La vecchia raccolta de “I pantaloni del Po” viene pubblicata oggi da L’arcolaio. Potrà apparire, quest’opera, vecchia e sorpassata, ma l’autore voleva vederla nel formato “libro”, perché la prima apparizione fu confezionata semplicemente in una veste molto modesta -una sorta di opuscolo -. Hanno fornito la loro competenza nella nuova veste gli amici Gian Ruggero Manzoni e Roberto Dall’Olio, che hanno generosamente scritto le due presentazioni critiche. Un grazie a loro e uno ad Alessandro Gabbia, pittore e fotografo notevole, che mi ha donato la sua fotografia per la copertina. Infine, ultimo ma non ultimo, un grazie ad Andrea Mandolesi che ha voluto curare questa edizione, a livello redazionale.

G.F.

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Alcuni testi:

L’acqua porta amore, fradicia

del suo essere, tronfia di sapere

che il mare maschio è là,

oltre la furia dei martiri

che hanno potuto amare una sola notte.

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Sono colpi

di quando il bordello dello spirito

decideva se prendere o lasciare

nella foschia della verginità

tutta la materia dell’orrore

in quanto piacere.

**

E adesso qui, nel turbine dell’adige;

presto ricorreranno al grido

d’acque tracciate da menti di leoni nudi,

da carotidi e topi, ancora, per disseccare l’aria

e farne fiumi.

Dopo, i timbri del maligno

prenderanno l’intonazione

e le cassepanche a pomposa

verranno e sapranno

del coro episcopale a galleggiare,

dove l’han visto in molti.

Mobili e foschie di carne,

e gabbiani ciechi in direzione del nord,

sul mento dell’acqua, sul pizzo di Dio,

sull’amaca a dondolare la slovenia,

sui passi infine di un cataclisma della paura di amare,

fosse anche la coscia della mota,

tra coltivazioni di bottiglie,

alla periferia di me

inteso e vivo.

**

L’ecclesiastico fuma la groppa della noia

ai margini dell’unghia,

nella casa del rancido e del sospetto.

In riva alla gola del fiume-figlio di ladro

/conciato con la mota, lavorato dal buio/

Ligabue tinge gli occhi di giulio secondo

per la celebrazione sull’acqua,

assieme a ratti scelti per pettinare l’erba

nata di primavera,

come le zampe della pioggia.

**

È stato cristo a camminare nel buio,

a lasciare tracce

nel mondo dell’acqua incupita

da un’emicrania lunga a finire.

I topi l’hanno visto

cucirsi la croce

e sorridere dal gonfiore della piana.

Ora le cose potrebbero uscire fuori,

come la tisi, tutte tra gli argini

a sottolineare il fiato del gorgo.

I miracoli si lavano i piedi soltanto una volta,

poi spiccano il volo sulla mitra della nebbia.

Era soltanto per morire di nuovo;

tagliarsi le vene per fare arrossire venezia

sugli occhi già pronti

ai liquori del senso.

**

Le mie dita uscite dal pantano

di certo non hanno che le loro dita

a vivere con l’acqua,

sempre temendo che nascano falangi

di gnomi.

Sarebbero gnomi di arti e di alchimie

venuti fuori dal terriccio,

insieme ai mobili sull’argine di me

per tingere gli occhi delle arpe.

L’acqua insiste nel suo corso,

come l’idea di un pazzo cocciuto:

«Vado via per andare

anche se non so

e come poterlo dire non riesco,

ma vado e so di non sapere,

per cui tengo

ad essere lento, e con curve

ancheggio la mia vita»

                                    Testamento del Po

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Un frammento dell’intervento di Gian Ruggero Manzoni:

(…) A seguito di quel che ho detto, in Gianfranco e in me domina l’idea che oltre alla realtà percepita con i sensi, ne esista un’altra più profonda a cui solo il poeta può dare luce, grazie al potere evocativo della voce che risulta dotata della virtù prodigiosa di evocare quello che si nasconde dietro le apparenze, gli indizi, il sembiante. 

I pantaloni del Po hanno quindi dato l’avvio a questo percorso di ricerca in cui le parole risultano acquistare un significato simbolico capace di fare intuire, se non comprendere, verità sconosciute, consegnando, a un secondo piano, il valore dei termini usati, in modo da lasciare emergere, via via, i vari elementi che compongono quella realtà celata la quale, nella sua totalità, senza alcun azzardo, definirei: assoluta, e questo tramite figure retoriche e allusive quali la metafora, l’analogia, la sinestesia, l’allegoria, o accostamenti imprevisti, a volte ambigui o quel tanto ermetici, in modo che, come la musica (che gli umanisti volevano vicina, non a caso, alla matematica e alla geometria), la composizione giunga al lettore, o fruitore che sia, come fosse un effluvio, una fragranza, un aroma, a momenti anche forte, carnale, persuasivo.

Fu Baudelaire che per primo parlò della «poetica delle corrispondenze» secondo la quale la natura è un arcano che l’uomo comune può solo avvertire, mentre è compito del poeta fare emergere le attinenze, le affinità, le equivalenze che esistono tra tutte le componenti, formanti la dimensione in cui viviamo e di cui facciamo parte, che legano tra loro i fenomeni sensibili, dando infine un volto all’unità. E sono l’intuizione e l’immaginazione quelle chiavi che aprono il pentagramma della struttura poetica, creando un canone in cui originalità, atipicità, arditezza, ingegnosità sintattica risultano portanti l’edificio… quell’edificio elevato in cui dimora, ancora, l’espressività di Gianfranco.

