POESIA DEL NOSTRO TEMPO

ISABELLA BIGNOZZI RECENSIDCE IL SILENZIO DEGLI ORACOLI

DI FLAVIO FERRARO.

È da un «estremo margine» che ha inizio la scrittura poetica di Flavio Ferraro, lirico affilato e metafisico, ora antologizzato – benché giovanissimo – in un ricco volume da L’arcolaio (Il silenzio degli oracoli, Poesie 2009-2016, Collana «I codici del ‘900», prefazione di Antonio Devicienti).

Già dai primi versi la poesia di Ferraro si mostra in essenza, elevandosi da una soglia di indagine dell’oscuro che evolve in ripetute aperture mistiche, in un continuo, strenuo «attraversare», che oltrepassa la parola tentata, «raggelata», per discendere nelle lucenti oscurità della grazia.

Nella rivelazione qui donata vive tutto l’ossimoro del reale, che radica «fin dentro la terra. // Per sollevarla». Il verso accumula respiro e afflato, e si solleva in quota nell’istante che precede il dispiegarsi – mai risolto – del bagliore di verità; come la «forza silenziosa» di un arco teso, che rende subito vicini a certi testi zen, o all’adorabile magistero di Cristina Campo, quando invocava, con affine metafora, l’affilarsi dell’intelletto fino allo spasimo, fino all’accurata sconfitta del sapere ogni centro acquisibile solo se privi di mira e d’intento. Onfalico approdo, fuggevole e anelato, quell’«assente che bisogna amare» è invece, nell’inermità, estasi di pura presenza.

Questo forse l’ineffabile baricentro del canto di Ferraro, un elemento fondante sempre rincorso, in un’ascesi protesa, tentata in ricaduta, assottigliata in parola esile e prontissima, che dona candida, istantanea illuminazione.

Il poeta distende in uno «spazio vastissimo e bianco», come nota Devicienti in prefazione, un tempo circolare, sempiterno, affrancato da ogni diacronica linearità, e, nel balenio puntiforme del verso, polarizza il silenzio e la luce, fino alla soglia di quell’«immaginare» che è invece il più puro sentire, il più spoglio abbandonarsi. Ferraro in questo anelito di ascesa a un vuoto che – esso solo – ricolma, distende parole sacerdotali, limpide di trasgressione: perché prescindono dichiaratamente da quella realtà cementificata e opaca, da quella chiassosa e spenta corporeità che fa del nostro tempo una distopia dell’anima.

C’è, in Ferraro, un continuo rovesciarsi e dissolversi di una grandezza nell’altra, «fondo occulto» che è «cerchio di luce», ascesa nel precipizio, rivelazione piena nel silenzio senza margine. Ed eccolo il sapere, quando cessa il chiedere, quando si abita la via vuota del rimanere immobili.

Il paradosso è guida, strada maestra in questo verticale cammino: è la pietra che accoglie il fondale, è il tutto che abita l’infinitesimo punto, è il sontuoso che si staglia nel disadorno, è il sacro che si erge immane, all’interno del cuore, in un nuovo ridarsi all’origine. Un percorso di visioni composite, dialettiche, mutevoli nel fluire. Non esiste, nel poeta, l’immagine statica, giunta, ma epifanie che trasfigurano tra le dita evocando il flusso del creato, in un contrarsi ed espandersi, illuminarsi e rabbuiare che allude continuamente al nucleo vibrante e immobile dell’universo.

Una musicalità profonda abita il verso di Ferraro, qualcosa che ne suggerisce una fatale categoricità d’amore, l’andamento ritmico di certa musica sacra. Un fugato bachiano, che si adorna in geometriche perfezioni: ricerca esilissima, anelante al culmine, fragile nell’istante, ma reiterata, potente.

Ogni lirica, ogni fraseggio tenta di superare il limite semantico e teoretico della parola, continuamente ricreata in nuova sintassi, portata così al lucore più sottile, elevato, d’interminata soglia. Epifaniche dissolvenze che, quando raggiungono l’apice della potenza evocativa, scompaiono lasciando orfani e scossi, con la sensazione di aver sfiorato ciò che, nelle più celate altezze, sempre si nega.

Eppure, un rivelarsi ostinato di indizi arcani, non interpretabili, sussurra alla tempia della creatura, che si avverte sempre tronca, manchevole, cavitata in sete di verità: «Albero cavo da millenni, / da sempre non compiuto, cieco / fra i regni colmi di vento / senza la grazia di oscillare […] Ma adesso, in questo nitore […] è qui, a te chiede un soffio. // A te, che senza fine spargi, / irrespirabile».

Un eckhartiano ridursi in contemplazione, che riverbera di altre grandi voci mistiche dell’antichità, da Giovanni della Croce a Teresa d’Avila, nell’umano che si fa silente e immoto, privo d’intenzione e affetto attivo, ma piuttosto saldo in percezione: «Per costringere il vero / quando le cose appaiono / lontane, e silenziosi araldi / vanno in cerca di parole / e non le trovano, perché / perduto è il regno: mi siederò / qui, e ascolterò i tuoi passi. // […] Sai che non ti seguirò. // Sarà il bastone / a insegnarmi il deserto»; ponendosi in volontario esilio, il poeta, dall’inautentico barbaglio di queste nostre epoche stordite: «e molto deve scendere / nel buio, affinché molto / accada – qui, dove semenza / è tutto; allora fiorire / è questo scorrere in un cerchio, / ansa del non accogliere».

La fede, questo abissale sentire la presenza, non ha solida struttura nel ragionamento, nella parola. È piuttosto quel qualcosa di «indubitabile / entro una macchia / di faggi che si oscura / se la guardi, senza sintassi / come fiori di novembre». È quel durare paziente, nel paradosso, nel senso che sovverte sé stesso «pietra amorosa / nell’accogliere il fondo», e non può mai posare in parole.

