanto la fragilità quanto l’opposta dimensione dell’impudenza di chi – come bene indica Francesca Del Moro nella postfazione – predilige «le vie più dirette», senza ostacoli, da velocisti brucia tappe («gli affannosi affanni» di chi avanza con «mazurche» e «ammiccare di anche»).

Ma la vita chiede, in quest’ultimo periodo più che mai, che ci si metta in ascolto dell’incertezza indicata sin dal titolo; questo titolo che rinvia a una precisa e antica pratica architettonica e allo stesso tempo sembra volerci dire che proprio nel suo incerto, impreciso, non perfetto mostrarsi, in questo suo essere composto di pietre diseguali, armoniosamente disarmoniche, risiede la necessaria solidità per resistere alla corruzione dei tempi: mura solide e non piedi d’argilla, per semplificare.

© Fabio Michieli

*****

Maria Gabiella Canfarelli:

Anna Maria Curci. Le storie, le voci della Storia in Opera incerta

Nota di Maria Gabriella Canfarelli

Pubblicato il 15 Dicembre 2020 SUL BLOG i POETI DEL PARCO

Poesia còlta, modulata in canti e controcanti magistrali, variazioni ritmiche e sfumature, toni diversi, e strofe brevi e lunghe per dipanare la complessità della Storia, penetrarla, significarla. Non è passiva contemplazione, piuttosto partecipazione intensa della mente e dello spirito (in serafica ma vigile attesa), quanto del corpo che sente, vede, tocca.

Se il titolo Opera incerta (L’arcolaio, 2020) è preso in prestito da opus incertum (degli antichi romani, tecnica di edificazione muraria consistente nell’assemblare pietre di misura disuguale, irregolare ma combacianti tra loro), Anna Maria Curci allo stesso modo assembla i conci irregolari, sghembi della realtà, con mirabile pazienza scava e varca il visibile, lo scavalca, lo supera, ne accoglie piccole e grandi schiuse di verità (C’è un tempo di usci chiusi/uno di porte aperte).

Ché il muro che ha di fronte non è soltanto confine, separazione tra un di qua e un di là ma anche stimolo ad andare oltre, in cerca di segni da tradurre, interpretare, e infine trasformare l’oscuro in luce, il dolore in bellezza, il disordine in logos: bellezza, dunque, vibrante visione poetica di un intelletto che avvista, discerne e valuta (In bilico su toni e fenditure, /cerca il prodigio il varco quotidiano/ senza i sipari i tuoni le tribune).

Con un profondo e largo e resistente respiro, e trasalimenti catturati dalla coscienza la poetessa approda alla rivelazione, o le va incontro dopo il traghettamento da riva a riva, da una sponda all’altra del fiume, liquido muro orizzontale (mentre qui aspetto/mi si accosta il silenzio/ e suggerisce); nasce improvvisa la luce tende le braccia, districa l’intricato e oscuro ordito del mondo e della Storia e delle storie, ed è gioia scoprire e toccare dopo questa proroga// attesa protratta/ / gioie minute / in scatole modeste”. La sontuosa eleganza dei versi e il ritmo polifonico tracciano un disegno compatto che felicemente coniuga tempi e temi differenti, eterogenei come appunto i pezzi dell’opus incertum; e soprattutto rende visibile ai sensi e al cuore ciò che non si vede, ciò che sta dietro e dentro l’opera: le visite ai luoghi cari, gli omaggi, le dediche alle molte storie entrate brutalmente nella Storia (Gramsci, Sant’Anna di Stazzema, 8 settembre 1943,  Birkenau, Tienanmen, la strage alla stazione di Bologna) perché Sia umano il canto, voce dei sommersi; le vicende e i legami d’amicizia e amore, i ricordi, la famiglia (Serbo la discendenza /come viva memoria,/sudato testimone/della lampada accesa); temi importanti, vitali tenuti insieme dal filo teso tra intuizione e ragione, un intreccio poetico di accadimenti, tra figure fisiche e metafisiche come è l’Angelo forse custode, certo è nunzio d’Avvento, che insieme alla poetessa attende la fine dell’attesa (e l’ala ripiegata/ aspetta l’altra, insieme voleranno); la poesia, dunque, il necessario ineludibile Kit di sopravvivenza agli orrori e al dolore, la poesia portatrice di luce e di vera gioia, quando è lo sguardo rivolto al cielo o a un filo d’erba/ un libro spalancato o uno spartito.

