Il momento del passaggio rappresenta un topos letterario di sicuro impatto. In questa antologia lo si è voluto affrontare in maniera particolare, partendo da un ricco corredo fotografico inerente le tombe dei poeti romagnoli ed evidenziando come detti scrittori abbiano saputo trattare il tema della fine.

(F. P.)

Nota introduttiva degli autori

     Il tema della morte, molto spesso descritto nella vasta pro­duzione italiana e straniera, rappresenta un topos letterario di sicuro impatto. In questa antologia, lo si è voluto affrontare in maniera particolare, partendo da un ricco corredo fotogra­fico inerente le tombe dei poeti romagnoli ed evidenziando come detti scrittori abbiano saputo trattare il tema del passag­gio. La ratio dell’opera, quindi, segue una linea che prende in considerazione alcuni versi e frammenti, li analizza e conte­stualizza nella poetica di riferimento e li esamina con note cri­tiche. Si è pensato di proporre non le poesie complete, in quanto già fruibili in altri testi, ma di offrire al lettore spunti e idee da cui partire per approfondire gli autori e per stimolarne la visita dei sepolcri. L’antologia affronta sia la produzione in vernacolo che quella in lingua e comprende quei poeti della nostra terraconsiderati più significativi e dalla critica e dai cu­ratori stessi. Si è partiti da Guerrini e da Pascoli, colonne por­tanti della nostra letteratura in volgare e in italiano.

     I poeti romagnoli hanno avuto la capacità di inserirsi pie­namente nel contesto culturale della loro epoca, cogliendone il senso più profondo, autentico. Hanno saputo giocare con la morte, dissacrandola, o illudendosi di poterla soggiogare; op­pure ne sono stati vittime consapevoli, inermi, incapaci di sfi­darla, di guardarla negli occhi. Altre volte l’hanno considerata l’unica via di salvezza alla loro difficile e tormentata esi­stenza, come si evince, ad esempio, da un autore quale il lu­ghese Lino Guerra.

     Con questo lavoro, quindi, si è cercato di organizzare un viaggio ideale che, partendo dalla fotografia delle tombe, porti a conoscere il pensiero e le relative inquietudini di questi scrit­tori sulla morte, percorrendo, con delicatezz

rispetto, i sen­tieri metrici e semantici insiti nelle loro poesie.

Nevio Spadoni

Fabio Pagani


DUE SCHEDE

Dino Campana

Nato a Marradi il 20 agosto 1885, sin da ragazzo è vittima di violente scosse psichiche che lo portano a maturare, negli anni, un forte furore espressionistico. Nel 1914, non senza travagli, pubblica i “Canti orfici”, le cui copie cerca di vendere per le strade e nei caffè. Conduce un’esistenza da vagabondo, tenta di arruolarsi nelle milizie italiane impegnate nella prima guerra mondiale, ma viene riformato. Nel gennaio del 1918 è rinchiuso in manicomio, nei pressi di Firenze, dove muore il 1° marzo 1932.

Campana può ri­coprire senz’altro il ruolo di “poeta male­detto”, anche se sotto forme e modi diversi dai suoi colleghi di fine Ottocento. La poesia di Campana punta a sconvolgere, a fulminare le co­scienze di chi legge, a generare violente scosse emotive, allu­cinazioni, saette incandescenti che accendono lo sfondo, not­turno e cupo, della realtà.

Il tema della morte si lega, a nostro giudizio, a doppio filo a quello dell’amore, in particolare alla forte passione del poeta per Sibilla Aleramo: l’angoscia e la paura di morire, infatti, Campana cerca di superarle buttandosi completamente tra le braccia calde dell’amata. Leggiamo da “In un momento”:

            Abbiamo trovato delle rose
            Erano le sue rose erano le mie rose
            Questo viaggio chiamavamo amore
            Col nostro sangue e colle nostre lagrime facevamo le rose
            Che brillavano un momento al sole del mattino
            Le abbiamo sfiorite sotto il sole tra i rovi
            Le rose che non erano le nostre rose
            Le mie rose le sue rose

P. S. E così dimenticammo le rose.

La donna, in una lettera datata 28 febbraio 1917, risponde così al poeta:

“Dino, io e te ci siamo amati come non era possibile amarsi di più, come nessuno potrà mai amare di più. Dino, e il dolore non importa, e non importa la morte. Io sono già fuori della vita, anche se piango ancora. Dino, fa di salvare nella tua anima il ricordo del nostro amore, poi che non hai saputo vo­ler salvare l’amore nella vita, fa di portarlo nell’eternità com’io lo porterò!”.

Amore e morte, quindi, si mescolano completamente ed emergono, oltre a ciò, simboli mitici, nascosti nel profondo dello spirito, che richiamano eterne figure a guardia dell’insta­bile equilibrio della vita e dell’universo, come “La Chimera”, molto cara a Campana:

            Non so se la fiamma pallida
            Fu dei capelli il vivente
            Segno del suo pallore,
            Non so se fu un dolce vapore,
            Dolce sul mio dolore,
            Sorriso di un volto notturno.

