MARIO BONANNO RECENSISCE L’ULTIMO LIBRO DI MAURO GERMANI,

LA PAROLA E L’ABBANDONO

Articolo tratto dal blog MARGO

 

 

 

I libri di aforismi o sono autoreferenti zoppie di pensiero, oppure incisioni di nitore abbacinante. Assalti al cielo della significazione in poche righe. In altre parole, il terreno sdrucciolo dell’aforismo rivela dell’autore la grandezza o l’inessenzialità. Mi fido della prosa di Mauro Germani, per averla sperimentata in almeno due luminose circostanze: una relativa ai suoi contributi in un volume collettivo su Buzzati (“L’attesa e l’ignoto”, 2012), l’altro in un’anamnesi dello specifico gaberiano (“Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero”, 2013). Con La parola e l’abbandono (L’arcolaio, 2019) scopro Germani aforista capace di incisioni onto-tanatologiche all’altezza di inconsueta provocazione intellettuale.
Ne riporto una manciata, tra le diverse, che mi hanno colpito:

“Non c’è che un’unica notte che ritorna”
“La morte guarisce dalla malattia del tempo”
“La prostituzione esercita all’addio”
“Non sappiamo niente di ciò che succede nel nostro corpo. Siamo l’estraneo che è in noi”
“Per avere conferma del nostro essere mortali, basta chiudere gli occhi e nel buio ascoltare il battito del cuore. capiamo subito che non potrà durare in eterno”.
“Da giovane m’impressionò molto il rapporto tra Kierkegaard e Regina Olsen, quella rinuncia estrema, quella solitudine definitiva, voluta a tutti io costi e trafitta dalla furiosa e misteriosa spina nella carne”
“Sapevo scrivere, è vero, ma non sapevo parlare. Troppa letteratura e troppo cinema. “Davanti a un volto il silenzio, l’imbarazzo, il desiderio di fuggire lontano”.

Ci sono i fili rossi della morte e del tempo che tagliano di traverso pensieri e parole di Mauro Germani. Alla visione morgana di una metafisica impossibile, attentano retaggi più o meno palesati. Correnti esistenzialiste, la letteratura speculativa di Thomas Bernard, l’acume spiazzante di Sgalambro, il lucido paradosso di Jonesco che scrive:

“Attorno a me nient’altro che fantasmi ambulanti. E questa impressione d’irrealtà. L’esistenza non mi pare reale, il niente è più vero dell’esistenza?”

La parola e l’abbandono non è, come si vede, una lettura da ombrelloni. Per questo ve la consiglio nel periodo idiota degli ombrelloni, come antidoto alle letture da ombrelloni. Un testo impudico, che sgomenta. Che non diserta il lato brutto delle cose, si misura con la relatività dell’esistente senza distogliere lo sguardo. Un libro così dovrebbe leggersi poco a poco, necessita di sedimenti, ruminazione interna, riflessione. E dunque “La parola e l’abbandono” è ciò che si dice un testo – filosofico prima ancora che letterario- sul quale ritornare. Le annotazioni di Germani sono di un’esattezza chirurgica, controindicate soltanto agli ignavi e/o ai deboli di cuore. Il genere aforistico ti rende ridicolo oppure ti eleva allo statuto d’autore. Con “La parola e l’abbandono” a Mauro Germani è successo la seconda.

MARIO BONANNO