DAVIDE PUCCINI RECENSISCE “ESSERI UMANI”, DI ALESSANDRO FO, SU “LO SCAFFALE DI POESIA” DELLA RIVISTA “POESIA”. LA RUBRICA È DIRETTA DA

ARNALDO COLASANTI E DANIELE PICCINI.

 

Il latinista Alessandro Fo può attribuirsi a buon diritto il celebre verso di Terenzio Homo sum: humani nil a me alienum puto. Anche nei suoi libri precedenti, a cominciare sull’ultimo, Mancanze (2014), uscito nella “bianca” di Einaudi, era presente una variegata galleria di umanità, magari appena intravista e fissata sulla pagina in qualche suo aspetto peculiare, ma ora, in questa plaquette che potrebbe costituire il primo mattone di un nuovo progetto costruttivo, si va dagli orrori del lager di Dachau in apertura (“Fuori Monaco”), da cui i visitatori temono di non potersi allontanare alla svelta (“Poi ci accalchiamo alla fermata, preoccupati / che il bus di linea non ci carichi tutti, / pronti a saltarci sopra ad ogni costo, / anche passando davanti a qualcuno”), alle diverse nefandezze delle quali veniamo a conoscenza quotidianamente attraverso i media in chiusura, nel componimento eponimo che recita un accorato j’accuse sostenuto dalla nobile oratoria dell’anafora e si conclude con un autorevole e dunque perentorio invito a ravvedersi, bilanciato tra Dante e Primo Levi: “considerate la vostra semenza, / considerate se questo è un uomo” (“Esseri umani”). Tuttavia non ci sono solo i grandi temi della storia e della cronaca. la solita preziosa attenzione viene riservata a esistenze minime che non avrebbero lasciato traccia di sé, come la vecchina incontrata in chiesa e travolta da un motorino, che rischia di essere dimenticata da tutti: “Non ne ha parlato il parroco alla Messa, / come se niente…” (“Opere ed omissioni”). C’è spazio anche per il sorriso di “Come salvarsi agevolmente la vita in caso di grave crisi” o di un sogno dantesco nel quale si intrufola Ariosto, con la poesia al posto del “ragionar sempre d’amore”: “non sarebbe perfetto / che tu e i miei Lapi ed io / fossimo presi per incantamento? / Ma per davvero: Un castello di Atlante, / e vivere soltanto di poesia. // La sera, andando a letto, / solo due gocce di versi. E dormire” (“Lettera da Firenze”). Non manca nemmeno il testo con cui Fo ha contribuito alla raccolta collettiva Umana, troppo umana. Poesie per Marilyn Monroe (2016) che qui è perfettamente in argomento appunto per eccesso di umanità, dove si celebra la diva attraverso il destino parallelo, nella vita come nella morte, della sua sosia Kay Kent: “Mi hanno coperto d’oro perché fossi / Marilyn nelle foto /con gonna al vento, o nuda, o sguardo sexy […] / Ho scelto di morire come lei / (ma ho resistito dodici anni in meno): / alcool e barbiturici”. In effetti la maggior parte di queste figure viene rievocata con il filtro del ricordo dopo la loro scomparsa, in un tono di serena mestizia intrisa profondamento di affetto, che può essere considerato tratto distintivo e quasi delicata cifra stilistica dell’autore, e ci rammenta con garbo la condizione che accumuna gli esseri umani.

 

DAVIDE PUCCINI