CARLO CIPPARRONE. Crocevia del futuro (a cura di Saverio Bafaro), L’arcolaio, Forlimpopoli, 2021 – Recensione tratta dalla rivista Capoverso

Già più volte, da quando ci ha lasciato, questa rivista si è occupata della poesia di Carlo Cipparrone. Attività doverosa, perché Cipparrone è stato per tanti anni l’anima di Capoverso; ma anche ferma volontà di tutti noi, editore e redattori, perché convinti che i suoi testi contengano un monito e un insegnamento per il presente e per il futuro. E dunque giunge a proposito questa raccolta di suoi testi che, appunto, e significativamente, è intitolata “Crocevia del futuro”. Bafaro così identifica i temi principali di queste poesie: “la consistenza, coerenza e resistenza della moralità insita nella Natura, e una cinica forma di macchinazione e speculazione praticata dall’uomo sulla sua “Terra”.

Il curatore della raccolta del poeta, scomparso nel 2018, nell’introduzione ci parla della genesi del libro, e, significativamente, ci narra che esso è nato attraverso un dialogo, in qualche misura onirico, fra lo stesso e Cipparrone, “Io qui, lui lì, dentro una dimensione in cui i morti possono ancora dialogare con i vivi.”

Al di là di questa chiave, il libro è figlio di una frequentazione maturata nel corso del tempo, in cui, per un certo periodo, il poeta scomparso guardava al curatore come a un discepolo, in grado di raccogliere il testimone della sua “missione”, occulta e ineffabile, di poeta negli anni e negli istanti, e quest’ultimo riconosceva, e riconosce, nell’anziano poeta un maestro, non da imitare ma da ascoltare e di cui studiare, approfondire, rinnovare le soluzioni formali e i messaggi.

Questa raccolta contiene componimenti brevi dell’autore, mentre quelli lunghi erano usciti di recente, e anch’essi postumi (per meglio dire contemporanei alla sua dipartita), nell’altra raccolta “Teatro della vita” (Edizioni Orizzonti Meridionali).

La prima sezione, “Io e gli altri”, come di frequente nello stile del poeta, alterna un pessimismo di fondo a guizzi di ironia, ma qui con la capacità di colpire il lettore anche con soluzioni brevissime e decisamente ispirate: “Preferendo andare a piedi / usai poco le ali, / che divennero un peso”.

La seconda sezione ha il curioso titolo “Pensieri di caccia e di pesca”. Leggendo il titolo mi sarei aspettato quella scelta di descrivere i particolari dell’azione con minuzia e discrezione, in quella tonalità espressionistica ricorrente in altre prove cipparroniane, costruita tutta sulla metafora fra il cacciatore e il poeta, laddove la selvaggina esemplifica la parola.

La terza sezione, “Quotidianità”, è leggermente più discorsiva incentrata sul “male di vivere”. E su una quotidianità che è fatta di oggetti piuttosto che da persona: di protesi e occhi finti che riposano, svuotati e insensati, nella notte, deprivati dei loro affittuari. Ma tutte le cose suonano qui disossate. Ma tutte le cose suonano qui disossate, orfane di senso e di territorialità. E questo smarrimento, seppure a voce bassa, si pone anche come giudizio sul tempo che viene: “Percorrono viadotti audaci, attraversano / tunnel lunghissimi, vanno / verso un tempo smemorato”.

L’ultima sezione, apparentemente raccoglitrice di ispirazioni fuori sacco, è quella (quel tempo delle giornate e dell’esistenza) in cui il poeta si concede qualche digressione dal suo concentrato e assuefatto essere al mondo. Eccolo allora “come un surf spinto dal vento / sul filo rapido dell’onda, / seguire rotte audaci”. E, grazie all’intervento dell’immaginazione, grazie al soccorso della fantasia creativa, anche il peso della vita diventa più leggero; dunque, se nessun miracolo viene in nostro soccorso, per lo meno riusciamo a scorgere

“la notte che solleva la luna / sulle spalle curve del cielo / e se ne illumina”.

FRANCO DIONESALVI