E’ con grande piacere che presentiamo quest’oggi il primo libro dell’esordiente Carlotta Cicci, “Sul banco dei pesci“. La poesia di questa nuova autrice nel panorama poetico italiano colpisce per la sua grande compostezza, al contempo naturale e priva di fronzoli astratti e lambiccanti. A noi pare che la ferinità di Carlotta sia cifra assolutamente convincente e da prendere in considerazione. Ma spiegherà meglio Alberto Bertoni, che ha introdotto Cicci con pagine eccellenti ed esaustive.

Un esordio coi fiocchi, dunque!

Pubblichiamo qui sotto il pregevole punto di vista del prefatore e, subito dopo, alcuni testi della poetessa.

(gf)

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INTRODUZIONE

     L’esordio di Carlotta Cicci, romana di origine e bolognese d’adozione, testimonia con forza e coerenza ammirevoli la centralità della poesia intesa come esperienza testuale da compiere assieme, autrice e lettori. Infatti, una simile scrittura istintivamente fenomenologica non impone a chi legge la struttura rigida di un quadro compiuto una volta per tutte, nell’intreccio abituale di sensi e sovrasensi, ma si determina piuttosto come montaggio dinamico e variegato di fotogrammi che lasciano alla fine della lettura una sensazione di attività cooperante e soprattutto di libertà reciproca. Significativa se còlta in accezione metapoetica una simile apostrofe al lettore: “posso darti solo / viaggio / eventualità / tempo inquieto / accelerazioni / contaminazioni”.

      Il risultato finale è quello di una sequenza armonica di testi ordinati nella struttura rigorosa del Libro, qui suddiviso in quattro capitoli, che possono anche venir letti nella filigrana di un andamento narrativo. Ma nessun idillio traspare dalla compattezza del dettato, semmai il riconoscimento di un Io tutto calato in quel contesto liquido, drammatico e multimediale che oggi è proprio del mondo occidentale in cui viviamo. Carlotta Cicci è pienamente consapevole della consistenza magmatica e non poco contraddittoria di questo percorso d’insieme, sviluppato nella lunga durata compositiva del quindicennio di principio di secolo, se è com’è parte attiva del progetto di presenza culturale (e, per l’appunto, multimediale, col corollario in forma di blog fotografico di non pochi interventi militanti) che – sotto il nome di Zona Disforme – costituisce una delle novità più vive entro l’odierno panorama artistico bolognese.

    Allo stesso modo, se è consentita una premessa d’ordine etico, la sua poesia si rifiuta programmaticamente di ignorare le condizioni di disparità e di ingiustizia che il mondo occidentale, col suo 20% di peso demografico, impone al resto dei vivi dall’alto del suo 80% di ricchezze. Quasi parafrasando Adorno quando affermò che dopo Auschwitz sarebbe stata lecita soltanto eine barbarische Dichtung, ebbene questo libro costruisce davvero un punto di vista barbarico su un’esperienza umana che mai si propone di mirare all’unicità della testimonianza esemplare, bensì piuttosto a una vita non di rado descritta per epifanie che mettono in versi con onestà assoluta (a proposito di Saba…) alcuni atti di generazione (il parto), ma anche di dolore e di sperdimento, fra Eros e Thanatos (“siamo fuori tempo mia Regina/ ti devo consegnare a un sonno / rimaniamo un lutto che si ripete / come una febbre”), insistenza sul tema del Materno e simbologia dell’acqua (primordiale, generativa, battesimale), pulsione alla verità nuda e pantomima: “forzare / legittimare / falsare/ consacrare // accumulo / cado nel vuoto / persisto”.