Ancora, il poeta si domanda «quale artefice ci sogni / lungamente, quale maestro / invisibile non so»: se inesauribile è l’ipotesi d’esser amati da un altrove, se questo altrove è un «Culmine inasceso», la conoscenza è percorso senza abbrivio, approdo nel vuoto, separazione dal comprendere che è aperta distanza e quotidiana dimora.

Dio s’incava, si cela e il creato stenta nel suo non dichiararsi, mentre l’uomo, cieco e dolente semidio, conosce la sola ricerca, la «stanchezza dei mari / quando vanno controvento»; gli è negata la luminosa via dell’animale, guidato per istinto lineare, in essenza tersa di natura.

Ma vi sono indizi, e creature fatate, figlie di altre sfere, trama e ordito di sopramondo, a indicare: «Figure del congedo, / puoi vederle talvolta. / Sono mani infantili / che intrecciano steli / in fondo alle forre, / disadorne corone / per l’ascensione dei fiumi […] Promessi all’esilio, / ovunque sfavilli un girasole, / e straniera la terra dei padri / nel recinto dei sogni».

Dimoranti sopiti di un universo i cui segni non guardiamo, né più sappiamo, siamo solo «orme, e mai abitatori / dell’origine, soltanto orme / sulla terra che non sa morire»: nella materia rabbuia continuamente un’essenza di morte, benché mai portata a radicale compimento, che è quella pesanteur che ci definisce e delimita; eppure portiamo in noi aditi, lumi, fenditure che ci fanno diafani, non completamente spenti, non esclusi in potenza dalle stanze dello spirito.

Perché, nella poesia di Ferraro, esistono misteriosi varchi del sentire, in cui l’assoluto pare offrirsi alla creatura, in intuizione sublime e spaventosa, luminosa tenebra di una sconfinatezza anteriore a ogni cosa: «Sempre il medesimo profumo, / quel sentore di terra e sangue: / ricordi di savane, di notti / monsoniche all’aperto. // Tigre immemorabile, / sei qui nel cuore di ognuno, / assorta in ampiezze».

Siamo in epoca oscura, Kali yuga, «autunno ovunque», «incompreso grigio/ dell’inverno, avverso / alle metafore, senza eufonia/ di accordi nell’affresco» ma «I fiumi conoscono la loro / meta: dal mare hanno origine, / e al mare fanno ritorno»; e l’assenza apparente del principio primo è piuttosto una ubiquitaria presenza, celata, nel flusso: «Si effonde nei mondi, / senza essere i mondi. // Così, scorrendo in tutto, / non c’è nulla / che non trattenga».

Nell’impermanenza, tutto è illusione che dissolve. Ma nel rovescio, il lucente mistero: chi sa farsi nulla diviene eterno: «Più durevole l’ombra / dell’albero che imita […] Sanno di mentire i nomi, / e pura è solo la voce / che in un pozzo / – decrescere felice – / rinuncia all’eco».

Quella la soglia dell’interrotto mancare, del valicato patire: «C’è un istante fuori / dal tempo, lontano / dagli annali dell’orrore. // Vedi, gli uomini passano. / I semi che scomparvero, / fioriscono».

Una bellezza, sembra dire il poeta, attraversa incolume i millenni, ed è immobile in un luogo intimo, segreto, che è aurora, sorgente. Rimanere silenziosi e immobili, farsi cavi diviene pratica ardita, perché si finisce per udire, ed è a questo fluire di tremendo splendore che si sovrappone un senso presentissimo della potenza di Dio. Ineluttabile allora accantonare, almeno nelle intenzioni, quella mediocrità morale che ci marchia come malriusciti animali, per scegliere l’aspro e lirico percorso che rinnova il voto in ogni istante alla fedeltà, al ritorno: origine interminata, bianco enigma, cosa limpida e assoluta, che cura ogni limitatezza, ogni epilogo, ogni umana nostalgia: «Così l’amante scompare / nell’amato, finché solo / l’Amore resta».

da Il silenzio degli oracoli (L’arcolaio 2021)

tendere là, dove s’irraggia,

dove a miriadi, a sciami:

sempre quell’iride, quel fondo,

in un solo punto radiante.

A miriadi, a sciami,

perpetuamente spettro:

ma dove luogo? Dove un unico

e infinito, accadere?

Noi saliamo, saliamo.

Noi strappiamo palpebre

alla luce

*

Luce che mi è segreta

se non tramonta; e dove porta

mi chiedi, dove scompare

a chiudere dintorno a cingere

lo spazio dei miraggi.

Estrema parvenza d’increato,

guarda come tutto è preso

in un abbaglio: raggiunto

da uno stesso esilio,

senza discernere i colori.

Bianco su bianco, sempre,

e nonostante tutto andare.

*

Sei solo quando tacciono

i venti alla finestra notturna,

e nessun popolo minuto

cospira nel tuo orecchio

e nell’ombra, ignaro

di alfabeti, tenti sillabe

misteriche.

Però nessun maestro,

nessuno che seguiti

a tacere.

Flavio Ferraro è nato a Roma nel 1984. Poeta, saggista, studioso di dottrine metafisiche e traduttore, scrive articoli per diverse riviste e giornali online, e tiene conferenze su molteplici tematiche. Tra le sue ultime pubblicazioni: La malvagità del bene. Il progressismo e la parodia della Tradizione (Irfan, San Demetrio Corone 2019); la traduzione delle Odi di John Keats (Delta 3, Grottaminarda 2021); e il libro che raccoglie tutte le sue poesie, Il silenzio degli oracoli (L’Arcolaio, Forlimpopoli 2021).