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Eccoci stasera alle prese con una brava autrice; il suo nome è già noto nel mondo della poesia per aver pubblicato, nel 2012, il bel libro “Sopravvento” per la casa editrice Raffaelli. La nostra poetessa si chiama Barbara Herzog, vive a Bologna da una ventina di anni, dove ha formato la sua famiglia e dove lavora. La scrittura della nostra nuova amica è come una lama tagliente che spacca in più parti il senso di ciò che scrive. Il suo dire si alterna tra prosa e verso, riuscendo splendidamente in entrambe le fasi. Quando il suo manoscritto giunse in redazione, noi tutti rimanemmo stupiti e incantati per la veridicità delle parole e la crudezza elegante di certe sue immagini.  Parole e visioni che oggi vi sveleremo, non senza prima aver sentito il parere della prefatrice di questo ottimo lavoro, Francesca Serragnoli, anch’ella eccellente poetessa e acuta ascoltatrice delle altrui opere.

Benvenuta, Barbara, con il tuo “Se non nel silenzio” !

I primi testi.

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Voglio sapere. Addentrarmi.
Nuotare nel dolore.
Sprofondare negli occhi iniettati di sangue rappreso da un anno.
Svuotati. Dalla fiducia nell’anima umana.
Cos’è umano.
Parlare con la voce afona che non ha più nulla da esprimere.
Ascoltare il tremendo silenzio.
Non c’è fine. Continuerò malamente ad incollare frantumi.
Continueranno a frantumare.
Voglio essere invasa dal tonfo sordo che batte ribatte
nella testa china per comprendere.
Comprendere è il primo passo verso la guarigione?
Dal gelo nelle vene dei torturatori.