Testimone del nostro tempo, la voce di indubbia potenza evocativa di Anna Maria Curci edifica dunque uno spazio e un luogo di libertà e di conoscenza, di libertà nella conoscenza oltre l’indistinto, l’informe intorno a noi, e anche per noi invera la promessa di quel fiore azzurro rispondendo con generosità alla “chiamata alla testimonianza, nella vocazione a parlare per conto di voci dimenticate o che rischiano di spegnersi” scrive Francesca Del Moro nel saggio critico accuratissimo scritto in forma di postfazione; e ancora Del Moro: “valore e necessità di un percorso quale è quello su cui Anna Maria si interroga e ci interroga. Il percorso etico ed estetico compiuto da un “cuore pensante”, definizione che utilizza nella sua prima raccolta e che racchiude in sé la capacità della poesia di pungolare intelletto e sentimento per diventare, nelle sue parole, pegno d’incanto, balzo, testimone”.

Maria Gabriella Canfarelli

UNA NUOVA ENTRATA ALLA CASA ARCOLAIO: E’ MARILENA RENDA CON IL SUO ULTIMO LIBRO INTITOLATO: “FATE MORGANE”. L’OPERA E’ ACCOLTA NELLA COLLANA PHI, DIRETTA DA DIEGO CONTICELLO E GIANLUCA D’ANDREA.

Lascia un commento

Accogliamo quest’oggi Marilena Renda, l’autrice di valida solidità che viene a depositare nella collana phi la sua “Fate morgane“, una serie di testi di grande ferinità, abbondanti nel respiro e nel verso. Un’opera, insomma, arcaica come i sassi e dura come la vita che si rivolta nelle budella dei panorami del nostro sud. Un libro di grande icasticità – un progetto sospeso tra enormi paesaggi e crescite problematiche. Gianluca D’Andrea ha stilato la nota editoriale, puntuale e acuta, che qui sotto riproponiamo per una completa decodificazione del libro.

Buona lettura!

Gianfranco.

Nota editoriale di Gianluca D’Andrea:

Illusione e reale: nell’intercapedine tra visione e aderenza a un mondo in fuga perenne, in un «terreno per fate morgane e inganni perfetti», si muove la più recente poesia di Marilena Renda. Fate morgane, appunto, i miraggi dei luoghi e dei ricordi, di una Sicilia contemporaneamente fruttifera e morente, con la conseguente necessità di trasfigurare le relazioni in mythos, in una lontananza che attenui il dolore di un’origine per sempre perduta. L’impressione suscitata dalla lettura dei testi, nonostante la nominazione precisa di persone e luoghi, è quella espressa da Vincenzo Consolo in Le pietre di Pantalica: «Mi par di ritrovarmi in tempi remotissimi, e che l’uomo non esista più o, meglio, che non sia mai esistito», effetto paradosso che bene si attaglia al “disorientamento” suscitato, e così ritorniamo al titolo, all’illusione, alle «nuvole / che curvandosi all’impossibile / poggiano su terre che non si vedono». Eppure da questi miraggi, per mezzo della loro forza immaginifica, soprattutto nella seconda sezione, emergono vite concrete: la nascente (la figlia) e la rinnovata (la madre). E se «le foglie hanno cambiato forma» e «il mondo fa le prove di un altro mondo», allora si capisce come gli ultimissimi testi preannuncino un ulteriore spostamento in direzione di una pietas civile sempre presente nella poetica dell’autrice.

Gianluca D’Andrea

***

Alcuni testi tratti da “Fate morgane“:

III.

Se consideriamo che tra isole lontane

troviamo a volte molte somiglianze,

mentre isole vicine sono spesso assai diverse,

si spiegano allora molte cose dell’infanzia:

non capivo mia madre, mio padre, mai,

amavo il profumo di mia nonna nel letto

e desideravo i loro abbracci a dismisura,

ma quando si è trattato di far cantare il mondo

ho assoldato soldati di ventura, stupidi e spregiudicati,

che di notte mi insegnavano mostruose filastrocche.

***

VIII.

A Siracusa Freud vede delle piccole statue

di madri e fanciulle, alcune con neonati,

colte nell’atto di sorridere, o camminare.

Qui ho visto il femminile, scrive a Jung,

ma non entra nei dettagli e non condivide

la scoperta nemmeno con Ferenczi,

che in viaggio si rivela esigente e molesto.

