Questo libro apre la nuova collana, “Fogli di critica” che io e Fabio Michieli già da tempo stavamo pian piano costruendo, mattone dopo mattone. Ci fa piacere inaugurare questo nostro progetto con un libro che riflette mirabilmente la situazione poetica oggi in Italia. Tre amici attorno a un buon bicchiere di vino corposo, si confrontano sul tema e fanno nomi e cognomi delle personalità poetiche per loro più consistenti. Una carrellata, qualche disappunto, tanto accordo su alcune figure del mondo del “verso”. Ne viene fuori una coloritissima e azzeccatissima pennellata della stagione del presente, prendendo però come basi immutabili le idee consolidate delle generazioni precedenti a quelle che si agitano oggi in questo talvolta angusto luogo di nicchia. Quale migliore idea che proporvi l’inizio di questa fatica, dove Bertoni, Massari e Ori, subito, senza se e senza ma (come oggi si suol dire) dichiarano i loro tre metodi di mirabile officina poetica: ognuno con una dinamica diversa, ma con la passione profonda di rendere onore al dire e scrivere in poesia in questo nostro spaccato d’epoca.

Buona lettura.

I curatori, Gianfranco e Fabio.

 

Capitolo I

 

Scrivere poesia

 

Alberto Bertoni – Capita una mattina di alzarsi e dire: “Oggi è un giorno di poesia”, nel senso che “oggi probabilmente scrivo” perché c’è un movimento che sta coagulandosi e che ha bisogno di essere disteso, espresso. Sono giornate in cui la prima parola che mi viene in mente appena mi sveglio è una parola che fluisce in modo anche musicale e sono le giornate in cui dico: “Oggi potrei scrivere una poesia”. Bisogna anche “aver qualcosa da dire”, però, e spesso invece, anche nei giorni in cui il pensiero fluisce in forma musicale, accade che non si disponga di un oggetto o di un paesaggio (non importa se interiore o esteriore) da modellare, da plasmare: e che non sia presente un interlocutore davanti agli occhi del cuore e della mente a cui urga di comunicare qualcosa che non sia già stato detto così. Quindi quella giornata “possibile” finisce in sé e quel fluire abbastanza armonioso della lingua nella mente o sulla punta delle labbra magari vie- ne fatto confluire in qualche dialogo quotidiano, oppure in qualche telefonata, senza che venga nemmeno abbozzato un inizio di poesia. Mentre invece, magari, un artista figurativo in quel momento avrebbe comunque tracciato qualche segno che avrebbe assolto una funzione decorativa o sarebbe stato integrabile in un progetto a venire… Invece, nel caso della poesia, il linguaggio ha anche una referenzialità logico-conoscitiva, uno slancio trasformativo e un’esigenza comunicativa che non possono essere soffocati del tutto né im- brigliati in un atto puramente estetico.

 

Stefano Massari – A me invece capita la stessa cosa che può capitare, presumo, proprio a un artista figurativo, che è quella di avere comunque segnato delle parole su un foglio e di averle anche cancellate. Poi questa esperienza continua a manifestarsi con la necessità assoluta di un pezzo di carta e una penna. Non riesco a usare gli strumenti tecnologici in questo frangente. Mentre nelle altre cose ci riesco, più direttamente e benissimo, ma con la poesia non riesco, o comunque quando sto per varcare il confine e penso che stia succedendo qualcosa che riguarderà un testo, la nascita di un testo, ho bisogno della penna, ho bisogno di questo corpo, di questa consistenza fra le dita. Perché tutti quei segnacci che faccio, tutto questo andare a capo che non sarà poi quello definitivo ma sarà quello provvisorio… Infatti le andate a ca- po io le decido dopo. Delle volte scrivo e quando poi trasferisco ciò che ho scritto sul foglio con alcune andate a capo e altre righe invece che continuano, finché non finisce il foglio fisicamente, quando le trasporto e do loro una forma un po’ più presentabile in un testo che potrebbe essere l’ipotesi di un libro, le andate a capo continuano a cambiare. Mi cambia la disposizione. Quindi davanti al foglio bianco io ho un approccio visivo, non voglio dire pittorico, ma visivo senz’altro sì.

 

Pier Damiano Ori – Io ho la stessa esperienza in senso inverso. Non vado più a capo, ma distanzio le parole e le frasi, in accordo col mio ritmo, perché mi sono accorto, nella mia percezione di autore (magari il lettore non lo vuole), che andando a capo era come se emungessi il mio testo, lo impallidissi. Infatti nella mia testa non era nato con le andate a capo, era nato con delle spaziature di pensiero, di emozione. Allora io rispetto questo sulla pagina: spazio, ma non do una forma che nella mia testa non c’è perché sarebbe un artificio. Il che non vuol dire che io non pensi che le mie poesie non abbiamo un loro ritmo. Quando le leggo rispetto molto queste pause. Se le sento leggere da altri che non le rispettano mi viene spesso da esclamare: “Non stai rispettando il ritmo della mia poesia. Se no non la scrivevo così, scrivevo un testo non ritmato”.