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CORRIERE DI ROMAGNA

29 febbraio 2016
“E’ bal” di Nevio Spadoni secondo Magnani e Marzocchi.

DA RAVENNA NOTIZIE.IT

Una danza macabra

La prima volta che ho visto in scena E’ bal è stato lo scorso luglio a Castiglione, per il festival Corposamente. Roberto e Simone recitavano all’aperto, sotto l’argine del Savio, illuminati da una bella luna piena. In platea – com’è naturale aspettarsi quando si ha a che fare con un testo in dialetto romagnolo – l’età media si aggirava attorno ai ’60-’70 anni.
Ricordo soprattutto che rimasi stupito per le tante risate del pubblico. Intendiamoci: il testo di Spadoni nasce come divertissement, ed è disseminato di quel tipico umorismo salace e popolare che, grazie all’uso sapiente del dialetto e di espressioni idiomatiche, risveglia facilmente un sorriso o una risata – tanto più per chi il dialetto romagnolo lo parla fluentemente. Ma era come se nessuno si fosse accorto del profondo lavoro di rilettura che aveva impegnato per mesi Magnani e Marzocchi. Attraverso il corpo di Roberto, e grazie alla stridente musica di Simone, l’Ezia, la protagonista di questo monologo, cessava di essere un semplice personaggio umoristico. Il patetismo delle vivide descrizioni di Spadoni veniva totalmente stravolto; la sua bonaria misoginia acuita ed estenuata dall’interpretazione di Magnani, fino al punto di renderla qualcosa di affatto diverso: un’introspezione allucinata e inquietante, un’ossessione quasi gotica concentrata sul decadimento fisico e sulla tragedia esistenziale della follia. Un altro spazio, un altro pubblico. Immerso nell’atmosfera intima di Vulkano, a San Bartolo, il testo arriva diretto, senza perdere uno iota della sua efficacia. La musica s’integra perfettamente con testo, e sferraglia nelle nostre orecchie
come una bestemmia o un’offesa. Ma soprattutto: poche risate, e molti brividi. L’armonia e la dolcezza dei quinari di Spadoni, la cui metrica è sorretta dalle tantissime parole tronche del nostro
dialetto, viene totalmente abbandonata dalla voce di Magnani. Il trucco e le luci puntate sul suo viso ne deformano i tratti in una smorfia inquietante: gli zigomi sporgono in fuori, la voce gracchia come il suono di un rapace o delle unghie sulla lavagna, ed ecco che Ezia diventa un teschio, un memento mori. La sua voce non è quella del matto del villaggio, ma della disperazione, della vanità che non si rassegna al passare del tempo. Il ballo che dà il nome al monologo non è più quello ridicolo e volgare di una stramba qualsiasi in giro per la Romagna in cerca di “ôn caz ad êrt”; ma l’annaspare inquietante e scomposto di un corpo che si sta sfaldando e di una psiche che sta cedendo il passo alla follia. Una danza macabra sui generis, insomma, che lascia davvero il pubblico muto e annichilito.
Sembra di vederla questa Ezia “ch’lé una sgrézia”, quasi ritratta davanti a noi come in uno dei quadri di Géricault, quelli dedicati alle “monomaniache dell’invidia”. E il testo è tanto più efficace in quanto la coppia Magnani/Marzocchi ne ha saputo rintracciare la linfa mitologica che lo nutre: il tòpos è quello della strega. Di fronte a questa grande prova d’attore e a questa interessante ricerca sonora, di fronte all’intelligente impianto luci azionato da Andrea Napolitano, il testo di Spadoni cresce, e in poesia e in efficacia, fino a raggiungere lo scopo delineato dal suo ultimo formidabile verso: “zùg strâmb dla vita, ch’et lasa mòt”; muto come il pubblico prima degli applausi.

