Torna, dopo qualche anno, la brava poetessa irlandese Afric Mc Glinchey, a tenerci compagnia dalle pagine de L’arcolaio. La collana che la ospita è quella diretta da Lorenzo Mari. Il titolo – Il fantasma del gatto pescatore – ha una sua freschezza visiva, fattore che caratterizza la nostra amica poeta. La raccolta è stata tradotta da Elisabetta Fiorucci. L’introduzione è curata da Maria Luisa Vezzali.

Proporremo, qui sotto, l’accurata puntualizzazione della Vezzali.

Subito dopo, proporremo alcuni testi della nostra Afric.

Buona lettura a tutti!

Introduzione

«Il miglior approccio è una porta aperta»:

la poesia come esercizio di disponibilità e interconnessione

Afric McGlinchey è un’irlandese che ha trascorso la giovi­nezza tra lo Zimbabwe e altri paesi africani e che, nonostante il suo rientro a casa, nella suggestiva regione del Cork occi­dentale, conserva una tensione verso tutto ciò che è altro e lontano, una “furia dislocatoria” che le concede una partico­lare capacità di attenzione ed empatia verso le situazioni, le storie più disparate. È probabilmente a causa di questa natura che, a un primo contatto, le sue raccolte appaiono centrifughe, pluritematiche, di difficile precipitazione verso un nucleo uni­ficante. In realtà, a una lettura più accorta, si percepisce che un elemento di coesione esiste e posa su una concezione della poesia, appunto, come interconnessione, non solo tra le per­sone, ma anche tra spazi e tempi diversi, tra l’umanità e l’am­biente che la abbraccia.

  In questa sua seconda opera, che se­gue a La buona stella delle cose nascoste pubblicata sempre in que­sta collana nel 2015, inoltre, non è difficile individuare un leit motiv (la natura felina e cangiante del desiderio creativo) e un’atmosfera ricorrente (Parigi), che sono poi quelli segnalati dal titolo Il fantasma del gatto pescatore. Quasi inevitabilmente, d’altronde, gli artisti “iti­neranti” vengono prima o poi attratti nella sfera d’influenza di uno scenario internazionale e multi­culturale come Parigi. L’animale che presta nome al libro de­riva, infatti, da una leg­genda legata a un’angusta strada pari­gina, la Rue du Chat qui Pêche, eall’alchimista – l’esperto di pas­saggi e metamorfosi per eccellenza – che si dice aver vissuto lì nel XV secolo, esser sparito misteriosamente dopo l’affoga­mento del suo gatto e altrettanto misteriosamente ricomparso insieme al suo fami­glio poco tempo dopo. Tale mito riassume un po’ tutti gli ele­menti che si ritrovano in questa raccolta: l’identificazione tra le pratiche alchemiche e la scrittura, la possibilità di rivivere oltre la morte in diverse forme di subli­mazione, la capacità dello sguardo poetico di catturare le pre­senze fantasmatiche che vibrano intorno e dentro di noi. Il tutto immerso in un irresistibile goût francese, creato dai topo­nimi (come Pont des Artes), i cibi (come le crêpes de sucre de citron), i personaggi (come Héloïse), gli artisti (come Godard), le espressioni (come l’esprit d’escalier).

