“La cura della lingua” nella poesia di Anna Maria Curci

 

Articolo scritto da Maria Benedetta Cerro

 

Ho conosciuto, prima della poesia, la scrittura critica di A.M. Curci, la sua abilità nel cogliere con immediatezza in un testo l’essenza e la sostanza e tradurre il tutto in una scrittura essa stessa creativa, in equilibrio tra spirito e intelletto.

Intelligenza, appunto, finissima, capillare, che sa leggere-dentro, spaziare tra cultura e saggezza di vita con un’apertura rara verso l’altro, derivante certo dalla frequentazione disinvolta delle lingue e dalla particolare disposizione all’incontro. Una naturalezza espressiva che emerge anche nel dialogo, nell’esposizione fluida, coinvolgente, diretta, che sa porgere contenuti complessi con una semplicità che diventa abbraccio empatico e solidale.

E la sua poesia “Nuove nomenclature e altre poesie” non poteva non essere specchio di un’anima di autentico valore letterario e umano.

Un libro denso, molteplice, che già nel titolo annuncia il primo dei mandati della poesia: la nominazione. E appunto nella prima sezione Anna Maria Curci mostra come la parola-definizione possa in realtà significare altro, come la lingua poetica, autonoma e fortemente evocativa, a differenza della lingua delle convenzioni, sia l’unica in grado di ri-nominare e ri-definire la realtà.

Ed è in questa ottica che la contemporaneità, la storia che svolge il suo corso sotto i nostri occhi,

attraverso la lente della poesia, mette a nudo la sua trama, mostrando un tessuto di inganni e falsità.

Ecco allora che la poesia di Anna Maria Curci, nel dire della vita (la propria, che alle altre si accompagna nell’incontro reale e letterario – o ne diverge – mostrando una personale visione storico-critica), assume responsabilmente il ruolo sociale di denuncia e insieme indicazione di un cammino linguistico che riconsideri rigore e cultura fondanti di una lingua ancora autorevole, che chiami ogni cosa col suo proprio nome, che non sia approssimazione, ma identificazione, appunto (vedasi l’uso frequente di termini linguistici in lingua originale).

In “Staffetta” l’indagine nel tessuto umano si fa più profonda, tocca nel vivo un dolore cui è possibile accostarsi solo con il filtro dell’ironia, specie se è il ricordo, la corda intima o affettiva a

dolere ancora vivamente: (consideriamo “il Lied delle anime belle”, “Mi rammento di te”, “L’idillio di natura non ristora/ chi sceglie l’auto-inferno” “’Namo donne che oggi so’ matta”, “Verrai a prendermi un giorno”).

Ma sono i “ Settenari sparsi”, i “Dodici distici del disincanto”, i “Distici del doposcuola” le sezioni più interessanti dal punto di vista metrico. Un esercizio di stile che riconsegna alla poesia la dignità di una forma, sulla quale si dipana un divagare colto, una sobria sentenziosità, un discorso sommesso con un interlocutore, che a volte è se stesso.

“La cura del vocabolo”, l’endecasillabo musicale, il ritmo che detta il verso e che obbedisce a tratti al richiamo della rima, scandiscono una poesia scolpita a rilievo sulla pagina.

La sezione “Canti dal silenzio” si apre infine con uno splendido “Preludio”. L’ invito all’ascolto, a frenare l’impazienza, a riappropriarsi del proprio tempo termina con un avvertimento: “Non ignorare i canti dal silenzio”.È la poesia che chiede voce, autorevolezza, rispetto, in una contemporaneità distratta, che vuole anche la parola ridotta a consumo.

È la poesia che, grazie alla cura, ridiventa canto.

 

 

Castrocielo, 18 giugno 2019                                                      

                                                                        Maria Benedetta Cerro