LA MATITA E IL MARE, PICCOLO E GRANDE SONO FACCE DELLA STESSA MEDAGLIA

L’ultima raccolta del ravennate con cui continua l’opera di scandaglio psicologico.

Articolo di Marcello Tosi

 

Dopo “L’inverno della poesia”, con la “Matita e il mare”, recentemente edito da L’arcolaio, l’opera di scandaglio psicologico dei versi di Luciano Benini Sforza torna ad aprirsi su di un paesaggio appartato, sulla marea montante dei ricordi; il molo, il canale che si butta sul mare, accanto alla trama dei vecchi, alla campagna dei nomi. Relazioni, scrive Gualtiero De Santi nel suo intervento iniziale, che formano nel poeta ravennate preciso corrispettivo tra il mare e la scrittura, connotandosi come specchio di natura e identità.

Benini Sforza, perché “La matita e il mare”?

“La matita indica una poesia che vuole usare un linguaggio quotidiano e antiretorico, come il famoso “lapis” di Marino Moretti. Il “mare” è anche il nostro mare, il paesaggio e l’ambiente della nostra riviera; il libro, infatti, nasce dall’idea e dal sentimento che piccolo e grande, locale e globale, temi individuali e temi globali siano facce della stessa medaglia. E allora Marina di Ravenna, dove vivo, la nostra provincia diventano “provincia-mondo”, come la chiamo io. La Romagna infatti è vista con la sua caratteristica, precisa identità, ma anche come parte integrante della globalizzazione, di cui volenti o nolenti, nel bene e nel male, facciamo parte”.

La sua poesia vive spesso uno smarrimento che nasce come dalla fine della storia (“Ritorni, ritratti e migrazioni”), come volendosi sollevare di un senso di irrimediabile sconfitta…

“Credo però che alla parte più critica e negativa debba subentrare una parte propositiva, positiva, con la speranza e la fiducia di poter costruire insieme un mondo migliore, più umano, più equo, più equilibrato e ricco di valori morali, di pace, amore, dialogo, di rispetto verso la nostra Terra e tutte le forme di vita, verso le creature e le culture o identità che la popolano. Senza distruggere o escludere, senza appiattire o uccidere e sfruttare selvaggiamente niente e nessuno. Per questo il libro unisce con una sezione dedicata alle creature (animali, uccelli, cani), ai bambini; motivazioni enormi per noi adulti, al di là e forse più delle ideologie, per una cittadinanza e un’umanità attive, costruttiva”.

 

Nella postfazione alla raccolta Emanuele Palli pone una domanda che appare come una provocazione: “cosa c’è di più inutile oggi della poesia?”

“Troppo spesso la poesia, a causa del suo linguaggio per pochi eletti, si è auto-ghettizzata o è stata ghettizzata, ma noi poeti di oggi dobbiamo al contrario uscire fuori dal ghetto. Dobbiamo avere la forza e l’umiltà di utilizzare, di “disegnare” col “lapis” la poesia, utilizzando un linguaggio più vicino alle persone, che non può essere banale, ma che deve recuperare e modernizzare la lingua dei nostri classici, antichi e moderni, fino ai nostri ottimi poeti neo-dialettali romagnoli. Per questa ragione penso da diverso tempo a una fusione tra alto e basso, di lingua quotidiana e lingua colta, in reciproco dialogo, in reciproca unione e sinergia”.

Quale insegnamento e nutrimento poetico ha racchiuso per lei il pensiero di Zigmunt Bauman?

“Per me Bauman è stato ed è un Maestro, perché ci ha fatto crescere, perché il pensiero e i suoi progetti migliorativi sulla globalizzazione sono davvero formativi e profondi: riscoprire la dimensione del bene comune, la politica e la cittadinanza attiva in senso alto, democratico, costruttivo. Senza dimenticare che Bauman con la sua famosa definizione di società “liquida”, una società quindi sempre mutabile e adattabile, dai mille instabili volti, sta dentro l’immagine del “mare” presente nel titolo, in molti miei versi. Il nostro comune e umanissimo mare dell’esistenza e della società”.

 

MARCELLO TOSI