Ci pare interessante citare gli ultimi versi dei “Canti orfici”: sono scritti in inglese e consistono nella rielaborazione del pensiero di Walt Whitman, “Song of myself”, in cui si preannun­cia la morte del poeta, intesa come l’assassinio di un inno­cente.

            They were all torn and covered with the boy’s blood.

            Erano tutti avvolti e coperti col sangue del fanciullo.

Campana, con i suoi deliri, compone l’idea del sacrificio vio­lento, nel quale il fanciullo, vale a dire se stesso, innocente, indifeso, viene posto sull’altare sacrificale. Un verso, quello ripreso dall’opera di Whitman, certamente autobiografico in quanto il nostro aveva pagato duramente con il disprezzo per l’internamento in manicomio l’aver sfiorato i più intimi segreti dell’uomo.

In una lettera scritta ad Emilio Cecchi, Campana firma il pro­prio testamento spirituale, sempre citando l’americano Whit­man: “Se vivo o morto lei si occuperà ancora di me, la prego di non dimenticare le ultime parole del mio libro: They were all torn and cover’ d with the boy’s blood”. (Essi erano tutti av­volti e coperti con il sangue del fanciullo).

Carmelo Bene, fra i migliori interpreti della lirica di Cam­pana, era solito dire: “Egli è morto dopo quarant’anni di ma­nico­mio”. Un giorno uno spettatore gli disse: “Scusi, Mae­stro, ma Campana in manicomio è stato solo 14 anni, dal 1918 al 1932, quando morì”. La risposta di Bene fu netta: “No, no, furono proprio quarant’anni”.

Aldo Spallicci

Nato a Santa Croce di Bertinoro nel 1886, muore a Premil­cuore nel 1973. Medico pediatra, uomo politico, deputato dopo la guerra alla costituente, ha fatto l’esperienza del con­fine e del carcere perché mazziniano antifascista. Umanista di vasta cultura, ha dato il meglio della sua attività alla Romagna facen­dosi animatore degli studi folklorici, letterari e storici, prima con la rivista “Il Plaustro” (1911–1914), poi con “La Piê”, fon­data nel 1920 insieme col poeta Antonio Beltramelli e il musi­co­logo Francesco Balilla Pratella, che musicò diverse sue liri­che. Spallicci è sepolto nel cimitero di Santa Maria Nuova Spallicci, comune di Bertinoro.

Caratteristiche della sua poetica sono la vita vissuta come do­vere, secondo l’etica mazziniana, dove la poesia è sentita come fede e missione civile. Egli inaugura una nuova fase nella poe­sia, specie romagnola e in dialetto, liberandola dal genere sati­rico – ridanciano di matrice ottocentesca e portandola su vette di puro lirismo. Troviamo, inoltre, nelle sue liriche ricchezza e complessità di ispirazione: ora corali, tese a recu­perare una antropologia regionale e proiettata verso una di­mensione universale, rigorosamente laica anche se intrisa di spiritualità. Si parla, infatti, di “panismo spallicciano”e tre sono i filoni della sua poesia: la natura, le passioni umane, la presenza del divino nella natura (“il mio Dio”). Alla tematica georgico – naturalistica sono riconducibili l’idillio campestre ricco di quelle “pure sensazioni” che suscitarono l’ammira­zione di Attilio Momigliano. E Pier Paolo Pasolini vide nello Spallicci “idillico” il miglior poeta, sotto l’influsso certamente del Pascoli di “Myricae” e dei “Canti di Castelvecchio”, anche se Spal­licci si distacca dal pessimismo pascoliano. Sotto il profilo me­trico il poeta si è mantenuto a lungo fedele allo schema del sonetto, ma a partire dagli anni Trenta ha optato per differenti soluzioni metriche. Fra i temi trattati, non poteva mancare la riflessione sulla morte. Da “I mi murt”:

            Guai a pianzar e guai a e prem singiòz,

            u n’um pìis che al mi rob al vega in piàza

            e e mi guai a me tegn in te gargòz.

            Guai a piangere e guai ai primi singhiozzi,

            non mi piace che i fatti miei li conoscano tutti

            e i miei problemi li tengo in gola.

Da “Un’òmbra sulitêria”:

            vos runchêdi di murt

            vos freschi da babìn,

            vos ch’al dvén da luntan,

            ch’agli è de’ mond da jìr

            ch’agli è de’ mond ad dmàn.

            Cl’ombra… L’è e’ mi pinsìr.

            voci rauche di morti

            voci fresche di bimbi,

            voci che provengono di lontano,

            che sono del mondo di ieri

            che sono del mondo di domani.

            Quell’ombra… È il mio pensiero.

Il ricordo del passato si fonde con il pensiero del presente e genera un legame ideale che non si spezza. È malinconico, fa parte dell’essenza più intima dell’uomo – poeta: quell’ombra, come scrive Spallicci, copre il ricordo di più vite, di più voci, di più case.