LIVIA DI VONA RECENSISCE “IL SILENZIO DEGLI ORACOLI” DI FLAVIO FERRARO. L’ARCOLAIO

I CODICI DEL ‘900.

ARTICOLO APPARSO SU PROGETTO SYLLABUS

Si perde nei meandri della storia quel monito di Meister Eckhart che ci invita ad abbandonare e strada e tempo e immagine per risalire la traccia del deserto. Un invito a compiere il cammino verso un essenziale che si veste di forma per poi, diventato il passo sicuro, lasciarla lungo la via. Riecheggiano queste parole nella poesia di Flavio Ferraro, ne Il silenzio degli oracoli (L’Arcolaio, 2021), raccolta di tutta l’opera poetica edita fino ad ora, dove dai versi giovanili si procede verso il dissolversi della sintassi senza forzature – non per mero atteggiamento dissacratore della forma -, fino a percepire distintamente il chiarore aurorale di un essenziale che si incarna nella parola poetica. I titoli delle raccolte riunite in questo volume Da un estremo margine (2009-2010), La direzione del tramonto (2011-2012) e La luce immutabile (2013-2016), segnano come snodi l’incedere poetico di Ferraro verso l’alto, fendendo il qui ed ora come dardo infuocato, a smascherare inganni e storture del proprio tempo, perché quando gli occhi sono pieni di un orizzonte più vasto, la fedeltà del poeta a questo orizzonte diventa missione religiosa. Il sacro è al centro della sua ricerca; versi ed esistenza camminano di pari passo in direzione opposta ad un tempo e ad un spazio di riferimento che considerano il sacro una bestemmia per un emancipato (da sé stesso) uomo postmoderno. Ferraro è studioso attento e profondo della Tradizione (e che sa riconoscere ciò che Tradizione non è), che certamente non è il passatismo tanto detestato dai cantori di futuri radiosi liberi dal giogo dell’Assoluto, questo è cibo per la ruggine ci dice. È recuperare, andando per sentieri sempre meno battuti, un’origine di senso che non avvizzisce come seme infecondo nella Storia, ma la attraversa avendo come meta l’eterno.

Andare così, senza riparo

in bilico sul ghiaccio,

immemori del vetro,

del suo lento cospirare.

Portare un mondo

dentro di sé come fosse l’eco

di un naufragio, l’ultima driade

salvata dall’incendio.

Non fondare, né distruggere,

ma dirigersi, sempre.

Un alternarsi di gorghi e vertigini: il gorgo in cui si resta impantanati perché la tentazione del nulla lambisce esistenze che neanche si concedono di sperare e vertigine di un Oltre, scolpita come inestirpabile nostalgia. “Le stelle sanno di essere stelle”, scrive Ferraro. Guardiamo, dunque, queste devote testimoni del perenne, misticamente fedeli al proprio destino di luce per uscire dal buio e dal silenzio rimasto quando le antiche e invisibili porte, si chiusero un giorno lasciando sospesi gli oracoli. E pare di ascoltare il tremendo racconto di Plutarco, che nel De defectu oraculorum, narra dello smarrimento del mondo all’annuncio della morte del grande Pan. Ma c’è una quieta certezza in Ferraro, che sa resistere alla furia del mondo che ha cacciato Dio; così non solo la sintassi si dissolve: anche i nomi vanno verso un dissolversi, dove le cose, quelle imperiture, torneranno ad onorare il proprio destino, facendosi specchio per il riflesso del Suo volto. Non tralascia, soprattutto nella raccolta che chiude il libro, di redarguire con vigore i falsi eroi per autoinvestitura di questi tempi stupidi:

Abbattete pure, sradicate,

profanate ogni soglia:

sarete sempre i parvenu

del cosmo, meschini come i vostri spiccioli.

Dunque queste spoglie,

o le vestigia che ignari

custodite, non provano

nulla contro i vinti.

Che qualcosa di più

alto vi superi –

questo non tollerate.

 Intanto, c’è una segreta simmetria da scovare, un’arcana, eterna corrispondenza tra l’alto e il basso (come ci ricorda citando Ermete Trsimegisto) da riconoscere. È un istante, sigillo del perenne, che ci attende fuori dal tempo, dagli annali dell’orrore.

Vedi, gli uomini passano.

I semi che scomparvero,

fioriscono.