Centotrenta pagine di delicatezza. Di tocco leggero e profondamente umano nel raccontare la fatica, le speranze, l’allegria e il dolore di un’umanità uscita dalla guerra e intensamente impegnata a costruirsi quel futuro migliore che l’ideologia ha promesso ma non sembra voler mantenere.

Ciò che mi ha colpito di più nel secondo romanzo di Cesarina è il garbo tutto femminile con cui l’autrice tratteggia le situazioni e la sensibilità nel delineare sentimenti contrastanti di un conflitto tra passato e futuro, tra l’attaccamento alla tradizione di una vita legata all’agricoltura – attività ormai incapace di garantire lo stretto necessario al presente – e l’irrompere della modernità, che fa brillare gli occhi di desiderio per le nuove cucine tutte di lucida formica, per i pantaloni femminili, per una vita più facile.

Quella vita e quella modernità che sono rappresentate dalla balla di stracci che vengono da un’America favolosa, dove le donne buttano via i vestiti invece di rammendarli fino allo sfinimento, e si scoprono sfacciatamente, esibendo scollature maliziosamente impreziosite da pizzi e balze.

Il racconto è filtrato dagli occhi di Fiorella, la bimba che cresce e diventa adolescente rubando frammenti di discorsi, sussurrati con circospezione dalle donne, per poter penetrare i tanti misteri della vita adulta.

La lettura è proceduta lentamente all’inizio, poi sempre più velocemente, tra nostalgia del passato e riscoperte di modi di dire e oggetti che il tempo ha nascosto ma non cancellato, e che riemergono improvvisamente evocate con forza e vivezza.

Brava Cesarina. Mi congratulo ancora con te per il tuo lavoro e ti abbraccio, in attesa di rincontrarti agli incontri del gruppo.

 

Con affetto

Catia Pantoli