      L’approdo è quello di un’avventura umana che si dipana davanti agli occhi del lettore/lettrice (ed è mirabile la rapidità sciolta e leggera con cui Cicci ti convince a intraprendere con lei tale tragitto, consolidata dal ricorso frequente a versi brevi o brevissimi), mettendosi a disposizione di tutti e non soltanto dei delibatori professionali (una nicchia in definitiva ristretta) di poesia alta. Del tutto estranea alla scrittura di Cicci rimane infatti quella funzione poetica che annette a sé l’inevitabile poetese dei rappers, degli appassionati di slogan a effetto o preconfezionati, degli orecchianti e dei molti/molte che sono a caccia per via poetica di un “successo” di massa, magari attraverso il coro effimero dei like di facebook o di instagram.

      Tutt’altro: qui, Sul banco dei pesci, viene intrapreso un viaggio in buona parte iniziatico e comunque vocato a manifestare una fiducia pressoché integrale nella poesia/poesia, fra introiezione del tragico e ricerca niente affatto arresa del sacro, corporeizzazione delle percezioni e rifiuto di un’estetica fine a se stessa, superamento di ogni mito individualmente memoriale (gli scatti di memoria qui sono di norma involontari, inconsci, anamnestici, mai linearmente consequenziali) e conseguente promozione a mito originario dell’aneddotica autobiografica. Al contrario, quella di Carlotta Cicci può essere definita come poesia religiosa nel senso antropologico e non confessionale dell’epiteto: un rilegare/religare tracce sparse d’esperienza, secondo un principio di bruciante osmosi fra i territori inesplorati dell’interiorità e il “teatro naturale” di una situazione storica e oggettiva, non di rado sullo sfondo di una  Roma descritta talora come smaltato diorama, città di nascita, di rapporti edipici, di traumi senza mediazioni, ma anche di eros e di utopia: “Roma verticale e inamovibile / mi nomina Madre / un accento”. Allo stesso modo, il territorio dell’immaginario definito dal libro viene avvistato e poi esplorato con effetti e choc di autentica naturalezza, senza che mai si debba far ricorso a distinzioni divisive e predeterminate di identità sessuale, di età, di appartenenza geografica né tantomeno di ordinamento assiologico valido una volta per sempre: ma soprattutto senza la minima traccia di narcisismo o di esibizione superiore del sentire di un io sensibile, che pure c’è e si esprime, senza tetto né legge, oltre che senza pudore nel sillabare la propria parte negativa, l’anima nera che – volenti o nolenti – abita tutti gli esseri umani minimamente consapevoli: “sono venuta qui selvatica / nel mezzo di un incendio / le crepe fissano il punto rosso/ al centro della mia fronte / svergognata chiedo asilo / al nido artificiale”.

     Insomma, è un libro generoso e multiforme, questo di Carlotta Cicci, un esordio apparentabile alle Somiglianze che segnarono l’esordio, ormai quasi mezzo secolo fa (nel 1976), del lirico più grande della nostra tradizione contemporanea, fra verticalità e destino, il milanese Milo De Angelis. E certo si può rimanere sorpresi dalla convocazione a paradigma di un modello tanto alto, ma in realtà tale associazione è tutt’altro che incongrua, se si riflette sulla ricchezza a tratti quasi caleidoscopica di temi e di movimenti, di toni e di emersioni progressive del senso suscitate dalla scioltezza di dettato (prosodico non meno che sintattico) di entrambi i libri d’esordio: e insomma non si tratta affatto di poetiche apparentabili, ma di una spinta comune all’inclusività e alla multanimità delle prospettive di rappresentazione.

      Certo, occorre ribadire che non si mira con questo a introdurre un paragone eclatante fra due personalità poetiche di peso molto differente nella storia attuale della nostra poesia, ma a porre semplicemente l’accento sulla ricchezza e sulla generosità di tòpoi e di modalità espressive, di punti di vista e di movimenti di macchina filmica, di consapevolezza metrica e di varietà prosodica e sintattica che affollano le molteplici “somiglianze” intrecciate Sul banco dei pesci: due libri d’esordio per l’appunto connotati da una comune molteplicità di aperture e prospettive, di pulsioni profonde e di strade tracciate nell’informe dell’anima sensibile che intraprende un contatto conoscitivo col garbuglio del mondo: “anche tu domandi / mentre spietata/ perdo vigore/ mi lecco le ferite/ chiedo asilo / tra sublime/ e immondo”.

