Esce per i tipi della nostra casa editrice l’ultimo libro di Alessandro Fo, “Esseri umani“. E’ il secondo numero della preziosa collana phi, diretta da Gianluca D’Andrea e Diego Conticello. Scrivono su questa eccellente opera lo stesso D’Andrea e Dario Ceccherini che ha curato l’introduzione.

Vi auguriamo una buona lettura.

La redazione.

 

La nota editoriale:

Dopo Mancanze (2014), la poesia di Alessandro Fo si propone, nella consueta raffinatezza di stile, un ulteriore scandaglio dell’animo umano. La storia minima dell’individuo che, con tutte le sue fragilità, permette di costruire una nuova trama fatta di incroci e inserzioni dialoganti. Come avviene, per esempio, nel trittico per Edda Laghi Corrieri, che trasmette in “presa diretta” le potenzialità relazionali della parola in un coinvolgimento sempre assediato dalla solitudine: «Sto di guardia quasi tutto il giorno. / Ora, da quando ci sono qui io / non è successo più. // Non restano che minime mansioni». Ed è questa dimensione “minima” a illuminare le vicende degli “esseri umani”, la loro capacità di sorprendersi, nonostante il male, nello splendore.

 

Gianluca D’Andrea

 

I testi:

Tre poesie per Edda Laghi Corrieri

 

  1. Casa di riposo «Il Balcone»

 

«È questa solitudine» (piangendo)

«… Non la si vince, professore… Non…

Non la si vince…»

 

(Più tardi invece) «E questa solitudine

si vince anche… Che vuole, si prende

quello che viene…

E anche la si vince…

Ma è

(piangendo)

che non ho notizie…

ormai non so più niente di nessuno…

Cosa sarà di loro?

Ormai i miei genitori sono anziani…

Io ho già compiuto e passato i novanta»…

 

Un’altra novantenne in corridoio

si culla stretto al petto

il bambolotto in cui vede un neonato.

 

 

  1. Nuovamente al «Balcone» (di vedetta)

 

«… Sì, è un po’ noioso… Ma lei qui ha il suo angolo,

questa bella finestra, col giardino»…

«… Che vuole… Osservo

quel che fanno gli uccelli,

dal primo filo con cui formano il nido…

 

Lo scorso anno un giorno dei ragazzi

che si arrampicavano sugli alberi,

hanno finito per romperne i rami…

 

Sto di guardia quasi tutto il giorno.

Ora, da quando ci sono qui io

non è successo più.

 

Non restano che minime mansioni»…

 

 

  1. Di ritorno al «Balcone»

 

«Come, non è domenica?

E che mese sarà?…

Forse qualcosa…

come dicembre?…»

 

(ma oggi è martedì 21 aprile).

 

«Faccia la brava, allora, e non si scordi

di me»… «Ma noo, che cosa va a pensare?

Lei è troppo lungo per dimenticarla».

**

L’introduzione di Dario Ceccherini

 