Tiene per sé la visione, scovata o no per caso,

vale un intero viaggio, ma non trova le parole,

forse l’ha desiderata troppo a lungo,

e forse è inutile addobbare la verità di dettagli.

Scrive alla moglie, impossibile l’anno prossimo,

troppo costoso venirci in tre, in cinque, in undici,

dovrei mettermi a fabbricare fibbie e fiammiferi,

tengo la Sicilia per me, nessuno me ne voglia.

***

Dalla sezione “Le madri

I.

Non avevo mai visto una casa,

quindi la trovai spaventosa.

Venivamo da una tana,

conoscevo solo tane.

Mia madre non aveva più lo sguardo del terremoto,

la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso

di quelli che provano a fare ordine nel terrore.

Le madri sono buone, buone come la terra

e la terra è buona anche quando non lo è affatto.

Il loro regno è potente e silenzioso

e nel sangue hanno la quiete della morte.

***

VI.

Le illustrazioni della mandragora la rappresentano

alta cinque centimetri, in forma di uomo

o di bambino che dorme dentro la terra.

Prima o poi nasce, dopo uno strano parto,

e si ritiene che, essendo figlia di madre potente,

possa ribaltare le leggi di natura, donare l’amore,

chiudere la bocca al male e far nascere altri bambini.

Qualcuno addirittura ha visto una mandragora e un bambino

abbracciati, intagliati nella stessa sostanza vegetale, seppelliti nella simbiosi e perduti agli sguardi

***

Dalla sezione “I bambini salvati dal mare

I.

Ti dico le parole che ti piacciono, forse le imparerai volentieri

sei triste, vorrei chiederti, arrabbiata col linguaggio

non ti piace più l’aereo, e nemmeno l’elefante

lo sai che i bambini non rinunciano facilmente

alla gioia, in Siria, appallottolano le foglie

per fare una palla, e anche se dormono per terra,

dove capita, protetti solo dal fiato degli alberi,

fermi come escrescenze, come totem toccati dal sacro,

non dimenticano le parole, le aspettano di nascosto,

aspettano che tornino, silenziose, dalle tane.

***

II.

Una nigeriana, a Palermo, in via Juvara

ha gettato in un sacco ciò che resta di un bambino.

La sua morte fino a ieri sarebbe stata solo un pericolo scampato,

uno di quelli di cui si nutre con divertimento

la nostra storia di adulti, con le cadute dalle scale

gli incidenti stradali e i danni ai denti.

Quante cose non vedono i santi che proteggono,

tutta la violenza al centro di questo amore.

TORNA IN CASA ARCOLAIO LA BRAVA POETESSA ANNA MARIA CURCI CON L’ULTIMO SUO LIBRO “OPERA INCERTA”, NELLA BELLA COLLANA “I CODICI DEL ‘900”.

Lascia un commento

Accogliamo con piacere il ritorno di Anna Maria Curci in Casa Arcolaio. Era dal 2015 che l’autrice romana non rinnovava la sua visita; lo fa oggi con un libro maturo e ricco di coinvolgimenti culturali e di talento. Il progetto che qui proponiamo è accompagnato da una postfazione robusta di Francesca Del Moro (quasi un saggio) che, con perfetta equipollenza, sta in equilibrio con la solidità del volume.

Bentornata, Anna Maria: Gianfranco e i suoi collaboratori ti abbracciano con stima e affetto.

Pubblichiamo adesso un inizio dello scritto della Del Moro.

Seguiranno poi ancuni brani dell’autrice, per terminare il promo con la parte finale del saggio di Francesca.

***

Il viaggio dantesco di un cuore pensante (1^ parte della postfazione)

Se ogni opera letteraria è in qualche modo apparentabile a un viaggio, in quanto invita il lettore ad attraversare ed esplorare un percorso tracciato dalla scrittura, ciò vale in particolare per questo nuovo lavoro di Anna Maria Curci, in cui sono molteplici i riferimenti a un cammino, da svolgersi sotto il segno della pazienza e dell’ascolto. Il concetto di attraversamento viene evocato fin dal componimento di apertura da cui prende il nome la prima sezione, Barcaiola, che da un lato ci fa pensare all’inizio del viaggio dantesco (e Dante è un riferimento costante nel libro), dall’altro lascia affiorare il sorriso luminoso del barcaiolo Vasudeva che insegna a Siddharta a porgere orecchio al fiume. Così, fin dall’inizio Anna Maria si dispone e invita il lettore a prestare attenzione, a cogliere l’impercettibile, cadenzato bisbiglio del remo, basso continuo che scorre sotto la melodia dei versi.

