Resistere nella consistenza

Filippillole·Giovedì 9 marzo 2017

Riflessione critica di FILIPPO DAVOLI su

IL TEMPO DEL CONSISTERE di Gianfranco Fabbri.

 

Finalmente ha ceduto, l’amico Gianfranco Fabbri. Buon amico, bravo editore, ma nato con la penna in mano. Chissà perché aveva deciso di riporla nell’astuccio, una decina di anni fa, quasi che non avesse più niente da dire e che quel che serrava nemmeno tanto nascostamente nel cassetto non meritasse una più consona visibilità. Certo, a volte si ha la tentazione di riporsi nell’edicoletta della biblioteca, col broncio delle grandi occasioni o lo sdegno delle migliori, provati da come il mondo giri strano o da quanto ostracismo (volontario? Involontario?) taluni subiscano si direbbe per destino, o semplicemente per oblio delle cose, trascuratezze del vivere altrui. Ma se la penna fiotta, dalla camera oscura dell’astuccio, si ha un bel dire e fare, tra piccoli eroismi quotidiani: chiede di uscir fuori, la prepotente. Non si piega, non molla. Nel caso di Gianfranco ha ragione la penna.

Che – per dire – anche come editore sta facendo moltissimo per la poesia. E il suo “Arcolaio”, per essere una piccola editrice, sta lavorando di tutto rispetto, con alcuni pregevolissimi titoli tra cui ricordo e rileggo volentieri lo splendido “Canzoniere” di Gianluca D’Andrea e “La casa a cui vieni” di Luca Artioli (ho purtroppo letto poco in giro a riguardo, ma considerato l’andazzo può essere l’ulteriore conferma del valore della sua prova: che è infatti notevole), le “Storie” di Damiano Sinfonico (bella anche la prefazione che gli ha fatto il comune amico Massimo Gezzi), ma pure i titoli dell’indimenticabile Emidio Montini, caro e gentile Emidio scomparso troppo presto.

 

Or dunque, dicevamo: e perché mai un bravo editore dovrebbe privarsi dell’agio di pubblicare sé stesso, dal momento che può? La sua notizia ci rivela che ben prima che nascesse “L’Arcolaio”, era attivo nell’ambiente letterario: aveva già dato alle stampe mirabili plaquettes per i tipi di Campanotto – ricordo con benevolo appagamento di lettore le pagine de “I ragazzi del Settanta” (1989), “Davanzale di travertino” (1993 – il mio preferito), “Album italiano” (2002) – e poi ancora un libro per Manni editore (non si capisce davvero se Manni studi il sistema per realizzare le copertine più orrende che la storia del kitch ricordi), ma anche un pregevole racconto lungo intitolato “Jennifer”. Insomma, una penna sicura ed esperita, da chimico o chirurgo della bella grafia, amante della bella pagina, convintamente corazziniano e pure, al contempo, così prossimo alla prosa d’arte di cardarelliana memoria. Un bel leggere, davvero.

Perché, si diceva, un bravo editore diventato editore ben dopo essere stato a tempo pieno scrittore, non dovrebbe autopubblicarsi? Il mondo della Letteratura gronda di autoreferenzialità reali (la sua è piuttosto un’opportunità pratica, economica) e “do ut des” parentali e affini: amanti, nipoti dal diverso cognome, allieve e allievi, coetanei generazionali, “lippelappisti” di professione, etc. Gianfranco, almeno, se la canta e se la suona a casa sua. Mi piacerebbe che si leggesse il libro per quant’è bello in sé. Per la felice compiutezza e la sempre luminosa acuminatezza insanguinata (nella duplice accezione che ne fa, da un lato, un’occasione di scavo fino in fondo, senza i lacci dell’opportuno e dell’inopportuno; dall’altro, l’intierezza di un dire che gronda vita e non maniera, consistenza e non minimalismi di ritorno o ben affinato mestiere).

Adesso, caro Fabbri, si tratta di resistere alla nuova tentazione di chiudere la parentesi, o di considerarla tale. Tentazione che, se un po’ ti conosco, può prenderti. No: preparati a scrivere i “Quadri del resistere nel tempo del consistere”. Ne abbiamo necessità.

 

Filippo Davòli