ilciclodellacqualogo ARCOLAIO

Postfazione

La “Parte di dentro” del cielo micciano “Dell’acqua” è un categorico invito al pensiero nelle sue varie fasi di invenzione e riflessione. Non contagiata da nessun morbo estraneo, questa poesia, infatti, fluisce lungo il perimetro di un discorso che non si volta mai indietro, come una concatenazione filosofica aspra e determinata, Miccia “regola le fluttuazioni” del proprio dire, dà “peso alla gioia” e “presagisce il moto paziente / dei mammiferi, allineati / alla ricerca dell’acqua, / e un sentiero”: poesia che scaturisce quindi serena e severa dalla continua invocazione di se stessa. Solenne è il progetto: “l’innesto a cielo aperto / di sangue da domare / in una sola carne”: un progetto quanto mai ambizioso e del tutto estraneo ai vizi (talvolta molto compiaciuti e compiacenti) del lirismo e del simbolismo. Ma Miccia si aggrappa spasmodicamente alla sua “roccia madre”, è come un soldato da trincea. Non avevamo mai letto prima di “Parte di dentro” una tale consapevolezza che diventa estrema persuasione dell’uomo che scrive nei confronti della propria opera, al modo – dicevamo – di un soldato, ma anche al modo di un filosofo che interroga se stesso: “la sua carne rilancia se / stessa avanti, sottrae potenza / a tutti per ornarsene / e fiaccarla in dimora, / sangue e corpo come cognome e nome.” In realtà, dobbiamo avvertire come sia oscura, a tratti, e a tratti addirittura minacciosa questa poesia. Essa non è mai una “voce rassicurante”, ma semmai è un corpo che occupa uno spazio o “l’avvolge per soffocarlo / dolcemente in uno stampo” di pelle, di fiati, di voci, di palpiti subito repressi e come intimiditi dal sospetto che il futuro non giunga, non possa giungere.
Accadeva nella raccolta precedente, primo volume del “Ciclo” che Miccia pronunciasse spesso le proprie immagini come organismi corporei di vita e di morte, di rifiuto e di faticosa resistenza al male. In questo secondo volume, invece, “C’è una voglia personale / da cui si ricomincia / più leggeri “come” in un baleno, la facilità / dell’acqua di rinsavire in un solco.” Magnifica metafora, questa, che include finalmente il retto e il verso della poesia, il suo essere storia, ma anche mistero, anche direzione probabile verso un futuro che qui viene indagato tal quale un poema umano, umanissimo di esitazioni e contraddizioni.

Giuseppe Marchetti

Poesie

Escono i suoi occhi dal
velo di pelle che
li accudiva, si formano
le palpebre e la libertà
di scegliere, il buio ha bisogno
di dita per guardare,
la luce di un respiro di ritorno
che misuri gli ostacoli, non è
sempre notte, viene forzata
l’angustia del fondale
per un altro elemento più
brulicante di ossigeno
che mette il capogiro.

***

Il sangue che gli è stato trasmesso
nella lunga opera di limatura,
il corredo di lenzuola coperte
merletti da parenti e amici,
il lavoro di sabotaggio
della lista di nozze, la sequenza
delle portate, tra
gli invitati c’è un ospite speciale
che dipana dalle riserve il gene
disgiunto per il salto
di qualità, il gene di Dio?

***

Parole di conforto
mette da parte per l’inverno,
una pezza che tamponi la febbre
di vita premente da dislessie
di fusi orari, parole per non
farsi sporcare dal corpo e travolgere,
sempre trattiene il fiato,
solo in un giorno invecchia
ora che si è lasciato andare,
come una serratura
di raccordi volubili si schiude
all’unica fedele
che gli si adatta senza reticenze
in questo meccanismo
che scorre per amore decifrato

***

La sua pelle è un vuoto
che si prepara a accogliere,
insinuanti le pause di voce
da interpretare se la sua
pelle per combustione
d’inchiostro incomincia a brillare
dopo una strenua resistenza all’acqua,
parole trafugate emergono
che sono il tacere degli alberi
caduti spalancanti
un pezzo di cielo al bosco, cerchietti
intorno ai nomi per
riempirsi di altre facce
o di bersagli da colpire,
le soste tra le città per unire
le lettere agli spazi ancora sordi.