JacopoGardelli

4 marzo 2016
Il ballo, il dileggio, di Ézia la ṣgrézia: Roberto Magnani delle Albe nel
poema in dialetto di Nevio Spadoni  (CORRIERE DI BOLOGNA)

È incantatorio il giambo di Nevio Spadoni, il ritmo prima ancora della lingua, un romagnolo duro, terroso, con folate impetuose di vento di mare. “Al bala al tet / al scösa al bala / al va a spas / al pê ad sas / al s’êlza al ṣbasa / l’è tota masa…”. A leggerlo un po’ si capisce (“Ballan le tette / scuotono e ballano / a spasso vanno / paion di sasso / in alto e basso / è tutto grasso…”: così, senza virgole, punti e virgole, punti). A sentirlo recitare da Roberto Magnani, accompagnato dai suoni materici di Simone Marzocchi, in quel bugigattolo buio, avvolgente, che è il VulKano di San Bartolo di Ravenna, se non sei di quelle parti decifri poche parole isolate. Ma vieni incantato, e spaventato, indignato e rapito dalla storia della donna protagonista di E’ bal, dal fiato del suo avanzare, dagli sguardi di chi la deride, dalle critiche dei paesani, dalle sue risposte di smarrita selvatica ferocia, dal suo continuare continuare continuare a incedere nel dolore, emarginata di paese, di campagna, dal superbo petto esibito come sfida per quanto squarciato da lame taglienti di offese. Spadoni è l’autore di L’isola di Alcina (2000) e di Luṣ (1995 e 2015), due spettacoli di Marco Martinelli e del Teatro delle Albe portati in scena con perfezione musicale e incrinatura di ribelle sofferenza, introspezione preghiera e bestemmia, da Ermanna Montanari. Il dialetto è lo stesso dell’attrice, quello delle Ville Unite, alcuni borghi come Campiano dove il ravennate (o quello che resta di esso) si è conservato più duro e campagnolo, senza le contaminazioni della città. Per quanto poco ne sappia io di dialetto di quelle zone, mi sembra evidente anche come il poeta lo abbia reinventato, anche solo conservandone la sua patina più ostica, antica, atavica, trasformandolo in lingua dell’anima, in orizzonte per dissodare arcaici dolori, ancora attuali, e rituali di sacrificio ed espulsione del diverso.
Alcina è un’abbandonata, Bêlda, la protagonista di Luṣ, è una veggente contadina, considerata una
strega e da tutti sfuggita di giorno e ricercata in segreto, con quella cattiveria che nei paesi può
azzannare senza edulcorazioni. Roberto Magnani anche lui viene da quei luoghi. Lui, a metà strada tra i trenta e i quaranta anni, non è dialettofono, anche se afferma di aver sentito parlare in casa in vernacolo. Lui è cresciuto alla scuola delle Albe. Anzi: ha iniziato quando era studente a fare teatro alla non-scuola, poi è diventato “palotino” (uno dei giovani protagonisti del coro dei Polacchi di Marco Martinelli dall’Ubu di Jarry, 1998), infine è entrato a pieno diritto in compagnia e ha provato anche, qualche anno fa, un primo assolo in romagnolo, Odiséa. Lettura selvatica di Tonino Guerra. Ora la maturazione appare completa, nel garbo insinuante, nell’ironia appassionata e metallica, un po’ tenera un po’ sarcastica, deliberatamente sforzata, con cui porge i versi di Spadoni, con la metamorfosi che subisce quando da narratore diventa voci dei paesani malevoli e quella ancora più travolgente di quando, illuminato dal basso, incarna