augurazione

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Un autore forlivese entra nel catalogo de L’arcolaio. Il suo nome è Miro Cortini; scrive da parecchi anni, avendo cura di migliorare costantemente il suo stile, accettando anche consigli con umiltà intelligente.

Questo suo primo libro s’intitola “Augurazione”.

Vi invito a leggere sia la prefazione di Cesare Ricciotti sia i versi di questo nuovo autore.

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La ricerca eretica di Miro Cortini

 

Come un tragedia greca senza coro, una hairesis che non si alza per volontà propria, per negligenze di atti, per dispetto, per intelletto o forma, ma solamente per “elezione” (“se la mia scrittura sarà il prolungamento di me stesso… mi sostiene un dettato, non tanto antropologico ma, in modo più stringente, direi antropomorfo”). Tutto il resto può essere anche possesso o conquista ma alla voce­scrivente, alla sua anima, Miro Cortini sta sempre fisso, attaccato, aderente quale fosse una dottrina, una scuola, una linfa vitale. La ricerca che diviene dolente ed eretica, ma anche sfibrante, dissoluta, rabbiosa, a volte anche arrendevolmente dolce, serva di parole non sue, che non sente mai di sua proprietà, delle quali gli è concesso l’uso, il prestito disincantato: mentre spio la mia inquietudine  / fermenta l’ansia da solitudine.

Su questa voragine, con pervicacia Cortini ha infrazionato, deturpato, suffragato, contaminato i giorni della  creazione poetica, della possibile concezione di una affezione dominante, soprattutto nell’attesa e nella meraviglia. Nulla sarà mai paragonabile per bellezza, decoro,  magnificenza, a quel volto giovane, fanciullesco, ricordato o proiettato nel futuro, che non avrà mai come “suo”.

La sua scelta delle parole, delle frasi, o meglio delle perifrasi del mondo, dell’esistenza, restano impietrite di fronte a questa realtà mai agognata ma esistente da sempre: Qui / Ora  / senza speranza né pietà compresa  / La forza è nella resa.

Per assurdo, perché da Cortini mai confessata, nei suoi versi si forma una continua preghiera, che il suo canto non sia vano, riconosciuto, e assieme agli altri, cantato.

Cortini sa che gli è richiesta una parola autorevole, indispensabile per inoltrarsi nella selva oscura, una parola di cui la notte svela i margini della ferita, che solo richiudendosi può fermentare l’urlo che svela il verbo che crea.

Potenza e rabbia, dolcezza e brivido, passione e dissolvenza, i contrari che si bramano, si assomigliano e si attirano; solo così, viene fuori la parola “scelta” che appare sulle brecce, come un’eresia che Cortini vuole fare fuggire.

Il calcolo deve essere vero e il desiderio retto, e preclude quindi ogni svincolo, che non sia vizio cioè deviazione dal giusto fine. Ma questa etica può essere messa in crisi, può rimanere priva di vita senza una idea di libertà, e radicale, a quest’ultima scelta tende la costruzione del verso e tutte le dichiarazioni di poetica di Miro Cortini: Tra parola e uomo c’è inferno che dilaga.

Non è razionalismo l’eresia, nasce insieme all’ortodossia, alla mitologica speranza, endemica nel poeta, e anche se si opporrà alla verità rivelata, così deve fare, per sapersi difendere da tutte le voci che lo divorerebbero, anche le più sole e disperate. Ovunque vi sia grazia, lì c’è lo strumento della parola che ci consente di penetrare nell’anima, nel nodo esistenziale. La libertà è l’oscillazione possibile, l’unica, delle cose, tra essere e nulla, ed è questa la coscienza massima e precisa di Cortini che su que-st’asse sta in equilibrio perfetto, anche se dalla sua faretra scivolano verso l’abisso innumerevoli parole acuminate, velenose, rivelate come “una mandria di colori”.

Cesare Ricciotti

I testi:

 

Cara Solitudo

Prosit

a questa pesantezza  leggera

di solitudine senza contorno

sorseggiata da un calice colmo d’un fiato

come un soffio gelato e puro.

Prosit alla compagnia

più fedele e cara

non richiede stile.

Ragnatela e rete per acrobati e fantasmi

equilibristi in bilico

tra la bugia e il furto

con te ora in silenzio mi siedo e ti abbraccio.

Sapersi fragili è un prezioso dono

sapersi fragili è un prezioso dono.

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Dante’s beach

 

Potenza circuitata

dell’amare come il mare.

 

Carezzami la pelle terrea

limen dello slancio

fluido acqueo.

Inonda il mio organo di contatto

affacciarsi di un gorgo

popolato da sempre di villi

e sonorità di gorgoglii…

Dipana e di – lavale budella come liane acquatiche

foresta sommersa di concrezioni

per / le ostriche in una torbida mescolanza muscolosa.

Ogni Oceano è stagno a sé stante.

sognanti sirene attendo nello sfregio di medusa

e nel morso elettrico di murena / rapacità di iena.

Fiuto l’aria affamato di corpi e svenimenti

vibrisse attente le mie ciglia – scandagliano feromoni –

ricerca termodinamica di contatto anche laido

purché griffato da abbracci vitali!

 

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Luna e violini

 

Quel fare ieratico

la voglia di sagomare

e l’alternare del cantastorie

pur vestito da misantropo – c’era Lui –

con gli occhiali spessi sempre fuori posto

e gli avambracci ricoperti di trucioli.

Non so se mai avranno suonato

gli informi pezzi d’albero,

di suonato, dicevano, c’era solo lui.

E tra quei ragazzini sfaccendati

nel cortile dell’oratorio, c’ero anch’io.

Ma bastò un giorno, quando gli parlai, solo,

a capire la fatica della liuteria

che è scultura e si fa musica.

Ancora oggi, sotto questa luna.

 

***

Selvatico

 

Basse foreste collinari dossi calanchi paludosi bordi

sono la sua arena aperta

si ciba di deliziosi tuberi alla faccia di bipedi eretti.

Ma soprattutto ama il morire della notte

che lo vede già silente cacciatore-raccoglitore.

L’aura delle albe sono il contorno arcaico e pittorico in cui si muove

nel muto degli attimi precedenti ai cieli blu notte

dove la luce si smarca con lame verdepetrolio viola / indaco,

sagomando, mano a mano, steli gambi tronchi muschi .

Salvifico è il trasmutarsi dei canti

il desiderio lo consacra come vertice di bassi istinti cui aderire,

il mitico cinghiale dei miei boschi. Grunf!