E’ uscito da qualche giorno il libro di Billy Ramsell, irlandese già affermato nel mondo anglo-sassone. Il titolo italiano del suo ultimo progetto è: “Il sogno d’inverno dell’architetto“. Pubblichiamo, in questa sede, parte della ineccepibile prefazione di Alberto Masala. Come già affermato, la traduzione è stata curata dal nostro Lorenzo Mari.

Buona lettura!

Il sogno d’inverno dell’architetto” di Billy Ramsell

Sono certo di non pronunciare blasfemie se qui scrivo che, almeno nel mondo occidentale, il peggiore e più rovinoso motore d’indifferenza nei confronti della poesia è alimentato in maniera non trascurabile dalla pesante inerzia del rapporto con una tradizione talmente stracolma di sé da lasciar colare nella realtà solo pochi rivoli, incostanti e sottili, che si disseccano nel proprio corso senza nemmeno ottenere di var-care la diga delle Accademie.

Parallelamente, ma sul fronte completamente opposto, diventerebbe impresa ardua e patetica, oltre che inutile e ridicola, cercare di ‘proteggere’ la letteratura e le sue lingue dell’abbattersi nella direzione verso il non-luogo grigio dei clichés, l’appiattimento dei media, la violenza dei social media, l’umiliazione predatoria dei processi commerciali.

Lì dove il consenso si crea, il banale, la vendibilità e il consumo hanno giurisdizione incontrastata.

 

Perché parlando della poesia di Billy Ramsell parto da queste ovvie (lo so, ma è bene ricordarlo) e scontate considerazioni?

Proprio perché estrae dal flusso del contemporaneo la molteplice lingua dell’anomalia, la ricrea con sempre nuove lacerazioni, la sospinge in forme fuori da ogni serialità, sia passata sia attuale. Billy Ramsell dimostra che l’unica lingua capace di dialogare col presente viene dalla percezione attiva dell’esperienza esistenziale, ma lasciando anche intuire di non voler rinunciare allo sguardo sulla memoria. Niente del presente è vietato, impedito, omesso. Ogni linguaggio, ogni significato, perfino il più basico e ‘semplice’, può essere am- messo alla scena della poesia. Solo così, infatti, sarà dimen- sionato alla propria funzionalità profonda, smontato e sottratto alla claustrofobica abitudine ‘di servizio’, crudamente ricondotto a quello che davvero è: essere lingua, evocare, dire ciò che nella realtà dice.

(…)

È poesia antagonista. È sfida individuale contro la distorsione e lo svilimento dell’umano. È ‘guerriglia verde’ contro i congegni che stanno inghiottendo i nostri segreti più intimi. È metafora di un mondo sovraccarico, stipato di cose e sempre su almeno due piani. Dichiara il rapporto tra mercato e natura in un insieme non più definibile. Descrive le gradazioni di un’antropologia della comunicazione dove ogni sog- getto conduce il gioco a pari dignità e con scambio di ruolo con l’oggetto. E quanta ironia, acuta e sfrontata, sull’insignificanza della forma! La Poesia Non Vista ne resta modello eccellente.

Chi ama la poesia aprirà questo libro, ne sarà avvolto, trasportato, finalmente trascinato e, anche se, forse infettato da qualche bug, cercasse di attivare le proprie psicoresistenze, non vorrà più retrocedere. Un Server protetto lo muterà in architetto per accompagnarlo fino all’inverno, dove si troverà davanti a Una fame di grandi sistemi in arrivo.

ALBERTO MASALA

Una poesia nella versione testo a fronte:

 

Sunday The Ivory Tower

 

Gubbeen, incarnadined port, and a few tables away the chef.

Midnight finds his waiter and his porter gone an age ago.

We rubberneck at how for supper he’s just fixed himself

some breadsticks, boiled potatoes, a greyish gruel or goo,

 

he who’d dazed us, who’d brought our palettes to the very edge,

sorbet by seaweed, of a spasming happy spentness.

After gigs T. Monk would sit in silence for hours on the stage.

Trapped colours throbbing in his strings. Feel the pent keys’ tension.

 

Monday Triskel Arts Centre

 

This piano speaks the language of your skin.

Space. Vibration. Space. Triplets’ slow ascent.

Then space and then glissando all insist on

its coolness in the morning and its scent.

 

To the chin-fingering, studiedly attentive pews

the piano says: There are channels in the city of Autumn

where the river’s epidermis shows such poise

the fireflies will clone themselves in soundless ebony water.

 

***

Domenica The Ivory Tower

 

Gubbeen[1], un porto sul vermiglio, e lo chef a qualche tavolo da noi.

Mezzanotte trova il cameriere e l’usciere andati già da un secolo.

Ci dilunghiamo sul fatto che per cena lui abbia appena rimediato

qualche grissino, patate bollite, un porridge o un intruglio grigiastro,

 

lui che ci ha stordito, che ha spinto le nostre palette verso l’apice,

sorbetto d’alga, di una spasmodica gigiona sazietà.

Dopo i concerti T. Monk sedeva per ore in silenzio sul palco.

Colori intrappolati a vibrare nelle sue corde. Senti le chiavi represse,

[la loro tensione.

 

Lunedì Triskel Arts Centre

 

Questo pianoforte parla il linguaggio della tua pelle.

Spazio. Vibrazione. Spazio. Lenta ascesa terzinata.

Poi spazio e poi glissando a insistere tutti

sulla sua freschezza al mattino e sul suo profumo.

 

Alle bancate che si toccano il mento, in una studiata attenzione

il piano dice: Ci sono canali nella città d’Autunno

dove l’epidermide del fiume mostra un tale portamento

che le lucciole arriveranno a clonazione in una silente acqua d’ebano.

[1] Il gubbeen è un tipo di formaggio semi-morbido originario della contea irlandese di Cork [n.d.T.].