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Mio figlio aveva tre anni. L’avevo nascosto con la famiglia di mia madre. Ma mi avevano seguito. È stato un attimo. Un colpo di pistola in fronte, e il mio bimbo non c’era più.
Hanno avuto la grazia di non usare il machete. Come invece usavo fare io. Quando facevo parte dei vigilantes del governo. Eravamo un’istituzione ufficiale. Con tanto di mandato. Di trovare, giudicare e giustiziare. Nessun rallentamento giudiziale. Nessuna intromissione della polizia. Veloce ed efficace.
Bisognava tenere le strade pulite e il vicinato sicuro. Ci pensavamo noi.
Era un buon lavoro. Per un buon cristiano come me. Io sono cristiano pentecostale. Avrei dovuto prendere il posto di mio padre alla sua morte. Era il capo spirituale. Gli hanno tolto il cuore e me l’hanno appoggiato in mano. Era la consegna. Ma io non sono mica come loro. Quello era il lavoro di mio padre. Sarebbe toccato a me, gli altri fratelli non andavano bene. Il primogenito sono io. Con le femmine ancora tutte da sposare. Io sono un buon cristiano, come mia madre. E facevo un buon lavoro.
Aiutavo il governo. Liberavo il vicinato dai criminali.
Ma poi il governo ha sciolto il nostro gruppo.
E tante persone erano risentite contro di noi.
Hanno sfondato un bar con quattro macchine perché sapevano che io e i miei amici eravamo dentro. Ho visto due amici morire. Davanti a me. Quella volta sono riuscito a scappare. Sono scappato oltre il confine del paese.
Ma là c’erano comunità di gente del mio paese. E sapevano del mio lavoro. Non c’era tregua. Mi hanno assalito di nuovo, con bastoni e tirapugni e machete. Ho le ferite che lo provano.
C’era sangue dappertutto. Ma sono riuscito a scappare ancora. In un altro paese ancora.
Poi mi sono imbarcato per venire qui.
Chiedo a questo Stato protezione, perché a casa mia non posso tornare.
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Così si esprime Francesca Serragnoli.
C’è una chiarezza nel mondo, senza confini, chiamata soffe-renza. Vicina o lontana che sia, ne siamo impastati nel corpo e nello spirito dalle origini del mondo. Franco Loi in una sua poesia, cito a memoria, scriveva: “ogni volta che mangio, qualcuno muore”. Immagino si riferisse alle notizie del telegiornale. Ecco, questo libro non sono le news di prima pagina raccontate con gli occhi della poesia. Non è un libro furbo che ha trovato un argomento “commerciale” (l’esagerazione non politicamente corretta è per capirsi). Certo, il primo commento, buttato lì, è quello che il dolore che il libro tocca (con mano) è quello che percorre un fiume sotterraneo, parallelo: i migranti, i futuri rifugiati, i derelitti. Noi lo vediamo alla tele-visione e, come gli operatori, ci mettiamo i guanti di gomma. Ma non è questo, ripetiamo, il commentino che può torturare la mente e la pancia. Lo scontro principale è su “cos’è umano” e la chiave di lettura, credo, sia “non si assomigliano/ se non nel silenzio”. I clienti sono i volti, dovrebbero esserlo sempre, e i volti indicano una strada indimenticabile, insostituibile, unica. Siamo umani perché soffriamo? Siamo simili nella sof-ferenza quindi siamo umani? Barbara ha avuto la forza di non isolare il dolore come ultimo pungiglione (sotto teca) che definisce quello che è una persona. Il pungiglione sono i volti, con i loro orizzonti vasti come quelli dei grandi paesaggi collinari che ci circondano. Non si tratta di contenere la sfilata di profughi che entrano nelle nostre città, di contare, di classificare, qui c’è una grande similitudine che sorregge tutte le nostre poesie: la migrazione in questo mondo, senza confini, dolorosa, turbata, il grande viaggio della vita spinto dal deside-rio di stare meglio, cioè della felicità. Si potrebbe dire che noi occidentali vendiamo felicità a buon prezzo, ma quando si tratta di vita o di morte, la felicità che uno cerca non è solo il benessere, ma una specie di salvezza dal male. Lo stare meglio può coincidere con la liberazione dal male, ma credo che per queste piaghe non bastino cerotti, soldi e case a riempire i vuoti. Allora cosa rimargina le ferite? Un amico mi ricordava in una mail una frase di Leon Bloy: “soffrire passa, ma avere sofferto non passa mai”. Occorre una consolazione immensa, profonda come è fondo il dolore. Barbara intravede qualcosa di più del carcere dei fatti accaduti, del curriculum tremendo. Una signora, compagna di stanza di mia madre in ospedale, parlando delle pesche, diceva che suo marito decideva che erano da raccogliere quando “i ha fat è vulton”. Non si riesce a tradurre e io non voglio nemmeno capire di meno di questa frase che per me ha a che vedere con il volto, il sole, l’attesa fiduciosa, la bellezza, la pazienza. Si potrebbe dire che una pesca non è un uomo. Verissimo. Ma siamo tutti appesi a un ramo che non è il nostro. E vulton è desiderabile e basta. “Non si somigliano/ se non nel silenzio”, dicevamo, la chiave di lettura di questi testi. La somiglianza è quello che permette di guardarci in faccia e riconoscerci, senza che un colpo di macete ci divida. Non parleremo certo del modo di aiutare queste persone, ma del perché. In Amarcord, ad un certo punto, nella scena della grande nebbia, il nonno esce di casa e si perde. Sente poi arrivare una carrozza e grida “Ferma! C’è un uomo qui!”. Ogni volta che in ospedale, per la strada, in un ufficio, in una sala d’aspetto si ravvisa questa somiglianza, non dico che ci sia salvezza o garanzia di non essere colpiti con un pugno, ma ci si allarga come laghi, ci si senti in fondo in buone mani, la pasta di cui siamo fatti è buona. E in quella bontà siamo fatti nuovi, vestiti come con il vestito della dome-nica. “C’è un uomo qui!” basta e avanza. Non c’è nulla che ci sfami e disseti come un gesto umano che è quasi divino. Questo è lo specchio che ci fa belli, il belvedere. La poesia, anche quella civile, contro le guerre, non salva (la vita), Barbara lo sa. Ma allora a che serve un libro di poesie? È un volto come gli altri, sperduto, che dai barconi ci guarda e lava i disperati come lavasse se stesso. È retorica poetica questa? Retorica sulla poesia? Sicuramente lo è, ma occorreva com-pensare la mancanza di retorica di queste poesie.

Francesca Serragnoli

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Ancora, ricorriamo ai testi!

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Un velo di barba
morbido ma curioso
come il seno appena spuntato
manifesti più che mai
i legami

soppesato
in un mondo che non ti appartiene
hai capovolto
la scelta imposta

insieme ai capelli
hai tagliato i seni
e il futuro di madre devota

ciò che gli occhi vedono
li fa dolere
ciò che il cuore non vede
li rende ottusi
alla tua rinascita

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Lucky è un ragazzo come tanti. Fin da piccolo ha venduto frutta e verdura sul ciglio della strada, a due ore di cammino da casa. La scuola non era per lui. Era troppo lontana, e comunque bisognava che aiutasse a sfamare la famiglia.
Un giorno si fermò presso il suo negozio una ragazza. Mercanteggiò per qualche tempo per un pezzo di canna da zucchero. Venne via trionfante. Iniziò ad andare spesso a mercanteggiare con il ragazzo pacato sul ciglio della strada.
Il ragazzo aveva avuto come unico pensiero il guadagno da portare alla mamma, e la felicità del suo viso a secondo dell’ammontare.
Ma ora era un altro sorriso che cercava.

