QUEST’ORA DELL’ESTATE di Carla Saracino, Edizioni L’arcolaio

Carla Saracino è di Maruggio (Taranto). In poesia ha scritto “I milioni di luoghi” (LietoColle, 2007. Premio Saba Opera prima), “Il chiarore” (LietoColle, 2013), “Qualcosa di inabitato” insieme a Stelvio Di Spigno (Edb, 2014), “Paesaggio” (Gattili, 2018). Ha scritto anche dei libri per bambini, tra cui “Gli orologi del paese di Zaulù” (Lupo, 2012), “Fiabe lombarde” (Pane e Sale, 2018), “Il mare è…” (Kurumuny, 2021), “Un giorno come gli altri” (Kurumuny, 2021). Scrive per la rivista digitale Monolith monolithvolume.com

Così ha riportato Vittorino Curci sulle pagine de La Repubblica: «La casa e l’estate… si sviluppa intorno a queste due polarità il nuovo libro di Carla Saracino. Un’opera densissima, con versi meditati e colmi di tensioni interne. Lo si può già notare nel bellissimo testo d’apertura: “Il tempo declina e la spiaggia nasce sulla pagina. / Vedo le dune approssimarsi al dito che sfoglia. (…) Non si tratta di una casa o dell’estate che affolla i pensieri. / Si tratta di una pena e del suo impossibile. / Del vedere prima di patire. / Si tratta dell’irrimediabile”. La poetessa di Maruggio, giunta alla sua quinta pubblicazione poetica (ma ha scritto anche quattro libri per bambini), conferma tutte le sue qualità già evidenti al suo esordio nel 2007 con “I milioni di luoghi” pubblicato da LietoColle. Quest’ora dell’estate non è una raccolta di versi, ma un libro di poesia strutturato. I continui richiami tra i vari testi – anche trasvolando da una sezione all’altra del libro – creano riverberi e altri effetti luminosi tra le parole. Una cosa veramente rara ai tempi d’oggi». Poesia che parte dall’intimo ed entra nel nostro intimo, quella di Carla Saracino, al fine di sancire una dimensione esistenziale lenta, riflessiva, anche dolce, se non languida, che si pone in antitesi con quel vitalismo vano – troppo spesso camuffato da un attivismo “coûte que coûte” – che risulta conseguenza di un mondo nevrotico, alienato, ormai privo di posizioni nette, di “soldati” della penna, di angeli del giudizio. Una poesia che supera, per tensione, quell’atteggiamento scritturale che, ormai debordante, inciampa nelle strettoie degli psicologismi di maniera, degli individualismi, dei personalismi, dei pietismi, oltre che dei virtuosismi formali, così da porsi, con naturalezza, con rispetto, con amore per i propri spazi e i propri tempi, oltre gli spazi e i tempi altrui, mostrando una sacralità nei confronti dell’opera, della scrittura, della parola, che fu ed è di pochi. Una poesia, quella di Carla, donna del sud, che deflagra potente e coriacea, che procede in accezione narrante, con musicalità, con arcana spiritualità, in piena negazione dell’onirico, in modo da sancire, più che bene, ove il territorio e quando il tempo dell’Essere, o, meglio, dove e quando poter Essere completamente se stessi, e, con sincerità, condividere il primario senso della vita, fra un profumo di ginestre e un sole pomeridiano.

GIAN RUGGERO MANZONI