     All’unità e in definitiva all’identità del libro di Carlotta Cicci soccorre una metrica flessuosa e flessibile come un giunco, dalla brevità dei frequenti versi costituiti d’una sola parola fino all’armonia di un tredecasillabo quale “non cadere nel loro tempo rovinoso”, che alterna volatilità e radicamento degli enunciati, lasciando completa libertà d’azione ai para-grammi di significanti e paronomasie e nello stesso tempo costruendosi per iterazioni e parallelismi a finalità liturgica di sintagmi simili o uguali. A definirne la perizia metrica, basti la citazione di una quartina ove la prima coppia di regolari endecasillabi dà vita a due preziose variazioni sul tema quali il novenario sdrucciolo del terzo verso e l’ipometro prosastico del quarto: “sono nella pancia del vecchio lupo/ nel riflesso di tutto ciò che resta/ come plasma galleggio e brancolo/ senza comprendere più nessuno”.

     Un’ultima osservazione d’ordine formale deve coinvolgere il sistema retorico, né analogico alla maniera di Ungaretti, né oggettivo/oggettuale alla Montale. Alla metafora in quanto similitudine abbreviata Cicci preferisce semmai una liberissima associatività d’eco surrealista, a favore di un gusto metonimico che assicura a Sul banco dei pesci una certa coesione narrativa. A ciò soddisfa anche un insistere quasi ossessivo sulla sineddoche della schiena per significare il corpo scrivente. Ed è questo un tòpos decisamente straniante, che ribadisce l’originalità anche esperienziale del libro, per esempio in questa strofa-manifesto dei suoi meccanismi dialogici, tutt’altro che semplici (o lineari): “nelle parole che mi apri addosso/ dietro gli angoli di disincanto/ tra gesti raffinati/ avveleni la mia schiena/ straziandola di bellezza”.

Alberto Bertoni

ALCUNI TESTI:

Dalla sezione “La sentenza

Piangi

ma in questa tana

io non sono terra

e tu sei uno scorpione

prosciugherò la tua acqua

e senza corpo

tornerò al mare

sovrana circondo

stuzzico l’apnea

ti confesso tra i denti

lo strappo mi respira contro

lo sterno si ribella

allarghi la mia bocca

controlli la mia gola

aumenti lo sguardo

con le mani congedo

qualsiasi direzione

qualsiasi dio

come briciole di pane

sulla tavola

***

Dalla sezione “Bestie caute

la tua acqua impaziente

interrompe la solitudine

mi conduce nelle ragioni

degli immortali

reclama intero

il nostro nome

.

spingi le caviglie

giaci sul mio petto

mi vivi dentro senza sosta

nelle nostre acque serie

significanti

.

latente

pregiata

rara

come un cervo bianco

eludi tu che resti

(…)

***

Dalla sezione “Tunnel

Ho l’obbligo

di rimanere intera

tento di trovare un fondo

per dirmi che ciò che misuro

è provvisorio

ogni lato delle cose

è consumato

nessuna tenerezza

sono singolare

né grande

né piccola

mi insegue l’odore del niente

implacabile divento chilometri

perdo tutto

perdo tutti

***

Dalla sezione “stanze deserte

Fuggitiva torno al branco

sulla terra sconosciuta

in una vocazione

esiliata dal padre

con vene precise

esposte

è caduto il fiore

dalla mia mano

bianca e sospesa

è un esodo a mezz’aria

un gesto occulto

in un debole riflesso

dubito anche di esistere

in questa infanzia

che interroga il vuoto

in questo amore diviso

che marcisce perenne

nella bocca di dio