DANIELE SERAFINI – TRA LE RADICI E L’ALTROVE (Poesie 1986 – 2016), interventi

di Davide Rondoni e Angelo Andreotti, Forlimpopoli, L’arcolaio, 2016, pp. 205, euro 14,00

Dopo l’amore non resta che l’amore”. Questo bellissimo verso, segnalato sia da Rondoni che da Andreotti, rispettivamente autori di prefazione e postfazione, si trova poco oltre la metà del volume, per l’esattezza a pagina 111. Lo pongo come incipit perché mostra in modo preciso la qualità di un’antologia che seleziona un nutrito gruppo di poesie da cinque raccolte dell’autore, più un significativo gruppo di inedite. La prima sezione, tratta da Paesaggio celtico del 1993, rimanda alle lontane radici celtiche cui s’allude nel titolo: “Allora saprai che le nostre radici / sono come maree, racchiudono / e poi disvelano / e non vi è punto di fuga da cui / muovere verso un nuovo giorno”. (Ode a Llewelyn). Sempre in questa sezione, in quell’Elogio dell’ombra che apre la raccolta, Serafini dichiara la propria poetica: “è la parola schiva / che qui cerchi / non la frase ampollosa / dove il vuoto s’addensa”. La seconda sezione, da Luce di confine, (1994), richiama sin dal titolo il confine, parola chiave nella poesia di Serafini. “e luce di confine sospesa / fra la virtù del nascere / e l’ansia del morire”. La terza, da Eterno chiama il mare (1997), evidenzia un’altra parola chiave, mare, luogo centrale che percorre l’intero libro: “Non riesco a cantare le città / il paesaggio urbano [] Posso dire soltanto / di tetti diroccati stoppie / maree []”, così nel Prologo; e ancora: “Sempre mi tenta il mare”, incipit e clausola di Tentazione. Della quarta, da Dopo l’amore (frammenti a due voci) (2004), ho già citato all’inizio un verso assai bello. La quinta, da Quando eravamo re (2012), allude all’omonimo film di Leon Gast dedicato allo storico incontro a Kinshaha dei pesi massimi Mohammad Alì e il campione del mondo George Foreman. Quando eravamo re è il titolo di una suite in dodici movimenti di ognuno dei quali è pure la clausola: tra il mare (“Ora vivo in una casa sul mare”), la pianura, la valle, le parole… Qui troviamo anche i versi che denominano l’antologia: “Eppure questa terra ostile / che oggi ti accoglie / tra echi vallivi e filari di pioppi / è custode di sangue dei padri / è memoria di volti dispersi / in aspra contesa / tra le radici e l’altrove” (Questa terra). La sesta, Polvere di stelle, costituita da versi inediti, contiene, tra l’altro, un commosso ricordo di Cecyl Tryan attrice di non grande fama tra il muto e il sonoro: “Così riposi, ignota, / lontana dai clamori / di set e celluloide / e sei felice, rugiada, / sei polvere di stelle (Stardust). Voglio dire infine di un fondamento su cui è innervata questa bella antologia e in definitiva la poesia di Serafini: il ricordo. Come infatti dice Andreotti nella postfazione: “Tutta la sua poesia è tesa a far sì che l’oggetto del ricordo non cada nell’oblio, e dunque non sia una presenza destinata per davvero a diventare e restare assenza”.

Gianfranco Miro Gori