Un nuovo autore fa capolino dall’interno del nostro catalogo: si tratta della ravennate Carolina Carlone, insegnante alle scuole superiori della propria città. Il volume è introdotto da tre intellettuali, Luciano Benini Sforza, Mariangela Gritta Grainer e Nevio Casadio, tutti e tre interessati al tema, anche sociale, che sfiora la vicenda di Ilaria Alpi. La scrittura della Carlone risulta appetibile, di svelta e sapiente lettura. Un libro che permette, pur nelle profondità che offre, un rapido innalzamento della coscienza sul mondo.

Per questa prima presentazione andiamo a pubblicare qualche stralcio della prefazione di Luciano Benini Sforza.

 

Fra gli eventi e le creature del mondo

 Un aspetto importante colpisce subito in questa intensa, davvero intensa e forte raccolta poetica di Carolina Carlone, Variazioni nel clima: la frammentazione dei versi, il loro sbriciolarsi e condensarsi sulla pagina. Ci sarà senz’altro un ungarettismo di fondo, dal momento che il tema della guerra, l’espressività, la forza delle parole, dei versi segmentati, prosciugati aiutano ad attualizzarne la continuità e la memoria, conducendoci a certo, preciso Ungaretti. C’è però di più; c’è nell’autrice la dolorosa consapevolezza di un mondo globalmente diviso, esploso, frantumato esattamente come i suoi testi: per le guerre, i conflitti, gli episodi di sangue che da tempo segnano la storia globalizzata, perché ormai ovunque un impetuoso «vento fossile / scioglie il respiro / che ci tiene insieme» (Variazioni nel clima); perché non c’è una mutazione semplice o di poco peso negli eventi, ma qualcosa di enorme «che ci ansima addosso» (Lungo i tornanti).

Non solo. Questo frammentismo è mobile, duttile, ondulatorio, lirico e post-lirico insieme, elimina o delocalizza qualsiasi centralità dell’io poetante nel mosaico dei testi, che convogliano, accanto all’io lirico, numerose figure, personaggi, oggetti, situazioni disparate, iconografie, passando dalla lirica alla prosa poetica, dal testo narrativo e monologante all’epigramma satirico, dal testo ricco o dominato da oggetti ed emblemi al micro-ritratto. Un frammentismo “liquido” (Bauman) e duttile, per abbracciare e raccontare il “mondo” (una delle parole-chiave del libro) e le sue sfaccettature, le sue mobili, varie e fluide consistenze. I suoi camaleontici, contrastanti e differenziati modi di presentarsi davanti ai nostri occhi. Il lettore sarà insieme abbagliato e catturato da questa duttilità, da questa frammentazione accentuata, ma non caotica o portatrice di entropia, perché ci sono figure, temi, una poetica e una concezione della nostra vita ricorrenti e che avvolgono e saldano ogni segmento, ogni sbriciolarsi di testo, di strofa, di verso. Una figura ritornante e variata è in primo luogo quella del fotografo-reporter, che si ripropone in immagini analoghe e affini come il testimone, il giornalista, il messaggero (secondo noi c’è un’evidente sfumatura o matrice cristiana in questi personaggi, in queste voci); non a caso la poetica dell’autrice vuole essere testimonianza e denuncia delle criticità, delle assurdità disumane e stravolte della nostra epoca, a cui allude anche il titolo dell’opera. Da questa poetica di impegno civile e morale nascono numerosi, ottimi testi ed epigrammi satirici, grotteschi, pungenti, dove ad essere presa di mira è la nostra civiltà distratta, consumistica, materialistica, mercificata: «ben sappiamo / che non è un iban / il bene // E che questo nostro mondo / sicurissimo e orrendo / è un lago di berillio» (Iban). A questa consapevolezza amara, sferzante si accompagna il tema frequente della nostra precarietà, della morte che ci soffia sul collo come una micidiale brezza, come per esempio mostrano i versi dedicati ai flussi di persone e popoli che migrano nel Mediterraneo, oppure i versi splendidi che chiudono Nella frontiera: “non si fermeranno/davanti a un corpo che trema / non davanti a una preghiera // Siamo già papaveri / gettati a bocconi / dentro il fosso)”.

 

Qualche poesia:

Due testi tratti dalla sezione “Papaveri”

Ore 13: presagi

Ancora un corpo

 

e una testa

 

riconsegna oggi il fiume

 

E ombre di fucili

la sabbia

 

Hanno già chiuso le porte

blindato gli avamposti

giurato vendetta e radar

ai molteplici infedeli

di questa Terra

 

Dicono che vi sia un traditore

che passa nella notte

tagliando gole

 

Per altri uno straniero

dal nome impronunciabile

 

che scuote il capo

come le orecchie

 

gli asini carichi di mosche

e cammina lungo la muraglia

 

che altri usa chiamare città

 

***

Nella frontiera

 

Mi hanno ucciso

molte volte

 

L’elettricità è passata

fra i miei ricordi

 

Sparigliato per sempre

vivo come la salamandra

che da trecentomila anni

non muta i suoi colori

 

 Cosa vuoi vedere, Miran?

 

Su questa volta di torba

poggiata su architravi d’ossa

che tutti sostiene e inghiotte

 

non puoi fotografare nulla

 

e nessuno è quel che sembra

 

Mostrami i documenti

 

 

la carta d’identità, un passaporto

 

Sei anche tu un assassino?

 

Non c’è nulla

che tu possa testimoniare

tireranno pietre

 

Io le raccolgo, ci scrivo la data

le riconsegno alla terra

 

Ma la verità che cerchi

ti raggiungerà di scatto

 

sul pianale di un pick-up

 

Sempre staneranno

la giugulare dal suo nido

 

non si fermeranno

davanti a un corpo che trema

non davanti a una preghiera

 

Siamo già papaveri

 

gettati a bocconi

dentro il fosso

 

***

Dalla sezione “Oltre la luce”

Migranti

 

Noi

 

la goccia

che cola dal chiodo

conficcato nella luce

 

Come cormorani

ci siamo posati sulla vostra nave

scuotendo le mani pesanti

 

***

(Ancora Benini Sforza)

Non c’è solo morte e distruzione; l’altro polo poetico-tematico della raccolta di Carolina Carlone è quello di una possibile salvezza, che ha una doppia declinazione. Salvifico può essere il ritorno ad una dimensione naturale, più autentica e vera, anche rude: vedi per esempio i testi in primo luogo contenuti nella sezione Nel bagliore verde, dove leggiamo in modo molto efficace e significativo che «noi possiamo ancora giurare / che esistono ranuncoli / in qualche prato» (In qualche prato). Oppure si legga la notevole lirica In veglia («Mi racconti la fatica immobile / delle querce / che salvano, salvano in legno / lo scorrere del tempo»). Resta inoltre un’altra via di luce e speranza; salvifica infatti può essere anche un’umanità rigenerata dall’amore e dalla fratellanza, in maniera tale che si spengano finalmente i fuochi e le devastazioni delle guerre, del cinismo materialistico, della pazzia che stanno segnando, cambiando, distruggendo le società e il pianeta: «E come foglie atterrate / abbracciarsi / fra le schiere degli umani» (Fra le schiere).