la protagonista, che il poeta definisce subito, con un gioco di parole devastante: “la s’ciâma Ézia / mo pr e’ paéṣ / a capirì / l’è sól ‘na ṣgrézia”, una disgrazia, una ṣgr-ézia (Ezia e il contrario di Ezia, tradurrei, essere, individuo, e nulla sociale). Nei panni della donna la voce s’incavernisce o va negli acuti, il volto diventa maschera, con un bagliore luciferino in più, gli occhi si allargano, il viso si deforma, e in ciò senti il peso delle parole di piombo e letame che chi la circonda le scaglia contro, e tutta la sua violenta, ribelle reazione.
Ezia, a trentasei anni, è stata abbandonata dall’uomo con cui stava da anni. E non si rassegna, e non si chiude nella sofferenza: incede con le tette dure, con un passo che sembra balli, come un cavaliere
dell’apocalisse, un vendicatore o semplicemente una che vorrebbe strappare la gioia alla vita. E non se ne importa se non si sa chi sia suo padre, se le malelingue la dicono nata dal prete e da una madre
puttana, se l’accusano di sembrare una cagna in calore. Lei non se ne cale, e va avanti, avanti, andrà
avanti facendosi largo fra quelle voci, fra fischi e lazzi, con ritmo da filastrocca, per anni e anni, fino a
che, senza accorgercene, la ritroviamo con i capelli bianchi, la pancia gonfia, i denti cadenti… Sempre in cerca di un altro moroso, che lei non trova, perché ormai “al dôrma al tet”, dormon le tette, e intorno a lei, dopo il dileggio, si fa il vuoto, viene scacciata, e a furia di camminare un giorno muore. E allora diventa, per il paese, una donna santa. Sarà il Signore, che pure si prende con lei la libertà di qualche scherzo di troppo, a darle pace, a offrirle in premio solo un consiglio per un’altra volta che torna in vita: non dare retta, pensa a mangiare, a bere pensa, e quei coglioni manda a cagare!
Magnani racconta stretto in un abitino elegante alquanto striminzito, camicia con i volant e un
cravattino da cantante di liscio del dopoguerra, da presentatore di tombola paesana, col ciuffo ben
pettinato e la voce che va suadente, sull’onda dei versi di Spadoni, e poi affonda nel lazzo tagliente o
sprofonda nel dolore trattenuto, ributtato in faccia ai fetenti, nel tormento dell’emarginazione che non si arrende e sfida e lotta. Lo accompagna una melodia incalzante di tromba di Simone Marzocchi, che poi nell’ombra produce suoni stridenti, metallici, rugginosi, e i loro doppi elettronici. Sono il vento, la bufera prodotta dal pedale di una vecchia Singer, i denti di una sega, una lama di metallo rugginosa sfregata, suonata con un chiodo, parete che chiude come ombra minacciosa la scena, come eco, come fantasma della donna offesa.
Lo spettacolo è breve e bello. Chi non conosce il dialetto poco capisce, ma entra nel giro, nel ritmo, nel vortice, nel gioco delle orride parti, nella ribellione di questa umiliata resistente. Un solo appunto: come ha fatto Montanari in Luṣ avremmo gustato di più questa suite danzante con sovratitoli in italiano. E sarebbe davvero un bel secondo (o primo) tempo a Luṣ, in un dittico di questo poeta, Spadoni, che ci consegna ogni volta ritratti di donne commoventi, esaltanti, umanissimi, grondanti dolore, immaginazione, dignità, voglia di orizzonti oltre mura soffocanti.