  Il primo testo è un’ecce­zionale chiave d’accesso a que­sta visione del mondo e della poesia. “La musica del gatto”, infatti, prende il suo avvio cupo e mostruosamente organico dopo che il crimine dell’annega­mento del micio – versione oscena e ribaltata di un sacrificio rituale – è già compiuto: il piccolo cadavere affonda in un «ba­rile d’acqua piovana / nero come una macchia di petrolio», con i suoi «organi separati / da grasso e letame», «raschiato ancora, / poi rimestato // tra esalazioni solforiche». Chi legge si trova immediatamente proiettato tra i fetori e i cascami fi­siologici della fase di Ni­gredo, il primo stadio della trasforma­zione nell’iter della Grande Opera alchemica, quello della pu­trefazione della ma­teria. Ma è altrettanto immediatamente chiaro che si tratta solo dell’inizio del processo, perché – per usare le parole di Tommaso d’Aquino – grazie alla «regola­mentazione del fuoco» (ovvero il regimen ignis del lavoro arti­stico) appariranno altri colori oltre al nero, «il bianco, il giallo citrino e il rosso», e finalmente «senza altra operazione ma­nuale… ciò che era manifesto sarà nascosto e ciò che era na­scosto sarà manife­sto». In questo testo tale miracolo di rever­sibilità si attua grazie alla possibilità che le viscere del gatto così “raschiate” vengano attaccate a uno strumento e accor­date, fino a produrre una «musica così intricata / e sorpren­dente, // che verrebbe da pensare / che l’animale sia risorto». Dalla corruzione, quindi, può originare una nuova vita, spiri­tuale e sublime come quella della musica. Una resurrezione che in lingua inglese avviene in modo molto più diretto, dato che catgut, letteralmente “bu­della di gatto” (anche se in realtà abbreviazione di cattlegut, ov­vero budella di pecora o capra), è il tipo di fibra naturale uti­lizzato in passato per i violini e in generale gli strumenti a corda. L’idea, comunque, resta perspi­cua anche in italiano: l’essere umano non si arrende alla morte, non la lascia preva­lere, e nella sua sostanza più intimamente antropologica è marchiato proprio dalla peculiarità di ideare strumenti (“stru­menti umani” appunto, come la religione, l’arte, la memoria) per seminare tracce di presenza anche dopo di essa.  

  Per questo, secondo McGlinchey, la fine in assoluto più insopportabile è quella del Volo 370 della Malaysia Airli­nes, scomparso dai sistemi di localizzazione l’8 marzo del 2014 e mai più rintracciato nonostante tre anni di ricerche in centoventimila chilometri quadrati di oceano: sparire del tutto, non lasciare di sé nemmeno un flebile segno. Ed ecco che allora la poesia “Volo MH370” richiama dal «sentiero nella terra dei morti» i duecentotrentanove passeggeri che si trovavano su quell’aereo, li incastona in un punto adimensio­nale del tempo dove la loro presenza, circondata dal «silenzio radar», può diventare un gesto fissato di assertività accecante: il bambino che conta sulle dita, la bambina che «dorme ap­poggiata / alla spalla immobile della madre», l’uomo che «prende la mano di uno sconosciuto», la donna che pensa al rum bevuto insieme ai pescatori «a Kuching» mentre «tutti ri­devano». Di nuovo la vita, nella sua accezione più intensa e pulsante, in faccia alla morte.

  Di questo tenore sono anche altri testi, come “Sul ri­cevere una lettera da un soldato dopo la sua morte”, che fa partecipare tutta la natura a un singolo lutto con la medesima pietas dell’autrice schiacciata «sotto il largo palmo del cielo»: le piante sono «morte su un balcone» e «le foglie luccicano / verde-latte come un cadavere»; pure in quel latte e in quel luc­cicore c’è la vigorosa celebrazione della durata della voce di un individuo oltre la sua fine biologica. O come “L’uomo che cadde dal cielo”, in memoria di José Ma­tada, il giovane mi­grante mozambichese che nel settembre del 2012, nel tenta­tivo di raggiungere l’Europa clandestinamente, si è nascosto nel carrello di un aereo della British Airways ed è precipitato sul tetto di un edificio di Londra, proprio mentre il velivolo era in fase di atterraggio: ancora una volta la fine del testo ri­balta e contesta l’incipit e, mentre all’inizio il ra­gazzo cade verso il basso «piccolo e nero, / come un granello nell’oc­chio», nella conclusione la sua immagine è inghiottita in quella di un «sole giallo» che si issa «nel cielo / come stesse volando». O ancora “Raduno 1606”, che rievoca l’espulsione da Parigi degli immigrati fuggiti dall’Irlanda a seguito della ter­ribile ca­restia di quell’anno. Qui McGlinchey rivive il dolore e la ver­gogna dei suoi antichi connazionali in una sorta di espe­rienza medianica: dopo che la nebbia che le ha velato gli occhi e le orecchie hanno iniziato a far male, i sensi perdono con­tatto con la realtà fattuale e vengono proiettati all’indietro, sin­to­nizzati su un «passato urlante», sui «fantasmi» e sulle «om­bre» dei rimpatriati in nave. L’autrice, come posseduta dallo spirito di un bambino di allora, percepisce il buio sottoco­perta, il freddo dei «panni sottili», il disagio delle «bende / sporche», ma negli ultimi tre versi un calore «comincia a tra­pelare», il calore irradiato da un talismano materno e dal ri­cordo dei versi di una maledizione irlandese, perfetta sintesi del valore che, per un mondo che migra, è conservato dalla resistenza dei vincoli familiari e delle radici culturali contro ogni forma di sopruso e di cancellazione della dignità.