“Su questo interroga il fiume, amico. Guarda come ne ride!” raccomanda Vasudeva a Siddharta e in queste pagine il sorriso è fedele compagno all’autrice e al lettore. Manifestazione esteriore di una serena consapevolezza, si muta solo a volte in riso aperto, sferza dell’ironia che, se qui risulta forse meno graffiante che in altri testi dell’autrice, nondimeno rimane prezioso strumento di indagine e smascheramento.

Torna in questi versi, come altrove (ad esempio in un ciclo di haiku inediti), il tema del guado come “condizione permanente”, un passaggio che prende corpo nell’incedere sghembo del granchio, spiazzante per chiunque prediliga le vie più dirette ma in sintonia con i cicli della natura e capace di superare gli ostacoli fino a raggiungere la meta. “Non ho fretta” si avverte nella chiusa di una delle poesie della prima sezione, invitando a rallentare il passo, a fare tesoro dell’attesa. A esperire ogni tappa con lo stupore con cui si scoprono le “piccole gioie in scatole modeste” del calendario dell’avvento.

***

Alcune poesie tratte da “Opera Incerta“.

Dalla sezioneBarcaiola

Barcaiola

Siedi sull’altra riva e getti l’amo.

Io traghetto.

Nella scalmiera remo

bisbiglia con cadenza.

Lei, la tua mobile sostanza, smesse

le vesti torbide, mi accoglie.

Quando riprende il volo la speranza,

cocciutamente sai che non è fuga.

***

Giungo da un sogno altrui

(A mio padre e mia madre)

Inseguo ancora, sai,
vostri sguardi e pensieri
e Madame Butterfly
che cantaste, leggeri. Un fiore di ciliegio
è la risposta, forse.
Taciuto a lungo il fregio
all’enigma, alle corse.

***

Dalla sezione Opera incerta

Imperdonabile inattuale

            (leggendo Cristina Campo su Gottfried Benn)

Imperdonabile inattuale resti
neghi a chi archivio ti vuole dolente
e lorde liquida cambiali unte,
gabelle d’aria fritta, campionario

di impenitenti solite sconcezze:
nichilista, utopista, apripista,
autodafé alimenta per i gonzi
ghiotti solo d’altrui gozzoviglie.

***

Dalla sezione Mnemosyne

A Gramsci

Roma, cimitero acattolico

E qui mi fermo sempre
              penso ai tuoi scritti

              al tempo        ad altre soste.

Anni addietro lasciammo i nostri segni
              scansate foglie
              sospese le parole.

***

Dalla sezione “Di tanto azzurro

Traducendo Rose Ausländer

Una chiusa che sbarra
e i cordiali saluti 
lanciati come sfida
all’offerta di aiuto

Keine Delikatessen
si diceva in poesia.

E se il ghiaccio ci morde
tu Rose io straniera
ricerco la tua strada 
tendo l’orecchio al canto.

***

Di tanto azzurro

Non so se sono ancora la bambina
che facevi volare nel mattino
nitido e freddo al sole di dicembre.

La casa, poi il mio asilo e la tua scuola
dove da trafelata ti mutavi,
lingua-madre diventava il francese.

So che di tanto azzurro mi rimane
un fiocco, il cielo in testa e l’occhio desto,
pegno d’incanto, balzo, testimone.

***

Dalla postfazione di Francesca Del Moro (Conclusione)

(…)

Non si può prescindere dalla storia per aguzzare il proprio sguardo sul presente e in questo senso Anna Maria sembra far proprie le parole, evocate in una delle poesie del libro, che l’amatissima Cristina Campo scrive a proposito di Gottfried Benn, autore di scritti andati al rogo nel quadro delle persecuzioni nazifasciste: “Imperdonabile Benn, che afferma non dover essere il poeta lo storico del proprio tempo, anzi il precursore al punto da ritrovarsi di millenni alle spalle di quel tempo, l’antecessore al punto da poter profetare dei più lontani cicli avvenire”.

