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DIEGO BERTELLI, SULLA RIVISTA “POESIA” DI APRILE 2016, RECENSISCE “STORIE” DEL NOSTRO DAMIANO SINFONICO.

 

 

Quando si ha bisogno di dire qualcosa in prima persona, spesso si finisce per usare la lingua modellandola su uno stesso calibro espressivo. Poche parole, frasi spezzate, una tendenza costante alla paratassi. Nel suo libro d’esordio, dal titolo Storie, Damiano Sinfonico usa il verso in questo modo: come una necessità, e al pari di una spiegazione. Succede allora che il discorso pronunciato si concluda presto, nello spazio breve che prendono soggetto, verbo e complemento. Anche per questa ragione il verso-frase, cui l’autore si affida quasi del tutto, si fa strumento comunicativo prima ancora che medium dello stile. Sinfonico ne utilizza la struttura con pochissime eccezioni, in tre delle quattro sezioni del libro. Ma nella sua ripetizione insistita, tale, composta misura riesce ad affrancarsi dalla monotonia che le appartiene. Storie arriva così a dar corpo a una serie di situazioni, oggetti, luoghi e persone che da  tempo richiedevano un confronto; e sembra che Sinfonico pensi, in certi punti, ad alta voce, o che parli, in altri punti, con qualcuno: “Mi hai telefonato mentre pensavo a Costanza D’Altavilla. / Mi hai investito di parole che qualcuno era morto. / Nelle tue rare pause, facevo scivolare dei monosillabi nella corrente. / Capisci, non è stato per indifferenza o per durezza di cuore. / Mi hai colto tra miniature medievali. / Invischiato in faccende che non mi riguardavano”. Con questo tono e anche con una certa tendenza, o gusto, per gli elenchi, Sinfonico procede; e all’incedere tassonomico si uniformano via via i giudizi di fatto e quelli di valore. Si può senz’altro dire che in virtù del verso-frase, l’impressione che ne viene, come scrive Gezzi, è quella “di un’inquietudine feconda che anima tanto la forma quanto il contenuto”. Perché Sinfonico mischia le cose che fa con le cose che pensa, le cose leggere e le cose pesanti, legate come sono alla parola pensiero: “Che festa, le Meditazioni metafisiche di Cartesio. / Stesi sul letto ci interrogavamo sul corpo. / ‘Non poteva darsi che mai io ne fossi separato’. / Poi ho pensato che non vorrei separarmi dal tuo. / Così starei meglio, sarebbe più leggero reggere il peso dell’aria”. Questa modalità della scrittura, lineare e allineata, equilibrata ma di fatto ostinata, in cui la quantità della  riflessione coincide con lunghezza del verso,  non è l’unica presente in Storie. Nella sezione Aperte, esiste anche una voce in apparenza meno strutturata: non sempre del tutto priva di interpunzione, ma quasi; sempre completamente priva di maiuscole, tranne i toponimi nominati. Eppure la forma che la contiene ha in certi punti (almeno in quattro dei cinque testi che compongono la sezione) qualcosa di assimilabile al limerick, che sembra sia utilizzato qui a supporto dei giri a vuoto di cui si informa spesso il pensiero. L’effetto di questi versi in particolare non è quello sorprendente del nonsenso, né comico è il loro risultato. Il riferimento a un luogo (Bratislava, Zlotogrod) o a un termine comune (il piede, l’abbraccio), che ritorna in principio e in chiusura, e la lunghezza pressoché identica della forma (Sinfonico aggiunge uno o due versi alla tradizionale sequenza di cinque) portano nella loro reiterata casualità a constatazioni e a  situazioni “aperte” perché insufficienti, tanto all’autore quanto al lettore: “ne sono passati di mondi sotto l’acqua / a Bratislava le case hanno angoli graziosi / la sua pelle è di scaglie colorate, cangianti / fluisce la storia feroce e accigliata / sto fermo, in questo arcipelago di rovine / a Bratislava, più che altrove”. In Storie, proprio perché si raccontano “storie” e per il modo in cui lo si fa, non esistono che conclusioni singole. Sinfonico sceglie dunque un finale che sostenga diverse situazioni, inaspettati spostamenti o, banalmente, altre posizioni. Se lo spazio compie la sua parte come premessa, è al tempo che si affida una speranza, almeno nella forma di un conteggio, di una progressione: “Il trasloco sta finendo. / I quadri, le bottiglie, i portasciugamani / . tutto ha trovato una collocazione. / Resta poco da fare. / Aspettare insieme il  domani. / La luce filtrata dagli alberi. / Questa casa si apre agli anni futuri. / Arriveranno uno a uno. / Li conteremo insieme, luminosi e meno. / In te c’è un altro secolo di vita”.

 

 

Damiano Sinfonico, Storie, pref. di Massimo Gezzi, L’Arcolaio, Forlì, 2015, pp. 52, euro 10.

 

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