Viene dall’ultima delle liriche il titolo di questa breve silloge – e orienta il lettore a pensare di trovare in quella le ragioni generative e le tonalità di tutte le nove articolazioni; a imma-ginare che essa ne sia suggello formale e conferma. E tutta-via Esseri umani è poesia altra. Altra nel suo registro antico di sermone civile, altra perché governata da una sintassi vibrata da giusta ira nel dire il male che esseri umani fanno ad esseri umani, altra nei rimbalzi anaforici, perentori e severi del «voi», che richiamano la voce salvata e sommersa di Primo Levi; altra perché nel suo essere un «27 gennaio» e ogni «27 gennaio» non chiude, ma quasi disordina e riapre con l’im-placabilità di un indice che chiama e mostra la plurale trage-dia di ogni nostro giorno; altra infine perché costringe a uno sguardo secondo, a una retrospezione delle cose lette e a un loro ripensamento. Gli estremi di questa rapida silloge in fondo si toccano, se l’apertura, Fuori Monaco, si aggira per la Dachau della crudeltà più grande. Una Dachau di silenzi, tra gli ordinati reperti di un male museificato e forse «sloggiato», a pena avvertito nel «ricordo annacquato/ disciplinato, sot-tomodulato», presto rimosso dalla confortante ansia di non riuscire a salire sul bus, dalla minuta ferocia delle logiche ordinarie di vita. Poi incontriamo vite sparenti, un’ispezione dell’essere umano, nelle sue prove minime e in quelle altis-sime. Ha questo la poesia di Alessandro Fo, entra nel mondo, anche nelle gallerie dell’anima, con gesto penetrante e garbato, discreto nel dire quello che i sensi, alle volte per intenzione altre volte indiscreti senza colpa, sentono e fanno discernere. Di qui le sospensioni, mimetiche talora delle esitazioni, dei rispettosi pudori e degli incespicamenti delle parole, le riprese e le iterazioni che segnano i versi, anche nelle loro metriche puntuali, con la sbilenca grammatica delle nostre relazioni con gli altri; ancora le parentesi, a ospitare drammaturgiche didascalie o commenti, che invitano a meglio vedere e sentire la situazione e il soggetto e l’oggetto che la compongono. Sull’assito di questo palcoscenico metrico le vite, visitate, incontrate per caso, ritrovate e di nuovo perdute, immaginate per induzione altrui. Così nei tre movimenti «per Edda Laghi Corrieri», colta nel declinare ultimo dell’esi-stenza, intesa a mantenere a sé qualche vantaggioso officio di controllo a protezione di alberi straziati da ragazzi («“Non restano che minime mansioni”»), capace, pur nello sbiadire della memoria e di tutto, di motti irresistibili; di motti irresistibili; così scrivendo all’istruttiva Sara, che suggerisce nuovi e agili passi di vita tra i libri ospitali della Shakespeare & Company di Parigi; così nei Minimi incontri, sotto l’emblema della Silvia leopardiana, quelli di «infinite persone / che un caso ha posto di fronte allo splendore, / ferendole per sempre», di fronte a una bellezza sofferente e rifiorita e infine smarrita nella chemio e nella morte – e il bisogno che ne nasce che di quel transito troppo rapido un segno resti. Come ne resti della vecchina, della lieve Felicina, già ombra a sé stessa nella sua vita devota, che neppure il prete memora: «(non ne ha parlato il parroco alla Messa, / come se niente…)». Come di Kay Kent, non «sosia» ma deliberatamente «gemella» di Marilyn Monroe, così si dice, «replicante» nel- l’aspetto, «replicante» nel congedo dalla vita. Come del dono di un organo da trapiantare portato dal Pègaso per disposizione testamentaria: «e anche se tacevi/ sapevo che avvenire avevi in mente, / disposto a testamento». Quale dunque l’ur- genza che avvertiamo in queste poesie? Senz’altro quella di fermare con le unghie gentili dei versi questa sottrazione continua e dolente che è la vita, trattenere di qua dall’ordina- ria dimenticanza anche le più evanescenti e dimesse presenze nella nostra vita. Piegarsi, fin che sono, su di loro, averne cura; poi fare della poesia il Pègaso che le trapianta e le fa vivere ancora. Questo essere ostinatamente accanto (tessere osti- natamente canto), con e per gli altri, ci fa davvero essere u- mani. Ma nel congedo, come la manzoniana Storia della colonna infame, Alessandro Fo ci riporta nella più violenta e feroce disarmonia. Gli esseri umani sono anche – soprattutto? – quelli che ci balzano addosso ora. Rassegnarsi, dunque? Tutt’altro. Piuttosto ripetere sempre, sempre, di quest’ultima poesia i versi ultimi, quelli che, con la voce di Dante e Primo Levi, intrecciano in un unico, necessario movimento intelligenza e sentimento morale: «considerate la vostra semenza, / considerate se questo è un uomo».

 

Dario Ceccherini

 

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