Fate Morgane di MARILENA RENDA

by Francesca Matteoni • 14 Gennaio 2021 Su Nazione Indiana

Le visioni di Marilena Renda hanno un preciso contesto geografico di riferimento, eppure proprio per questo sfuggono, costantemente: la memoria non scrive più le mappe dei luoghi, che restano in attesa di svanire o divenire. Perfino l’amore è una fata morgana: fatale segno del destino, che permane in impressioni, più che nella reciproca comprensione. Nei corpi della madre, della figlia e dei bambini del mare (in senso reale, con riferimento ai migranti, e simbolico, come creature più forti e selvagge dei loro genitori), affiora una verità tutta fisica e sensoriale, in cui trovare riconciliazione. Forse la sospensione delle fate è l’enigma della parola che insieme contiene e tradisce il passato, anticipa e fallisce il futuro, ma continuamente si china per accogliere. Parafrasando i versi di una poesia: “fa le prove” per un mondo e il suo successore. (FM)

Alcuni testi di Marilena Renda

 È vero, della natura non ti puoi fidare,

ma non dovresti nemmeno disturbare i vulcani.

Potrebbero, se vogliono, emettere

quella bava di fuoco per cui sono famosi

oppure non fuoco, ma metano e fango,

un muro alto venti metri, o anche quaranta

che nelle belle giornate può sollevarsi

e seppellire una famiglia di tre persone.

Ci sono luoghi che non sono come appaiono,

come isole che compaiono all’improvviso

e spariscono dopo una settimana,

terreno per fate morgane e inganni perfetti.

***

Ti abbiamo spaventato, una sera, con gli anni Cinquanta,

i mercoledì sera che si sparava e i bambini che non uscivano,

con mio nonno che sparò al fidanzato della sorella

e gli zii americani che non disdegnano la compagnia

dei narcotrafficanti e dei feroci bestioni di Villabate.

Mio padre coltiva la leggenda dei mafiosi di una volta,

che aiutavano le ragazze a rompere i fidanzamenti

e i paralitici ad ottenere le sedie a rotelle.

Mio nonno contrabbandava grano ed era protetto da Giuliano

e da strani Robin Hood che gli permettevano di trafficare.

Non volevo spaventarti, e non ti ho neanche consolato,

il giorno dopo, in aeroporto, quando sentivi ancora

il fischio delle pallottole alle spalle,

quando mi sono liberata della tua innocenza,

e superato Montelepre, le pietre, le montagne dei briganti

ho gettato dal finestrino la protezione e quel che resta.

***

Non avevo mai visto una casa, quindi la trovai spaventosa.

Venivamo da una tana, conoscevo solo tane.

Mia madre non aveva più lo sguardo del terremoto,

la gonna sgualcita e lo sguardo verso il basso

di quelli che provano a fare ordine nel terrore.

Le madri sono buone, buone come la terra

e la terra è buona anche quando non lo è affatto.

Il loro regno è potente e silenzioso

e nel sangue hanno la quiete della morte.

***

Partorirò un mostro perfetto,

già senza pregi,

che mi guardi

con l’odio della creatura

che prometto di ricambiare,

per espiare il detestabile dono

della vita.

Nessuno amerà tenerlo,

tutti frettolosi nel toglierselo dalle braccia.

Per questo ho ronzato attorno al sogno

finché non sei arrivata tu,

che adesso corri nel recinto

insieme a una bimba malata

che cade sulle mattonelle.

La madre la rimette in piedi,

e tu le piombi addosso

col tuo verso alluvionale,

mentre io ricordo la promessa

a cui non ho prestato orecchio

e che certamente si vendicherà.

***

per Bonaviri

Raccontami di nuovo la storia del bambino

che al tramonto strapparono alla madre

per innestare il suo corpo nel carrubo,

perché dalla circolazione di linfe e succhi

gli uomini ricavassero nuovo nutrimento.

È il padre che deve cibarsi dei frutti di questa infiorescenza,

mangiare carne giovane mescolata a foglie,

in modo da tornare dalla morte al figlio che lo cerca.

Raccontami di nuovo di come il figlio si illuse

di riportare il padre sulla terra e ribaltare le leggi di natura,

di come la madre si trovò perduta, in mezzo alla terra,

perduta, e poi che trovò il figlio-pianta sul punto della morte,

gli si abbracciò dimenticandosi tutta l’altra vita.

***

A Chernobyl, dopo l’evacuazione, i veicoli

sono rimasti a lungo sulla strada. La ruggine non ha fretta,

i bambini venivano su come capitava, in tempo di guerra

nessuno può pretendere attenzione.

Da dove arrivava la nube, tutto è stato sigillato.

A che serve coltivare le arti del passato,

i gesti classici, quando la terra muore?

Non c’è accordo, invece, su cosa fare delle rovine,

nessuno pensa a liberare le vecchie case dai mobili,

dai materassi, i libri e le bottiglie.

Il cinghiale e la lince corrono molti rischi,

ma possono sempre tornare dalla preda,

la foresta fa un silenzio che dice la verità,

gli animali ricordano l’uomo, ma in modo confuso

le categorie si sono mescolate nella zona d’esclusione

le foglie hanno cambiato forma

il mondo fa le prove di un altro mondo.

***

Una nigeriana, a Palermo, in via Juvara

ha gettato in un sacco ciò che resta di un bambino.

La sua morte fino a ieri sarebbe stata solo un pericolo scampato,

uno di quelli di cui si nutre con divertimento

la nostra storia di adulti, con le cadute dalle scale

gli incidenti stradali e i danni ai denti.

Quante cose non vedono i santi che proteggono,

tutta la violenza al centro di questo amore.

Francesca Matteoni

Sono nata a Pistoia nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia con persone di ogni età e racconto fiabe in varie occasioni da sempre. Insegno storia della magia e della medicina, religioni comparate e altri corsi presso alcune università americane a Firenze. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Ho curato libri collettivi ispirati al fiabesco e scrivo saggi su riviste cartacee e online, fra cui Nuovi Argomenti e L’Indiscreto. Della mia vita accademica, principalmente all’estero, si trovano articoli e questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). Insieme ad Azzurra D’Agostino ho curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici, nata da un lavoro svolto in Sardegna. I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. A lunedì alterni mi si può ascoltare su Fangoradio, con la trasmissione Sàivu. Abito in periferia, vicino a un corso d’acqua, con un gatto. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/ View all posts by francesca matteoni →