Anna Maria Curci, Nuove nomenclature e altre poesie, Interventi di Plinio Perilli e Gianfranco Fabbri, Forlì, L’arcolaio, 2015

 

Le nomenclature di Anna Maria Curci, nel loro proporsi, restituiscono la tensione da epigrafia e giungono apodittiche. Enigmi tanto oscuri quanto lapalissiani nel finire in aforismi, in audacie sottratte ad ogni eloquenza. Nomenclatura come lista di un presente negato ad ogni infinito, in cui nessun filo perduto può essere portato a sostegno delle intermittenze del cuore. O meglio, del sentimento, il quale appare sfuggente ad ogni rincorsa, in metamorfosi continua rispetto alla sua definizione. Eppure la parola sembra sostare. Per un attimo. Poi tutto riprende ad essere sentito in un sovrappiù sbancato alla sostanza: «Compres(s)a l’estensione, / scorre placido il fiume / di dati sbrodolati. / Compattato, il soverchio / assume le sembianze / di tassello essenziale.» (Zip, p. 42).

Siamo qui, sembra dire la poesia, e ci stiamo con tutti i disagi del “troppo pieno” e gli oscuramenti di ciò che sarebbe (e-o dovrebbe, potrebbe essere) vitale.

Ipnotici tempo e spazio, ma riconoscibili nella e per la fissità dell’oggi: «Non ho voglia di pescare, oggi, / refusi propri e altrui / sul pelo dello stomaco. («’Namo donne che oggi so’ matta») (p. 60). Un oggi immedicato, assunto e restituito, dall’inizio alla fine della raccolta, sintomaticamente e per buoni motivi, nell’indicativo presente. Le due coordinate spazio-temporali escono dalle alterazioni del loro tessuto, dalle rarefazioni della trama, della cronaca arbitrariamente rovesciatasi in storia per quel suo perdere consistenza nella durata ed essersi fatta sovrana subito scomparendo soppiantata da altra cronaca.


 

Transitorio mutato in perentorio: la poesia di Anna Maria Curci, docente di tedesco e studiosa-traduttrice di letteratura tedesca, lo conosce, ci cammina dentro, ne sente il respiro breve, la corda corta, l’apparente connotato di positività. Ne rileva le contraddizioni, le conflittualità, ma giocandoci attorno con una carta filigranata caratteristica: l’ironia. Chiave della finzione (di ciò che non è), della dissimulazione (di ciò che si vorrebbe) – nell’alternarsi di affermazioni e loro contrario – questo riso (che non passa dentro) spinge, et pour cause, il pensiero oltre il suo detto fermandosi in nodo da sciogliere.

La poesia esce così a produrre senso, a darsi – come si suole dire –  nella sua sostanza etimologica tra uno sguardo indietro e uno, improbabile, in avanti (Massacro in Sol Maggiore 2011, p. 48); tra un prima risibile e un dopo ridotto, e se ne sente tutta l’esilità bruciante, alla sola pelle: «È concia di sorrisi / a grinze plissettate. // Senza sale né cromo, /senza allume di rocca.  // Soluzione segreta / dopo la scarnatura. // Sono i giorni feriali / i veri funamboli.» (Dopo la scarnatura, p. 49).

Simile il percorso, pur in concrezioni diverse, delle altre poesie della raccolta (suddivisa in sette sezioni: Nuove nomenclature, Staffetta, Sonetti sparsi, Dodici distici del disincanto, Distici del doposcuola, Canti del silenzio).  Tuttavia e soprattutto in Canti del silenzio – dove un “Preludio” non tanto anticipa quanto esplicita, io direi, tutta la poesia di queste Nomenclature, libro tenuto fino a questo momento-proemio nella sordina di una intelligenza cercata nella scoperta – il titolo si apre al dialogo: di un sé con un sé che è anche altro da sé. Per i richiami, inoltre, a tratti culturali di un Novecento amato. Come nell’exergo di Preludio, appunto, in cui l’Angelus di Benjamin e quello di Paul Klee potrebbero esordire insieme, ma,

senza indugio, elidono l’attesa in una medietà corporale. Per negarla: «La diceria dell’angelo che guarda / prova da tempo a farsi mio custode. / Se è un canto dal silenzio o di sirene, / sta tra l’ugola e il tubo digerente.» (I, p. 93).

Poesia singolare questa di Anna Maria Curci tra quelle uscite in questo ultimo decennio. Narrazione evitata, quella narrazione perfino sovraesposta e diffusa fino all’eccesso nei testi di poeti coevi, i versi di Anna Maria Curci e di Nomenclature privilegiano la densità del dato che si fa concetto (mai, però, concettualismo  o concettosità come in altri autori), del pensiero che, cercando limpidità figurale, diventa alter ego-metafora dell’esistente, chiuso in un alveo impossibile eppure possibile alla, desiderata pur in controluce o sotto  l’amarezza dell’ironia, modificazione.

                                                     

                                                                  Maria Lenti