  La poe­sia diventa, in questo modo, una sorta di regi­stro di cose che restano, Leavings, “Rimasugli”, come si intitola la terza sezione dell’opera, ma anche di quelle «particelle di luce» che si pos­sono trovare «in una goccia di pioggia» purché si abbia la vista abbastanza acuta e attenta per coglierle. È que­sta la dote più affinata di McGlinchey: applicarsi meticolosa­mente alla chi­mica della vita, individuarne un campione, iniet­targli quel li­quido colorante che è la scrittura e renderlo evi­dente nei suoi costituenti minimi per chiunque, perché in fin dei conti «è tutto materiale» e «la materia è solo / immagine». E, si po­trebbe aggiungere, l’immaginazione è la possibilità di trascen­denza della materia. Il «potere dell’immaginazione» – ci ri­corda, infatti, verso la fine del percorso, il testo eponimo del libro – non è solo ciò che permette agli occhi di “ammor­bi­dirsi” e di sviluppare una visione periferica (sense peripherals, / like an animal tracker), ma è anche ciò che consente un «guizzo», la facoltà di «saltare fuori da un mondo / e in un altro». In sostanza, un’occasione di uscità di sé, di “estasi”.

  Tale occa­sione è talmente preziosa che l’autrice le de­dica esplicitamente un testo ispirato alla celebre massima di Rimbaud Je est un autre,“Io non è sempre me”, dove il soggetto che parla in prima persona non coincide con l’identità biogra­fica di McGlinchey, rivelando invece la gamma chiaroscura di emozioni di una persona costretta a espatriare. Ma è un po’ in tutti i testi di questa autrice che si può verificare una tendenza alla “creoliz­zazione” – nel senso del termine proposto dal grande scrittore e saggista caraibico Édouard Glissant – e alla mescolanza dei punti di vista, della memoria (che non per caso viene definita «plurale»), dei registri, persino delle forme me­triche (all’in­terno del volume si possono trovare sonetti, villa­nelle, com­posizioni in terzine e in versi liberi, le più svariate). Questo ovviamente non significa che Afric non possa essere anche Afric, e non ci parli delle sue complicate relazioni con un amore «che non riesce a stare fermo», come in “Slancio vi­tale”, o dei suoi affetti familiari, come in “Zaff” (per la figlia Micaela) e “Alchimia della felicità” (per il figlio Cian), delle sue paure, per esempio nei confronti dello sfregio ambientale, come per le foreste che predicono «il loro stesso respiro for­zato / pieno della puntura delle motoseghe» di “Le tre facce della notte” o «l’onda che appare sulla soglia» di “Diluvio”, e certamente dei suoi desideri, come la libertà di cantare sotto la pioggia accogliendola «come un’ostia, sulla lingua» (“Un fiume di famigli”). Significa solo che, in questi tempi di intol­leranza e disuguaglianze, fenomeni come le pandemie o le crisi finanziarie internazionali ci danno la misura di quanto siamo in realtà tutti vicini e interconnessi. Non abbiamo giardini da cui poter tenere fuori nemici fisici o immateriali. Tutto av­viene in our garden. Afric McGlinchey lo sa bene: ci dice “io sono te”, “tu sei noi”, “l’immaginazione è la lingua veicolare che ci permette di capirci”. Il miglior approccio al presente, all’umano, in fondo, è una «porta aperta». Vieni ora chiunque tu sia! / Vieni senza alcuna paura di non piacere. / Vieni sia che tu sia un musulmano, un cristiano o un ebreo… / Questa porta non è una porta di paura. / Questa è una porta di buone speranze (Jalàl al-Dîn Rûmî).