Anche Anna Maria è un’autrice imperdonabile, che rifiuta di essere complice o passiva testimone del suo tempo, che rifugge l’evasione (“cocciutamente sai che non è fuga”) ma fa della sua poesia memento storico per spingere oltre il suo sguardo sul presente, non per registrarlo semplicemente ma per poter agire su di esso avendo ben chiara la lezione del passato: si sofferma sugli orrori del nazifascismo e della seconda guerra mondiale, con le corse ai rifugi e la morte della piccola Anna Pardini nell’eccidio di Sant’Anna, gli ordini ripetuti in tedesco dai Sonderkommandos ebrei nei campi, per poi portarci ad appuntare lo sguardo sull’ora fissa dell’orologio della stazione di Bologna, sulla miracolosa intesa tra il Rivoltoso sconosciuto e l’uomo del carrarmato in piazza Tienanmen, e ancora fa di tre strade la topografia della tragedia storica di Berlino, richiama alla comune responsabilità per il dramma delle migrazioni. Dietro i fatti della Storia ufficiale, va alla ricerca di storie umane note e meno note, ne ricorda i nomi, facendo brillare la luce del coraggio, dell’amore che resiste all’orrore.

Ed è proprio in questa chiamata alla testimonianza, nella vocazione a parlare per conto di voci dimenticate o che rischiano di spegnersi che risiede il senso ultimo della scrittura, il valore e assieme la necessità di un percorso quale è quello su cui Anna Maria si interroga e ci interroga. Il percorso etico ed estetico compiuto da un “cuore pensante”, definizione che utilizza nella sua prima raccolta e che racchiude in sé la capacità della poesia di pungolare intelletto e sentimento per diventare, nelle sue parole, “pegno d’incanto, balzo, testimone”.

Francesca Del Moro

PIERA MACULOTTI RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI GABRIELE GABBIA: “L’ARRESTO”. ARTICOLO PUBBLICATO PRECEDENTEMENTE SU BRESCIAOGGI.

Lascia un commento

L’arresto (L’arcolaio), la nuova silloge poetica di Gabriele Gabbia

Nota critica di Piera Maculotti pubblicata su BresciaOggi

Ombre e buio. Al centro un bagliore: un piccolo cerchio di luce. Sembra una lente. Il focus? Un reticolo di sbarre, duro e chiaro, nel cuore del riquadro. È l’eloquente immagine che illustra L’arresto, la nuova silloge poetica di Gabriele Gabbia (L’arcolaio, pp. 55, € 10, e il suggestivo contributo fotografico è di Alessandro Gabbia).

Eleganti strofe essenziali; sapienti versi dai suoni secchi e scabri, mossi da un senso “di perdita e di lutto”; dalla “consapevolezza di una scissione permanente tra il desiderio di infinità e il sentimento di esilio e di estraneità”, come sottolinea Giancarlo Pontiggia nella prefazione.

Chi nasce, muore. Chi vive, se ne va; va via per sempre. Il vivente – si sa – è mortale e L’arresto è certo. Sin dai versi d’apertura – “Defraudato nel corpo” (… e nella mente) – è esplicito il rimando alla “tragicità del vero”: il naufragio è l’ineludibile nostro “avvento”.

Un destino di finitezza, di “caducità esistenziale” sottolineato anche nella postfazione dal poeta e saggista Flavio Ermini (a lui il libro è dedicato)

Un pensiero poetante – quello di Gabriele Gabbia – teso “nell’ausculto dell’andirivieni” dell’umano calvario; un arduo cammino segnato dall’ora della cenere e dalla precarietà (“è dove non sei/ che stai”). Scarti e distacchi, paure e cesure sulle vie che il vento ha divise, tra tante presenze “elise”. Assenze. Vuoto. E sempre – all’orizzonte – “l’eternità aggressiva dei morti”, il duro sonno della fine còlto da uno speciale sguardo che sa fissarsi, saldo, su “la fissità inquieta/ d’un nulla”.

Da lì scaturisce “quel modo/ di star dentro alle cose” del mondo: aria, foglia, ombra… “l’immane/ movimento della vita” che il poeta abbraccia e attraversa con la coscienza che “la bellezza/ non si stringe non si possiede:/ si contempla si contiene si lascia”.

Poiché tutto “tace e scompare”, dice il messaggio nella bottiglia de L’arresto. Ma, poi, molto “riprincipia”; e la poesia di Gabriele Gabbia lo svela e rivela.

                                                           Piera Maculotti

Older Entries Newer Entries