Massimo Marino

CORRIERE DI BOLOGNA

4 marzo 2016
E’ bal

Una luce soffusa, quasi crepuscolare, illumina alcuni fili al lato della scena. È un’oscurità velata ad accogliere l’occhio dello spettatore, mentre la ruota di un vecchio arcolaio non smette di
girare, scandendo, a poco a poco, un ritmo che pare girare su sé stesso, in un angolo di scena che diviene, fin da principio, potente e dirompente fucina di immaginari possibili. E’ Bal, (il
ballo), ultima creazione del Teatro delle Albe, è una minuziosa tessitura di frammenti, tra quel che appare visibilmente e quel che si palesa solo tramite l’ascolto. Simili a “sarti” del suono e
della voce, Roberto Magnani, attore funambolesco sui fili di una parola “sputata” in un dialetto fresco e potente, e Simone Marzocchi, trombettista e poliedrico compositore di musiche non convenzionali, aprono il “loro ballo” così come si fa in un antico laboratorio d’arte: ago e filo alla mano, puntellano per salti, vuoti, picchi e silenzi, la storia di Ezia, donna ai margini che abita la pianura ravennate, ma abbraccia ipoteticamente tutte le vite di quei protagonisti che vivono all’ombra di storie senza nome. Il ballo articolato in scena si muove così per piccoli passi, a tratti rapidi, a tratti invece lenti, senza mai sovrapporsi, creando un continuum verso una profondità di senso, oltre che di suono.
Se Odiséa (2009) si era dimostrata come la scommessa riuscita per una “lettura selvatica” tratta dal testo di Tonino Guerra, E’ Bal tende il passo poco più in là, dimostrandosi per Roberto Magnani, giovane talento cresciuto nella non-scuola delle Albe, come la possibilità di riprendere il lavoro di
ricerca su quel “dialetto di ferro” già ormai ampiamente elaborato da Ermanna Montanari e Marco Martinelli. “Quando Nevio Spadoni mi ha proposto questo testo – confida Magnani – ho subito pensato di unire il mio lavoro a quello di Simone Marzocchi nel suo percorso di ricerca musicale. Il buio produce visioni, ed è seguendo questa linea che abbiamo lavorato”. Si compongono in questo modo le voci multiformi, incarnate di volta in volta dallo stesso Magnani, che danno spessore alla storia e alla vita di Ezia. A partire da quella del narratore che comincia raccontando i trentasei anni della protagonista, la ricerca di un amore che se ne è andato, tra le voci di paese che intervengono mentre la tromba di Simone Marzocchi soffia e butta fuori aria senza suono: come a voler fare esplodere istanti muti e sordi, prima che sgorghi, improvviso e folgorante, il flusso di coscienza di Ezia. È una maschera statuaria a dare vita alla sua voce: immobile, illuminata da una luce a tratti abbagliante che pare farla debordare dal contorno nitido che la ritaglia nell’oscurità, pronuncia parole a tratti stridule, risucchiate da un sorriso guardingo. Racconta la vita negata, il ricordo sbiadito di quella vecchia giostra arrugginita e l’immagine della cavallina, metaforica promessa di un cavaliere, e dunque d’amore: sono i sogni al rovescio, gli stessi che prendono forma mentre il suono freddo di un chiodo sfregato contro una sega appesa al soffitto ne restituisce la forma, sospesa in aria insieme a quella delle parole pronunciate da un sibilo di voce. Mentre Ezia corre e tenta invano di scacciare le voci che la inseguono schernendola, una lastra di alluminio posta al fondo della scena inizia a vibrare. Si creano vortici, rimbalzi dentro a quello che pare uno strumento magico, contornato da una luce quasi abbagliante. Diventa specchio, intervallo spaziale tra riflesso e profondità della corsa di Ezia: non è che eco, lancio di un suono gettato, non raccolto e destinato a tornare indietro. Proprio come quei sogni al rovescio che Ezia rivede sulla giostra. “Oh la mi tësta e’ pê ch’la m’s-ciöpa”. La testa scoppia, persa tra visione e realtà, mentre il gioco del ballo si esaurisce nel suo triste epilogo di morte. E’ Bal si definisce come una cristallina metafora della vita, così come la considera Nevio Spadoni: “camminare e correre per inseguire quel barlume di felicità cui tutti avremmo diritto”. E l’abile scarto, difficile e non scontato, generato dalla messa in scena, si intravede proprio nell’essere riusciti a condurre la parola di quell’aspro e dolce “dialetto di ferro” oltre ad una forma immobile, senza sfumature o sbavature, conferendone sostanza, altalenante tra
tinte tragiche e comiche. Se il senso di un dialetto stretto spesso sfugge, il chiodo di ferro, la lamina in metallo ritagliano, cuciono, intessono per dare forma a quel significato e per lasciare che i suoi fili continuino a girare nell’arcolaio, anche quando “e’ bal” è una matassa difficile da districare, in nodi non udibili e visibili. Solo in questo modo la partitura testuale-musicale tende il suono proprio lì, dove la vista non ha accesso: la musica evoca la non-voce di Ezia, commistione di umiliazione, di abbandoni, di emarginazione. La parola, sputata in un “dialetto di ferro”, diviene tramite vocale e poetico, non per tradurre, ma per evocare. L’ingegnosa tessitura del registro linguistico e poetico inventa una musica altra. Il buio della visione, verso cui Roberto Magnani e Simone Marzocchi hanno teso la loro sinergia creativa, si avvicina alla penombra prodotta da un significato alle volte non immediatamente decifrabile (in particolare per i non romagnoli), ma compone una partitura del senso che dimostra come la parola verace pronunciata in dialetto aggiunga materia e forma non previste, che va oltre ad un senso propriamente letterale. E quando un lavoro artistico origina un lento e accurato ascolto in chi osserva, non si può che tendere l’orecchio e sperare che quelle energie sospese, così difficili quanto rare, continuino a sottrarre dall’oscurità immaginari di profonda bellezza e intima realtà.

Carmen Pedullà