Maria Luisa Vezzali

(luglio 2020)

Alcuni testi:

Slancio vitale

 “Ho un gatto ora. Entra, esce.”

 Matthew Hollis  

Non riesce a stare fermo.

È stato tenuto dentro troppo a lungo,

e fa su e giù con gli incomprensibili

balzi di una creatura marchiata.

Cammina velocemente,

le vibrazioni lanciano esche

in varie direzioni.

Non dico stia cacciando.

È solo che, in questo stato,

è irraggiungibile,

come se un vetro invisibile

circondasse il suo corpo agile.

Altre volte,

potrei camminargli

attraverso.

Tutta la materia è solo

immagine, dopotutto.

In ogni caso, non è lì,

ma sta miagolando lamentoso

su qualche tetto,

o saltando dall’albero più alto,

il suo unico carrello di atterraggio

l’ingegnosità.

Il miglior approccio

è una porta aperta.

Prima o poi entra.

**

Le tre facce della notte

I

I gatti fanno parte dell’oscurità, avvinghiati

al peso dello spirito diabolico della notte.

Rimuginano sulla storia di un molo di fiamme,

fuoco–sorella, cieli mutevoli.

C’è anche violenza, nel curvarsi delle voci attorno

al peso delle indiscrezioni.

Le macchine indietreggiano come lingue.

Una nuvola serpente. Così tanto da nascondere.

Tutte le notti, viene il tuo regno.

II

Il fiume lirico sta chiamando,

come se la parola ‘nebbia’ fosse piena di ombre brancolanti.

Pioggia nel buio, armoniosa.

Uccelli raccolgono petrolio, appiccicosi e lenti.

Uno lancia un grumo che colpisce un uomo di passaggio

in bicicletta, mentre noi siamo accoccolati in una macchina sul molo.

Per quanto a lungo può un gatto

dimenarsi in una sacca di juta?

Ma questa è solo una lunga notte in una stanza.

III

Alberi imbizzarriti gettano i loro rami al cielo,

pieni dei polmoni di una bambina di due anni

issata sulle spalle del padre,

che vede il mondo da quell’altezza svettante.

Da qui, le foreste

possono predire il loro stesso respiro forzato

pieno della puntura delle motoseghe.

Ho passato così tante ore sfrecciando oltre

il silenzio urlante stipato sotto di me.

***

Pareidolia

Vicino all’estuario, xilofoni di limo

su argillite e ciottoli,

fossili calibrati.

Relitti per un paleontologo:

le tumultuose possibilità

di un teschio.

A falcate su per la collina, un vento fresco,

la sua visibile striscia una fasciatura verde

che prende la forma di una coppia abbracciata.

Le allucinazioni creano

le loro proprie inflessioni.

Nuvole imbiancate a calce, a spirale,

atolli che si arricciano, gialli, violetti, blu,

come il fazzoletto magico di un

prestigiatore, luminoso come la luce

di una moneta che si rovescia. Un aliante solitario.

Il pilota gioca alla sfida, scherza

nel palazzo del cielo

occhi che sono arco

del sole, nel momento silenzioso

prima che precipiti.