RECENSIONE DI CARLO CIPPARRONE, “CROCEVIA DEL FUTURO

di Alessandro Gaudio

Articolo pubblicato sulla rivista Diacritica

Carlo Cipparrone, scomparso tre anni fa (era nato nel ’34 a Cosenza), è stato un poeta dotato di una voce autonoma e originale che gli ha consentito di distinguersi in un panorama regionale che, negli ultimi trentacinque o quarant’anni, è più asfittico che mai. E non illudano premi, festival e concorsi organizzati a tamburo battente da circoli, gruppi e associazioni, e le centinaia di sillogi oggi stampate per lo più a spese degli autori da un manipolo di tipografi ed editori: la poesia, qui, è, ormai da tempo, stracciata, anzi proprio negata. Né l’assenza di una linea dominante può far credere a un universo poetico variegato. è del tutto vano farsi scudo dietro una profusione lirica mastodontica che, però, resta invisibile, rimane alla macchia e, nella maggior parte dei casi, giustamente. Da premesse simili partiva, ormai vent’anni fa, un bell’articolo del compianto Renato Nisticò cui per tanti motivi, ma soprattutto per la sua attualità, mi piace far riferimento. Si tratta di Deserto e disertori: la letteratura calabrese fuori di sé («Ora Locale − Lettere dal Sud», n. 24, marzo-aprile 2001).

Il garbo di Cipparrone nel rapportarsi alla realtà evidentemente costituisce una delle pochissime felici eccezioni, delineando un percorso che − dalla prima silloge pubblicata nel 1963 (intitolata Le oscure radici e stampata dalle edizioni del Segnacolo) fino all’ultima antologia di versi del 2018 (Teatro della vita per Orizzonti Meridionali), ma passando anche, ad esempio, per il Censimento dei poeti calabresi (Soveria Mannelli, Calabria Letteraria Editrice, 1986), per un bel ricordo di Carlo Betocchi (Betocchi, il vetturale di Cosenza e i poeti calabresi, Cosenza, Orizzonti Meridionali, 2015) e per alcune interessanti note critiche sparse su quotidiani e riviste − merita senz’altro di essere conosciuto meglio. Per la prima fase della poesia di Cipparrone mi si consenta di rinviare al mio «Ma la poesia merita la fatica che spendo per scriverla?». L’utilità degli inutili versi di Carlo Cipparrone («Smerilliana. Luogo di civiltà poetiche», n. 11, 2010, pp. 351-61).

Non deve passare in secondo piano un altro merito di Cipparrone: quello di aver fondato nel 2001 «Capoverso», rivista di scritture poetiche tra le pochissime in formato cartaceo ancora attive nel meridione d’Italia, e di aver contribuito, insieme ai pochissimi sodali, alla sua vitalità. Adesso, grazie all’affettuoso interesse della famiglia e di Saverio Bafaro, a sua volta poeta e solerte redattore di «Capoverso», esce per i tipi dell’Arcolaio una sua raccolta di versi inediti e no, al cui allestimento aveva in parte lavorato lo stesso Cipparrone. L’edizione, introdotta da una nota del curatore e suddivisa in quattro sezioni (Io e gli altri, Pensieri di caccia e di pesca, Quotidianità e Altre poesie), fornisce un quadro, volutamente un po’ indeterminato ma appassionato e quanto mai opportuno, della produzione del poeta cosentino e dell’idea che l’ha mossa.

La poesia, per Cipparrone, è in ciò che sfugge e, al contempo, nello sforzo discreto ma ripetuto, quasi ossessivo, che l’immaginazione produce nel tentativo di seguire una traccia di realtà, di incalzare ciò che si è dato alla fuga o che si è chiuso nel guscio delle cose. Però la poesia è anche nell’eventualità, tutt’altro che remota, che lo sforzo del poeta resti vano, dovendo esaurirsi sulla superficie di quel guscio e persino finendo per accontentarsi dell’evidenza di non aver raggiunto alcunché, di essere rimasta al buio, nell’inganno e nell’errore. Al poeta, allora, dovrà bastare l’imprecisione o l’abbaglio, accettando che nulla è perfetto, che l’uomo si sia sbagliato e che possa continuare a farlo, magari mettendo ordine tra le carte e ripulendo i cassetti o bruciando «vecchi versi e lettere. / Prima che sia tardi» (p. 26). Ad ogni modo, a illuminarne fiocamente l’esistenza c’è una flebile speranza che accompagna i versi, semplici ma lavoratissimi e spesso rielaborati da una silloge all’altra, di Cipparrone, non soltanto quelli inclusi in Crocevia del futuro (dal titolo di una delle poesie), ma anche quelli che segnarono gli ultimi anni della sua vita. Speranza che, «cieca, immagina piena la vuota sciabica» (p. 49) e che incredibilmente sopravvive all’amara e diffusa considerazione «che tutto va [da sempre] peggio» (p. 56). In questa inspiegabile speranza, definita la parte spuria della scrittura in uno dei componimenti più significativi della raccolta (L’immaginazione, p. 65), c’è quel poco di quotidiana chiarezza che, tentando di «strappare l’io dall’io» (p. 53), possiamo pretendere dalla nostra esistenza.

Fare poesia sembrerebbe, dunque, una disposizione semplice che è cosa ben diversa dall’essere ingenua e che ha a che fare direttamente con la vita, consentendo di superare, soli e dissanguati, ogni facile apparenza o, magari, di vivere di quell’apparenza. La poesia di Cipparrone è come se fosse desiderio non esaudito di profondità perché finisce per trovare il suo senso in questa “superficialità” esibita, in una sorta di tempo sospeso che forse, se sfiorato, mostrerà un significato interno, implicito, o, forse, paleserà come il nucleo invisibile, posto al di là della superficie e della speranza, sia pieno di nulla: che sollievo poter contare sulla “certezza” (parziale e imperfetta) che, da qualche parte, quel nocciolo ci sia, ma che, tutto sommato, non interessi sapere dove esso si trovi esattamente; men che meno a un poeta.

(fasc. 39, 25 giugno 2021)

ALESSANDRO GAUDIO