Inoltre non si pensi che il suo scrivere, comunque votato allo straniamento, manchi di intenti anche civili e morali, e I pantaloni del Po ne sono una prova, infatti, il taglio, l’unghiata, lo schiaffo a una società che sta distruggendo il pianeta nonché certi valori portanti il nostro essere, qui e là giungono, e quel tanto rancorosi, decisi, impegnati, non facendo sconti. Del resto è pur anco di una ricerca di dignità che stiamo parlando, di un bisogno di sicurezza, di una dilatazione nel bello, di un cullarsi nei ritmi armoniosi del paesaggio e in ciò che di avvincente e sacro, come uomini, siamo riusciti a costruire, dando libertà alle percezioni più ancestrali, così da raggiungere il nocciolo… il fulcro… del senso.

La parola apre a Gianfranco Fabbri, in questo caso poeta-veggente, poeta visionario, tutte le sue euristiche potenzialità, alla scoperta di «quell’anima per l’anima» che Rimbaud voleva quale «deragliamento della coscienza» in favore dell’allusivo, dell’ammiccante, del sensuale, componenti che, se miscelate, portano alla rivelazione e, quindi, al meritato piacere, dopo così estenuante lotta tra progetto accertato e fantasma del nulla.

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Frammento dell’intervento di Roberto Dall’Olio:

Il fiume è un golgota

siero di veleni per il sonno

            del faraone.

La fede di satana è scivolata

nei pensieri di talete

oltre le coltri

dei respiri degli dei.

 Il demoniaco ha preso possesso dei puri pensieri di Talete. È avvenuta la contaminazione tra il male e il pensiero logico-matematico, ne siamo discendenti: da questo punto in avanti il pensiero scientifico, motore del progresso, è anche portatore di disastri, uno su tutti quello ecologico, di squilibri tra mente e corpo, tra uomo e natura, tra pensiero e realtà, tra sesso e amore…

… il bordello dello spirito

decideva se prendere o lasciare

nella foschia della verginità

tutta la materia dell’orrore

in quanto piacere.

Il bordello dello spirito, ancora una sottolineatura della decadenza, del marcio che opera dentro al guscio della civiltà, delle sue “magnifiche sorti progressive”. Apparenza e realtà non possono ignorarsi, si intrecciano e si scambiano i ruoli dentro e lungo quella corsa che il Po pure con i pantaloni che Fabbri gli ha fatto infilare rappresenta. Quella storia altra, nascosta, segreta, scandalosa come è la poesia di Fabbri, tenuta insieme da una pulizia e da una nettezza del verso che fa apparire il tutto più digeribile, ma le metafore sono davvero portentose e “maledette”, nel loro angelico rivelarsi:

Nella coda l’anguilla vede la Bibbia

scritta dal macero del vento garbino,

che viene sopra gli occhi

a chiudersi nell’habitat-lamento

del canneto.

L’anguilla vale il serpente e vede la Bibbia con la coda, l’anguilla che vive il fiume e vive il mare e dunque è soggetto ermafrodito e bisessuale per antonomasia dentro l’ambiente incerto del canneto, non una foresta oscura, ma certamente un luogo di perdizione, di lamento, tra terra e acqua, gorghi e terreni labili, senza vento, non c’è vento nel vento dirà poi il Nostro con un fantastico verso.

(…)

La lingua del Fabbri poeta, siamo nel 1980, non assomiglia a nessuno, si spappola e si raggruma in un testo che sembra solo sfiorato dalla storia che aveva frantumato gli argini del vecchio dopoguerra attraverso la contestazione degli anni Sessanta e Settanta. Eppure I pantaloni del Po sembra non risentire di questo clima, ma neppure anticipare il riflusso degli anni Ottanta che stanno incominciando. Appare come un unicum stagliato in un anno decisivo per l’Italia e per una delle regioni bagnate dal Po, l’Emilia-Romagna insanguinata dalla strage della stazione di Bologna e di Ustica: un testo che si regge su un impianto metaforico estremo e “scandaloso”, portatore di una carica erotica irreale e per nulla sfumata, tuttavia dentro una forma levigata, sorretta da una solida prova di ingegneria metrica e sostanziale.

Un libro che vale davvero la sua ristampa dato che se ne erano perdute le tracce in volume e che fa parlare un “covo”, uno dei tanti covi letterari delle tante Italie frutto di quel «Manifesto del Visceralismo», Manifesto e movimento di cui Fabbri e Manzoni, il poeta prefatore di questo libro, furono due dei fondatori ed estensori. In ogni caso non deve tradire una certa decadenza e fatiscenza che aleggia nei versi del poeta: trovo che invece nel loro insieme essi siano carichi di speranza, per dirla con Stevenson, non sono giunti a una meta, a un fine a una fine, ma si posano piumati sull’anima delle cose ed esprimono antimelodie che fruttiferano fuori stagione.