Arrivarono in tanti. Ognuno con un machete. Dapprima lo colpirono a lama piatta mentre inveivano. Come aveva osato rovinare una ragazza perbene. Lui, che non era nessuno. Quel bambino sarebbe morto come lui. E rovesciarono i machete.
Non sa come è riuscito a scappare. Non sa come ha attraversato paesi mai sentiti nominare. Non sapeva nemmeno ci fosse un mare.
Per tirare avanti metteva la malta finché gli dicevano di farlo. Si nascose quando scoppiò la guerra e braccavano quelli del suo colore. Si imbarcò quando gli dissero che era ora di partire.

Vide morire tante persone. Anche il ragazzo che gli aveva prestato una spalla quando non sapeva dove volgersi. Da solo, insieme a tanta gente, si fece l’ultimo pezzo a nuoto. Cercò di schivare le forze dell’ordine. Gli avevano spiegato che quelli ti mandano indietro. Ma non seppe dove andare. Aveva fame. Non aveva mai preso un treno. C’erano solo bianchi. Diversi. Minacciosi.
Si arrese mesto ad una divisa che gesticolava. Non aveva parlato molto nella sua vita, ed ora le poche parole che pronunciava non furono comprese.
Lo portarono in un centro di accoglienza. Gli diedero un letto in un mare di letti, qualche pasto, e gli fecero poche domande. Poi gli dissero che più a nord lo stavano aspettando. Gli avrebbero dato una casa. E un lavoro. Soldi per vivere.

Così arrivò in una delle tante città che hanno esaurito le possibilità. Con la promessa di un’esistenza alla pari.
Fu tra i fortunati. Ebbe una stanza condivisa, con una cucina condivisa.
Tanto gli premette avere il suo documento, e tornare a vivere come aveva fatto prima. Prima della ragazza. Si vide passare davanti uno dopo l’altro, ad andare a spiegare le proprie ragioni per averlo, quel documento. Sembrava che non lo chiamassero mai.
Nell’attesa fu convinto a fare un corso di alfabetizzazione. Lui, che a malapena parlava il suo dialetto, avrebbe dovuto leggere e scrivere in questa lingua sconosciuta. Gli dissero che per trovare lavoro era indispensabile. Diede retta. Avrebbe voluto dire che lui non sapeva. Che lui non capiva. Invece si impegnò tanto.

Poi lo chiamarono. Spiegaci perché ti dobbiamo dare questo documento.

Gliel’avevano spiegato, quel momento. Dovrai rispondere. Parlare di te. Delle cose più brutte che ti sono accadute. E di come ti sei sentito.
Ma signora, io non ho mai parlato di me. Nessuno mi ha mai chiesto come mi sento. Non lo so. Non sono andato a scuola. È difficile. Tu mi dici che devo dire in quanti erano. E lo faccio. Ma poi non so. Mi hanno fatto male. Sono andato via. Non so cos’altro dire. Non sono andato a scuola. Nessuno mi ha mai chiesto come mi sento.

Quando dopo poco tempo arriva l’invito a farsi comunicare la decisione, su quel documento, comprende.
Sempre impassibile, ha l’acqua negli occhi. Non è buono. Ci hanno messo poco tempo. Tanto poco. Non è buono. Ma io ho detto tutto quello che mi hai detto. Davvero. Ho fatto del mio meglio. Ho fatto come hai detto tu. Perché hanno già deciso. So che non è buono.

Voglio solo vivere. Non so niente. Ma voglio imparare. E voglio vivere. In che cosa ho sbagliato?
***

Barbara Herzog si è trasferita dalla Svizzera in Italia a vent’anni e si è laureata in Lingue e Letterature Straniere con una tesi in Letteratura Africana.
Lavora presso lo Sportello Protezioni Internazionali dove dà sostegno a rifugiati ed aspiranti tali.
Collabora a progetti contro le Mutilazioni Genitali Femminili in Italia e in Africa.
Ha pubblicato la raccolta “Sopravvento” nel 2012 con Raffaelli Editore.
La presente raccolta di poesie e racconti esplicita gli anni dedicati al lavoro che svolge quotidianamente